El ICAP con la Revolución Bolivariana de Venezuela

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El Instituto Cubano de Amistad con los Pueblos expresa su apoyo solidario a la Revolución Bolivariana de Venezuela, víctima hoy de un ilegal y antidemocrático intento de golpe de estado encabezado por el gobierno de Estados Unidos, junto a fuerzas traidoras y entreguistas de la reacción venezolana y sus lacayos.

Exhortamos al Movimiento Mundial de Solidaridad con Cuba a fortalecer nuestro accionar en respaldo pleno al pueblo venezolano y al Presidente Nicolás Maduro Moros, denunciando a su vez el intento de golpe de estado imperialista contra la República Bolivariana de Venezuela en reclamo de la defensa permanente de América Latina y el Caribe como Zona de Paz.

Nuestros hermanos de la tierra de Bolívar, hoy se yerguen dignamente frente a las irrespetuosas acciones de grupúsculos que pretenden fabricar un líder ilegítimo, títere de los intereses imperiales.

Llamamos a la movilización internacional en defensa de la soberanía, independencia y respeto a la Venezuela chavista que eligió al Presidente Maduro a través del voto democrático y mayoritario de su pueblo.

Instamos a todas las fuerzas progresistas y democráticas del mundo a levantar una muralla de solidaridad que frene la agresión imperialista y que permita el desarrollo del trabajo pacífico y creador del pueblo venezolano en la construcción de un futuro de paz y prosperidad para su pueblo.

En medio de la batalla hemisférica y mundial en defensa del pueblo hermano de la República Bolivariana de Venezuela y del gobierno constitucional del Presidente Nicolás Maduro, ratificamos los pronunciamientos del compañero Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Presidente de los Consejos de Estado y de Ministros de Cuba, cuando expresó:

«Condenamos y rechazamos enérgicamente el intento de imponer, a través de un golpe de estado, un gobierno servil a los Estados Unidos en la República Bolivariana de Venezuela. Ratificamos la invariable solidaridad con el Gobierno del presidente constitucional Nicolás Maduro».

Hoy se decide en Venezuela la dignidad y la soberanía de nuestra América Latina y el Caribe, de los países del Sur y del planeta. Todos Somos Venezuela.

¡VIVA EL PRESIDENTE NICOLAS MADURO!
¡VIVA LA REVOLUCION BOLIVARIANA DE VENEZUELA!
¡HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!

La Habana, 5 de febrero de 2019.
“Año 61 de la Revolución”

Non è indispensabile essere fan di Maduro per rifiutare le ingerenze in Venezuela

di Anika Persiani

Ogni sera mi ritrovo a dover discutere, nel bene o nel male, di Venezuela. In genere ironizzo, perché l’80% delle persone che mi rivolge appunti e critiche, non sa la differenza fra Venezuela e Guyana, non sa quale sia il processo economico in corso, né tanto meno come sia il continente latinoamericano. Più volte mi si chiede: “Ma che lingua si parla in Venezuela? E in Perù?”.

Insomma, a parte le lingue indigene, la cui giornata della memoria (ormai solo della memoria, ahimé) sarà il prossimo 21 di febbraio, vorrei chiarire un punto: tutta l’America Latina, dal Messico in giù, parla spagnolo da un bel pacco di secoli. Con la varianza dialettale, chiaro, ma si parla spagnolo. L’unico paese che, per un’ironica scommessa coloniale, parla portoghese, è il Brasile.

Fatta questa premessa, sottolineo la potenza commerciale ed economica che potrebbe avere questo dettaglio (come Hugo Chávez aveva intuito), cosa che, in Europa, con l’inglese masticato appena dai nostri aspiranti statisti “dem”, manco ci possiamo sognare.

Spiegare un problema semplice che viene presentato come complesso, pare una passeggiata. Ma proprio perché ci sono da smontare tante tesi al limite dell’incredibile, troppe menzogne mediatiche e, purtroppo, create a proposito, il lavoro si complica. 

Tutto questo senza tenere conto che il livello medio di comprensione delle persone che, del Venezuela, non sanno quasi niente; e senza tenere conto che le notizie sono sparpagliate, senza un filo conduttore. Buttate qua e là, in base a una o ad un’altra determinata necessità dello scribacchino di turno che, proprio sull’ignoranza indotta, ci conta eccome.

