Il Venezuela e la confusione della sinistra: lettera pubblica al Frente Amplio del Cile

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, folla, cappello e spazio all'apertodi Atilio A. Borón

Negli ultimi giorni, Pablo Vidal, uno dei deputati del partito della Rivoluzione Democratica che integra il Frente Amplio de Chile, ha dichiarato in un’intervista a La Tercera che il presidente Nicolás Maduro è un dittatore. Quella che avrebbe potuto essere l’infelice sortita di un legislatore pivello, in un paio d’ore si è rivelata  come il sintomo di una malattia grave che, se non affrontata immediatamente, precluderebbe per molti anni la possibilità di offrire un’alternativa post-neo-liberale allo screditato sistema dei partiti politici prevalenti in Cile, discendenti della disastrosa dittatura di Augusto Pinochet. In effetti, senza meditare sul significato e la portata delle parole di Vidal, altri leader del FA sono venuti fuori a frotte per sostenere le sue dichiarazioni, il che evidenzia come la loro profonda ignoranza della storia cilena e delle categorie più elementari di analisi politica sia un punto debole condiviso equamente con le loro compagne e compagni di partito. Infatti, come è possibile che qualcuno che si propone come alternativa di sinistra assuma completamente il discorso e la propaganda diffusi dall’impero in salsa locale? Se vi fossero dubbi in merito, Vlado Mirosevic, un rappresentante del Partito Liberale – la destra dura e pura, mal celata sotto una sottile patina di post-modernismo, in combinazione con un efficace marketing politico – è salito sul ring, per esprimere il suo pieno accordo con l’uscita di Vidal. Purtroppo, in poche ore, “l’effetto mandria” ha fatto sì che molti leader del FA si liberassero, gettandola fuori bordo, di una buona parte della loro identità di sinistra. [1]

Ci vuole un alto livello di analfabetismo politico – per dirla diplomaticamente – affinché un cittadino o una cittadina di un paese come il Cile, che ha subito una delle dittature più orribili di cui si abbia notizia nel ventesimo secolo, possa qualificare con gli stessi termini Augusto Pinochet e Nicolás Maduro. Non solo Vidal e i suoi compari mostrano un’ignoranza olimpica della realtà venezuelana, ma, peggio ancora, lo stesso accade con la storia del loro paese. Se la conoscessero, dal momento che è loro dovere come legislatori o politici conoscerla molto bene, non avrebbero mai potuto commettere un’oscenità come quella che stiamo discutendo e che non a caso è stata accolta con grande giubilo da parte dei media canaglia, a partire dalla CNN e, a seguire, dagli altri mezzi egemonici. Come una giovane comunista cilena, Florencia Lagos Neumann, commenta con buon senso nel suo tweet: “La dittatura è dittatura. Pinochet era un dittatore, Videla era un dittatore, Somoza era un dittatore, Franco era un dittatore. Se nelle loro dittature fosse apparso un pazzo, proclamandosi presidente, nel giro di due ore lo avrebbero sparato e gettato in una fossa comune. Si capisce, questo?”. L’eloquenza di questo ragionamento ci risparmia fiumi di parole.

Ammetto che alcuni settori della sinistra possono essere critici severi del governo di Maduro. O per dire che non ha saputo contrastare efficacemente la brutale offensiva lanciata dagli Stati Uniti per porre fine alla Rivoluzione Bolivariana. O che la sua gestione della politica economica è stata fuorviata o che la lotta alla corruzione ha mancato dell’energia necessaria. Ma dire che Maduro è un dittatore è un enorme errore concettuale gravido di conseguenze dannose per il futuro del movimento popolare cileno. Questo può difficilmente trovare una via d’uscita per le ingiustizie e le iniquità del prodotto di quasi mezzo secolo di politiche neo-liberiste come una forza politica che pensa e agisce come se fosse giusto. Dimenticando, inoltre (poveri i sociologi che le fanno da consiglieri!) il consiglio che la gente, dovunque sia, e non solo in America Latina, preferisce sempre l’originale alla copia. E una sinistra che appare come una caricatura della destra decreta la propria obsolescenza e porta acqua al mulino a vento della prima. Il Frente Amplio è ancora in tempo per rimediare ad una uscita così sfortunata. Una discussione schietta, rigorosa e ben fondata può salvare un progetto di cambiamento, tendenzialmente post-neoliberista, di cui il Cile ha urgente bisogno. Sarebbe imperdonabile se si perdesse tale opportunità.

