I ‘cambiamenti di regime’ a matrice Usa: una nota storica

L'immagine può contenere: 16 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertodi James Petras

Mentre gli Stati Uniti si sforzano di rovesciare il governo venezuelano democratico e indipendente, il resoconto storico del loro interventismo in Latino-America, per quanto riguarda le conseguenze a breve, medio e lungo termine, risulta composito.Cominceremo con l’esaminare le conseguenze e l’impatto dell’intervento statunitense in Venezuela nell’ultimo mezzo secolo. Ci rivolgeremo quindi a esaminare il grado di successo e fallimento dei‘cambiamenti di regime’promossi dagli Stati Uniti in tutta l’America Latina e nei Caraibi.

Venezuela: risultati e prospettive 1950-2019

Durante il decennio post-Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, lavorando con la CIA e il Pentagono, hanno portato al potere regimi autoritari e clientelari in Venezuela, Cuba, Perù, Cile, Guatemala, Brasile e molti altri paesi.

Nel caso del Venezuela, gli Stati Uniti hanno sostenuto una dittatura militare di quasi un decennio (Perez Jímenez), all’incirca tra il 1951 e il 1958. La dittatura fu rovesciata nel 1958 e sostituita da una coalizione di centro-sinistra durante un breve periodo di transizione. Successivamente, gli Stati Uniti hanno rivisto la loro politica, e hanno abbracciato e promosso regimi di centro-destra guidati dai democratici cristiani e sociali, che si sono alternati al governo per quasi quarant’anni.

Negli anni ’90 i regimi clientelari degli Stati Uniti erano putridi per la corruzione; di fronte a una profonda crisi socio-economica furono scalzati elettoralmente dal potere e sostituiti da un governo indipendente, anti-imperialista, guidato dal presidente Chávez. L’elezione libera e democratica del presidente Chávez ha resistito e sconfitto diversi ‘cambiamenti di regime’ guidati dagli Stati Uniti nei due decenni successivi. Dopo l’elezione del presidente Maduro, sotto la direzione degli Stati Uniti, Washington ha montato il macchinario politico per un nuovo cambio di regime. Washington ha poi lanciato, a briglia sciolta, un colpo di stato nell’inverno del 2019. Il resoconto dell’intervento americano in Venezuela è misto: un colpo di stato militare a medio termine è durato meno di un decennio; i regimi elettorali diretti dagli Stati Uniti sono stati al potere quarant’anni; sono stati sostituiti da un governo populista anti-imperialista, che è stato in carica per quasi 20 anni. Oggi è in atto un golpe virulento, diretto dagli Stati Uniti.

L’esperienza del Venezuela con i ‘cambi di regime’indica una consolidata capacità degli Stati Uniti di controllo a lungo termine, se può rimescolare la sua base di potere da una dittatura militare a un regime elettorale, finanziato attraverso il saccheggio del petrolio, sostenuto da un esercito affidabile e ‘legittimato’, alternando partiti politici clientelari che accettano la sottomissione a Washington.

I regimi clientelari degli Stati Uniti sono governati dalle élite oligarchiche, con poco spirito imprenditoriale e tenute in vita dalla rendita statale (entrate petrolifere). Strettamente legate agli Stati Uniti, le élite dominanti non sono in grado di assicurare la lealtà popolare. I regimi clientelari dipendono dalla forza militare del Pentagono, il che costituisce anche la loro debolezza.

I ‘cambi di regime’ in una prospettiva storico-regionale

La costruzione di governi-fantoccio è un obiettivo strategico essenziale dello stato imperiale degli Stati Uniti.I risultati variano nel tempo, a seconda della capacità dei governi indipendenti di riuscire nel processo di costruzione nazionale.La costruzione di fantocci a lungo termine da parte degli Stati Uniti ha avuto maggior successo nelle piccole nazioni dalle economie vulnerabili.Il colpo di stato guidato dagli Stati Uniti in Guatemala è durato oltre sessant’anni – dal 1954 al 2019. Le principali insurrezioni popolari indigene sono state represse tramite i consulenti e gli interventi delle forze armate statunitensi.