Tanta confusione non aiuta; il fatto che ognuno dica la sua senza vedere oltre il proprio naso, crea una risultante, ossia una cosa che a livello matematico è quel polinomio che si annulla se e solo se le due equazioni hanno una soluzione in comune. E questa risultante deriva dalle equazioni più strane, quelle che massacrano solo i cervelli.

Prima di tutto: perché si è arrivati a questa crisi in un paese che ha la seconda riserva di petrolio al mondo, sfruttata solo per una minima percentuale, e che si articola in 54 mila chilometri quadrati nel Delta dell’Orinoco?
 
Veniamo alle spiegazioni più semplici, dato che sono figlia di uno che, nella Legion Francaise, dopo aver fatto il filibustiere nei paracadutisti, è arrivato ad un’età in cui non poteva più lanciarsi in modo acrobatico e proprio di idrocarburi si occupava.

I gradi Api (American Petroleum Institute) sono l’unità di misura che indica il peso del greggio rispetto al peso specifico dell’acqua che, convenzionalmente è uguale a uno. Cioè: un litro di acqua, equivale ad un chilo. Tutti gli altri liquidi, avendo pesi specifici diversi, si definiscono più leggeri, o più pesanti. Un litro di olio di oliva pesa circa 0,90 kg, ossia circa un dieci per cento in meno di un litro di acqua. 

Un grado API si calcola dividendo 141,5 per la gravità specifica della miscela alla temperatura di 15,5° centigradi e non ai soliti 25°C che si utilizzano come temperatura convenzionale (STP – temperatura e pressione standard) e sottraendo 131,5. In sintesi, si definisce una miscela “pesante” quando i gradi API sono inferiori a 25, ossia quando hanno una gravità specifica maggiore di 0,90; oppure “leggera”, quando i gradi API sono maggiori di 40 (con gravità specifica inferiore a 0,83).

Ecco: nel mondo degli idrocarburi, quando il petrolio ha meno gradi API, significa che è più difficile da estrarre e raffinare perché più “pesante” (a volte anche sabbioso), se ne ha meno, è più gestibile. L’unico problema del greggio venezuelano, essendo petrolio pesante, con una densità che varia tra i 4 ed i 15 gradi Api, è la modalità di estrazione perché, per la sua consistenza, scorre lentamente e non fluisce con la velocità del greggio più leggero che invece, molto facilmente, si può anche lavorare. Perché, ragazzi, non è che facendo un buco (una perforazione, tecnicamente), arriva il miracolo ed esce un getto di petrolio che annaffia l’umanità. La cosa è un po’ più complicata. 

Fare il quadro della situazione, quindi, diventa più facile. Soprattutto mettendo, fra i primi argomenti da toccare, il fatto che il petrolio venezuelano sia, in parte sabbioso, in parte non pulito e, di conseguenza, “pesante”. E, come abbiamo spiegato poco sopra, una materia prima con queste caratteristiche, ha bisogno di lavorazioni complesse, di strumentazioni complesse per la sua estrazione e raffinazione, e di investimenti consistenti. 

I governi che si sono succeduti nel paese caraibico, nell’era dello sviluppo economico a suon di barili, spesso e volentieri, hanno delegato tutto questo processo di produzione a compagnie private che, per i motivi suddetti, non hanno sfruttato al massimo la riserva. Riserva che potrà quindi garantire un’autonomia energetica che nessun altro sito estrattivo di potrà sognare. Ovvio, con gli investimenti appropriati che, guarda caso, Iran e Russia, sono in grado di fare nell’area dell’Orinoco o del Golfo di Maracaibo. 

Non solo petrolio. Perché nel paese caraibico, c’è un’abbondante riserva di Litio (minerale essenziale, oggi, per lo sviluppo tecnologico per la produzione di componenti elettronici), una di caolinite (essenziale in vari altri settori strategici perché dalla caolinite di ottiene la porcellana) e, soprattutto, di oro. Quell’oro che viene contrabbandato come fosse tabacco e che, non sono io a dirlo, garantisce la riserva economica dei paesi. Una delle riserve di oro lavorato e trasformato in lingotti, di proprietà venezuelana, era stato depositato (come aveva fatto la Libia e come hanno fatto molti altri paesi “ricchi” di questa materia prima) nella Bank of England, a Londra.

