Nella comune socialista, così resiste il chavismo in Venezuela

di Claudia Fanti

CARACAS.- «Dite al mondo che qui non è come riportano, ditelo che non moriamo di fame». È una raccomandazione accorata quella che Escalet Castro rivolge ai delegati dell’Assemblea internazionale dei popoli, in visita a diversi quartieri di Caracas per toccare con mano la reale situazione del paese.

Escalet appartiene alla comune socialista Altos del Lidice, nel distretto La Pastora, abbarbicata a uno dei monti che circondano la capitale, su un terreno scosceso a 1300 metri di altezza su cui, malgrado la difficoltà di accesso all’acqua, gli abitanti riescono anche a seminare ortaggi. Un luogo a partire dal quale diventa più facile comprendere la capacità di resistenza del chavismo, radicata in un tessuto organizzativo fatto di consigli comunali, comuni, comitati di rifornimento e di produzione, mercati comunali, consigli contadini, milizie bolivariane.

LA COMUNE ALTOS DEL LIDICE, in cui vivono 1630 famiglie, comprende sette consigli comunali – lo strumento essenziale di organizzazione popolare e di democrazia partecipativa – e sei comitati di rifornimento e di produzione, i famosi Clap.

Si tratta, spiega Ingrid Lucero, di una «meravigliosa iniziativa» lanciata da Maduro «per far fronte alla guerra economica», grazie a cui una volta al mese – ma l’obiettivo, dice, è quello di arrivare a una volta ogni 15 giorni – ciascuna comunità, anche del più sperduto angolo del paese, provvede attraverso i suoi responsabili a consegnare, direttamente a casa di ogni famiglia, una cassa di alimenti di base (in maggioranza importati).

ED È ANCHE LA VIA, aggiunge Escalet, per unire la comunità, chavisti e non chavisti, perché «il cibo è la chiave per garantire una serena convivenza tra tutti noi, nel rispetto di tutte le opinioni esistenti, in base al principio che la comunità appartiene a tutti e tutti hanno il diritto di vivere in armonia».

Esiste, nella comune, anche un servizio di salute, nel quadro di una delle più importanti missioni promosse da Chávez, la missione Barrio Adentro, destinata a saldare il debito sociale contratto storicamente con la popolazione esclusa attraverso un progetto integrale di salute, relazionato con l’educazione, lo sport, la cultura e la sicurezza sociale. Una missione grazie a cui la popolazione più povera, anche nei posti più remoti, ha potuto contare per la prima volta nella sua vita su un medico di famiglia (avevano cominciato i cubani, poi sono subentrati i venezuelani) e ricevere visite e medicine gratuite. Finché il criminale embargo imposto dagli Stati uniti non ha reso enormemente più difficile l’accesso ai farmaci, come denunciano i medici della comune.

È IN REALTÀ COME QUESTE che si coglie del resto tutta la portata devastante delle sanzioni internazionali: il servizio di trasporto che una volta funzionava è stato di fatto sospeso – mancano i pezzi di ricambio – e il laboratorio tessile operante nella comune deve fare a meno della tela, che il Venezuela non può più importare. Ma è in tutto il paese che i servizi versano in una situazione gravissima, come riconosce Jesús García, leader della comune e chavista convinto, attribuendone la principale responsabilità all’embargo. Qui, del resto, il Comandante non si discute: Ingrid Lucero, nel parlare di lui, si commuove ancora.

«Prima non eravamo solo poveri – racconta Jesús -, ma anche invisibili, spogliati addirittura del diritto a un documento di identità, esclusi da ogni partecipazione, tagliati fuori da ogni dinamica che potesse darci la possibilità, come poveri, di decidere sul futuro del nostro paese».

PER QUESTA RAGIONE, conquistata una nuova consapevolezza, gli invisibili di un tempo non hanno nessuna intenzione di fare marcia indietro, non essendo disposti, come avrebbe detto Eduardo Galeano, «a ritornare a Nadalandia, il paese in cui abitano los nadies», quelli che non contano niente.

De-dollarizzare le menti degli attivisti

di Marinella Correggia

Caracas

Su un grattacielo – un genere molto presente a Caracas – campeggia la pubblicità di «Petro», la valuta ancorata al petrolio introdotta dal Venezuela per de-dollarizzare l’economia.

Una mossa ancora in embrione, ma necessaria. Non si dice continuamente che il dollaro è la moneta dell’Impero, un abuso che consente agli Stati uniti di campare sulle spalle del mondo e di fare guerre?

E tuttavia, il paesaggio mentale degli stessi attivisti internazionali è dollarizzato. Ecco una piccola cronaca di quanto accadeva in questi giorni allo sportello Insular che, all’interno dell’Hotel Alba, permetteva un cambio in bolivares. Una giovane colombiana, di professione educatrice popolare – così scrive sul foglio da compilare per la richiesta –  porge 50 dollari. Domanda: «Scusa, ma in America Latina, per gli scambi e gli stessi viaggi, utilizzate tuttora il dollaro? Non potreste intanto passare all’euro in attesa del Petro o di che altro? Con tutto quello che il dollaro e gli Usa hanno fatto al Venezuela». Risposta un po’ imbarazzata: «Ma infatti non dovremmo più… e fra l’altro in Colombia gli euro si trovano. E poi accipiacchia, vedo che per gli euro ti danno 3.755 bolivares, per il dollaro 3.298!». Brava, la prossima volta pensaci.

Denis, comunista del Benin, cinque anni di carcere nei tempi più bui, ha con sé 100 dollari che devono servire per tutto il gruppo di africani dell’Ovest per qualche ricordino e una birra in città, adesso che l’assemblea è finita. Ma non vuole cambiarli tutti, solo 50… Il problema è che il resto non glielo danno e lui è in difficoltà. «Denis ma perché anche voi avete cambiato in dollari per venire qua?» «Perché ci hanno detto che qui solo dollari! Mi sarebbe convenuto, cambiare in euro…»

La cassiera conferma che la maggior parte delle persone ha cambiato dai dollari. Chissà se anche gli europei!!