Un simile successo nella costruzione di governi-fantoccio americani si è verificato a Panama, a Grenada, nella Repubblica Dominicana e a Haiti. Essendo piccoli e poveri e avendo forze militari deboli, gli Stati Uniti hanno optato per invadere e occupare direttamente detti paesi, in maniera rapida e a costi contenuti in termini di vite umane ed economici.Nei paesi di cui sopra, Washington è riuscita a imporre e mantenere regimi-fantoccio per periodi di tempo prolungati.

Gli Stati Uniti hanno diretto colpi di stato militari nell’ultimo mezzo secolo con risultati contraddittori.Nel caso dell’Honduras, il Pentagono è riuscito a rovesciare un governo liberal-democratico progressista di durata molto breve. L’esercito honduregno era sotto la direzione degli Stati Uniti e il presidente eletto Manuel Zelaya dipendeva da una maggioranza elettorale disarmata. In seguito a un colpo di stato riuscito, il regime fantoccio honduregno è rimasto sotto il dominio degli Stati Uniti per il successivo decennio e probabilmente oltre.

Il Cile è stato sotto la tutela degli Stati Uniti per la maggior parte del XX° secolo, con una breve pausa durante il governo del Fronte Popolare tra il 1937-41 e il governo democratico-socialista tra il 1970 e il 1973. Il colpo di stato militare guidato dagli Stati Uniti nel 1973 ha imposto la dittatura di Pinochet, che è durata diciassette anni. È stata seguita da un regime elettorale che ha proseguito l’agenda neo-liberista di Pinochet e degli USA, basata sulla cancellazione di tutte le riforme popolari, nazionali e sociali. In una parola, il Cile è rimasto dentro l’orbita politica degli Stati Uniti per la maggior parte di almeno un mezzo secolo.

Il regime democratico-socialista del Cile (1970-73) non armò mai il suo popolo, né stabilì un collegamento economico all’estero per sostenere una politica estera indipendente.Non sorprende il fatto che, negli ultimi tempi, il Cile abbia seguito i comandi USA nel chiedere il rovesciamento del presidente venezuelano Maduro.

Una contraddittoria costruzione di fantocci

Diversi colpi di stato statunitensi sono stati sconfitti, sulla breve durata o su quella più o meno lunga.
Il caso classico di sconfitta riuscita di un regime clientelare è Cuba, che ha rovesciato un cliente americano di dieci anni, la dittatura di Batista, ed è riuscita a resistere con successo a un’invasione e al blocco economico della CIA per buona parte di mezzo secolo (fino al presente). La vittoria di Cuba nella politica di contrasto alla restaurazione dei fantocci è stata il risultato della decisione della leadership di Castro di armare la popolazione, espropriare e prendere il controllo delle multinazionali statunitensi ostili e di stabilire alleanze strategiche oltreoceano: con l’Unione Sovietica, la Cina e, più recentemente, il Venezuela.

Invece, il colpo di stato militare appoggiato dall’esercito americano in Brasile (1964) è durato oltre due decenni, prima che la politica elettorale venisse parzialmente ripristinata sotto la guida dell’élite. Venti anni di politiche economiche neo-liberiste fallite hanno portato all’elezione del social-riformista Partito dei Lavoratori (PT), che ha proceduto ad attuare ampi programmi contro la povertà, nel contesto di politiche neo-liberiste. Dopo un decennio e mezzo di riforme sociali e una politica estera relativamente indipendente, il PT ha ceduto di fronte a una contrazione dell’economia dipendente dalle materie prime e di fronte a una situazione ostile (in particolare, giudiziaria e militare) ed è stato sostituito da un paio di regimi di estrema destra, clienti degli USA, che funzionavano sotto la direzione di Wall Street e del Pentagono.

