Socialismo o imperialismo a Caracas, è qui la lotta

L'immagine può contenere: 1 persona, testodi Claudia Fanti – Il Manifesto

CARACAS.- In Venezuela si sta scrivendo una pagina di storia decisiva per «l’indipendenza, la sovranità e la libertà della Patria Grande» come pure per il futuro dei popoli di tutto il mondo. È questo il messaggio rivolto dalla vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez agli oltre 400 delegati dell’Assemblea internazionale dei popoli in solidarietà con la rivoluzione bolivariana e contro l’imperialismo, in corso a Caracas fino al 27 febbraio.

SE L’OFFENSIVA USA contro il Venezuela bolivariano è iniziata non appena Chávez ha assunto il potere – come ha evidenziato, in apertura dell’Assemblea, anche la sindaca di Caracas Erika Farías, ricordando ogni singolo ostacolo posto dall’impero sul cammino rivoluzionario – è nell’ordine esecutivo firmato da Obama nel 2015, in cui si definisce il Venezuela come una minaccia alla sicurezza degli Stati uniti, che si può individuare, secondo la vicepresidente, «il primo germe di un intervento militare».

Caracas, 23 febbraio. In piazza a sostegno del governo bolivariano (Afp)

Da allora l’assedio è proseguito incessantemente, fino al grottesco «spettacolo», recitato da «pessimi attori», che ha preso il via quando un deputato semisconosciuto è sceso in piazza ad autoproclamarsi presidente ad interim, contando sul sostegno di Trump e di quello che la vicepresidente definisce come «cartello di Lima». Uno spettacolo continuato con «la truffa» dei presunti aiuti umanitari, che, ha sottolineato Delcy Rodríguez, il governo è riuscito per ora a sventare. Ma non è finita, l’obiettivo è ora «dare vita, nel quadro del gruppo di Lima, a una coalizione in grado di intervenire militarmente in Venezuela». Tuttavia, ha proseguito, «noi siamo pronti», nella consapevolezza che «il socialismo non cadrà dal cielo», che «nessuno ce lo regalerà», che «bisognerà conquistarlo giorno dopo giorno».

 

E CHE IL VENEZUELA sia l’epicentro di una lotta – apparentemente impari – tra imperialismo e socialismo lo ha evidenziato anche l’indiano Vijay Prashad, direttore dell’Instituto Tricontinental, ricordando quanto sia forte attualmente la tendenza a credere che non ci sia «nient’altro che questo incubo», dal momento che «è più facile immaginare la fine della terra che la fine del capitalismo». Ma se «la morte di quelli che sognano è più accettabile della morte dell’ordine che favorisce la proprietà e i privilegi», il presente risulta così «intollerabile» che non resta che affidarsi nuovamente «alla necessità delle nostre lotte» per «distruggere il vecchio ordine che distrugge il mondo».

 

È in questo quadro che la battaglia in corso in Venezuela risulta determinante: come ha sottolineato il leader del Movimento dei senza terra João Pedro Stédile, «se l’impero distruggerà la rivoluzione bolivariana, avrà inflitto alla classe lavoratrice una sconfitta che peserà per anni, ma se saremo noi a riportare la vittoria si aprirà allora una nuova stagione di lotta».

 

UNA BATTAGLIA in cui le forze popolari devono lottare per uscire dall’invisibilità a cui sembra condannarle l’egemonia del capitale: come denuncia il venezuelano Hernán Vargas della segreteria operativa di Alba Movimientos, la forte e ininterrotta capacità di mobilitazione del popolo chavista – di cui la grande marcia che ha avuto luogo a Caracas il 23 febbraio ha offerto solo l’ultimo di una lunga serie di esempi – viene sistematicamente ignorata dai grandi mezzi di comunicazione. Proprio come viene accuratamente oscurato «il progetto socialista che il Venezuela sta costruendo nell’orizzonte del potere popolare» e di una «sociedad comunal», un modello di società comunitaria, solidale ed egualitaria.

Venezuela Bolivariano: Vademecum anti-Golpe

di Gianmarco Pisa 

La Repubblica Bolivariana del Venezuela affronta, dallo scorso mese di gennaio, una fase di ulteriore escalation del «golpe continuato» avviato dagli Stati Uniti, con il sostegno, a vario titolo, degli Stati membri dell’Unione Europea e l’attivo appoggio delle «quinte colonne» interne, vale a dire i settori più oltranzisti, violenti ed eversivi, delle opposizioni di destra e anti-chaviste, espressione dei segmenti più ricchi e reazionari della popolazione venezuelana, legati agli interessi del grande capitale nord-americano, già più volte, e a più riprese, resisi responsabili di gravi atti di sabotaggio e di violenza terroristica di strada (le ben note «guarimbas») che, negli anni, hanno provocato più di cento morti, migliaia di feriti e devastazioni, spesso ai danni, persino, di scuole, ospedali, autobus.

L’escalation del «golpe continuato»

Si tratta, come detto, della fase più acuta di un «golpe continuato» che va avanti da tempo, parte integrante di una strategia complessiva, di destabilizzazione e di rovesciamento violento del governo legittimo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, iniziato sin dalla vittoria presidenziale di Hugo Chávez (1998), condotto sin dalla costituzione del governo bolivariano (1999) e in ragione dell’orientamento in senso patriottico, socialista e antimperialista, della Rivoluzione Bolivariana, a maggior ragione all’indomani della dichiarazione, da parte dello stesso Hugo Chávez, del carattere
democratico e socialista del processo bolivariano (2005).

Non bisogna dimenticare, infatti, che già nel 2002, un golpe violento aveva cercato di rovesciare Chávez, che, anche in seguito, tentativi di attentati e «colpi di mano» sono stati portati avanti dalle forze legate all’imperialismo, e che la stessa strategia della «guerra economica» è parte di un piano complessivo, volto allo strangolamento dell’economia produttiva e alla riduzione alla fame della popolazione venezuelana, con l’obiettivo, peraltro sempre fallito, di provocarne una sollevazione contro le autorità bolivariane.