Interviene una signora venezuelana, anche lei in coda: «Lavoro al ministero degli esteri e in passato a noi il viatico (per diem, ndr) lo davano in dollari; adesso in euro». Meglio di niente.

Salvador Allende: “no en mi nombre”

por Atilio A. Boron

Ariel Dorfman publicó en la edición del 21 de Febrero del 2019  de Página/12 una nota titulada “Palabras de Salvador Allende para Maduro”  en la cual imaginó los consejos que supuestamente el difunto presidente chileno le ofrecería al líder bolivariano para enfrentar exitosamente los desafíos de la actual coyuntura. A continuación, la imaginaria réplica que Allende le dirigiría a su intérprete.

Usted sabe muy bien, querido Ariel Dorfman, que soy respetuoso con los demás pero inflexible en la defensa de mi dignidad personal y la integridad de mis creencias y valores. Y usted ha abusado la confianza que le supe otorgar “imaginando” razonamientos y consejos que yo le podría dar al presidente legítimo de Venezuela que no reconozco como propios. Son suyos, y los respeto, pero no los comparto y le solicito, con amabilidad pero con firmeza, que no me los atribuya a mí. Son demasiadas las tergiversaciones que usted hace de mi pensamiento y los olvidos o silencios en que incurre en su carta. Esto me obliga a escribir estas líneas como un aporte para arrojar cierta luz sobre la enorme confusión que, desgraciadamente, hoy se ha instalado en la izquierda de nuestro país y que la induce a adoptar posturas incompatibles con su noble tradición anticapitalista y antiimperialista.

Como usted sabe, yo soy médico, y como tal nunca limité mi conducta profesional al mero estudio de las manifestaciones externas de una enfermedad. Debía, y siempre lo hice, buscar el origen, sus causas. Y lo misma actitud mantuve a lo largo de toda mi vida política. Voy al grano. En su imaginaria carta al presidente Nicolás Maduro usted dice que el “experimento chileno –llegar al socialismo por medios pacíficos– se encontraba asediado, padeciendo formidables problemas económicos, aunque nada en comparación con el desastre humanitario que aqueja a Venezuela.”  Le confieso que me sorprende que un hombre de su talento haya obviado toda mención a las causas que se encuentran en el origen de las innegables dificultades económicas que agobian a Venezuela. Y que, además, haya asumido sin beneficio de inventario la propaganda maliciosa y perversa -como la que sufrí durante mi gobierno-  que le impide preguntarse si es cierto, como lo asegura la prensa dominada por el imperialismo, que ese país quise sufre un “desastre humanitario.” Esta expresión, cargada de maligna intencionalidad política, evoca las lacerantes imágenes que hemos visto producto de la agresión norteamericana en Irak, Siria, Yemen, Afganistán o, antes, en los Balcanes. Pero nada semejante existe en la tierra de Bolívar. ¿Desequilibrio entre salarios y precios? Seguro. ¿Hiperinflación? También. ¿Especulación, acaparamiento de bienes esenciales, mercado negro como tuvimos en Chile? De acuerdo. Pero también está la ayuda alimentaria que otorga el gobierno a través de las cajas CLAP (por Comité Local de Abastecimiento y Precios) que cada tres semanas entrega a millones de familias. Esas cajas contienen diez rubros básicos de alimentación a un irrisorio costo de unos veinte centavos de dólar.  ¿Salarios bajos? Sí. Pero también precios extravagantemente bajos, de regalo, en alimentos básicos, electricidad, gas, gasolina, transporte. No obstante,  es cierto que esto no alcanza; que subsisten muchos problemas, que se cometieron errores en el manejo macroeconómico, así como que no se procedió –hasta ahora- a combatir con el rigor necesario a la corrupción que infecta tanto a los agentes económicos privados como algunos sectores del aparato estatal.  Pero hablar de “desastre humanitario” es un disparate y convalidar desde la izquierda el discurso sedicioso de la derecha. Además,  ¿cuál es el origen de este desorden?  

Su respuesta a esta pregunta es decepcionante y jamás podría serme atribuida en cuanto señala como la causa de todos estos males al gobierno bolivariano al tiempo que ignora por completo el pérfido accionar del imperialismo norteamericano. No es un dato anecdótico que en su fantasiosa reconstrucción de mi pensamiento la palabra “imperialismo”, tantas veces utilizada a lo largo de mi vida política para denunciar la prepotencia yankee en América Latina sobre todo durante mis años como presidente de Chile, brille por su ausencia. Su asimilación del  pensamiento dominante lo impulsa a equiparar la ofensiva que en mi contra desatara aquel perverso dúo conformado por Richard Nixon y Henry Kissinger con la que hoy lanzan Donald Trump, Mike Pence, Mike Pompeo, Elliot Abrams, John Bolton, Juan Cruz y compañía. Se equivoca de medio a medio. La Casa Blanca está hoy poblada por hampones y sicarios, alguno de los cuales son asesinos seriales –Abrams, ex convicto indultado por George Bush padre es el caso más extremo pero está  lejos de ser la excepción- mientras que en mi época tenía que vérmelas con reaccionarios pero no con gangsters. Además, no puede usted desconocer que los métodos de sometimiento del imperialismo, lesivos como fueron en nuestro caso, son hoy incomparablemente más virulentos y brutales. ¿No vió acaso la filmación del linchamiento de Gadafi y la nauseabunda carcajada de HIllary  Clinton al recibir la noticia? ¿Usted cree que en algún momento Nixon hizo un llamado a las fuerzas armadas chilenas para que consumaran un golpe de estado? No. Pero Trump lo hace, y esta diferencia no es una nimiedad que pueda pasar desapercibida para un hombre de su inteligencia. En nuestro gobierno nacionalizamos el cobre, la banca, vastos sectores industriales, regulamos los mercados e hicimos la reforma agraria y jamás tuvimos que enfrentar algo semejante a las tremendas “sanciones económicas” que hoy padece el gobierno de Maduro. Teníamos muchas dificultades pero podíamos importar repuestos, medicamentos, alimentos, insumos esenciales para nuestra economía; nadie confiscaba nuestros activos en el exterior como se ha hecho con total atropello a la legalidad misma de Estados Unidos y del derecho internacional en el caso de PdVSA y sus subsidiarias; pese a las tensiones con Washington comerciábamos libremente con el resto del mundo y Europa no nos cerraba sus puertas. Tampoco compartíamos una larga frontera con un país cuyo gobierno se hubiera  convertido en un “proxy” de Estados Unidos (como desgraciadamente ocurre hoy con Colombia) y desde el cual se fomentara el contrabando de bienes básicos y se destruyera nuestra moneda.  Y ni siquiera un bandido como Nixon se atrevió a emitir una orden ejecutiva como la que, para su eterno deshonor, produjera el presidente Barack Obama el 9 de Marzo del 2015 declarando que Estados Unidos se enfrentaba a una “emergencia nacional” a consecuencia de la “amenaza inusual y extraordinaria” que Venezuela representaba para la “seguridad nacional y la política exterior” de Estados Unidos. Resumiendo: el papel del gobierno de Estados Unidos y sus cómplices europeos (el oro robado por el Banco de Inglaterra es apenas un ejemplo de tantos) ha sido una causa principalísima –por cierto que no la única- para producir la crisis económica que afecta a Venezuela y las penurias de su pueblo. Bajo tales condiciones es casi imposible construir una gobernanza macroeconómica eficiente o políticas estatales adecuadas toda vez que las principales variables no están controladas por el gobierno bolivariano sino por el de Estados Unidos. ¿No le parece que estas diferencias tendría usted que haberlas considerado cuando equiparó, a la ligera, las presiones que el imperialismo aplicó hace medio siglo contra el gobierno de la Unidad Popular con las que ejerce en nuestros días sobre la Venezuela bolivariana, muchísimo más duras y demoledoras?