Gli Stati Uniti sono spesso intervenuti in Bolivia, sostenendo colpi di stato e regimi clientelari contro regimi populisti nazionali a breve termine (1954, 1970 e 2001). Nel 2005, una rivolta popolare ha portato a elezioni libere e all’insediamento di Evo Morales, il leader dei movimenti dei coltivatori di coca. Tra il 2005 e il 2019 (il periodo attuale), il presidente Morales ha guidato un governo moderato di centro-sinistra anti-imperialista. Gli sforzi infruttuosi degli Stati Uniti per rovesciare il governo di Morales sono stati il risultato di diversi fattori: Morales ha organizzato e mobilitato una coalizione di contadini e operai (specialmente minatori e coltivatori di coca). Si è assicurato la lealtà dell’esercito, ha espulso le “agenzie umanitarie” degli Stati Uniti d’America,ha esteso il controllo sul petrolio e il gas e ha promosso legami con il settore agricolo. La combinazione di una politica estera indipendente con un’economia mista, un’alta crescita e moderate riforme ha neutralizzato le macchinazioni degli Stati Uniti.

Non è questo il caso in Argentina. Dopo un sanguinoso colpo di stato (1976),in cui gli Stati Uniti hanno appoggiato i militari che hanno liquidato 30.000 cittadini, l’esercito fu sconfitto dall’esercito britannico nella guerra delle Malvinas e si è ritirato dopo sette anni al potere. I regimi-fantoccio post-militari hanno governato e saccheggiato per un decennio, prima di crollare nel 2001. Sono stati rovesciati da un’insurrezione popolare. Tuttavia, la sinistra radicale che mancava di coesione,è stata sostituita da regimi di centro-sinistra (Kirchner-Fernández) che hanno governato per la maggior parte di un decennio (2003 – 15). I regimi neo-liberisti e del social welfare sono entrati in crisi e sono stati estromessi nel 2015 da un regime fantoccio (Macri), sostenuto dagli Stati Uniti, il quale ha proceduto a cancellare le riforme, privatizzare l’economia e subordinare lo stato ai banchieri e agli speculatori statunitensi. Dopo due anni al potere, il regime fantoccio ha vacillato, l’economia è precipitata verso il basso e un altro ciclo di repressione e protesta di massa è emerso. Il regime del fantoccio degli Stati Uniti è fragile, la popolazione riempie le strade, mentre il Pentagono affila i coltelli e prepara nuovi fantocci, per sostituire l’attuale regime clientelare.

Conclusione

Gli Stati Uniti non sono riusciti a consolidare i ‘cambiamenti di regime’ tra i grandi paesi con organizzazioni di massa e sostegno dell’esercito. Washington è riuscita a buttare giù i regimi nazional-popolari in Brasile e in Argentina. Tuttavia, nel tempo, i regimi fantoccio sono stati cancellati. Mentre gli Stati Uniti ricorrono in gran parte a una singola ‘tattica’ (colpi di stato e invasioni militari) in maniera schiacciante sui governi popolari più piccoli e vulnerabili, si basano su di una tattica multiforme, per quanto riguarda i paesi più grandi e complessi. Nei primi casi, di solito un appello all’esercito o l’invio dei marines sono sufficienti a soffocare una democrazia elettorale. Negli altri casi, gli Stati Uniti fanno affidamento su di una tattica multi-proxy, che include campagne-lampo dei mass media, etichettatura dei governi democratici come dittature, regimi estremisti, corrotti, minacciosi per la sicurezza, ecc. Quando la tensione aumenta, i clienti regionali e gli stati europei sono mobilitati per sostenere i fantocci locali.‘Presidenti’ fasulli sono incoronati dal Presidente degli Stati Uniti,che segna al dito, contraddicendo il voto di milioni di elettori. Le dimostrazioni e le violenze di strada, pagate e organizzate dalla CIA, destabilizzano l’economia; le élites imprenditoriali boicottano e paralizzano la produzione e la distribuzione… Milioni vengono spesi per comprare giudici e ufficiali militari. Se il cambio di regime può essere compiuto dai satrapi militari locali, gli Stati Uniti si astengono dall’intervento militare diretto.

I regimi insediati a forza, tra i paesi più grandi e più ricchi, hanno una durata compresa tra uno o due decenni. Tuttavia, il passaggio a un regime elettorale fantoccio può consolidare il potere imperiale su un periodo più lungo, come nel caso del Cile. Laddove esiste un significativo sostegno popolare a un regime democratico, gli Stati Uniti forniranno il supporto ideologico e militare per un massacro su larga scala, come è avvenuto in Argentina.