Questa strategia eversiva ha registrato una ulteriore escalation, a partire dal 2015, con la dichiarazione, da parte del presidente statunitense Barack Obama, del Venezuela Bolivariano come «minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti», accompagnata alla messa in atto, da parte del Dipartimento di Stato USA, di una aggressiva campagna politica, volta a condizionare i propri alleati nella regione e, soprattutto, gli alleati NATO in Europa, a ridurre le relazioni politiche e diplomatiche e ad interrompere i normali scambi economici e commerciali con il Venezuela, con l’obiettivo di causarne l’isolamento internazionale e di aggravare le condizioni di vita della popolazione venezuelana e l’approvvigionamento di beni di prima necessità, dai farmaci di base ai prodotti alimentari.

Successivamente, ulteriori tappe di questa stessa escalation, sotto la nuova presidenza di Donald Trump, sono state, a partire dal 2017, l’ulteriore inasprimento della guerra economica, del sabotaggio economico e del blocco finanziario ai danni del Venezuela Bolivariano, esteso dagli Stati Uniti a tutti gli alleati regionali ed atlantici, a partire dal Canada, e da diversi Paesi dell’Unione Europea, che ha comportato sempre maggiori difficoltà per il Venezuela non solo nel reperimento di beni e servizi nel mercato internazionale, ma anche nell’accesso agli ordinari canali di finanziamento sui mercati finanziari, e, a partire dal 2018, la sistematica provocazione di confine, in particolare con la Colombia e con il Brasile, dove si sono verificati incidenti di frontiera e si sono
anche registrati tentativi illegittimi, non autorizzati, di immissione nel Paese di beni e prodotti provenienti dai mercati occidentali, sotto false vesti di «aiuti umanitari», con l’obiettivo di diffondere presso l’opinione pubblica occidentale l’idea che in Venezuela sia in corso una crisi umanitaria ed il governo venezuelano si opponga alla distribuzione umanitaria. Viceversa, l’ONU ha attestato che non esiste alcuna crisi umanitaria in Venezuela e diverse agenzie internazionali hanno riconosciuto che tali sedicenti aiuti, anche per le forme con cui sono veicolati, non possono essere considerati né possono essere trattati come aiuti umanitari.

«Cambio di regime» e «paradigma umanitario»

Quello che è in corso, quindi, nel contesto del «golpe continuato» e nella strategia del «regime change», il rovesciamento di un governo legittimo, ma ostile agli interessi statunitensi nella regione, è un progetto eversivo in cui si sovrappongono tutti gli elementi che hanno caratterizzato la strategia dell’imperialismo, anche con interventi militari «sedicenti umanitari», nel corso degli ultimi trent’anni. Intanto, la guerra economica volta al sabotaggio e al blocco commerciale, con l’obiettivo di affamare la popolazione e di provocarne una sollevazione contro le autorità legittime,
innescando una spirale di caos, disordine e violenza, facilmente strumentalizzabile per attivare un intervento «umanitario» spendibile come «pacificatore» o restauratore dei «diritti umani violati da un regime tirannico contro una popolazione inerme» (come più volte accaduto, peraltro, nel corso degli ultimi anni, dalla Jugoslavia di Slobodan Milošević alla Siria di Bashar al Assad).

Quindi, la guerra mediatica, imponendo, da parte dell’imperialismo, una «agenda informativa» volta a presentare il “dittatore” di turno, di volta in volta, come responsabile di gravi violazioni dei diritti umani (anche quando violenza di strada e, persino, atti di terrorismo sono provocati dalle opposizioni anti-governative, come nel caso attuale del Venezuela, con i casi, ampiamente documentati, delle «guarimbas», delle violenze di strada e dei sabotaggi diffusi) o del peggioramento delle condizioni di vita della popolazione (anche quando è in corso, come in Venezuela, un blocco economico provocato proprio dagli USA e dai loro alleati) per “giustificarne”, presso le opinioni pubbliche, la rimozione, anche violenta o perfino militare.

Infine, l’attivazione del «paradigma umanitario», volto ad innescare il circuito, mediatico e politico, dell’intervento militare di carattere umanitario (che maschera gli interessi e le finalità di una vera e propria aggressione di natura imperialistica) e dell’attivazione, politica e sociale, di agenzie umanitarie e organizzazioni internazionali la cui agenda, mascherata da compiti sedicenti umanitari anche quando non è in corso alcuna verificabile crisi umanitaria, è in realtà interamente orientata alla destabilizzazione e al cambio violento delle autorità costituzionali, a fianco di settori dell’opposizione interna (anche in questo caso, i precedenti della Serbia e del Kosovo, dell’Ucraina e dell’Iraq sono ampiamente esemplificativi).

Non è un caso che il «paradigma umanitario» si accompagni spesso alla traccia di un vero e proprio «golpe istituzionale» in cui il ricorso a settori corrotti dell’establishment politico e la strumentalizzazione della dialettica politico-istituzionale diventano pretesto per opzioni interventiste e vere e proprie ingerenze eversive.

I «contenuti di legittimità» del processo bolivariano

L’accusa, attualmente rivolta al presidente legittimo, Nicolás Maduro, di avere «esautorato il parlamento», è destituita di fondamento, dal momento che omette di ricordare che, dopo le elezioni parlamentari del 2015, la Corte Suprema (il Tribunale Supremo di Giustizia) dichiarò nulla l’elezione di quattro deputati, tra i quali tre dell’opposizione al governo, e ciononostante la maggioranza parlamentare, in mano alla opposizione, decise di non sottostare alla deliberazione, insediando ugualmente i tre deputati, ponendosi, di conseguenza, secondo un successivo deliberato, in situazione di oltraggio alla Corte e rendendo nulle le deliberazioni parlamentari, in quanto, appunto, illegittimamente costituito. In linea con la Costituzione Bolivariana, le successive elezioni del 2017 hanno eletto anche una Assemblea Nazionale Costituente, per aggiornare la Costituzione Bolivariana, Assemblea Costituente che si pone oggi come massima espressione legislativa nel Paese.

Il Venezuela è, infatti, una repubblica presidenziale di carattere federale, costituzionalmente basata su cinque poteri indipendenti: il Potere Esecutivo (il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e svolge funzioni di Capo di Stato e di Capo di Governo), il Potere Legislativo (rappresentato dalle articolazioni parlamentari), il Potere Giudiziario (rappresentato dal Tribunale Supremo di Giustizia), il Potere Elettorale (rappresentato dal Consiglio Nazionale Elettorale) e il Potere Cittadino (composto dal Difensore del Popolo, dal Pubblico Ministero Generale e dall’organo costituzionale di Controllo Generale della Repubblica).