Habiendo establecido esta distinción pasemos a la política. Es   cierto que en mi gobierno nunca se restringieron “los derechos de asamblea y prensa, ni menos encarceló a opositores.” ¡Pero tampoco lo hizo Maduro! ¿Cómo puede acusar de tal cosa al presidente  bolivariano, cómo puede acusarlo de “dictador” –cosa en la cual desgraciadamente coinciden vastos sectores de la extraviada izquierda  chilena y latinoamericana- cuando en las sangrientas “guarimbas” del 2014 y 2017 debió enfrentarse a una oposición que quemaba vivas a personas por “portación de cara chavista”, atacaba con bombas incendiarias jardines infantiles y hospitales, destruía la propiedad pública y privada, erigía barricadas que restringían totalmente el libre tránsito de las personas, obligadas a permanecer en sus hogares y no concurrir a sus trabajos so pena de ser ajusticiadas en el acto, disparaba con armas de fuego a quienes desobedecían sus órdenes o a las fuerzas encargadas de mantener el orden público? Todo esto, además, con el aplauso de la derecha mundial y la prensa canalla elevando a la categoría de “combatientes por la libertad” a los falsos líderes “democráticos” que promovían abiertamente la violencia sediciosa. Usted que lleva décadas viviendo en Estados Unidos, ¿cuál cree que sería la respuesta de la Casa Blanca ante una situación como la que acabo de describir? ¿Consideraría como “dictador” al presidente que hiciera todo lo posible para restablecer el orden público? No hay presos políticos en Venezuela. Sí hay políticos presos, algo totalmente distinto. Es más, le aseguro que algunos de esos políticos presos, autores intelectuales de disturbios que ocasionaron centenares de muertes en 2014 y 2017, están sufriendo condenas leves en Venezuela mientras en otros países, Estados Unidos por ejemplo, estarían sentenciados a cadena perpetua o condenados a la pena capital.

En cuanto a la libertad de reunión y expresión, el “presidente encargado” Juan Guaidó –un títere sedicioso manejado a voluntad por Washington- mantuvo en la sede de la Asamblea Nacional en Caracas, a pocas cuadras del Palacio de Miraflores donde despacha el supuesto “dictador” Nicolás Maduro, reuniones periódicas con personalidades de la política y la cultura venezolanas que acudían sin ser acosados por las autoridades. Hay fotos en los cuales se testifica esto de manera irrefutable. Este mediocre impostor puede citar a conferencias de prensa, otorgar entrevistas por radio y televisión, entrar y salir del país sin ser molestado ni él ni su familia. Los dirigentes de la oposición circulan por las calles de Caracas sin ser molestados –le consta personalmente a un amigo mío que anduvo por allí estos días y tropezó con varios de sus líderes en las inmediaciones de la Asamblea Nacional- y desarrollan sus actividades políticas sin cortapisas. ¿Podía hacer eso la oposición chilena bajo la dictadura de Pinochet? ¿Se imagina usted lo que le hubiera ocurrido a quien, en medio de una intoxicación alcohólica, se hubiese encaramado a una tarima y autoproclamado “presidente encargado” de Chile? ¿O que hubiera salido al exterior y promovido una invasión de “guarimberos” contra su propio país, como en estos días se hace en el puente internacional Simón Bolívar, para luego iniciar una gira dizque presidencial por Brasil, Paraguay y Argentina en un avión de la Fuerza Aérea Colombiana? La dictadura lo hubiera apresado, torturado y ejecutado sin piedad en cuestión de días. Pero ahí anda Guaidó, jugando a ser el presidente de nada, mandando sobre nadie, ignorado y ridiculizado en su país aún por los opositores de Maduro, y contando para ello con la colaboración del turbio narcogobierno de Iván Duque que pone un avión a su disposición y la lambisconería de personajes del bajo mundo de la política latinoamericana como Mauricio Macri, Jair Bolsonaro y Mario Abdo Benítez.

