Bilancio e proposte in base all’esperienza vissuta in Rivoluzione

Risultati immagini per mision caracas 2003di Thaís Rodríguez Gómez

Dopo un’assenza di circa due mesi, Caracas mi accoglie con una brezza gelida davanti alla collina Mario Briceño Iragorry a Propatria. Questa collina mi ricorda tante cose dalla fase più felice della mia gioventù: l’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Nel 2003, il Comandante Chávez affidò il compito di realizzare la Missione Caracas al primo gruppo di giovani del Fronte Francisco de Miranda, con l’obiettivo di entrare nei quartieri più poveri della capitale, vivere con la gente e realizzare una valutazione sociale che individuasse i bisogni più urgenti della popolazione. Ci andai, da Barquisimeto a Caracas, ispirata da un vortice di idee e speranze, appena quindicenne, con centinaia di giovani provenienti da diverse parti del paese.

Risultati immagini per mision caracas 2003“Ragazzi andate, siate i miei occhi, ovunque fate come se foste Chávez, aiutatemi”, ci disse.

Per quelle coincidenza della vita, il gruppo 5 degli operatori sociali di cui facevo parte doveva arrivare nel quartiere Mario Briceño Iragorry, lo stesso nome del liceo nel quale cominciavo il quinto anno di studi superiori a Barquisimeto.

Mario Briceño era un giovane storico di quella generazione che ha combattuto la dittatura gomezista e che scrisse uno dei più importanti documenti patriottici e antimperialisti “Mensaje sin destino”, nel quale definiva l’intero settore alienato e filo-imperialista della nostra popolazione come “piti yanquis”… per me non fu un caso dover vivere e lavorare per quasi due mesi in un quartiere che porta il suo nome.

In quel quartiere, sin dal primo giorno, compresi appieno Chávez, la sua insistenza, la sua impazienza e la sua urgenza di trovare soluzioni, caratteristiche che l’avrebbero accompagnato dall’inizio della sua vita politica fino al suo ultimo respiro.

Mario Briceño è un quartiere come ce ne sono tanti a Caracas e in Venezuela, dove la povertà si percepisce sui volti della gente. La cosa peggiore non era la miseria materiale, bensì quella spirituale che generalmente l’accompagna: bambini senza padre, senza scuola e con problemi di malnutrizione.

Risultati immagini per mision caracas 2003La prima esperienza che ho avuto è stata quando sono entrata nella casa che ci avrebbe ospitato. Mentre cercavo di raggiungere la finestra (per ogni ragazza che viene da una città pianeggiante è irresistibile arrivare in alto per poi guardare in giù), ma non mi lasciarono nemmeno affacciare poiché, con calma ma con fermezza, mi ammonirono: “No ragazza, non affacciarti. C’è una sparatoria dall’altra parte della collina e un proiettile può arrivare pure qui”. Il monito mi fu dato da Helen, la padrona di casa, donna instancabile e di convinzioni granitiche, una di quelle attiviste di quartiere che sono più importanti di qualsiasi leader politico. In questi 16 anni, da quando l’ho incontrata, ogni volta che la rivedo, le domando: Helen, come stai? E lei risponde puntualmente: sempre uguale, in lotta.

Helen aveva una piccola casa dove viveva con le sue tre figlie, ognuna delle quali aveva un compagno e un figlio. Ci disse senza riserve: “tutti rimarranno qui”; eppure il nostro gruppo era formato da 25 giovani e in aggiunta di tanto in tanto Daniel (uno dei ragazzi del gruppo) portava a casa qualche cucciolo che faceva pipì ovunque. Durante la notte non si poteva circolare nell’appartamento perché il pavimento era ricoperto di materassi che, solo la mattina molto presto, venivano tolti. Dopo un mese che abitavano con Helen, lo spazio si ridusse ancora di più perché fu data una delle tre stanze alla prima coppia di medici cubani che arrivarono nel quartiere.