Secondo la Costituzione, attualmente in vigore, il Venezuela è uno «Stato democratico e sociale di diritto» (art. 2), in cui «la Costituzione e le leggi definiscono i compiti degli organi che esercitano il Potere Pubblico, ai quali devono sottostare le attività che realizzano» (art. 137), e in cui il potere di iniziativa legislativa spetta «al Potere Esecutivo Nazionale; alla Commissione Delegata e alle Commissioni Permanenti; ai componenti della Assemblea Nazionale, in numero non inferiore a tre; al Tribunale Supremo di Giustizia, quando si tratti di leggi relative all’organizzazione e ai procedimenti giudiziari; al Potere Popolare, quando si tratti di leggi relative agli organi che ne fanno parte; al Potere Elettorale, quando si tratti di leggi relative alla materia elettorale; agli elettori in numero non inferiore allo 0.1% degli iscritti nel Registro Civile ed Elettorale; al Consiglio Legislativo, quando si tratti di leggi relative agli Stati» (art. 204 della Costituzione).

La Costituzione Bolivariana in vigore è stata approvata con un referendum popolare costituzionale (15 dicembre 1999) cui hanno partecipato quasi cinque milioni di venezuelani e venezuelane, con quasi il 72% di voti a favore. Inoltre, dal 2004, il Venezuela ha adottato un sistema elettorale automatizzato e trasparente, riconosciuto da migliaia di osservatori internazionali e dal “Centro Carter”, basato su tre livelli: il suffragio elettronico, il suffragio fisico e la possibilità di controllare le procedure elettorali sia prima sia dopo il voto. Dal 2004, con tale sistema elettorale, sono state
organizzate in Venezuela ben 19 elezioni, due delle quali, tra l’altro, perse dal chavismo. Si tratta di una ulteriore verifica della falsità delle accuse al Venezuela Bolivariano di essere una “dittatura”.

Le conquiste sociali della Rivoluzione Bolivariana

Sotto il profilo politico-sociale, il Venezuela Bolivariano rappresenta, altresì, una «alternativa pratica» al paradigma neoliberista, soprattutto in relazione alla distribuzione della ricchezza prodotta per finalità di inclusione sociale e di progresso sociale. Grazie ai piani sociali delle grandi missioni bolivariane, infatti, il Venezuela è oggi il quinto paese al mondo con il più alto numero di studenti iscritti all’università in rapporto alla popolazione, con più di 2.5 milioni di iscritti (prima della Rivoluzione erano solo 785 mila).

Come risultato della Rivoluzione Bolivariana, nel 2005 l’UNESCO ha dichiarato il Venezuela «Paese libero dall’analfabetismo» e dal 2000 ha riconosciuto due nuovi (su quattro totali) patrimoni mondiali dell’umanità, beni culturali e paesaggistici di importanza universale.

Oggi, oltre l’82% della popolazione venezuelana è coperta dal Sistema Sanitario Nazionale, il Venezuela è diventato il quinto paese della regione con il maggior numero di medici, e il tasso di alfabetizzazione, nella fascia di età di riferimento 15-24 anni, è pari al 99%. Entro la fine del 2019, grazie alla Grande Missione «Vivienda Venezuela», il governo arriverà alla consegna di tre milioni di case a basso costo per i più bisognosi. Come attestato dalle Nazioni Unite, la Repubblica Bolivariana del Venezuela è stato uno dei primi Paesi a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, in particolare nella lotta per sradicare la fame e la povertà estrema, la quale è passata da un tasso del 12% prima della Rivoluzione a un tasso attuale, in Rivoluzione, del 4.5%, così come per garantire l’educazione primaria e universale.

Ancora secondo le agenzie internazionali, sempre nel Venezuela Bolivariano, il coefficiente di Gini, che misura il livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi, è pari oggi a 0.40, mentre, prima della Rivoluzione, era pari a 0.49. Secondo i dati della Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi, il Venezuela e l’Uruguay hanno le migliori percentuali nel subcontinente in termini di distribuzione della ricchezza.

Inoltre, ispirata ai principi bolivariani e socialisti di inclusione sociale, unità e indipendenza dei popoli latino-americani, nonché autonomia ed autodeterminazione del proprio sviluppo economico e sociale, la Rivoluzione Bolivariana è stata e continua ad essere protagonista di una strategia di unità dei popoli latino-americani, concorrendo da protagonista alla costruzione di format e assisi regionali di ispirazione anti-imperialista, contrari quindi alla tradizionale politica interventista e alla strategia del «patio trasero» («cortile di casa») storicamente perseguita dagli Stati Uniti: basti ricordare la costituzione dell’ALBA (la Alleanza Bolivariana per le Americhe) dal 2004, l’ALBA e i TCP (i Trattati di Commercio dei Popoli) a partire dal 2005, l’UNASUR (la Unione delle Nazioni Latino-
Americane) dal 2008, la CELAC (Comunità degli Stati Latino-Americani e Caraibici) dal 2010 e, ancora, la «Petrocaribe», per lo scambio solidario a partire dalla risorsa petrolifera, a partire dal 2005.

Il «gioco del capitale» e la guerra per le risorse

La politica di solidarietà internazionale, unita alla «diplomazia di pace» del governo bolivariano, insieme con la particolare ricchezza di risorse, sia energetiche sia di biodiversità, del Venezuela sono alcune tra le ragioni principali della costante minaccia cui è sottoposto il Paese da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Il Venezuela ha la più grande riserva di petrolio al mondo (300 miliardi di barili); è l’ottavo Paese del pianeta con le maggiori riserve di gas naturale (1.5 trilioni di metri cubi); ha 14 miliardi di tonnellate di ferro, 7 miliardi di tonnellate di oro, 10 miliardi di tonnellate di carbone, 6 miliardi di tonnellate di bauxite; e, ancora, coltan per l’elettronica e torio per l’energia pulita; acqua ed energia idro-elettrica, biodiversità.
 