Mire Ariel, hágase un favor a usted mismo: vaya a Venezuela,  alójese en un hotel de cinco estrellas y examine la grilla de canales de televisión que podrá ver desde su habitación. Allí notará la presencia de casi todos los canales internacionales que satanizan al gobierno de Maduro –CNN, Televisión Española, TV de Chile, etcétera- y la estruendosa ausencia de Telesur, la única señal televisiva que ofrece una visión alternativa a la dominante en la conspiración mediática. Y la feroz “dictadura” de Maduro nada hace para obligar a los cableoperadores a incluir en su grilla a Telesur.  En ese confortable hotel también podrá ver a una mayoría de canales nacionales despotricando permanentemente contra el gobierno? ¿Usted cree que tal cosa puede ocurrir bajo una dictadura? Pero no se quede en el hotel. Salga y camine por las calles de Caracas, o cualquier otra ciudad. Dígame si ve, como en casi toda América Latina, familias enteras durmiendo en la calle o niños pidiendo limosna o sacando comida de la basura. Por mi pasada investidura presidencial me abstendré de nombrar países en los cuales cosas como esas forman parte del paisaje cotidiano, pero usted sabe muy bien a cuáles me estoy refiriendo. Vaya a las barriadas populares de Caracas: a Petare, la 23 de Enero, métase en el metro y hable con los pasajeros. Los caribeños son muy extrovertidos y le evacuarán todas sus dudas. Criticarán al gobierno por la carestía, los bajos salarios, se quejarán de la ineficiencia en algunos sectores de la administración pública, de la corrupción en otros, pero no encontrará muchos que le digan que quieren ser gobernados por un presidente impuesto por los gringos como a diario miente la prensa concentrada, o que les vengan a quitar su petróleo y sus riquezas naturales, como explícitamente lo anunciaran Trump y Bolton. Es más, comprobará, como lo hicieron varios amigos míos recientemente, que ante la desfachatez de la agresión de la Casa Blanca el sentimiento antiimperialista y chavista se ha fortalecido considerablemente a pesar de las penurias económicas. Hágame caso: vaya, vea, hable y sobre todo escuche. Escuche a la gente y olvídese de los medios de comunicación hegemónicos, todos comprados o alquilados por el poder corporativo mundial para envenenar a la sociedad con “fake news”, “posverdades” y blindajes mediáticos que ocultan la fenomenal inmoralidad y corrupción de los supuestos salvadores de la democracia venezolana, dentro y fuera de ese país. Y olvídese también del “saber oficial” de la academia, tanto en Estados Unidos como en Europa y América Latina, que en su escandalosa capitulación se ha convertido en una agencia de propaganda al servicio de los peores intereses de las clases dominantes del imperio.

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Usted se permitió aconsejarle al presidente Maduro, en mi nombre, que haga lo que yo traté de hacer y no pude: convocar “a un plebiscito para que el pueblo decidiera el rumbo futuro de la patria. Si yo perdía, renunciaría a la Presidencia y se llevarían a cabo nuevas elecciones.” ¿No se enteró usted que entre mediados del 2017 y comienzos del 2018 se intentó llegar a un arreglo institucional en negociaciones sostenidas en Santo Domingo bajo la dirección de José Luis Rodríguez Zapatero y que en el momento de sellar el acuerdo una orden del presidente Trump hizo que los representantes de la MUD, la Mesa de Unidad Democrática de la oposición, abandonaran presurosos el recinto cuando se estaba a punto de firmar el documento final en presencia del ex presidente del gobierno español y de Danilo Medina, el presidente de República Dominicana? ¿Ignora usted que el gobierno de Estados Unidos y sus operadores dentro de Venezuela han dicho hasta el cansancio que no quieren elecciones sino la “salida” de Maduro, el tan anhelado “cambio de régimen”, a quien incluso amenazan con asesinarlo, como lo ha hecho Marco Rubio, un verdadero “malandro oficial” como diría la canción de Chico Buarque, en un infame tuit emitido recientemente. Pero suponiendo que aquel acuerdo de Santo Domingo hubiera prosperado, ¿cree usted sinceramente que la derecha y el imperialismo aceptarían el veredicto de las urnas en el más que probable caso de un nuevo triunfo del chavismo? Recuerde lo que pasó conmigo: el golpe se produjo precisamente para evitar la realización de un plebiscito que hubiera ratificado mi gestión en el palacio de La Moneda. ¿Cree que sería diferente en el caso del presidente Maduro? No se puede ser tan ingenuo.

Otra cosa: siempre fui un demócrata, pero jamás un adorador de la concepción burguesa de la democracia. He sido un marxista a lo largo de toda mi vida y, fiel a esa teoría, sé que la lucha de clases es el motor de la historia, y que sus efectos son tan irresistibles como la ley de la gravedad. Ese es uno de los más notables olvidos de su carta, a los que me refería al inicio. Sé que para la burguesía la democracia es tolerable en la medida en que no afecte sus intereses. Cuando esto ocurre la destruye sin más trámite y sin remordimiento alguno y erige en su lugar regímenes despóticos, fascistas, racistas que restauren el orden amenazado. La historia de mi gobierno comprueba irrefutablemente la omnipresencia y la excepcional gravitación de la lucha de clases. Por eso apoyé desde el principio a la Revolución Cubana, porque ví que allí nacía una nueva forma de democracia con justicia social. También supe que no era ese el modelo que se podía aplicar en Chile porque las historias, instituciones, fuerzas sociales y tradiciones políticas de ambos países eran muy diferentes. Pero rápidamente me convencí que la democracia radical, de base, instituida en la isla rebelde era tan válida como nuestra “vía chilena al socialismo.” Y por las mismas razones acepté, aun ejerciendo la presidencia del Senado chileno, ser presidente de la OLAS, la Organización Latinoamericana de Solidaridad creada por Fidel en 1967  para apoyar las luchas por la liberación nacional que se estaban librando en el Tercer Mundo, y en particular la del Che Guevara en Bolivia. Y por eso colaboré en garantizar la salida, sanos y salvos, de los hombres que acompañaron al Che en la guerrilla de Ñancahuazú así como de los seis jóvenes argentinos fugados de la cárcel de Trelew, donde estaban detenidos por su oposición armada a la dictadura reinante en ese país. Y por esas mismas razones invité a Fidel a realizar una extensa visita a Chile, que despertó los peores odios de la derecha y el imperialismo.  Por eso creo que tiene razón Maduro cuando me considera como el precursor del ciclo de izquierda relanzado en Latinoamérica con la elección de Hugo Chávez a la presidencia de Venezuela en diciembre de 1998. Y por la misma razón discrepo radicalmente con usted cuando afirma que haber sacrificado “mi vida por la democracia y una revolución pacífica es un ejemplo leal y luminoso para los pueblos sedientos de libertad y justicia social.” En política no se trata de crear santos o héroes dispuestos a inmolarse sino de construir sociedades más justas y libres, tarea ardua y erizada de peligros bajo el capitalismo y las presiones del imperialismo. Por ningún motivo le recomendaría al presidente Maduro hacer virtud de lo que en mi caso fue una desgraciada necesidad, producto de la debilidad de mi gobierno frente a la coalición reaccionaria  y de la incapacidad de la izquierda para calibrar en sus justos términos la naturaleza perversa y tiránica de los sectores oligárquicos chilenos y sus mentores norteamericanos. Mi muerte en La Moneda, como la del Che en Bolivia, fue una convocatoria a la lucha para abrir las grandes alamedas, no para fomentar el derrotismo y la resignación ante las fuerzas más retardatarias de nuestras sociedades.