Che cosa facevamo lì? Ci dividemmo in gruppi di tre persone per andare in giro, entrare nelle case e parlare con la gente, riempiendo un questionario dove si chiedevano varie informazioni: nucleo familiare, grado di istruzione, occupazione, reddito, aspirazioni di miglioramento della comunità, quali mezzi di informazione e che tipo di divertimento preferissero. Pochi giorni dopo eravamo già molto conosciuti nel quartiere e cominciammo a coordinarci con i leaders della comunità per organizzare attività culturali e sportive.

Durante le mie passeggiate nel quartiere ho avuto un compagno inseparabile che mi assicurava che mi avrebbe protetto da qualsiasi cosa, era Manuel, otto anni. “Tu sei la mia ragazza e io mi prenderò cura di te”, mi disse. Aveva perso la vista da un occhio e uno scarso sviluppo fisico ne denunciava la malnutrizione. Era il primo di sei fratelli, gli ultimi due nati con malformazioni genetiche. Vivevano in una specie di grotta, un luogo dove la luce del sole non entrava mai, la madre era tossicodipendente e non c’erano indizi che i genitori si riavvicinassero. Chi era sempre al suo posto era la nonna, una donna che appariva già anziana, ma probabilmente non era tanto vecchia. Bastava guardarle le mani e gli occhi per intuire quanto dura fosse stata la vita con lei. Questa famiglia è stato uno dei casi che abbiamo segnalato con insistenza e a cui facemmo ottenere l’assistenza sociale.

Lì a Briceño ho capito cosa c’è veramente dietro le statistiche, perché è facile dire: 65% di povertà, 25% di povertà estrema, 3 miliardi di dollari persi durante il sabotaggio petrolifero… ma solo quando ti confronti con la realtà le cifre ti entrano come un pugnale fin nel profondo dell’anima.

Nel 2003, periodo in cui portammo a terminare la valutazione sociale e allo stesso tempo svolgemmo altri compiti, Chávez promosse la realizzazione più amorevole ed efficace della nostra Rivoluzione: Le Missioni Sociali. I medici venivano da Cuba, perché in Venezuela i pochi che avevamo non volevano andare nei quartiere popolari o in campagna; mentre le cubane e i cubani si inerpicavano sulle colline, attraversavano fiumi, montagne, savane e dormivano sui materassini. Con una provvista di medicinali, organizzarono, insieme alla comunità, ambulatori di fortuna. Successivamente furono costruiti i moduli sanitari, i Centri di diagnosi integrale e i Centri ad alta tecnologia.

In quel periodo furono creati anche i Mercales e Mercalitos, le case del cibo dove le donne del quartiere si rimboccavano le maniche per cucinare per famiglie come quella del piccolo Manuel. Allo stesso tempo, i gruppi di volontari per la Missione Robinson cominciavano a formarsi. La Missione Robinson ha insegnato ad adulti e anziani a leggere e scrivere e così nel 2005 il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo, nonostante i media di destra li deridessero affermando: “pappagallo vecchio non impara a parlare”. Alla fine di quell’anno, il 2003, iniziarono i censimenti per la Missione Rivas e Missione Sucre, per le scuole superiori e l’università.

Risultati immagini per mision caracas 2003Passarono gli anni e si aggiunsero un numero infinito di conquiste sociali: l’Università Bolivariana del Venezuela (dove mi sono laureata come comunicatrice sociale), villaggi universitari in tutto il paese, fu fondata ViVe Televisión (dove imparai a raccontare le storie della nostra rivoluzione), si promossero miglioramenti nelle comunità attraverso i comitati per i terreni urbani, per la salute, per la pianificazione e più tardi i Consigli Comunali. Si raggiunse il risultato di ridurre la povertà all’8%, ottenemmo la piena sovranità sul petrolio (recuperando PDVSA), la nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco (azione che permise di garantire le risorse economiche per la politica di assistenza sociale). Se citassi una ad una le opere compiute durane la rivoluzione, certamente potrei scrivere un libro di centinaia di pagine.