La strategia, con la minaccia dell’uso della violenza armata, di rovesciamento del  governo legittimo in Venezuela, dettata da vari interessi economici e strategici, costituisce quindi una grave violazione e un crimine internazionale, dal momento che si pone in violento contrasto con il rispetto del principio di pari diritti e di autodeterminazione dei popoli (art. 1.2 della Carta delle Nazioni Unite); il rispetto per l’uguaglianza sovrana degli Stati (art. 2.1 della Carta); l’obbligo di ogni Stato di astenersi dalla minaccia di uso della forza e dall’uso della forza contro uno Stato (art. 2.4 della Carta); il rispetto dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica degli Stati (art. 2.4 della Carta); e la non ingerenza negli affari interni degli Stati (art. 2.7 della Carta).

Violando questi principi, gli Stati Uniti e i loro alleati regionali e occidentali mettono a repentaglio il diritto alla pace e alla sicurezza dei popoli, il diritto allo sviluppo e il pieno godimento dei diritti umani. La difesa delle autorità legittime del Venezuela Bolivariano e della pace e della sicurezza del popolo venezuelano sono quindi anche difesa dei principi della Carta delle Nazioni Unite e delle norme fondamentali del diritto e della giustizia internazionale, oltre che dei principi di pace, solidarietà e fratellanza tra i popoli del mondo.

(VIDEO) Messaggio di solidarietà dal Donbass con il Venezuela bolivariano

Il combattente internazionalista statunitense nel Donbass Russell “Texas” Bentley manda il suo messaggio di solidarietà alla resistenza antimperialista del popolo e del governo bolivariano.
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Mensaje de Solidaridad a la República Bolivariana de Venezuela de Russell Bentley (“Texas”), desde la República Popular de Donetsk

Russell Bentley más conocido como “Texas”, es originario tal cual como lo dice su apodo del estado de Texas, específicamente de la ciudad de Houston en EE.UU. y en el año 2014 se unió a las milicias del Donbass para pelear en defensa de la República Popular de Donetsk contra los grupos ukrofascistas de la junta de Kiev. Actualmente es corresponsal y también activista humanitario para en la RPD.

(VIDEO) Padre Numa Molina ci spiega cosa accade in Venezuela

Visto che i nostri media sono un po’ distratti, a intervistare il padre Numa Molina, che non ha bisogno nemmeno di un interprete che ci faccia la traduzione, perché parla italiano, ci pensa la nostra inviata da Caracas Marinella Correggia all’Assemblea Internazionale dei Popoli. 

Ovviamente padre Numa Molina non è un inveterato bolscevico mangiabambini – come da immaginario dei seguaci di Trump e compagnia – bensì è un normalissimo prete cattolico venezuelano, cristiano apostolico romano della chiesa di Roma del signor papa detto Francesco.

Lo si può ascoltare qui con facilità.

Washington: de fracaso en fracaso

por Atilio A. Boron

El pasado fin de semana fue terrible para la Casa Blanca y sus impresentables capataces del sur del río Bravo, el apropiadamente llamado “Cartel” de Lima dada la estrecha vinculación que algunos de los gobiernos que lo integran mantienen con el narcotráfico, especialmente el colombiano y, antes del advenimiento de López Obrador, el de Peña Nieto en México. El sábado los estrategas estadounidenses decidieron organizar, para el 23 de Febrero, un concierto con algunas de las celebridades consagradas por la industria musical maiamera. El evento atrajo a unas 25.000 personas, la décima parte de lo esperado, divididas jerárquicamente en dos categorías claramente demarcadas. El sector VIP donde fueron a parar presidentes –Duque, Piñera, Abdo Benítez-  ministros y jerarcas del  Cartel y, doscientos metros más atrás (sic!) el resto del público. (ver: https://www.laiguana.tv/articulos/438246-concierto-aid-live-fotos-tarima-vip-publico-general/) El organizador y financista del espectáculo fue el magnate británico Richard Branson, un conocido evasor de impuestos y acosador sexual que contrató a una serie de cantantes y grupos de derecha entre los cuales Reymar Perdomo, “El Puma” Rodríguez,  Chino, Ricardo Montaner, Diego Torres, Miguel Bosé, Maluma, Nacho, Luis Fonsi, Carlos Vives, Juan Luis Guerra, Juanes, Maná y Alejandro Sanz, que compitieron con fiereza para ver quién se llevaba el Oscar el lambiscón mayor del imperio. 

Este concierto se suponía que crearía el clima necesario para facilitar el ingreso de la “ayuda humanitaria” preparada en Cúcuta por los estadounidenses y sus sirvientes del gobierno colombiano. Pero no fue así, y por varias razones. Primero, porque tal como lo afirmara la Cruz Roja,sólo puede enviarse ese tipo de ayuda, cuidadosamente fiscalizada (cosa que no se hizo, además) si el gobierno del país que va a recibir cargamento lo solicita. En el mismo sentido se explayó el Secretario General de la ONU, Antonio Gutérrez. Y, segundo, porque el gobierno bolivariano no lo hizo porque sabía muy bien que Estados Unidos utiliza esa “ayuda” para introducir espías, agentes encubiertos disfrazados de médicos y asistentes sociales y para-militares en el territorio de sus enemigos y, por supuesto,  no iba a consentir esa movida. Además, si efectivamente la Casa Blanca tuviera un interés genuino en ofrecer una ayuda para aliviar los sufrimientos de la población venezolana tiene en sus manos un recurso mucho más sencillo y efectivo: levantar las sanciones con las cuales ha estado agobiando a la República Bolivariana; o abolir el veto que imponen a las relaciones comerciales internacionales; o devolver los enormes activos de las empresas públicas de ese país confiscados, en un acto que sólo puede calificarse como un robo, por decisión del gobierno de Donald Trump o de autoridades como las del Banco de Inglaterra que se apropió del oro venezolano depositado en su tesoro valuado en algo más de 1.700 millones de dólares. La rabiosa reacción de la derecha ante el fracaso de la operación “ayuda humanitaria” fue tremenda. El propio narcopresidente Iván Duque saludaba desde las alturas del puente internacional a las bandas de delincuentes contratados para producir desmanes mientras preparaban sus bombas molotov y aceitaban sus armas. Cuando ante la firme resistencia de civiles y militares bolivarianos se consumó el fracaso del operativo norteamericano el lumpenaje, protegido por la Policía Nacional de Colombia, tomó al puente por asalto y procedió a incendiar a los camiones que traían la “ayuda humanitaria”. Como era previsible, la prensa culpó del hecho al gobierno venezolano: ahí están las fotos publicadas por toda la canalla mediática mundial con el correspondiente epígrafe satanizando la barbarie chavista y ocultando a los verdaderos responsables de la barbarie. (ver video sobre el tema en: https://youtu.be/fxTDm11_rmE) Mientras tanto,  en perfecta coordinación, los ocupantes de una tanqueta de la policía bolivariana arremete contra las vallas que había en el puente para facilitar la “espontánea” deserción de tres policías buscando asilo en la tranquila y próspera Colombia.  La prensa, empero, nada dijo de los atentos “directores de escena” que, desde el lado colombiano del puente, les indicaban a los desertores cómo debían actuar, por donde entrar,  qué decir y les gritaban “¡levanta el arma, levanta el arma!” para que quedara en evidencia que eran policías o militares bolivarianos que huían de la “dictadura” de Maduro. Todo esto está rotundamente documentado en un video que, por supuesto, la “prensa seria” se ha cuidado muy bien de reproducir. (ver https://twitter.com/OrlenysOV/status/1099505029663412224?s=19)

