Assemblea dei popoli: vita nell’epicentro Venezuela

di Marinella Correggia

Hindu Anderi, giornalista della radio nazionale, di origini libanesi come tanti cittadini venezuelani, scuote la testa sbirciando il tweet del deputato Usa Marco Rubio che ha fatto circolare un’immagine di Gheddafi insanguinato quasi a evocare una simile fine per Maduro. Poi, in uno degli enormi spazi dell’hotel Alba, sede dell’Assemblea dei popoli in corso,  comincia a intervistare il giovane Pedro Luis Portocarreno.

Invitati da tutto il mondo, o quasi

Peruviano di Lima, del Frente Patriotico Nacional, Pedro Luis è uno dei 450 invitati e delegati internazionali – quasi tutti, temiamo, a spese del governo venezuelano, compresi vari occidentali veterani del Venezuela. Gli chiede: «Il vostro governo, che nel gruppo di Lima pur respingendo un’opzione militare alla statunitense, continua a gridare alla crisi umanitaria nel mio paese e alla necessità di elezioni presidenziali, cosa fa per i suoi poveri? Mi risulta che ci siano moltissimi peruviani senza nemmeno fognature o acqua corrente». È un po’ quello che il sito Aporrea ha scritto e mostrato della città frontaliera di Cúcuta, in Colombia, da settimane centro del mondo per via del mancato transito degli «aiuti umanitari» e dove la gente vive nelle baraccopoli fra violenza e miseria.

Il giovane peruviano risponde affermando che «la popolazione non è con il governo di Lima». Stranezza: Pedro Luis non parla che spagnolo, niente lingue delle sue Ande, «ma mi piacerebbe impararle». Magari potrebbe cogliere l’occasione del 2019, Anno internazionale delle lingue indigene.

Peccato: nessun siriano, iracheno, libico, yemenita

In tutti gli interventi dei partecipanti, da qualunque paese vengano e ne  sono rappresentati ottanta, si citano quasi a ritornello vari esempi tragici da scongiurare (se la storia maestra avesse allievi, come insegnava Gramsci): l’Iraq del 2003, e ultimamente gli interventi diretti in Libia e per procura in Siria, e la tragedia in Yemen. Chissà perché nessun siriano né libico né iracheno o yemenita è presente. Volentieri avrebbero certo potuto dire più di molti altri, sugli interventi con pretesti umanitari e sui loro esiti. Fra l’altro, in tutti quei contesti, il Venezuela si impegnò moltissimo in sede Onu. Non parliamo poi degli yemeniti, «ovviamente» assenti fra i delegati del mondo arabo. Erano invece presenti giovani canadesi che abbiamo già visto alla conferenza sullo Yemen a Londra nel 2016. In quell’occasione a pagare il loro viaggio furono… organizzazioni yemenite.

Ci hanno detto che AirFrance ha sospeso i voli. Ma come mai gli altri invece c’erano? Certo, questa scelta non dipende dai venezuelani. La decisione sui partecipanti veniva dai responsabili regionali, i tunisini. Che non si può dire si siano stracciati le vesti sulle guerre in Medioriente negli anni recenti. Una cosa da appurare.

Ed ecco, fra i giornalisti venezuelani che saltano il pranzo per intervistare gli ospiti, William Gonzalez di Correo del Alba. Un bel mensile a colori che continua a uscire malgrado la penuria di carta perché… è prodotto in un paese amico, la Bolivia.

Che fare e come fare, però?

In Venezuela, «epicentro dell’attacco imperialista e quindi priorità per tutti», come evocato nelle riunioni plenarie, l’Assemblea dei popoli ha visto nel suo secondo giorno le riunioni per regione, organizzate per sviluppare piattaforme continentali di azione, se possibile, oltre alla scontata solidarietà con il paese bolivariano e alle pur belle sedute in plenaria con giuramenti di rivoluzione prossima ventura, interventi fiume, canti, belle fogge etniche e, ci pare, pochi rappresentanti di movimenti contadini. Certo, ci sono tentativi di messa in rete, come l’aggancio fra l’ecosocialismo che alcuni tentano in Venezuela e le idee di indipendenza sostenibile di cui Thomas Sankara fu paladino in Africa.