Nel 2012 a Caracas conobbi il mio amico Javier, che vive nel quartiere Isaías Medina Angarita, proprio di fronte a Mario Briceño e fu inevitabile non fare un bilancio. La prima cosa che mi sono detta è stata: “Ce l’abbiamo fatta!”. Anche se c’era ancora molto da fare, non avevamo più bambini denutriti come Manuel. I ragazzini erano in salute, disputavano tornei di calcio organizzato dal Consiglio Comunale, le facciate degli edifici del Barrio Nuevo e del Barrio Tricolor erano vivacemente colorate, e insomma, nei volti della gente non si leggeva più miseria spirituale, bensì gioia e ottimismo.

Questo risultato fu conseguito grazie alle missioni nate dall’impegno febbrile di centinaia di migliaia di patriote e patrioti disposti a riprendersi il Paese; e, già consolidata la rivoluzione, progetti di successo come la Grande Missione Abitativa Venezuela e una lunga lista di altre cose straordinarie, noi le rendemmo ordinarie. Purtroppo alcuni smemorati attribuiscono questi risultati alla 4a Repubblica, quando invece sono conquiste sociali raggiunte col chavismo.
Questo abbiamo fatto, e dico abbiamo, perché tutti insieme, patrioti e patriote, abbiamo raggiunto questi risultati e di questo sarò sempre orgogliosa. Oggi, 20 luglio 2019, torno a casa di Javier e inevitabilmente ancora una volta si deve fare bilancio: mi rendo perfettamente conto che in termini materiali siamo regrediti, una percezione della realtà che coincide con i dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, che indicano che siamo tornati agli stessi indici economici del 1999, cioè, che in sei anni di crisi, sotto il profilo economico, siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo per i molteplici motivi che hanno generato la crisi iniziata nel 2013. Tuttavia, al di là delle cifre, dobbiamo valutare il campo soggettivo, e lì ci rendiamo conto che la rivoluzione ha inciso, perché c’è un popolo impoverito ma che resiste, con espedienti, speranza e con autostima.

Conosciamo bene le cause di questa crisi. Ce ne sono di esterne: il crollo del prezzo del petrolio, in caduta libera per 2 anni consecutivi, l’attacco alla moneta (componente principale della crisi), il blocco e le sanzioni economiche degli Stati Uniti, il furto del complesso delle raffinerie Citgo, la rapina di parte delle nostre riserve auree e del denaro dallo Stato Venezuelano depositato su conti bancari, e per finire, il sabotaggio della borghesia parassitaria.

La crisi però è dovuta anche cause interne, che ci rendono vulnerabili alle aggressioni: la fuga di capitali operata da una parte del settore imprenditoriale con il consenso di un’amministrazione pubblica corrotta, l’inefficienza, la negligenza nelle istituzioni e nelle aziende dello Stato, con il popolo che patisce per la scarsa qualità dei servizi di base (avvertita pesantemente nella maggior parte degli stati del paese, e molto prima che cominciassero gli attacchi al sistema elettrico); inoltre è necessario sottolineare la problematica fornitura del gas, perché, benché il nostro paese sia una delle maggiori potenze nel settore degli idrocarburi, intere popolazioni, anche all’interno delle grandi città, cucinano con la legna, prassi che provoca effetti dannosi alla salute oltre a produrre un forte impatto sull’ambiente a causa dell’abbattimento indiscriminato degli alberi; la scarsa attenzione, i ritardi e in molti casi la richiesta di indebite commissioni per lo svolgimento delle pratiche nella pubblica amministrazione; l’azione senza scrupoli dei funzionari della GNB (Guardia Nazionale Bolivariana), lungo autostrade e superstrade, che esigono mazzette da chi trasporta forniture (alimenti compresi) affinché tutto fili liscio; la corruzione, che non costituisce solo un problema etico, ma ha assunto dimensioni strutturali al punto da aggravare le dinamiche economiche del paese (quest’ultimo punto meriterebbe un articolo intero), e si potrebbe continuare.