Habida cuenta de todo lo anterior es que le exijo no prosiga usted hablando en mi nombre. Si todo lo que he expuesto no le resulta convincente persista en su prédica, pero hágalo a nombre propio y no en el mío. Nadie, ni aún quienes participaron en mi gobierno, incluida la dirección del Partido Socialista, del cual fui fundador, o llevan mi apellido, o participan en este lamentable extravío que afecta a vastos sectores de la izquierda chilena, construida a base de más de cien años de esfuerzos, sacrificios, cárceles y persecuciones de todo tipo, tiene derecho a bastardear el legado político que sellé con mi sangre en La Moneda. Y no puedo ocultarle el profundo dolor que me embarga al ver en esta tremenda coyuntura venezolana, cuando el gobierno bolivariano se enfrenta a un “tránsito histórico” como el que yo aludiera en mi postrero mensaje al pueblo chileno, que usted tome partido junto a los Vargas Llosa (padre e hijo), Carlos Alberto Montaner, Plinio Apuleyo Mendoza, Enrique Krauze, Jorge Castañeda y toda la derecha “bienpensante” y complaciente de Latinoamérica amparada, financiada y promovida por la NED, la Open Society Foundation y la enorme red de fundaciones y ONGs que sirven de vehículos para la dominación cultural del imperialismo. O que su nombre figure al lado de Macri, Bolsonaro y Abdo Benítez. Preferiría verlo en el otro bando, donde se agrupan quienes creen que en este momento o se está con un gobierno surgido del voto popular, que acabó con el analfabetismo, extendió como nunca antes la salud pública, entregó más de dos millones y medio de viviendas a su pueblo y recuperó las riquezas naturales de su país, ganó en 23 de las 25 elecciones convocadas desde su llegada al poder (y si tiene dudas acerca de ellas hable con Jimmy Carter que podrá ilustrarlo al respecto);  o se está con Trump y sus lacayos dentro y fuera de Venezuela y cuyo excluyente objetivo es apoderarse del petróleo, del oro y del coltan, entre otros recursos naturales estratégicos, que se encentran en demasía en territorio venezolano. Y espero que no insulte mi inteligencia afirmando que el objetivo del intervencionismo norteamericano es establecer el imperio de la justicia, la libertad, los derechos humanos y la democracia. Muéstreme un país en donde tal cosa haya ocurrido. ¿Honduras, Granada, Panamá, Brasil en 1964, Chile después de 1973? ¿Irak, Afganistán, Yemen? Lo que los mueve a propiciar este tipo de políticas de “cambio de régimen” es su afán por apoderarse de recursos naturales cada vez más escasos y posicionarse más favorablemente en el complejo tablero geopolítico internacional. Todo a costa del sometimiento de nuestros pueblos y al avasallamiento de la soberanía y autodeterminación nacionales.

Confío en que podrá usted abstraerse de las opiniones dominantes en Estados Unidos y, por proyección casi “natural” en sus países satélites de Europa y Latinoamérica y el Caribe, tan fuertemente influidas por la dictadura mediática que nos agobia en todo el mundo, y pueda someter a revisión las ideas que ha expuesto como si fueran mías y no lo son. En el pasado usted escribió algunas páginas notables que enriquecieron el pensamiento crítico latinoamericano. Vuelva a sus orígenes porque ha perdido el norte. Su imaginaria reconstrucción de mi pensamiento es una inadmisible desvirtuación de mis ideas. Por eso le reitero: diga lo que quiera, pero no en mi nombre. Y esto no es un favor que estoy pidiendo sino una exigencia nacida del respeto que merece mi trayectoria, mi coherencia  política y la vida que ofrendé por ser leal a mis ideas y a mi pueblo.

Espero fervientemente que pueda usted recapacitar y retomar el rumbo que lo llevó a acompañarme en mi proyecto de gobierno.

Atentamente,

Salvador Allende Gossens

El regreso de Guaidó y la amenaza mercenaria

por @Marco_Teruggi
pagina12

Juan Guaidó no pierde su mensaje de optimismo. Según sus palabras la transición es indetenible y es cuestión de semanas, meses como mucho. Lo repitió en cada país donde fue recibido: Colombia, Brasil, Paraguay, Argentina y Ecuador, en algunos con todos los honores como presidente encargado, en otros con más discreción. No aparece punto de retroceso que plantee un posible diálogo, repite invariablemente los tres pasos: cese de la usurpación, gobierno de transición, elecciones libres.

Esa narrativa de discursos y redes sociales contrasta con lo que debate la derecha tras las puertas. El post 23 de febrero no se desarrolla como lo esperaban los sectores que tienen como hoja de ruta el desenlace intervencionista que, con artimaña discursiva, buscan presentar como “cooperación militar”. El resultado debía ser otro: una escalada en la narrativa militar hasta ser planteado de manera abierta en el Grupo de Lima y el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Era la etapa siguiente, que debía ser justificada por la construcción de sentidos del 23, presentado como “masacre”, “quema de ayuda humanitaria”, “la raya que fue cruzada”.