La resa dei conti imminente in Venezuela sarebbe un caso di ‘cambio di regime’ sanguinoso, in quanto gli Stati Uniti dovrebbero liquidare centinaia di migliaia di persone, per colpire i milioni che hanno investito da tempo e in maniera profonda in termini di conquiste sociali, lealtà alla nazione e alla propria dignità. Al contrario, la borghesia e i suoi seguaci, tra cui diversi traditori politici, cercherebbero vendetta e ricorrerebbero alle più vili forme di violenza, per spogliare i poveri delle loro conquiste sociali e dei loro ricordi di libertà e dignità. Non c’è da meravigliarsi se le masse venezuelane si preparano a una lotta di lunga durata e decisiva: tutto può essere vinto o perso, in questo scontro finale con l’Impero e i suoi fantocci.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Quién es Juan Guaidó?

por sepuede.com.uy

Desde hace un mes veníamos preguntándonos quién era Juan Guaidó que irrumpió fuertemente en la política internacional, reconocido por varios gobiernos como presidente de Venezuela (!!!), sin ser electo, y rápidamente también aceptado por representantes de la derecha uruguaya. Hoy Guaidó empezó a atacar a nuestro compañero presidente Tabaré Vázquez simplemente porque junto con México emprendieron el único camino posible que entendemos quienes amamos la democracia, la libertad, la paz y especialmente el diálogo. Y claro, Guaidó no está de acuerdo con esas posturas. Y nos encontramos con una nota escrita por por Pablo Pozzi para la publicación “Quién es quién” la cual transcribimos a nuestros lectores. Simplemente es un aporte más. Puede algún lector considerar que no se ajusta a la verdad y que Guaidó es un demócrata cabal. Tomémosla entonces como un insumo más para tratar de conocer qué sucede en Venezuela que parece haberse transformado en el centro del mundo.

Abro el New York Times (bueno, clickeo su ícono en la web) y veo que ha declarado a Juan Guaidó como alguien «con un refrescante estilo y una visión para hacer avanzar» a Venezuela. Al mismo tiempo Bloomberg News insiste que Guaidó intenta «restaurar la democracia», y el Wall Street Journal lo declara como «nuevo líder democrático». Me encantó, digo porque no solo no sabía quién era Guaidó, sino que no tenía siquiera noción de quién era. Por suerte, estos baluartes del periodismo objetivo, y la defensa de la democracia me lo aclararon.

Bueno, hasta que me llegó un mail de mi amigo, el sindicalista canadiense Sid Shniad, que traía consigo una larga investigación de los periodistas Dan Cohen y Max Blumenthal. Ambos periodistas deben ser muy mal llevados (ni hablar de Sid que siempre lo fue, como buen rojillo cascarrabias) porque se dedicaron simplemente a hacer algo que no han hecho otros periodistas: revisar la web, entrevistar a especialistas, leer diversos informes de ONG sobre Venezuela. Y ahí, oh sorpresa, resulta que el joven demócrata Guaidó no salió de la nada. Y mucho menos es la cara de la democracia en Venezuela (bueno, y tampoco en ninguna otra parte). Pero ¿quién es Guaidó? ¿Qué nos cuentan Cohen y Blumenthal?

Primero lo más simple: Guaidó es miembro del partido Voluntad Popular, fundado por Leopoldo López y protagonista de los enfrentamientos llamados guarimbas que costaron la vida de un par de cientos de venezolanos entre 2014 y 2017 (lo que nadie te dice es que 70% de los muertos fueron chavistas). Voluntad Popular es el sector más pronorteamericano, neoliberal e intransigente de la oposición antichavista, que rechaza cualquier tipo de negociación que no implica una purga total de los adherentes de Chávez y un desmantelamiento de todos los programas reformistas de las últimas dos décadas. López, además de ser un neoliberal y de ultraderecha, ha recibido casi 50 millones de dólares de «ayuda democrática» de las organizaciones USAID (del gobierno norteamericano) y National Endowment for Democracy (NED: un reconocido frente de la CIA), esto según el instituto español FRIDE. Guaidó fue electo diputado con el 26% del voto en 2016 por el pequeño estado de La Guaira, gracias a la fragmentación de candidaturas; o sea, no es lo que se dice un representante del pueblo. Y se convirtió en presidente de la Asamblea Nacional en circunstancias aún hoy poco claras (en realidad la presidencia legalmente le correspondía a un tal Juan Andrés Mejía).