È importante analizzare le responsabilità dirette di chi governa oggi, per mutare il corso delle cose. Ovviamente dalla destra, dai nemici, non ci aspettiamo cambiamenti, al contrario, ci aspettiamo ancora sabotaggi e azioni contro il popolo. Ci tocca continuare a resistere, ma in condizioni di uguaglianza, con un’amministrazione rivoluzionaria delle risorse, senza scuse assurde che fanno perdere legittimità alla dirigenza. Perché è evidente che non tutti abbiamo vissuto la crisi nelle stesse condizioni, che c’è un popolo che si sacrifica da solo, resistendo nonostante alcuni godano di privilegi grotteschi, addirittura alcuni dirigenti che si dicono chavisti, oltre che il settore commerciale, imprenditoriale e la classe politica d’opposizione. In breve, la gestione della crisi si è svolta nel quadro dell’economia capitalistica e quindi è toccato ai lavoratori e alle lavoratrici soffrire, ma la piramide deve essere invertita.

Mi chiedo:

Perché non affrontare i problemi con lo stesso spirito febbrile che ha caratterizzato l’inizio della rivoluzione, in modo da risolvere i bisogni più urgenti della popolazione? Che siano coinvolti i sindaci, i governatori, i ministri, che girino in lungo e largo il paese, organizzando e accompagnando il popolo! Purtroppo li vediamo tutti molto distanti, muoversi su grandi SUV, temendo di avvicinare il popolo, e quando appaiono in TV, sono quasi tutti ingrassati.

Perché non attivare un piano di risanamento di PDVSA, con la partecipazione di tecnici e ingegneri patrioti che, con le loro conoscenze, creatività e onestà, promuovano un programma di lavoro che recuperi le molte aree attualmente inattive o carenti? Sì, è possibile! L’Esercito Produttivo (un gruppo di lavoratori ingegneri che su base volontaria hanno superato ogni genere di ostacoli, compreso il sabotaggio della burocrazia), l’anno scorso ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti della Battaglia Produttiva nel complesso di raffinazione del Paraguaná: in brevissimo tempo hanno riparato numerose strutture con le proprie sole forze. Esperienze come queste dovrebbero essere parte di un Programma Statale e non solo un’iniziativa popolare nata dalla lotta contro strutture amministrative, che per oscure ragioni, vi si oppongono.

Perché non implementare un metodo di gestione trasparente che miri a sradicare le pratiche di corruzione nell’industria, in particolare nel settore Commercio e Forniture, cervello commerciale della PDVSA? Il recupero dell’industria, in questo momento particolare, è la cosa più urgente per garantire le risorse necessarie alla società.

Perché non vediamo piccoli mercalitos nei quartieri? Per di più se diamo un’occhiata ai negozi Clap nel CCCT [Centro Ciudad Comercial Tamanaco, un centro commerciale situato a Caracas, NdT] troveremo prodotti importati a prezzi inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Molti di questi articoli: liquori, condizionatori d’aria, trucco e altri beni d’importazioni, non sono certo beni di prima necessità!

In piena crisi alimentare, perché non dichiariamo guerra ai latifondi, come fece Chávez nel 2006, incentivando la produzione, invece di sfollare i contadini per garantire la terra ai privati? Perché criminalizzare i contadini più poveri, che hanno dato sangue e sudore per la rivoluzione, invece di sostenere con i fondi statali la mafia agraria che cospira contro il governo?

Si potrebbe preparare un piano di lavoro per la terra, stabilendo obiettivi di produzione dove, dal Presidente al Ministro, fino ai funzionari, i quali con il loro esempio incentivano, contribuendo con giornate di lavoro volontario, il raggiungimento degli obiettivi. È necessaria una grande alleanza con i contadini organizzati nelle Comuni.

Perché non vediamo coinvolti i militari nei compiti urgenti di piantare, produrre e recuperare le aree, come è stato fatto all’inizio della rivoluzione con il Piano Bolivar 2000, quando la necessità di superare la povertà è stata affrontata senza disporre di risorse anche perché all’epoca PDVSA non era ancora stata nazionalizzata? Torniamo all’unità civico-militare proposta dal Comandante Chávez e sradichiamo gli abusi e la corruzione all’interno della FANB.