Ocurrió lo contrario, una desescalada progresiva en el discurso que desembocó en Elliot Abrams, encargado para la cuestión Venezuela, afirmando que las opciones militares están descartadas. En el camino se pronunciaron en contra de cualquier salida armada gobiernos de América Latina y Europa favorables a Guaidó. El consenso quedó establecido en lo público alrededor de la solución “política e institucional”, y Bolton anunció que buscarán crear una coalición internacional para lograr la “transferencia pacífica del poder de Nicolás Maduro a Juan Guaidó”.

Se pueden buscar varias respuestas a por qué la opción fue mantener el escenario sobre las mismas variables de ataque económico, cerco diplomático y comunicacional. Una de ellas es que la operación del 23 de febrero mostró que el cuadro de fuerzas presentado no era real. Quedó al descubierto el sobredimensionamiento de la fuerza propia planteado en los discursos de Mike Pence, John Bolton, Mike Pompeo, Marco Rubio, Iván Duque, Juan Guaidó y la derecha venezolana que encabeza esta estrategia.

De la mano con eso se demostró que ni la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (Fanb) se quebró, ni el chavismo estaba en una situación de debilidad terminal. Sacar a Nicolás Maduro es más complejo que la narrativa triunfalista que plantea Guaidó en twitter y salones diplomáticos. Significa avanzar en otros pasos para los cuales todavía no hay acuerdos internacionales ni internos. Un caso, por ejemplo, es el de Brasil, donde existe un apoyo político por parte del gobierno de Jair Bolsonaro, pero las Fuerzas Armadas de Brasil no parecen dispuestas a involucrarse en un conflicto armado con Venezuela.

La combinación de elementos desembocó en dejar de lado, por el momento, la amenaza repetida de “todas las opciones son posibles”. Quienes están al mando de las operaciones parecen haber agotado una serie de cartas, han recogido los resultados de sus acciones, y plantean nuevos movimientos en cada uno de los niveles, unos en superficie, otros por debajo de la mesa. Desistir en lo público no significa hacerlo en lo privado.

El vicecanciller de Venezuela, Samuel Moncada, denunció en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas la amenaza que se gesta por debajo: “Estados Unidos está intentando armar una guerra indirecta y mercenaria con grupos irregulares y armados”.

Se trata de una amenaza que tiene elementos conocidos en Venezuela a la vez que una nueva dimensión en vista del escenario en el cual se daría. Ya en el 2014, y sobre todo en el 2017 la derecha desplegó bandas criminales y grupos paramilitares que asaltaron cuarteles, comisarías, asediaron pueblos, persiguieron chavistas, incendiaron depósitos de comida. Guardaron sus estructuras pasada la oleada, enviaron algunas a Colombia para recibir mayores niveles de entrenamiento, y realizar actos como el intento de asesinato del presidente Nicolás Maduro en agosto del 2018.

Lo nuevo es el cuadro actual de gobierno paralelo, cierre de diálogo y ofensiva final conducida de manera explícita desde Estados Unidos. Al frente de esa trama se encuentra Abrams, experto en montar operaciones de esas características, como lo fue en Nicaragua en los años ochenta. Uno de los territorios priorizados desde los cuales hacer ingresar estas fuerzas sería Colombia, como también denunció Moncada: “la conformación de un supuesto ejército de Venezuela en territorio colombiano para infiltrarse en nuestro país”.

Esa hipótesis se articula a otros puntos. Uno de ellos es la utilización que podrían hacer de los integrantes de la Fanb que han cruzado a Colombia bajo promesa de la amnistía y los 20 mil dólares ofrecidos. Seguramente no de quienes han desertado, pero sí, por ejemplo, hacer pasar comunicacionalmente a paramilitares por exintegrantes de la Fanb, o utilizar sus uniformes para realizar acciones denominadas de falsa bandera. Existe una práctica de Estado de estas acciones en Colombia: quien ha sido ascendido a Comandante del Ejército por el presidente Duque está implicado en 23 casos de falsos positivos, es decir de asesinatos de civiles haciéndolos pasar por fuerzas guerrilleras. Sucedió entre el 2002 y 2008, bajo Álvaro Uribe.

En ese contexto la vicepresidenta de Venezuela, Delcy Rodríguez, estuvo en Rusia donde brindó una rueda de prensa junto al canciller ruso Serguei Lavrov. Allí, además del respaldo explícito al gobierno de Venezuela, Lavrov denunció que Estados Unidos está “comprando armas ligeras a países de Europa del Este, ametralladoras, lanzagranadas portátiles, entre otros, para enviarlos a Venezuela (…) tratan de aumentar las tensiones para crear una situación que provocaría una explosión, un derramamiento de sangre que justificaría una intervención militar, nadie lo oculta en Washington”.

Guaidó, epicentro mediático de la estrategia, anunció que regresará a Venezuela, y convocó a concentraciones para el lunes en la mañana. El Grupo de Lima, voceros norteamericanos, han denunciado amenazas contra él. ¿Qué sucederá cuando llegue? ¿Ingresará por caminos ilegales como para su salida? El país parece cerca de ingresar en un segundo momento del asalto. Las cartas están en preparación.

Nuestra ayuda humanitaria

por Luis Britto García

Venezuela ayuda humanitariamente independizando lo que hoy son seis países, suministrando a precio vil los hidrocarburos que permiten ganar la Guerra Mundial y hacen funcionar al mundo. Desde mediados del siglo XX Venezuela se hace cargo de unos seis millones de refugiados de un país vecino, proporcionándoles gratuitamente educación, salud, seguridad social, oportunidades de trabajo y viviendas de interés social.

Apoya al mismo país vecino permitiendo que por su frontera con él se vaya en contrabando de extracción 40% de lo que Venezuela produce o importa, incluido el torrente de gasolina que mantiene la economía de aquél como primer refinador y exportador de cocaína del mundo. Desde 1998 Venezuela ayuda a las transnacionales de treinta países suscribiendo con ellos los Infames Tratados contra la Doble Tributación, por los cuales dejan de pagarnos anualmente unos 17.800 millones de dólares que nos deben en impuestos.