Ya de por si los datos anteriores hacen de Guaidó una persona más o menos para desconfiar. Pero Cohen y Blumenthal se dedicaron a buscar un poquito más allá. Lo primero que encuentran es que Guaidó era un dirigente estudiantil de la Universidad Andrés Bello. Aparentemente fue uno de los cinco estudiantes venezolanos enviados por el NED a Belgrado en 2005 (Guaidó tenía en ese entonces 21 años) para ser capacitado por CANVAS. Este último es un grupo de entrenamiento para «protestas no violentas» responsables por varias «revoluciones de color» como la de los neonazis de Ucrania. En 2007 Guaidó se recibió de la universidad y viajó a Washington para estudiar con Luis Enrique Berrizbeitia, un ex director ejecutivo del FMI. Cohen y Blumenthal no discuten ni especulan sobre cómo hizo un muchachito de La Guaira para conectarse con uno de los principales economistas neoliberales de América Latina. Eso sí, poco después de comenzar sus «estudios» Guaidó era parte del grupo fundador de la Generación 2007: una organización de estudiantes entrenados por CANVAS y financiado por Washington cuyo objetivo era derrotar la reforma constitucional chavista de ese año. Según los emails del embajador norteamericano en Venezuela en 2007, «el objetivo de Generación 2007 era forzar al gobierno venezolano a reaccionar con represión», todo para crear un «evento internacional». Guaidó fue uno de los personajes identificados como dirigentes de esas protestas.

En noviembre de 2010 Guaidó y otros dirigentes de Voluntad Popular participaron de un seminario secreto de cinco días en el hotel Fiesta Mexicana de la Ciudad de México. El seminario fue organizado por Otpor, una institución dedicada a «los cambios de régimen» financiada por Washington. A su vez, el dinero del seminario provino de la petrolera mexicana Petroquímica del Golfo y la banca JP Morgan. Durante el seminario, según los emails de uno de los participantes, se planificó la desestabilización del gobierno de Venezuela, incluyendo el asesinato de Hugo Chávez y luego el de Nicolás Maduro. Las guarimbas de 2014 fueron parte de esa campaña, y en diversos videos se pueden ver a los dirigentes estudiantiles con camisetas que dicen Voluntad Popular. Entre ellos estaba Guaidó.

El gobierno venezolano detuvo a varios de los dirigentes de Voluntad Popular, acusándolos de terrorismo y de tenencia de armas de guerra. Entre ellos estaban Freddy Guevara, Lester Toledo, Carlos Graffe, David Smolansky, Yon Goicoechea y Leopoldo López. Varios de ellos fueron liberados a la espera de juicio, y en esa instancia salieron al exilio, mientras que Leopoldo López se encuentra el día de hoy bajo arresto domiciliario. Digamos que para las acusaciones de que es una salvaje dictadura, las penas para estos opositores han sido increíblemente leves. Más aún, Smolansky escapó sin muchos problemas a Estados Unidos luego de fugarse a Brasil disfrazado de cura. Una vez en Washington tuiteó que tuvo una «amable reunión» con Elliot Abrams, el famoso arquitecto de las bandas paramilitares durante la década de 1980 y hoy en día «enviado especial de Trump» en Venezuela. Para pobres estudiantes democráticos, estos muchachos tienen un acceso notable con muchos de los personajes más oscuros de la política norteamericana.

Lo anterior parece haber favorecido a Guaidó, que pasó de dirigente fundador, pero secundario, a ser el portaestandarte de Voluntad Popular. En diciembre de 2018 Guaidó viajó en secreto a Washington para planificar las movilizaciones en contra de Maduro que ocurrieron en enero de 2019. Allí recibió el compromiso de apoyo de los senadores trumpistas Marco Rubio, Rick Scott y el diputado Mario Díaz Ballart, para luego reunirse con el secretario de estado Mike Pompeo. El 5 de enero, antes de regresar a Venezuela, Guaidó fue nombrado presidente de la Asamblea Nacional, y 18 días más tarde se autoproclamó «Presidente a Cargo» de Venezuela (un título que constitucionalmente no existe). Rápidamente Washington se movilizó para reconocerlo mientras presionaba a sus aliados y títeres para que hicieran lo mismo.