En resumen, un fiasco diplomático descomunal e  inocultable que, para desgracia de la tropa comandada por Trump sería apenas el preludio de otro aún peor.

Nos referimos a la tan publicitada reunión del Cartel de Lima en Bogotá, que para su eterno deshonor fue presidida por el Vicepresidente de Estados Unidos, Mike Pence, cosa de que quede bien establecida la naturaleza patriótica y democrática de la oposición venezolana. El vice de Trump llegó a Bogotá para reunirse, en patética demostración de la vertiginosa declinación del otrora enorme poderío estadounidense en la región, con un grupo de segundones . En otras épocas, la llegada de un emisario de altísimo nivel de la Casa Blanca hubiera desatado un arrollador “efecto manada” y uno tras otros los nefastos presidentes neocoloniales hubieran corrido en tropel para llegar lo antes posible al besamanos oficial. Pero los tiempos han cambiado y Pence sólo pudo estrechar manos con su desprestigiado anfitrión y con el cómico bufón del magnate neoyorkino, el autoproclamado “Presidente Encargado”  Juan Guaidó. El resto eran gentes de rango inferior:  cancilleres e inclusive vice-cancilleres que con las mejores caras de circunstancias escucharon, con fingida solemnidad, la lectura del acta de defunción del plan golpista estadounidense y, casi con seguridad, del propio Cartel de Lima, habida cuenta de su comprobada inutilidad. El documento, leído con desgano y en medio de un clima deprimente, volvía todo a fojas cero y re-enviaba la cuestión al laberinto sin salida del Consejo de Seguridad de la ONU. Un fracaso gigantesco del gobierno de Estados Unidos en un área que algún troglodita del norte llamó no sólo su “patio trasero” sino su “puerta trasera”.  Los plazos para la “salida” de Maduro (primero planteados por Pedro Sánchez, desde Madrid y luego reiterados por Trump, Pompeo, Pence, Bolton y todos los hampones que hoy se cobijan bajo las alas del presidente norteamericano) se disiparon como una vaporosa niebla matinal bajo el ardiente sol del Caribe venezolano. No sólo eso, ante las evidentes muestras de la declinación  del poder imperial los lacayos neocoloniales optaron por ponerse a salvo del desastre y en un gesto inesperado declararon su oposición a una intervención militar en Venezuela. Los bravos guerreros del sur percibieron que en sus propios países una intervención gringa en Venezuela -aún bajo la infructuosa cobertura de una operación de “fuerzas conjuntas” con militares colombianos o de cualquier otro país- sería impopular y les ocasionaría serios costos políticos y optaron por salvar sus expuestos pellejos y dejar que Washington se encargara del asunto.

¡Qué puede hacer ahora Trump? Víctima de su verborragia y la brutalidad de los torvos gangsters que lo asesoran y aconsejan, ¿extraerá ahora a la última carta del mazo, la opción militar, esta que siempre estuvo sobre la mesa? Difícil que un personaje como él admita tan impresionante derrota diplomática y política sin un gesto violento, una puñalada artera. Por lo tanto, no habría que descartar esa posibilidad aunque creo que la probabilidad de una invasión estilo Santo Domingo 1965 o Panamá 1989 es muy baja. El Pentágono sabe que Venezuela no está desarmada y que una incursión en tierras de Bolívar y Chávez no sería lo mismo que la invasión en la inerme Granada de 1983 y  ocasionaría numerosas bajas entre los invasores.  Escenarios  alternativos: (a) provocar escaramuzas o realizar bombardeos tácticos en la larga e incontrolable  frontera colombo-venezolana; (b) subir un escalón y atacar objetivos militares dentro del territorio venezolano, desafiando empero una represalia bolivariana que podría ser muy destructiva y alcanzar, inclusive, las bases que EEUU tiene en Colombia o las que la OTAN tiene en Aruba y Curazao; o (c) sacrificar a Juan Guaidó, desecharlo debido a la inutilidad de toda la maniobra, y culpar del magnicidio al gobierno bolivariano. Con esto se buscaría crear un clima mundial de repudio que justificaría, con la ayuda de la prensa canalla, una operación militar de vasta envergadura. Claro que esta sería una jugada de altísimo costo político porque la credibilidad que tendría el gobierno de Estados Unidos ante un hecho de este tipo es igual a cero. Si Washington hizo estallar al acorazado Maine en la Bahía de La Habana en 1898 (enviando a la muerte de 254 marineros) para justificar la declaración de guerra contra España y quedarse con Cuba; si para entrar en la Segunda Guerra Mundial el presidente Franklin D. Roosevelt consintió en permitir que la Armada Imperial Japonesa atacara “por sorpresa” a Pearl Harbor en diciembre de 1941 ocasionando la muerte a unos 2500 marineros e hiriendo a otros 1300,  ¿quién podría creer que si algo malo le sucede a Guaidó, que nadie desea, el culpable podría ser otro que el gobierno de Estados Unidos? Los próximos días comenzará a develarse esta incógnita. Lo cierto, sin embargo, es que por ahora toda la operación golpista pergeñada por los hampones de Washington ha ido de fracaso en fracaso.