Correggiamoci, torniamo sulla strada indicata da Chávez, perché la gente resiste e questo si aspetta.

La dirigenza, almeno la parte ragionevole che ancora resta, deve scendere per le strade, incontrando i bambini che deambulano per Sabana Grande, o in qualche altro angolo del paese, parlare con le donne che bloccano le strade perché manca il gas, guardarle in faccia, impegnarsi e non voltare le spalle a quella speranza che vive ancora negli occhi della gente… scuotersi e agire, come fece Chávez. Farlo con urgenza, senza indugio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

(FOTO) Por la repatriación de Ilich Ramírez Sánchez

L'immagine può contenere: 13 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertopor Coordinadora Simón Bolívar

El jueves 15 de Agosto de 2019, al cumplirse 25 años del secuestro del Cmte Carlos, las organizaciones del campo Popular y Revolucionario participaron en una jornada de movilización y lucha, AUTOCONVOCADA en el marco de la campaña ” YO TE QUIERO LIBRE AHORA “ en la cual se exige la libertad de las revolucionarias y los revolucionarios prisioneros o secuestrados en cárceles de potencias imperialistas o de gobiernos a su servicio.

Las organizaciones presentes en la jornada, la Coordinadora Simón Bolívar (CSB), el Movimiento Guevarista Revolucionario (MGR),BRISAS, Fuerzas Patrióticas Alexis Vive, Colectivo Fabricio Ojeda, Partido Comunista de Venezuela (PCV), Partido Patria Para todos (PPT), Unión Popular Venezolana (UPV),Movimiento Continental Bolivariano (MCB), y otras fuerzas activas del movimiento popular revolucionario venezolano.

La jornada se inicia con una concentración en la Defensoría del Pueblo, Avenida Urdaneta de de Caracas, donde una comisión integrada por las organizaciones convocantes, sostuvieron una reunión con el Defensor del Pueblo, Alfredo Ruiz, para hacer entrega de un documento donde se solicita a dicha institución realizar todas las actuaciones requeridas para velar por el cumplimiento, defensa de los Derechos Humanos de Ilich Ramírez Sánchez y de realizar las gestiones necesarias para un proceso de Repatriación.

El Dr Ruíz, escuchó los planteamientos, para luego expresar su reconocimiento a las organizaciones presentes además expresó la importancia del encuentro, reiteró las competencias de la Defensoría del Pueblo y su disposición a actuar con base a ellas, en defensa de los derechos humanos refiriéndose al caso de Ilich Ramírez Sánchez. Posteriormente se acordó una Comisión integrada por funcionarios de la Defensoría, para trabajar con las organizaciones del movimiento popular, en las investigaciones a que hubiere lugar y acciones que se deriven de ellas.

De inmediato, al finalizar la reunión con el Defensor del Pueblo, el grupo de camaradas se dirigió en una movilización al grito ILICH NO ES UN TERRORISTA, ES UN LUCHADOR ANTIIMPERIALISTA, para llegar a la sede de la Cancillería donde se consignó un documento al vicecanciller Yván Gil, exigiendo la inmediata atención para garantizar el inicio de la Repatriación del camarada Ilich consecuente luchador por la defensa de Palestina frente al genocidio del sionismo.

La jornada culminó de forma con la presentación del documental, que fue proyectado por la cinemateca nacional, para difundir, visibilizar y sensibilizar al internacionalista antiimperialista Ilich Ramírez Sánchez.

Algunos de los participantes del campo Popular y Revolucionario.

BRISA: Vladimir Ramírez Sánchez
CSB: Juan Contreras
Alexis Vive: Ana Caona
PCV: Oscar Figuera
PPT: Rafael Uzcátegui 
UPV: Adrian Araque
Musico con el cuatro Antonio Martínez 
Poeta del 23 Jimmy Avila
El camarada Yorlando Conde
MCB: Carlos Casanueva
Colectivo Fabricio Ojeda: Carlos Rodríguez 
Constituyentes: Fernando Rivero, Julio Escalona, Marelys Pérez, David Paravisini

Y una gran cantidad de pueblo de hombres y mujeres que se han convertido en heroínas y héroes resistiendo el bloque criminal yankee. 