Guaidó no salió de la nada, así como tampoco es un demócrata preocupado por la vida de los venezolanos. Eso queda muy claro en el informe de Cohen y Blumenthal. Evidentemente, ni el New York Times ni el Wall Street Journal se hicieron eco de la investigación de Cohen y Blumenthal. ¿Para qué? Si el Departamento de Estado siempre te dice la verdad y lo que hay que decir.

 

La frontera venezolana, una puerta que hoy no cede

por @Marco_Teruggi
pagina12

Lo que no cuentan las agencias, reportaje desde la frontera con Colombia
Crónica desde el paso limítrofe entre Venezuela y Colombia

Las cámaras apuntan a la frontera entre Venezuela y Colombia. El set montado la presenta como una puerta que estaría por ceder. Todo parece listo, faltaría que llegue el día indicado que, a seguir declaraciones de presidentes, títulos de noticieros, estaría por ocurrir. La narrativa de la inminencia es central desde que Juan Guaidó se autoproclamó presidente: inminente caída de Nicolás Maduro, inminente gobierno de transición y resolución de todos los problemas de Venezuela.

Las imágenes al llegar a la frontera son otras. En particular en el punto que se ha construido como zona crítica: los municipios Simón Bolívar y Ureña, en el estado Táchira, frente a la ciudad de Cúcuta, Colombia. Allí debería verse un territorio conmocionado, militarizado del lado venezolano y transformado en un acopio masivo de ayuda humanitaria del lado colombiano. La realidad es diferente, una superposición de normalidad de una de las fronteras más complejas del continente, y el clima de un escenario en construcción.

Comprender las dinámicas de frontera demanda cruzar algunas variables. En primer lugar, la conformación histórica de ese territorio como zona de comercio binacional, marcado en las direcciones de compra-venta según la relación entre el bolívar venezolano y el peso colombiano. En segundo lugar, la puesta en marcha desde el año 2013 -con señales anteriores- del contrabando de extracción como parte de un plan de desangre de la economía venezolana. En tercer lugar, la presencia de actores claves al mando de las operaciones del contrabando, como grupos paramilitares. En cuarto lugar, los tres puntos anteriores dentro del cuadro económico actual. Las variables se cruzan y retroalimentan.

Dentro de esa geografía las cámaras se enfocan sobre dos cruces, el puente Las Tienditas, y el puente Simón Bolívar. El primero fue tapa de periódicos por los conteiners puestos del lado venezolano, presentados como un cierre del paso. Ese puente nunca estuvo abierto. Su construcción fue por iniciativa venezolana, saboteado en su concreción por las políticas colombianas que apuestan a magnificar el contrabando ilegal de gasolina en vez de ordenar un sistema de precios acordados entre ambos países en las gasolineras fronterizas.

La cuestión de la gasolina es clave para comprender la frontera: un litro del lado colombiano cuesta cerca de 60 centavos de dólares, mientras que del lado venezolano el tanque completo no cuesta un dólar. Esa gasolina contrabandeada permite abastecer las zonas fronterizas colombianas empobrecidas, a la empresa colombiana Ecopetrol destinar el combustible a otros sitios, a los paramilitares amasar millones, y a quienes manejan el control de la cocaína -paramilitares y carteles- contar con gasolina económica para su procesamiento. El gobierno colombiano ha autorizado por ley el contrabando de gasolina.

El segundo puente enfocado es el Simón Bolívar. Abierto de 6am a 9pm al paso de peatones, y de 9pm a 12pm al paso de gandolas. Por allí pasan cerca de 30 mil personas diarias, de las cuales cerca de 2 mil sellan pasaporte, es decir que las demás van y vienen en el mismo día. Tiene una ventaja cinematográfica: es angosto, por lo cual puede generarse una gran cola de gente con solo frenar el paso unos minutos. Es lo que hacen las autoridades colombianas cuando la campaña mediática requiere fotografías que muestren masividad. De lo contrario el transito de personas es grande y fluido.