Si possono dire molte cose di Juan Guaidó (la maggioranza delle quali poco onorevoli), meno che abbia sofferto qualche inconveniente nella sua continua propaganda sediziosa, o nel suo invito alla popolazione alle forze armate a rompere l’ordine costituzionale o nella sua infame richiesta al governo degli Stati Uniti affinché si coinvolgano attivamente nella risoluzione –senza dubbio violenta e senza nessuna forma di dialogo politico, come manifestato a più riprese dalla Casa Bianca – della crisi che è in corso in Venezuela. La sua demagogica domanda, formulata in un atto pubblico per strada, se qualcuno avesse paura di una guerra civile (alla quale il pubblico presente ha risposto con un risoluto no) è di un’irresponsabilità criminale. In qualsiasi paese del mondo – e il Cile non fa  eccezione – un soggetto che agisce in questo modo viene subito imprigionato e perentoriamente condannato a scontare una lunga condanna in una prigione di massima sicurezza. Negli Stati Uniti potrebbe anche essere soggetto alla pena capitale. Ma nulla di ciò accade nella “dittatura” di Maduro, denunciata con un’indignazione bruciante, degna di cause migliori da parte di alcuni settori del FA. Una strana dittatura, come diceva Eduardo Galeano, parlando dei giorni di Hugo Chávez al potere, che consente a un fantoccio come Guaidó di circolare in tutto il paese, senza essere perseguitato, di convocare ex-ministri chavisti e incontrarsi con loro in pieno giorno nel Palazzo Legislativo, nel centro di Caracas, per scambiare idee sulla costituzione del gabinetto della sua illusoria “transizione”. O che permette che un dirigente accusato di essere l’ispiratore e ideatore delle due guarimbas che nel 2014 e nel 2017 hanno lasciato una scia di centinaia di morti, migliaia di feriti e ingenti danni alla proprietà, intendiamo Leopoldo Lopez, appaia regolarmente in vari programmi radiofonici riprodotti e viralizzati dai social network ed esorti, dai comodi arresti domiciliari, le forze armate bolivariane a consentire l’ingresso degli “aiuti umanitari” inviati da Washington. Non sono forse questi, esempi evidenti di libertà di stampa e di assemblea che esistono nel Venezuela bolivariano e che nessuna dittatura ha mai ammesso? Potrebbe essere stata trattata così l’opposizione a Pinochet in Cile, o a Videla in Argentina o a Somoza in Nicaragua? È possibile ignorare una verità così elementare come questa? Qual è il concetto di “dittatura” che hanno alcuni leader del FA? Confesso la mia curiosità di conoscerlo e sapere chi è il teorico che ha prodotto una tale stravagante definizione, in base alla quale il Venezuelano è un dittatore e il despota dell’Arabia Saudita che massacra il popolo yemenita e comanda di uccidere un giornalista del suo paese presso la sede della sua ambasciata in Turchia non lo è; o per cui, un regime neo-fascista e genocida come Israele è considerato come una democrazia esemplare con cui il Cile dovrebbe rafforzare i legami senza alcuna riserva, nonostante la sua palese e sistematica violazione dei diritti umani nei territori occupati e il suo rifiuto di tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite.

