Voci dalle strade di Caracas 23feb2019

L'immagine può contenere: 26 persone, persone che sorridono, folladi Marinella Correggia

Davanti ai tamburi di guerra, a Caracas la vita si svolge normalmente, non si respira affatto aria di guerra, ma il popolo bolivariano è mobilitato in permanenza. Del resto due milioni di persone si sono “arruolate” nella milizia bolivariana, pronte a difendere il paese…

La manifestazione chilometrica del 23 febbraio: Maduro è proprio solo!

Un mare di magliette e berretti rossi. Giovani di… tutte le età hanno sfilato in una manifestazione chilometrica sotto il sole; a percorrerla tutta dal fondo alla cima, ci si rendeva conto della pacifica allegra fermezza del popolo bolivariano. Invincibile, probabilmente. «Ecco il popolo di Chávez, che non è morto ma è diventato milioni» diceva una donna, mentre un attivista con gli occhiali truccati da occhi di Chávez reggeva un cartello «L’Onu fermi l’aggressione al Venezuela».

Maduro dal palco

In un lungo discorso dal palco, apparentemente senza particolari misure di sicurezza, il presidente Maduro, annunciando fra l’altro la rottura delle relazioni diplomatiche con la Colombia, ha detto fra l’altro: «Contro tutto questo odio, vogliamo la pace, ma con l’indipendenza»; «Trump vuole usare gli aiuti umanitari per invaderci? Siamo noi a difendere il diritto internazionale che vieta l’ingerenza, e i diritti umani»; «Sì, c’è crisi, ma abbiamo forse ridotto le misiones sociali, abbiamo forse tolto le pensioni, eliminato i sussidi alimentari?»; «Che succederebbe se la marionetta Guaidó e i suoi arrivassero a governare qui? Ve lo immaginate?».

Ramon, spagnolo, argomenta intorno all’odio

Ramon partecipa all’Assemblea dei popoli. Durante la manifestazione, argomenta così: «L’odio contro i poveri, qui in Venezuela, mi ricorda quello che mi raccontavano i miei nonni della Spagna durante la guerra civile: la Repubblica introdusse una serie di diritti per tutta la popolazione: scuola, voto, sindacati, e le classi superiori svilupparono un grande odio contro questi poveri che, organizzati dai sindacati iniziano a ottenere diritti che la classe media vive come una certa perdita del suo potere nella società. Succede anche qui in Venezuela in questi anni; l’odio non viene nemmeno dai capitalisti più potenti, quelli sono a Miami, ma è la classe media stessa». «Quando Chávez arriva alla presidenza, per la prima volta nella storia del Venezuela dà carte di identità, quindi un’identità, a otto milioni di persone che non l’avevano, non potevano avere un conto in banca, non potevano votare, non avevano alcun diritto di sussidio statale. Lo Stato negli anni Cinquanta e Sessanta aveva introdotto l’università gratuita, ma solo la classe media andava all’università, il popolo no. Con Chávez, hanno dovuto dividere anche le classi scolastiche con il popolo. Non gli è piaciuto.»

Solidarietà internazionale

Sta partendo la brigata di giovani Che Guevara, centinaia di presenze da 40 paesi che hanno visitato realtà di resilienza a Caracas e non solo, per una settimana. Oggi 23 inizia l’Assemblea dei popoli, con partecipanti da molti paesi. Si svolge all’hotel Alba. Totale mancanza di controlli (alle borse e simili). Come fanno a proteggersi?

Centro Cultural La Estafeta

Il Centro Culturale La Estafeta (La staffetta) si chiama così in onore delle staffette che durante gli anni ’60 e ’70 lavoravano con i movimenti clandestini. È stato proiettato il video “Tutto sarà dimenticato?”, sulle guerre di aggressione dal 1991 a oggi. La Estafeta ha ottenuto i locali dall’amministrazione pubblica. Si svolgono attività, anche per i bambini, c’è il bar e il negozietto dove si vendono prodotti venezuelani (abiti, quaderni), ma l’ottima mooncup è importata dalla Colombia. «Dovremmo farla qui in Venezuela, accidenti!» dice Yekuana, che a 25 anni è stata viceministro per la donna.

Cuba in Venezuela

Cubano, Ernesto Wong Maestre dell’associazione Tricontinental informa che i suoi concittadini hanno raccolto tre milioni 600mila firme contro le minacce statunitensi al Venezuela, membro dell’alleanza Alba. Sono 40mila i cubani che lavorano qui, nel settore medico, educativo e agricolo; L’Avana fornisce anche medicine. E, per parlare di un paese vicino che non è certo amico (la Colombia gioca un po’ il ruolo della Turchia nella vicenda siriana), Wong sottolinea un fatto che si dimentica: «In Venezuela vivono, e ricevono gli stessi benefici pubblici dei venezuelani, quasi cinque milioni di colombiani. Il 10% delle case popolari è stato assegnato a loro.»