El ida y venida es comercial y familiar. Del lado colombiano se consiguen determinados productos a precios más económicos que en Venezuela, por lo que mucha gente cruza a comprarlos, para consumo personal o para revenderlos más caro del lado venezolano. Otros productos, regulados o subsidiados, son más baratos del lado venezolano, por lo que la dirección es la opuesta. Se trata de una economía de miles de personas de la frontera, de otros estados del país -como gente venida de Barinas o Barquisimeto- ampliada por las dificultades económicas que se deben a la combinación del bloqueo financiero, el ataque sobre la moneda, la dificultad para detener la hiperinflación, entre otros puntos.

Sobre esa cotidianeidad está en construcción la narrativa humanitaria, la ayuda, la posible intervención. Han hecho de la frontera el set donde se encuentran las grandes agencias de comunicación, voceros de diferentes gobiernos, organizaciones internacionales. El objetivo es mostrarla como el punto crítico por donde cederá la puerta.

Todos saben, por ejemplo, que el puente Las Tienditas nunca estuvo abierto, aunque afirmen que el gobierno venezolano lo bloqueó ante esta situación. En el recorrido que brindó Freddy Bernal, nombrado protector del estado Táchira por Maduro -la gobernadora pertenece a Acción Democrática, de oposición- estuvieron presentes medios colombianos y agencias internacionales. No importa que sepan la verdad del puente, afirman lo contrario, la campaña en marcha para aislar a Venezuela requiere la construcción de una matriz, donde están articulada agencias, funcionarios de gobiernos, organismos, presidentes, ingenierías de redes sociales, entre otros.

En ese contexto la ayuda humanitaria se ha construido como el ariete para derribar la puerta. Con varias particularidades: en primer lugar, que lo que hasta ahora ha llegado es insignificante, dos gandolas, cuando se reparten 40 en una sola jornada de distribución de comida en Táchira a través de los Comités Locales de Abastecimiento y Producción. En segundo lugar, que no importa el impacto real que podría tener, sino la construcción del escenario, que será el de mostrar de un lado la ayuda, del otro a población venezolana pidiéndola -para lo cual la derecha movilizará sus fuerzas- y en el medio el gobierno cerrando el paso. Esa es la imagen que, al parecer, buscarán construir.

Dentro de ese cuadro puede generarse hipótesis. Una de ellas es que ese sea el territorio donde la estrategia del asalto pueda construir el elemento detonante, la operación montada para justificar nuevos ataques de mayor potencia. Necesitan elevar el impacto en la opinión pública, conseguir acuerdo en el Senado norteamericano para dejar por escrito que la intervención militar puede ser contemplada, crear conmoción interna.

El escenario parece estar en una excesiva normalidad para los objetivos que se han propuesto alcanzar. Eso se debe a que algunas maniobras no les resultaron, como por ejemplo la detención de García Palomo, quien iba a encabezar una serie de acciones militares en Caracas. Esta semana podría ser la elegida para activar el escenario frontera, sería el punto donde se unirían el frente internacional con el nacional para buscar un quiebre. Por el momento la superficie continúa calma.

La “ayuda humanitaria”: ¡el colmo del cinismo!

por Pasqualina Curcio

11feb2019.- La crisis humanitaria es, junto con la supuesta ilegitimidad del presidente Nicolás Maduro, una de las mentiras que el imperialismo repite desesperadamente para justificar una eventual entrada en territorio venezolano. Con descaro atribuyen la responsabilidad de la supuesta crisis al gobierno bolivariano. Con procacidad tratan de convencer al mundo que requerimos de ayuda humanitaria.