L’ineluttabile conclusione di questa posizione presa da alcuni leader del FA è che il loro riferimento alla cultura della sinistra e alle sue lotte secolari è uno sfortunato fraintendimento; o, in caso di malafede, un escamotage discorsivo ed elettorale per acquisire rispettabilità di fronte ai settori dominanti. Un’identità di sinistra così fragile, che i loro rappresentanti si dileguano non appena devono resistere alle sfide pressanti della realtà politica, questa “lotta degli dèi contrapposti”, come diceva Max Weber, cui non si adattano i mezzi toni, né i ” né-né” del postmodernismo, nelle sue varianti di destra o di (pseudo)-sinistra. Ricordo alcuni versi di Víctor Jara quando cantava, negli anni dell’Unità Popolare: “tu non sei nul-lá, né chicha né limoná”. In questi giorni, coloro che si sono uniti allegramente e irresponsabilmente al discorso dell’imperialismo e della reazione nativa sono a serio rischio di diventare “nulla”, il che è politicamente una via sicura verso il disastro. O, peggio ancora, di diventa il proprio opposto e abbandonare l’impresa storica di salvare il Cile dalle grinfie del neo-liberismo. Perché coloro che entrano nell’agorà tuonando “Maduro dittatore”, ormai si collocano oggettivamente e al di là di inconseguenti gesti di ribellione, dal lato dell’imperialismo e della reazione. Devono essere consapevoli che così facendo verranno associati al peggio della politica latino-americana. Sono fianco a fianco con Uribe e Duque, Macri e Bolsonaro, con Hernández e Lenin Moreno, con Almagro e Santos, con Bolton e Abrams, tutti ripetendo la narrazione concepita negli Stati Uniti e diffusa nella nostra lingua dal maestro impareggiabile dell’arte di dire bugie che sembrano vere: Mario Vargas Llosa. Questo settore del FA, perché non credo che sia tutta l’organizzazione, è entrato nella politica latino-americana dal lato degli eredi di coloro che soffocarono nel sangue e nel fuoco l’esperienza pionieristica di Salvador Allende, e questo non è un dettaglio minore o un semplice aneddoto. Si sono schierati con i figli di coloro che hanno bombardato la Moneda, ucciso Orlando Letelier, René Schneider, Carlos Prats González, Pablo Neruda, Eduardo Frei e hanno portato alla morte di Salvador Allende; anche di coloro che hanno torturato, mutilato e codardamente giustiziato Víctor Jara e migliaia di cilene e cileni; di quelli che organizzarono sinistri campi di concentramento e carovane della morte, che fecero scomparire migliaia, ne uccisero molti altri e mandarono in esilio centinaia di migliaia di loro compatrioti.

Nella loro sorprendente ignoranza, questo settore della leadership frontista dimostra di non conoscere l’abc della filosofia politica, e con un arsenale teorico così rudimentale intende condurre il Cile sulla via del progresso e della giustizia sociale! Incapace di distinguere cosa sia una dittatura, di riconoscere l’onnipresenza dell’imperialismo – parola proibita nel suo discorso – o di conoscere il dolore e la distruzione che questo causa con la sua aggressione economica, politica, diplomatica e mediatica contro il Venezuela bolivariano, si arrendono al pensiero unico nel loro fatale sforzo di costituirsi come un’alternativa “moderata” all’ingiustizia “smodata” che pervade il Cile.

Di fronte al crogiolo della crisi venezuelana, questo settore del FA si scioglie nel suo manicheismo tipico della guerra fredda, nella sua crociata contro i governi che non si piegano ai comandi della Casa Bianca (Noam Chomsky dixit) e sono invariabilmente caratterizzati da questa come “dittature”. Una sinistra che, nel suo infantilismo, cade nella trappola di credere che essa sarà in grado di risolvere il debito sociale della “democrazia di (molto) bassa intensità” del Cile, o della sua “democratura”, senza avere a che fare con tutti i demoni dell’inferno, che usciranno a frotte per distruggere a sangue e fuoco tutti coloro che hanno l’audacia di provare a cambiare il mondo. Persone che, nella loro inesperienza, credono che la politica sia un gioco da gentiluomini, dove i riformatori sociali, lasciando da parte i rivoluzionari, si confrontano con le armi della legalità e delle istituzioni con i sostenitori dello status quo. Non basta che Donald Trump conferisca lo status di legittimo presidente del Venezuela a un fantoccio come Juan Guaidó, in aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Né che John Bolton abbia dichiarato di volere il petrolio del Venezuela per le compagnie statunitensi. Anche se Trump e Bolton gli urlano in faccia che verranno al momento giusto a impadronirsi delle risorse naturali del Cile, nella loro ebbrezza postmoderna, coloro che tuonano: “Maduro dittatore”, continuano a pensare che l’imperialismo è una favola della vecchia sinistra, un mito che sopravvive incredibilmente in tempi di post-modernità liquida dove, come dicevano Marx ed Engels nel Manifesto comunista (che quei settori del FA farebbero bene a leggere) “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”. Tutto, sì, meno la lotta di classe e il dominio imperialista. E se non capiscono questo, non hanno capito nulla e si dissolveranno nell’aria, lasciando nient’altro che una macchia confusa, un juvenilia passeggero, che prometteva di essere una brezza rinfrescante nella politica cilena e ha finito per essere qualcosa di molto più serio.

[1] Una relazione su quest’argomento è in https://www.cnnchile.com/pais/diputados-rd-se-alinean-al-calificar-de-dictador-a-nicolas-maduro_20190205/

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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