Quasi tutti hanno evocato l’importanza di contrastare la virulenza del circolo vizioso ben collaudato negli ultimi anni di guerre di aggressione: media mainstream- reti sociali- governi occidentali con i loro alleati regionali, e anche certe Ong internazionali. Ma come fare? Si rischia che il pur grande attivismo mediatico contro le menzogne e le omissioni di verità, rimanga parallelo all’altro, senza possibilità di introdurre crepe nel muro.

Si ha un bel dichiarare, qui, «respingiamo gli interventi occidentali che invocano democrazia e diritti umani ma sono all’insegna degli interessi capitalistici e di rapina» (così in molti interventi di africani): se la valanga di propaganda intorno alla «catastrofe umanitaria provocata dal dittatore che affama il suo stesso popolo e lo uccide alla frontiera per non far passare gli aiuti» non otterrà i propri suoi effetti, non sarà né per la solidarietà dell’Assemblea dei popoli né per l’impegno di contro-propaganda: ma piuttosto per due altri fattori essenziali.

Alleanze internazionali e resilienza del popolo venezuelano

Perché il popolo del Venezuela pur nelle difficoltà dovute alla guerra economica feroce, all’inflazione alimentata e alla struttura ancora troppo estrattivista del paese, pur infastidito dalla demonizzazione internazionale del governo eletto, si dimostra resiliente e nient’affatto disposto a tornare all’epoca pre-Chávez con il dominio dell’oligarchia e la main-mise statunitense. E poi, perché il governo di Caracas ha sviluppato una rete di alleanze internazionali, all’insegna della vicinanza politica oppure geopolitica.

Oppure commerciale. Ci dicono ad esempio due indiani di People’s Dispatch: «L’India ha un rapporto puramente economico con il Venezuela, nel reciproco interesse». Meglio questo che reggere la coda a «Trun» (come chiamano qui il Donald). Fra parentesi: l’India con la sua grande industria dei farmaci generici (che si avvale anche del procedimento  che bypassa giustamente i brevetti, detto del reverse ingeneering), potrebbe probabilmente sostituire le importazioni venezuelane da Big Pharma, insieme alle forniture da Cuba, visto che poi, come è accaduto in Spagna, partite di medicine occidentali già pagate sono state bloccate. Peraltro, diversi latinoamericani presenti hanno evocato la possibilità di una raccolta di farmaci di solidarietà da spedire in Venezuela, mentre un colombiano ha sottolineato l’esistenza di una medicina indigena e autoctona da rivalorizzare. «Niente di nuovo, già lo faccio per quanto possibile», dice Yoselina, partecipante venezuelana. Ha lavorato per l’organizzazione regionale Unasur, una delle creazioni di Chávez, e sottolinea come il cosiddetto «Gruppo di Lima», accozzaglia di paesi con regimi di destra che sono la stampella regionale di Washington, sia abusivo, non legale (ci ricorda in effetti i vari «Amici della Libia» e «Amici della Siria»).

Evviva yucca e arepas ma…

Le pause colazione, pranzo e cena sono sempre bene accette e piuttosto lunghette in questo genere di raduni. Una piccola, gradita sorpresa: qui il cibo non si spreca, come scandalosamente accadeva in altri paesi aggrediti dall’Impero e oggetto quindi di delegazioni e conferenze di solidarietà con la partecipazione di internazionali (e prima o poi un’osservazione su questa solidarietà sovvenzionata andrà fatta). Niente self-service, ricetta sicura per piatti stracolmi e poi mangiati solo a metà. Sulla terrazza dell’hotel Alba, vista sui grattacieli, allungano porzioni molto caute. Del resto domenica mattina, aprendo la conferenza, Joao Pedro Stedile, riferimento del Movimento Sem Terra del Brasile e mente e cuore dell’Assemblea (la propose due anni fa al presidente Maduro ottenendone un sì entusiastico), ha evocato fra l’altro l’ingiusto «mondo di abbondanza e penuria dove si produce una volta e mezza il cibo che viene consumato, ma un terzo si spreca perché i ricchi ne hanno troppo, e i poveri non lo possono comprare».