No nos sorprende la desvergüenza al mentir de los voceros de la Casa Blanca. En 2016, Kurt Tidd, jefe del Comando Sur de EEUU develó el plan:
“Especial interés adquiere posicionar la matriz de que Venezuela entra en una etapa de crisis humanitaria por falta de alimentos, agua y medicamentos, hay que continuar con el manejo del escenario donde Venezuela está cerca del ´colapso y de implosionar´ demandando de la comunidad internacional una intervención humanitaria para mantener la paz y salvar vidas…Doctrinariamente hay que responsabilizar al Estado como causal del estancamiento económico, la inflación y la escasez.” Freedom 2-Operation.

Sin desconocer la compleja situación económica que vivimos los venezolanos, preguntamos a la comunidad internacional, qué país de 30 millones de habitantes estando en “crisis humanitaria” construye 2,5 millones de viviendas en 6 años; recibe diariamente a 10,5 millones de niños en las escuelas; aplica 9 millones de dosis de vacunas con una cobertura de 84%; distribuye mensualmente alimentos para 6 millones de hogares y además sigue encabezando, según la CEPAL, la lista de los menos desiguales de la Región.

A los gobiernos de Europa que nos expliquen por qué nosotros sí estamos en “crisis humanitaria” con tan solo 6% de tasa de desocupación mientras sus países superan el 25%.

El Mundo que responda por qué no se pronunció en las décadas de los 80 y 90 cuando nuestra tasa de mortalidad infantil superaba los 26 por 1000 nacidos vivos registrados, y hoy con una tasa 44% menor, según el Banco Mundial, insisten en que estamos en “emergencia humanitaria”.

Colombia que explique por qué somos los venezolanos los que estamos en “crisis humanitaria” si según la Organización Internacional de Migraciones somos el segundo país receptor de migrantes en la Región que, después de Ecuador, recibimos a los colombianos que huyen de la guerra, mientras ellos son el séptimo país a nivel mundial con mayor emigración.

Interesante sería conocer la opinión de las grandes corporaciones transnacionales farmacéuticas en cuanto a la supuesta crisis humanitaria, especialmente porque dichas empresas no solo siguen operando en nuestro país sino que registran, en sus informes anuales, ganancias operativas y capacidad suficiente para abastecer , desde dentro, a los venezolanos.

La opinión de las grandes y tradicionales empresas de alimentos, nacionales y transnacionales, sería también importante, sobre todo porque no sólo siguen operando en nuestro país y no han cerrado sus fábricas, sino que según sus reportes, mantienen sus niveles de producción, además siguen recibiendo materia prima y divisas por parte del gobierno venezolano.

Extraña esta “crisis humanitaria” en la que ningún banco ha cerrado sus puertas, y en la que cadenas de farmacias inauguran nuevos puntos comerciales.

En qué país con “crisis humanitaria”, más de 1 millón de niños cantan y tocan sus instrumentos diariamente en miles de orquestas sinfónicas a lo largo y ancho del territorio.

Cantan y tocan en paz.

Alrededor de US$ 34 mil millones en pérdidas han generado las medidas coercitivas unilaterales de EEUU contra el pueblo venezolano entre bloqueos financieros, embargos comerciales, cierre de cuentas bancarias, sanciones y robo de nuestros activos incluyendo la empresa CITGO. Sin contar las pérdidas que ha ocasionado el incesante y criminal ataque a nuestra moneda: del total de la caída de la producción en estos últimos años, 40% se atribuye a la manipulación política del tipo de cambio.
Con US$ 2 mil millones los venezolanos importamos todos los medicamentos y material médico quirúrgico que requerimos para 1 año, con US$ 2 mil millones más cubrimos el costo de los alimentos que son importados y de los insumos para la producción nacional.

Las pérdidas ocasionadas por el bloqueo criminal equivalen a 8 años de comida y medicinas para toda nuestra gente.

Trump dice que nos enviará “ayuda humanitaria”, que nos donará US$ 20 millones. Equivalen al 0,06% de los US$ 34 mil millones que nos ha robado.

Dice además que enviará 100 toneladas en “ayuda humanitaria”. Equivalen al 0,005 % de las 1.723.000 toneladas que anualmente el gobierno bolivariano distribuye al pueblo venezolano sólo en alimentos a través de los Comités Locales de Abastecimiento y Producción CLAP.

Trump dice que nos “salvará”. ¡El colmo del cinismo!

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foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

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