 

Miedo al socialismo

por Pasqualina Curcio

Fue el mensaje central del reciente discurso de Donald Trump ofrecido en Miami a propósito de sus intenciones y desespero por entrar en territorio venezolano.

No es nuevo ese miedo. En un discurso ofrecido en Houston el año 1991, Margaret Thatcher dijo:

“La URSS es un país que supone una seria amenaza para el mundo occidental. No me estoy refiriendo a la amenaza militar; en realidad esta no existía. Estoy hablando de la amenaza económica. Gracias a la economía planificada y a esa particular combinación de estímulos morales y materiales, la URSS logró alcanzar altos indicadores económicos. El porcentaje de crecimiento de su PIB es prácticamente el doble que en nuestros países. Si añadimos a esto los enormes recursos naturales de los que dispone, son más que reales las posibilidades que tiene de expulsarnos del mercado mundial”.

Continuó confesando la Dama de Hierro: “Por eso siempre hemos adoptado medidas encaminadas a debilitar la economía de la URSS y a crear allí dificultades económicas. Por desgracia y pese a todos nuestros esfuerzos, durante un largo período, la situación política en la URSS siguió siendo estable.”

Se trata del mismo temor que se lee en los documentos desclasificados, cuando Nixon ordenó a Kissinger derrocar el gobierno de Allende para “evitar que un modelo como el socialista se consolide y muestre sus logros”.

Es el mismo pavor que sentía Obama cuando nos declaró “amenaza inusual y extraordinaria” y no precisamente porque tengamos armas.

El actual inquilino de la Casa Blanca y también vocero de los grandes capitales repitió sin descanso que el socialismo es sinónimo de pobreza, de miseria, de tiranía, de totalitarismo, de dictadura. Dijo que es la causa de la situación que atravesamos los venezolanos. Es tanto el temor que lo invade que prometió a los norteamericanos que “jamás habrá socialismo en EEUU”. Algo debe estar ocurriendo al interior de su país para lanzar tal amenaza a su pueblo.

Les aterra un modelo que a pesar de que apenas transita hacia la igualdad, logró disminuir desde el 2003 la pobreza extrema y estructural en 67% (en 2003 era 13,2%, hoy es 4,3%), la tasa de mortalidad infantil en 64%, la desnutrición de menores de 5 años en 24%, permitió erradicar el analfabetismo en Venezuela, entre muchos otros.

Entran en pánico ante la consolidación de un modelo que habiendo sido sometido a todas las pruebas de sabotaje generándonos pérdidas alrededor de US$ 130 mil millones los últimos 5 años, con bloqueos financieros, embargos comerciales y ataque a la moneda por más de 3500 millones por ciento de manipulación de su precio, Venezuela sigue siendo, según la CEPAL, el país menos desigual de la región, distribuye alimentos a 6 millones de hogares, construye más de 2,5 millones de viviendas, no ha cerrado una sola escuela ni un centro de salud, el 100% de los viejitos reciben su pensión, y todo esto en paz.

El miedo y el desespero son tales que descaradamente el presidente de los EEUU, personalmente, chantajeó y amenazó a la Fuerza Armada Nacional Bolivariana instándola a violar nuestra Constitución y a avalar un golpe de Estado aprobando la usurpación del poder por parte de quien, sin ser electo por el pueblo, se autoproclamó Presidente de la República en medio de una plaza.

No es el socialismo la causa de lo que ocurre en Venezuela, por el contrario ha sido justamente este modelo que coloca en el centro al ser humano y no a los capitales el que ha permitido resistir ante la embestida y los enormes esfuerzos del imperialismo norteamericano para debilitar la economía, generar desestabilización social y derrocar la revolución bolivariana.

No es el modelo socialista que busca la igualdad, la justicia social y la inclusión de las mayorías el que requiere valerse de regímenes totalitarios y tiranos para consolidarse. Por el contrario, es el capitalismo el que, para proteger y maximizar los intereses de las minorías dueñas de los capitales necesita someter y reprimir a las grandes mayorías asalariadas para que no se rebelen contra un sistema que los explota y empobrece, aunque en el discurso, y con el apoyo de los medios de comunicación, los disfracen de democracias.

Profundicemos el modelo socialista. Es el momento, pero sobre todo es la garantía para derrotar la despiadada y criminal guerra no convencional contra el pueblo venezolano y así avanzar hacia la verdadera independencia económica y por lo tanto política. Parafraseando a la Thatcher, si añadimos a esto los enormes recursos naturales de los que disponemos, son más que reales las posibilidades que tenemos de vencer.

Por cierto, el miedo es libre.

L’ABC sulle minacce di invasione al Venezuela che i media non spiegano

di Anika Persiani

Il Governo degli Stati Uniti ha vissuto, nel mese scorso, lo Shutdown più lungo della storia, lasciando 800 mila dipendenti statali senza stipendio. Oltre ai senza tetto, ai “roulottari” e a coloro che vivono nelle fognature.

Il governo degli Stati Uniti, da diversi anni, vuole risolvere il problema della povertà in Venezuela, paese dove – dice Trump – la gente vive con pochi dollari al mese per colpa di un tizio – Nicolas Maduro – che vuole sterminare il suo popolo.

In Colombia c’è un altro tizio, venezuelano, di nome Juan Guaidó. Juan Guaidó è uscito da pochi giorni dal suo paese, del quale sostiene di essere Presidente dopo essersi autoproclamato tale, a bordo di un elicottero delle Forze Armate Colombiane per andarsi a fare un giretto oltre confine. È da precisare che Colombia e Venezuela hanno rotto pure i rapporti diplomatici, ufficialmente.

L’appendice della storia che dura da diversi anni, si è iniziata a scrivere il 23 gennaio scorso quando, proprio in mezzo di strada, il passeggero della Forza Aerea Colombiana ha preso in mano la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela ed ha giurato come Presidente, montando addirittura su un palco allestito con tanto di altrettanti signori in attesa del conferimento di un potere. Roba che manco in Pocahontas.