Venezuela auxilia desde 1970 al sector privado que intenta destruirla entregándole 695.026 millones de dólares a tasa preferencial, de los cuales 53%, unos 371.571 millones, fueron fugados del país. Ayuda Venezuela humanitariamente a empresas de maletín suministrándoles 60.000 millones de dólares a tasa preferencial para importaciones fantasmas o sobrefacturadas. Venezuela auxilia a todos los países vecinos con energía subsidiada, con la Misión Milagro, con la Escuela Latinoamericana de Medicina. Ayuda Venezuela al Bank of London depositándole 1.200 millones de dólares en lingotes de oro que los honrados banqueros se niegan a devolver; auxilia a Estados Unidos comprándole anticuadas y devaluadas refinerías de CITGO que los honestos estadounidenses se apropian sin pagar. Socorre Venezuela a los bondadosos acreedores de su Deuda Pública, pagándoles intereses -inflados artificialmente por calificadoras de riesgo como Moody´s o Standards & Poors- que entre 2013 y 2017 suman más de 17.000 millones de dólares a cambio de nada. Caritativamente apoya nuestro país a los promotores del bloqueo financiero dejando de percibir en razón de él 22.500 millones de dólares cada año. Ante la generosidad de Venezuela, paño de lágrimas del mundo, repugna que un rufián pretenda invadirla con paramilitares con el pretexto de entregar la limosna de dos camiones de alimentos. Venezuela hace el bien sin mirar muchas veces a quien.

Piccole storie venezuelane da ascoltare

di Marinella Correggia

Senza pretese di esaustività, ecco situazioni e persone incrociate per strada, in metrò, sui bus, casualmente, senza filtri né accompagnatori.

Scacco matto sotto il cavalcavia

Ruggisce il traffico sul tratto del cavalcavia prossimo alla fermata Socorro del BusCaracas: solo la mancanza di pezzi di ricambio può fermare le auto, non certo il costo della benzina visto che, anche al tempo dell’iperinflazione, 30 litri costano 2 bolivares (un euro è 3.700 bolivares). Se insegna un po’ di parsimonia il razionamento dell’acqua, certo questo incentivo al consumo dell’oro nero, benché redistribuito gratuitamente (solo a vantaggio di chi ha l’auto, però), è qualcosa di fossile. Ma chi siamo noi consumatori occidentali per eccepire?

Sotto il cavalcavia è tutt’altra vita. Lungo i due cammini pedonali in basso, oltre ai chioschi di libri usati («I prezzi variano da 200 a 1.000» risponde gentilmente il venditore, dolce volte scuro tipicamente caraibico), si apre una piazzetta dove la mattina vengono distribuite scope e sacchi agli spazzini, ma il pomeriggio, su tavoli spartani, coppie di assorti giocatori di scacchi si sfidano. Sullo sfondo di un murale con la frase di Simón Bolívar: «Gli scacchi, un gioco utile, onesto e indispensabile nell’educazione della gioventù». Ma naturalmente gli scacchisti sono tutti piuttosto in là con gli anni, tranne uno. Fra gli spettatori, il signor Angel Morillo.

Angel spiega la Misión Negra Hipólita

Accanto al murale scacchistico-educativo, la scritta Mercal. Spiega Angel: È uno dei sistemi di vendita di alimenti a prezzo basso. Due litri di olio, farina di mais, lenticchie per 200 bolivares, quando un solo litro di olio di soia sul mercato costa 2.000». Guardando i giocatori, dice: «Questo è anche uno spazio per passare il tempo insieme, mi sembra di aver visto tempo fa in un film con Stallone che anche in Italia giocano a scacchi in piazza». Veramente là sotto i cavalcavia dimorano i senzatetto… «Sì, ma qui il presidente Hugo Chávez lanciò nel 2006 la Misión Negra Hipólita per la riabilitazione delle persone della strada, soprattutto tossicodipendenti, malati psichici, disabili.»

Appartiene di certo alla categoria degli svantaggiati totali l’uomo male in arnese e scuro per il sole e la mancanza di sapone che però è ben accolto al banchetto dove per 100 bolivares una coppia vende ogni giorno il caffè, sempre a ridosso del cavalcavia, fra le bancarelle di ortofrutta – le banane oggi sono a 1.000 bolivares al chilo. L’uomo si siede sulla panchetta, tira fuori il pane da un sacchetto e lo inzuppa nel caffè, più buono di quello degli hotel, chissà perché.

Il pensatore antimperialista che vende caffè su un tavolino per strada

Il venditore di caffè e piccoli panini dolci vive nel sobborgo La Pastora: «Là sono rimaste le case antiche, non hanno costruito grattacieli». È contento di chi si porta da casa la tazzina durevole e parla volentieri commentando il giornale che ha in mano: «L’azienda petrolifera del Venezuela trasferisce la sede europea dal Portogallo a Mosca: fanno bene. E hanno concluso un altro contratto per la fornitura dei farmaci. Qui poi leggo che l’Unione europea potrà consegnare materiali al Venezuela attraverso la Croce rossa internazionale ma in condizioni di neutralità. E qui, ecco, il sindaco di Cúcuta in Colombia che chiede aiuto umanitario…». «Stanno molto peggio di qua», esclama la moglie.

Poi il marito si lancia in alcune osservazioni su quel che ci sarebbe da imparare perfino dall’Italia: «Il nostro presidente sta cercando di introdurre i distretti industriali, anche agroalimentari, ma i popoli caraibici sono un po’ pigri… voi avete avuto due guerre mondiali con una distruzione totale; darvi da fare è stato obbligatorio. In compenso, certo, noi siamo stati colonizzati, con la distruzione dei popoli originari. E ci provano ancora. Un paese come il nostro che da un lato è ricchissimo di risorse, non solo petrolio, ma oro, coltan, acqua, e dall’altro le vuole gestire per conto proprio nel cambiamento politico è nel mirino, minacce di invasione e guerra economica, sanzioni e tutto».