Eliana, incontrata nel bus

«Faremo di tutto per non finire come la Siria, come la Libia» dice Eliana mentre, scesa dall’enorme e affollatissimo – ma sempre gratuito – BusCaracas, si dirige alla fermata La Hoyada della metro. Là si sono radunati donne e uomini con la camicia rossa chavista. Eliana riconosce e saluta, fra le magliette rosse, una delle fondatrici del Banco de desarrollo de la mujer, dove lei lavora. Nella metropolitana, il signor Andrade, famiglia di origine portoghese che coltiva patate a Mérida, nella zona andina spiega perché in questo periodo di emergenza il servizio è gratuito: «per aiutare un po’ la gente, in questa crisi». Sui mezzi pubblici, niente accaniti lettori di smartphone: lo hanno in pochi, ed esibirlo non va bene.

Il Clap

Per strada, bancarelle di frutta e generi alimentari a prezzi quasi europei. Non è lì che fanno acquisti le persone con un salario minimo di 18.000 bolivares: i pacchi alimentari mensili o bisettimanali forniti dal Clap, sistema pubblico che raggiunge 6 milioni di famiglie con la distribuzione affidata ai condomini, costano solo 500 bolivares, anche se non bastano a tutto.

Ecosocialismo o guerra

All’università bolivariana, l’agroecologo Miguel-Angel Núñez è relatore a una conferenza su «Ecosocialismo e guerre»: «Un altro modello di civiltà, come quello che con tanti errori e limiti siamo cercando di costruire, è l’antidoto alla guerra totale permanente. E non dobbiamo abbandonare questa idea neanche nell’emergenza, mentre contro il Venezuela è in corso una guerra ibrida».

(Segue)

Venezuela, una nueva batalla de Stalingrado

Ph. Marinella Correggia, Caracas 23feb2019, Marcha por la Paz

por Atilio Boron 

El imperio parece dispuesto a todo. Amenaza, ruge, insulta, extorsiona, sabotea, miente, difama, moviliza a su tropa latinoamericana y europea, gobernantes que dan verguenza y que son repudiados por sus pueblos convertidos de la noche a la mañana en vestales y custodios de la democracia, la libertad, la justicia y los derechos humanos. Pero hasta ahora no han podido, y la voluntad de las organizaciones chavistas y su gobierno ha sido indoblegable. Necesitamos TODA LA SOLIDARIDAD INTERNACIONAL QUE SEA POSIBLE.

Si esta brutal ofensiva de un gobierno como el de Trump que ha proseguido y profundizado la política seguida por Barack Obama, “el progre” -en realidad, un “nigger Tío Tom” como los afroamericanos caracterizan a los de su etnia que piensan y actúan como los esclavócratas que los oprimieron por siglos- que preparó el terreno para la agresión actual al emitir una orden presidencial declarando que Venezuela era “una amenaza inusual y extraordinaria a la seguridad nacional y la política exterior de los Estados Unidos, (y) declaro por medio de la presente una emergencia nacional a los fines de hacer frente a dicha amenaza.”

Esta aberrante declaración abrió la puerta a la brutalidad de Trump, menos sofisticado que su predecesor pero igualmente identificado con el proyecto imperial norteamericano que no sólo se propone reapoderarse de Venezuela sino también de Cuba, acabar con el sandinismo en Nicaragua y con Evo en Bolivia y retornar al continente a la situación en que se encontraba en vísperas de la revolución cubana. NO PODEMOS PERMITIR QUE TAL COSA OCURRA. Tantos años de luchas, de sacrificios, de torturas, cárceles, exilios, de vidas ofrendadas altruístamente para construir una nueva sociedad no pueden ser arrojados por la borda ante la prepotencia de la Casa Blanca. Por eso NO HAY OTRA ALTERVATIVA QUE VENCER, que derrotar al imperio que, como decía Martí, sólo reconoce al “derecho bárbaro, como único derecho: esto será nuestro porque lo necesitamos”. Necesitan el petróleo, el oro y el coltan de Venezuela y serán capaces de perpetrar cualquier crimen con tal de conseguirlos.

Por primera vez desde el momento más álgido de la Guerra Fría Estados Unidos se siente amenazado. Pero lo de ahora es más grave, porque no es tan sólo un país quien le preocupa (anteriormente era la URSS) sino la enorme convulsión del tablero geopolítico mundial que ha visto surgir nuevos y poderosos centros de poder (China, Rusia, India, Turquía, etcétera) ante el cual EEUU no tiene respuestas: o apelar a la violencia o amenazar con ella. Es un tigre cebado porque perdió en Afganistán, perdió en Irak, no han podido con Irán, perdió en Siria, está perdiendo en Yemen y su única victoria, horrible, inmunda por sus mentiras y su crueldad, fue Libia. Quieren otra, en Nuestra América. Pero no la van a conseguir. Serán derrotados. Ya lo están siendo diplomáticamente. Ya también comienzan a retroceder en el terreno mediático porque su proliferación de “fake news” carcomen su credibilidad. Habrá que mantener la cohesión y el espíritu combativo para infligirles la derrota definitiva que demuestre que Nuestra América ha comenzado a transitar por el camino de la Segunda y Definitiva Independencia.

(Panamá, Aueropuerto Tocúmen, en marcha hacia Venezuela, 22 Febrero de 2019)

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