A Caracas, però, non si è smosso niente e le legittime istituzioni continuano ad essere istituzioni legittime.

L’autoproclamato ha passato queste settimane chiedendo all’esercito di obbedire a lui come nuovo comandante in capo, ricevendo in cambio, tecnicamente, una pernacchia strategica; ha continuato a giocare un gioco non propriamente suo, chiedendo nuovamente aiuto a quei militari delle Forze Armate Venezuelane, cercando di incontrarli e convincerli a tradire quell’altro Presidente, quello eletto il 20 maggio scorso che siede nel Palazzo di Miraflores, offrendo loro di tutto. E, davanti ad un ennesimo NO, è poi arrivato a dipingerli come corrotti e criminali nelle sue dichiarazioni davanti alla Comunità Internazionale. No, non è finita qua: in una sorta di corner, last minute, quando si è reso conto che il suo gioco era squilibrato e che chi gli aveva disegnato lo schemino si era sbagliato di brutto, ha proposto, sempre ai militari, addirittura un’amnistia. Amnistia per cosa, non si è capito. E siccome anche ‘sti soldati, patrioti, non hanno capito per cosa avrebbero dovuto esser assolti e, soprattutto, da chi, gli hanno fatto un’ulteriore pernacchia, dichiarandosi fedeli alla patria ed al governo di Caracas. Il ragazzotto perso, ma proprio perso, è quindi arrivato a chiedere alla macchina bellica statunitense di attaccare quello stesso esercito con il quale aveva tentato di trattare per farsi riconoscere come legittimo Presidente, al posto di quell’altro che, come abbiamo detto, siede nel Palazzo di Miraflores. Come nella migliore scenografia di un film hollywodiano.

Pare sia una sorta di moda autoproclamarsi, per i venezuelani. Da quel che si è saputo, anche un gruppo di pellegrini, nel bel mezzo di una cena in un ristorante chic di Miami, si è autoproclamato Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela; un senatore degli Stati Uniti si è autoproclamato Capo delle Forze Armate Venezuelane, arrivando pure a minacciare le stesse Forze Armate delle quali voleva diventare leader; un segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) si è autoproclamato Ambasciatore del Venezuela e lo stesso Segretario Generale del suddetto organismo si è autoproclamato Presidente di tutti gli stati membri, dicendo che il governo di Caracas era stato espulso dall’Assemblea dell’OEA. Ora: essendo la stessa Organizzazione degli Stati Americani composta da 35 stati, per escludere la Repubblica Bolivariana del Venezuela dalla confederazione, si sarebbero dovuti avere 24 voti favorevoli alla sua espulsione. Ce ne sono stati solo 18 e l’Ambasciatore che rappresenta Caracas, Samuel Moncada, continua a sedere sulla stessa sedia, a parlare ed illustrare (anche molto bene) il tentativo di colpo di Stato, non riuscito. Il resto, cicce. Ma in tutto questo caos non dobbiamo perdere di vista il punto, ossia: il Governo degli Stati Uniti è “amico” della Colombia e la aiuta in base agli accordi fatti dai Presidenti che si sono succeduti e, per questo, gli aiuti umanitari li manda via terra invece che via mare, nonostante Caracas vanti uno dei porti commerciali, quello della Guaira, abituato a mercantili di consistenti dimensioni, ed un aeroporto internazionale, scalo fondamentale per il traffico aereo dell’America Latina.

La Colombia è uno dei paesi con il più alto tasso di mortalità infantile, di analfabetismo e di delinquenza e, guarda caso, è l’icona degli interessi di famiglie ‘ndranghestiste e dei cartelli della droga ed ha ben 8 basi militari statunitensi. Ed una posizione geografica, come il Venezuela, che è un regalo lasciato dalla deriva dei continenti; osserva due mari, due fronti continentali a nord e a sud, e perfino il traffico commerciale di Panamá, pochi chilometri a nord. E controllerà quello futuro, che si svilupperà nel Canale che si sta costruendo in Nicaragua grazie agli investimenti cinesi, e che cambierà, non poco, le regole del commercio internazionale.

Il Governo degli Stati Uniti critica un paese che, da sempre, nei peggiori Bar di Caracas e nei peggiori barrios (sobborghi tipo favelas), oltre a bere il Rum Pampero, vede persone che si prodigano a raccattare gli scarti di cibo dai cassonetti delle zone “Inn” metropolitane o a spararsi il fine settimana, secondo il cliché importato del Far West che non era propriamente parte del bagaglio culturale degli indigeni locali, più avvezzi ad accordarsi per contrabbandare oro e minerali in una sorta di prostituzione verso gli Stati Coloniali.

Come, del resto, succede in tutte le megalopoli latinoamericane e nordamericane che, già dagli anni venti, sono esplose demograficamente e non hanno importato propriamente architetti, medici o Professori di antropologia.

Con tutti questi problemi continentali, quello più importante pare essere Maduro. Un presidente che, a sua volta, ha a che fare con soggetti di svariata natura che girano con bombe carta che costano qualcosa come venti dei loro stipendi, che passano giorni e giorni per strada a manifestare lamentando il fatto che i figli non hanno di che campare. Ecco, con tutto il rispetto per la storia sindacale europea, c’è da chiedersi: ma questi qua, in piazza per mesi e con i figli che muoiono di fame in casa, come portano un piatto di riso ai loro cari se stanno, belli e determinati, nelle piazze ad incendiare edifici ed autoveicoli? Sono veramente dei genitori così “snaturati”? I loro datori di lavoro gli fanno qualche speciale contratto che non prevede il licenziamento per assenza continua dal posto di lavoro? Il Governo li sussidia in qualche modo per farsi massacrare, oppure qualcuno li paga di più di quello che guadagnerebbero presentandosi, ogni mattina, dietro ad una scrivania, ad un banco di vendita o in una fabbrica? Oppure hanno risorse economiche date da quella speculazione che, per anni, hanno fatto sulla moneta locale, che gli permette di non aver bisogno di darsi da fare per procurarsi quel cibo che dicono manchi nel paese?