Ma è ottimista anche perché «il presidente Chávez ha aiutato tanti paesi, tanti popoli, tanti qui trovavano anche da ridire, ma adesso la gratitudine si vede». Legge molti libri (usati), non ha accesso a Internet né il cellulare. Ricorda che ricorre il ventesimo anniversario della guerra del Kosovo «sempre per aiutare i popoli» ed è molto interessato a conoscere dettagli dell’operazione Nato in Libia nel 2011.

Non c’è crisi, ragazza?

«Cafè, cafè» è l’universale cantilena di un ennesimo ambulante che fa avanti e indietro con due grandi thermos. Molto spiccia una ragazza che nei paraggi vende sigarette singole. Quanto costa una sigaretta? «500». Cinque volte un caffè. Allora non fuma più nessuno? «Poco, ma fumano». E come fanno con la crisi? «Quale crisi? Non c’è crisi». Ironica o che?

In Venezuela una grande fetta del lavoro è informale. Il guadagno è sempre superiore al salario minimo di 18.000 bolivares al mese. Molti riescono anche a comprare prodotti a prezzi regolati che poi rivendono a prezzi maggiorati. Intervengono inoltre il sussidio detto carnet della patria che arriva tutti i mesi alle famiglie, le distribuzioni di cibo a prezzi sovvenzionati, e i servizi sociali gratuiti.

Orrendi costosi biscotti privati, ma un farmaco che non si trova

Finché non ci si ammala di qualche malattia per la quale i farmaci non arrivano o comunque non sono disponibili: all’angolo, sempre il cavalcavia come riferimento, un venditore portoghese di cosucce inutili, dalle caramelle ai biscotti: i più economici, una porzione di quattro – quattro – biscotti incellofanati della multinazionale Puig, costano 650 bolivares (il doppio di una cassa di prodotti sovvenzionati) e sono disgustosi (c’è gente che se li fa in casa ormai). Lui ha il Parkinson e da molti mesi non trova il farmaco che prendeva per contenerlo. La sua scorta si sta esaurendo, mostra le scatole vuote di Sinemet. Sarà fra quei farmaci che dovevano essere trasportati da Iberia ma, già pagati, sono stati bloccati in Spagna? E il Venezuela non li produce? «Prima c’era un laboratorio farmaceutico, mi sembra, ma era di proprietà straniera, ha chiuso da tre anni, sono andati via».

Nuovi fornitori con nuove alleanze internazionali

La scarsità di medicine (quelle che non arrivano da paesi che non partecipano alle sanzioni) è un capitolo tutto da comprendere. A Las Acacias, in uno dei Centri Diagnostici Integrali (CDI) gestiti dai cubani in virtù dello scambio petrolio contro servizi medici, una paramedica conferma: «No, certi tipi di medicine non arrivano proprio». Non sa dire perché e siccome è sera inoltrata, non ci sono medici ai quali chiedere.

Comunque il governo venezuelano ha spiegato che vari paesi attraverso l’Onu forniranno farmaci, principi attivi e materie prime. Curiosamente lo chiamano «aiuto umanitario», benché Caracas paghi tutto. «Non chiediamo regali a nessuno», ha ripetuto il presidente anche durante la marcia del 23 febbraio.

I ragazzi nel metrò e l’educazione alla parsimonia

Nella metropolitana, affollata o meno, nessuno usa il cellulare (Paura di furti? Indisponibilità di smart-phone? Voglia di socialità? Un po’ di tutto questo), così basta una parola per suscitare un colloquio. Tre ragazzi vicino alla porta, il pretesto è chiedere il senso di un’espressione locale. «Ne abbiamo molte, ad esempio mono è sia un primate che un debito!» Da lì a parlare dei prezzi dei prodotti il passo è breve. Una sigaretta costa tantissimo, in proporzione al potere d’acquisto, non pensate che sia meglio? Così non si fuma! «Ah se è per quello anche le bibite gassate e zuccherate e varie altre cose… Però può sorgere, anziché l’educazione a farne a meno, un’ansia di consumo… la voglia che ti consuma». Quindi pensate che non appena l’iperinflazione che frena gli acquisti si calmerà, non si saranno acquisite le sane abitudini? «Succede già così, non appena una merce si trova si precipitano». Ahi.

Gli abitanti di un palazzo di classe media: Clap sì, partecipazione no

Racconta un amico: «Noi che viviamo negli edifici residenziali, anche se adesso il potere d’acquisto in euro è bassissimo, siamo dei privilegiati. E quindi quando al Consejo Comunal, l’istanza partecipativa, proposero di fare agricoltura urbana in grandi vasi e li fornirono pure, tutti si sono rifiutati di piantare. E all’inizio nessuno si iscrisse nel Consejo Comunal, adesso sono 35-40 che si sono iscritti per ricevere il pacco di alimentari a prezzo sovvenzionato, il cosiddetto Clap. Prima parlavano male del governo, poi hanno fatto perfino imbrogli per averlo. Squallidi! Pensa che il camion con i pacchi arriva all’edificio a lato. Poi dei volontari portano i 40 pacchi all’edificio con carriole. Ogni volta era difficile trovare volontari per questa minima cosa, tutti avevano sempre da fare…»

Mani artigiane e un passato da dimenticare

Non lontano da un hotel dove è presumibile soggiornino persone con denaro a disposizione, bancarelle di artigiani che fanno bijoux con materiali poveri, poverissimi. Fil di ferro, perline finte, rivestimenti di fili della luce, conchigliette. Non cercano di richiamare i passanti. Aspettano. L’acquisto di un paio di orecchini da un artigiano dalle mani sporche per aiutare la sopravvivenza è un obbligo. Ma riesce a vendere di questi tempi? «Faccio anche queste cose più luccicanti per matrimoni e simili… Italia? Ho lavorato con italiani in Colombia…» Droga? «Mmm… no… ma era un periodo nel quale mi ero perso». L’importante è ritrovarsi. Lancia un sorriso male in arnese. Vive nel barrio Catia, «venga a visitarlo».

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