La actividad se llevó a cabo de principio a fin, bajo un palo de agua que significó una bendición a todos los presentes.

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L'immagine può contenere: 5 persone, persone in piedi

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, persone in piedi

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L'immagine può contenere: 5 persone, persone sedute e folla

Cambio de ministros: ¿Solución o problema?

Risultati immagini per Chavismo maduropor Néstor Francia

En cualquier manual elemental de alta gerencia queda claro que una alta rotación de personal es siempre un factor negativo y denota fallas generales de la gerencia superior de una empresa ¿Es distinto esto en el caso del Estado? Sí, es distinto, porque es peor. La rotación de personal en una empresa normalmente se limita a aquellos cargos que son directamente afectados por las decisiones de reemplazo y se hace tratando de afectar lo menos posible la estructura general de la organización.

En Venezuela, cuando se cambia un ministro, es como si cambiara el Gobierno. Se produce inquietud en el personal de confianza, porque todo el mundo sabe que van “pa’ fuera” todos los directores generales, de línea y coordinadores y si es que queda alguno, se paraliza ante las nuevas caras, ya que no sabe qué será de él (o ella) ¿Es el que llega un individualista, un mandón, un amargado o un tonto con ascendencia política? Es un enigma, porque el nuevo ministro suele arrastrar consigo a los “suyos”, sus amigos, sus allegados o sus compañeros de ruta políticos (lo cual genera a su vez rotación de personal de alto nivel en otros entes, conformándose así una especie de círculo vicioso).

A lo dicho se suman otros males de la gestión del Estado que es necesario considerar. Uno de ellos, no el menor, es la ausencia de planificación estratégica, de políticas institucionales estables, y el hecho de que a menudo reina la improvisación, las decisiones tomadas como “puntadas de rabo” de gente que tiene poder. Igualmente suelen estar ausentes las políticas modernas de recursos humanos que tratan de intervenir positivamente en los problemas del personal, preparándolos, promoviéndolos, manteniéndoles viva la esperanza de que si trabajan con eficiencia podrán ascender en la pirámide organizacional y mejorar su perspectiva profesional y su condición de vida. Porque si estás en la oposición perseguida como muchos de nosotros en los años de la Cuarta República, lo haces todo sin esperar nada para tu persona, pero si eres un empleado del Gobierno, y como todo empleado en cualquier parte del mundo no es raro que pases roncha y hasta arrecheras de vez en cuando, al menos te alivia pensar que mañana podrás estar mejor.

Creer que un cambio de ministros resolverá los problemas de gestión es como pensar que tomando calmantes te vas a curar el cáncer. No se necesita en Venezuela tantos cambios de ministros (si así fuera, seríamos una potencia, con todos los ministros que han pasado por la escena), sino cambios profundos de la gestión, precisamente. Pero de esto se ha hablado mucho, va llegando la hora de que las ideas, que unos cuantos aportan, se conviertan en acciones. Basta de diagnósticos, vamos a los tratamientos. A muchos nos duele ya la lengua de tanto hacer señalamientos. Hemos hablado hasta el cansancio de la necesidad de estrategias, fijación de plazos y metas auditables, planificación, estabilidad administrativa, gestión inclusiva y participativa, que las políticas de selección de personal sean estrictamente definidas y aplicadas.

Un caso emblemático de los problemas de gestión es PDVSA: ¡nueve presidentes en 20 años, una guará! Y la mayoría de ellos mal seleccionados ¿o no? Solo dos de ellos se salvan de haber sido corruptos, desleales o nulidades ¿Cuál es el resultado?

Yo hablo de estas cosas porque me siento responsable de ellas, ya que tengo 20 años votando por
quienes nos gobiernan. Eso me da derecho al menos de darles de vez en cuando un inofensivo jalón de orejas. Ellos son mis mandatarios, es decir aquellos a los que he dado el mandato ¡Qué vaina conmigo, qué ladilla soy!

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