Ma, agli occhi del mondo, questi signori sono i poveri che gridano contro un signore baffuto di nome Nicolás Maduro; peccato che i poveri siano quelli che scendono con le bandierine e le magliette rosse e che, da questi governi che si sono succeduti, composti non proprio da luminari dell’economia, qualche vantaggio come le case popolari, l’assistenza sanitaria gratuita (seppur con una grossa crisi per l’assenza di farmaci e ricambi per i macchinari ospedalieri che sono soggetti a sanzioni internazionali), gli studi superiori accessibili a tutti e qualche altro vantaggio, lo abbiano avuto. Per carità, non è che il governo del Partito Socialista Unito del Venezuela sia l’icona dello sviluppo economico, diciamo pure che di errori, mi pare evidente, ne commetta abbastanza e ne abbia commessi, in questi anni, anche di molto gravi. A partire dalla mancata produzione di generi di prima necessità e allo sviluppo di un’economia basata sempre e solo sui barili di petrolio da esportare. Ma perché, se nel paese già ci sono gravi disagi, li si devono accentuare sanzionando persone tanto povere per farle morire, in nome del diritto internazionale? Perché questa tecnica assurda, che prevede la sofferenza di milioni di persone, che si chiama politica delle sanzioni economiche?

Comunque, per tornare a quel tizio di nome Juan Guaidó, c’è da dire che il Governo USA lo ha prontamente riconosciuto. E questo perché ha studiato proprio alla George Washington Accademy, si è formato sotto le ali protettrici di uno di quegli stessi signori che stanno a capo del Fondo Monetario Internazionale, una di quelle istituzioni che le sanzioni le formulano, le applicano e le portano avanti come sistema bellico: un economista venezuelano, sconosciuto ai più, di nome Luis Enrique Berrizbeitia.

Il Fondo Monetario Internazionale che, negli ultimi anni, non ha mai espresso nessun disappunto mentre centinaia di migliaia di venezuelani con doppio conto corrente (dei quali uno venezuelano ed un altro a Miami, Panama, Madrid, Madeira, Toronto, Bogotà e mille altri posti ignoti della terra), speculavano sulla loro stessa moneta (il Bolivar), applicando la vecchia pratica dei cambisti a nero, favorendo la svalutazione monetaria e arricchendosi sempre di più. Con tasso di cambio stabilito sulle pagine web di Monitordolar.ve o di Dolar Today, maneggiate (apparentemente) da misteriosi signori. Praticamente, volendo cambiare cento dollari in bolivares, si pagava una commissione più o meno del 10 per cento (quando si trattava solo di trasferimento bancario), per arrivare al 40 per cento, nel caso si volessero acquistare dei soldi in contanti. Un accumulo di divisa estera che diventava una riserva di valore immensa ogni qual volta si ri-svalutava la moneta venezuelana. Una riserva che consente, ad oggi, di comprare appartamenti, risorse energetiche, materie prime e pure pezzi di paese, a chi la detiene.

Ecco. Questi misteriosi signori sono quelli che manifestano nelle piazze, da almeno 6 o 7 anni, accusando il governo di non fare l’interesse del popolo perché non li lascia trafficare con le loro compravendite di prodotti che poi ributtano sul mercato a prezzi più che decuplicati rispetto al costo di produzione. Chiaro: il Venezuela è ancora uno stato capitalista, soggetto all’economia di mercato. E se si hanno i soldi per comprare enormi quantitativi di prodotti, in una economia di mercato, nessuno lo può proibire.

C’è da ribadire mille volte che il Venezuela non è paese socialista con i burocrati socialisti che controllano un’economia pianificata, è uno stato capitalista che sta cercando di fare le riforme per diventare socialista.

I poveri venezuelani, quelli invisibili che, nel frattempo, in questi anni, si sono iscritti ad un’anagrafe, hanno avuto un’identità, vogliono una prospettiva che non è rimasta solo quella di coltivare papaya o di fare gli sciuscià nei centri cittadini.

I poveri venezuelani sono arrivati a dire la loro, attraverso un semplice meccanismo democratico che si chiama elezione. Ed hanno eletto, fra i 6 candidati dei 16 partiti che si sono presentati il 20 maggio scorso alle elezioni anticipate (volute dall’opposizione), Nicolás Maduro.

In un paese dove, in venti anni, ci sono state venticinque chiamate alle urne e dove, fino ad oggi, pare che nessuno avesse mai lamentato niente, i risultati sono stati:

Maduro 67,84%
Henri Falcon (oppositore dell’Avanzata Progressista) 20,93%
Javier Bertucci (come indipendente) 10,82%
Reinaldo Quijada (dell’UPP89) 0,39%

Gli altri due (Luis Ratti e Visconti Osorio) hanno ottenuto numeri da prefisso telefonico. Ecco: dato che la matematica non è un’opinione, in queste percentuali, dovremmo collocare la quantità dei voti dei seguaci del Signor Juan Guaidó, che sostiene di avere la maggioranza assoluta nel paese. Sicuramente ce l’ha: all’estero, dove i venezuelani, o i venezuelani oriundi, vogliono la testa di Maduro. E si fanno sentire, forte, anche per la loro possibilità economica di sviaggiare in lungo ed in largo per il globo terrestre (possibilità che i poveri non hanno) per dialogare con i governi e con gli stati che in Venezuela metterebbero ben volentieri le mani sulle riserve petrolifere e minerarie. Governi che pressano per il riconoscimento del ragazzo della George Washington Accademy e dei corsi fatti, da Belgrado a Langley, per fomentare rivoluzioni colorate e prendere il potere.

Ma la cosa da non dimenticare, soprattutto in Italia (paese che vanta il maggior numero di migranti nel paese caraibico), è che coloro che vanno ascoltati e tutelati sono gli italiani residenti oltreoceano e non i venezuelani residenti nel nostro bel paese. Attenzione: gli italiani, non gli oriundi con doppia cittadinanza che, come spiegato qualche paragrafo prima, hanno doppio conto corrente e hanno tutto l’interesse a speculare sul cambio monetario. E il nostro paese, per primo, non dovrebbe permettere le ingerenze degli altri governi in un processo di trasformazione economica che solo in Venezuela, i cittadini ed i residenti, hanno diritto di scegliere o revocare. Giusto o sbagliato che sia.

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