E tuttavia, chi non mangia carne si chiede perché non si abbondi piuttosto con due cibi locali, deliziosi ed economici – a differenza di pollo e animali vari: la yucca, un tubero dolce cucinato con erbette, e le arepas, sorta di panini di farina di mais. Più yucca meno pollo per favore! Più arepas meno riso bianco! Più acqua del rubinetto (se proprio volete, filtrata), meno bottigliette (che nell’Assemblea a differenza della strada abbondano). Altra stranezza: a partire dal secondo giorno, spariti i bicchieri di succhi di frutta seppure piuttosto diluiti, ha fatto il suo ingresso la Cocacola.

Di necessità, scorte

Nota su Caracas. A soggiornare in una casa di amici anziché negli hotel dei partecipanti all’Assemblea, si capisce qualcosa in più della realtà; solo qualcosa però. Ad esempio che in palazzi di decine di piani in un quartiere centrale, tutto sommato residenziale di Caracas, l’acqua può mancare per giorni (anche Internet, ma francamente passa in secondo piano). «È un’avaria», dicono i vicini. La mancanza di pezzi di ricambio produce questi risultati. Allora si fanno due scorte parallele. Una per l’acqua da bere e da cucinare, riempiendo pentole quando il rubinetto è generoso. L’altra in bagno, dove campeggia un enorme bidone nero di plastica, tipo quello per i rifiuti.

A proposito: i rifiuti. Non se ne producono moltissimi e sono tutti indifferenziati. Li ammucchiano sotto i lampioni ma la sera verso le 21 passano i camion e ritirano tutto, la città è molto più pulita di Roma.

Ciò che è pubblico e ciò che è privato

Nel percorso a piedi verso l’Assemblea si coglie il contrasto fra quanto è fornito dallo Stato ed è gratuito o molto a buon mercato, per esempio il busCaracas, la metropolitana e gli autobus per gli studenti, e quello che è venduto da privati: nelle vetrine, un dulcito costa l’equivalente in bolivares di un euro, il formaggio 3 euro; prezzi inarrivabili per i venezuelani sotto inflazione, che ricorrono ai pacchi a prezzi calmierati e che benedicono il cosiddetto Carnet de la Patria, un contributo in denaro che arriva indistintamente a tutti e di più a chi è in difficoltà.

Ecco, a poca distanza dal cavalcavia sotto il quale non dorme nessun senzatetto, un signore che vende il Correo del Orinoco, foglio pubblico: solo 100 bolivares, in proporzione quanto un quotidiano per uno stipendio medio in Italia. Costa meno di una singola sigaretta, infatti non fuma più nessuno o quasi.

Per il resto, il «coprifuoco di fatto» di cui si parla per le ore serali a causa del rischio di essere rapinati o uccisi, non è stato percepito in tre giorni di lunghi tragitti a piedi al centro. Semmai è il traffico a essere pericoloso.

Maduro isolato nel palazzo…

Mentre su uno smartphone si poteva leggere su siti italiani un articolo con frasi di questo tenore: «Maduro isolato nel suo palazzo», ecco che il detto Maduro prendeva parte, a un teatro quasi all’aperto, al centro di Caracas, all’incontro con centinaia di persone da oltre 80 paesi, partecipanti all’Assemblea dei popoli. E, dopo aver evocato i 5.000 minori in carcere negli Usa per essere figli di migranti illegali, senza rilevanti condanne internazionali, mostrava i video sui guarimberos al confine, «mercenari di Colombia e Venezuela assoldati per entrare. Ecco perché abbiamo dovuto chiuderla». Intanto, alcuni colombiani presenti (un bus intero non ho potuto passare la frontiera) urlavano Colombia bolivariana.

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