E, il Venezuela, a livello mondiale, risultava essere al sedicesimo posto nella graduatoria mondiale, per la quantità di depositi. Una bella garanzia, in caso di crisi economica! Garanzia che la Deutsche Bank non ha tardato a sfruttare, offrendo al governo venezuelano contanti in cambio di circa 35 tonnellate della riserva aurea e marchettando con la Bank of England (che, nel frattempo, già aveva confiscato al Venezuela il resto della riserva per le sanzioni imposte dagli Stati Uniti) un’operazione per ridepositare, in quel di Londra, anche i Lingotti dati in pegno, in modo da far confiscare anche quelli.

E poi ci raccontano le favole dei paesi europei buoni che vogliono aiutare il processo democratico nei paesi dell’America Latina. Ci raccontano che Maduro è un cattivo dittatore (così come fecero per Gheddafi e per gli altri governi affossati dall’onda delle primavere arabe) e che in Venezuela c’è la fame. Voglio dire: se io ho dell’oro come riserva in casa mia, entra qualcuno e me lo ruba, magari mentre sono pure disoccupato e, proprio colui che me lo ha rubato, viene ad offrirmi prestiti o a volermi far ristrutturare casa a modo suo, se premettete, lo manderei volentieri anche in culo. Ma, stando all’opinione pubblica di grandi esperti, io sarei cogliona e Nicolás Maduro è cattivo.

Cattivo, cattivo, cattivo. Ora, e ve lo dice una che mai e poi mai voterebbe per il Partito Socialista Unito del Venezuela e che si sarebbe – forse, per senso di ribellione – orientata sul candidato Reinaldo José Quijada del partito Unità Politica Popular89 anche alle elezioni dello scorso 20 maggio 2018, vinte dall’attuale Presidente. 

Elezioni legittime. Vinte con 6.248.864 voti a favore, con un 47% di distacco dal secondo candidato alla Presidenza Henri Falcón, dell’opposizione. Elezioni svoltesi alla presenza di 970 osservatori internazionali, 14 commissioni di otto diversi paesi, due missioni tecniche elettorali, un europarlamentare, una delegazione tecnico elettorale inviata dalla Federazione Russa e più di 50 giornalisti provenienti da tutto il mondo, dei quali 18 accreditati presso il Consiglio Nazionale Elettorale.

Il sistema elettorale, il metodo di voto, insomma, era peraltro lo stesso (fatto con macchinari con impronte digitali) che aveva visto, nel dicembre 2015, la vittoria dello schieramento di opposizione a Maduro che è entrato in Parlamento con la maggioranza. Nelle elezioni del maggio dell’anno scorso, che hanno riconfermato la Presidenza al leader del PSUV, concorrevano 16 partiti politici e sei candidati: Nicolás Maduro, Henri Falcón, Javier Bertucci, Reinaldo Quijada, Francisco Visconti Osorio e Luis Ratti. Mica pochi, voglio dire…

Ora: il punto è che quell’opposizione che distrugge le città con atti vandalici, che incendia gli autobus, i magazzini con le scorte alimentari, quell’opposizione che lancia ordigni artigianali contro le forze dell’ordine, insomma, quell’opposizione che qua, in Europa, si massacra nelle manifestazioni o che – nel peggiore dei casi – è composta da fantomatici esseri chiamati “Black Block”, ha scelto di non andare al voto. Certa, come certa lo ero io essendo una sostenitrice di Quijada che – già in partenza – sapevo avrebbe preso consensi da qualche suo parente e amici o da qualche visionario, era la vittoria di Maduro. In un paese dove, fino a una ventina di anni fa, i poveri vivevano nelle baracche e non sapevano neanche leggere un giornale, in un paese dove quasi la metà della gente sta sistemata in case popolari e dove (quando non vengono bruciate, rubate o rivendute dai criminali che manifestano per strada) gli si garantisce pure una cesta minima alimentare, per chi avrebbero dovuto votare? Per uno come Guaidó che, quelli come loro, li metterebbe volentieri nei forni dei pozzi di petrolio?

Nessuna descrizione della foto disponibile.Ribadisco. Sono una delle prime contestatrici di Nicolás Maduro. Non mi piacciono tante delle sue riforme, non mi piace la linea politica che porta avanti per combattere l’iperinflazione, non mi piace neanche come “omino” (diciamo che Hugo era molto più figo, come molto più figo lo è Rafael Correa). Ma non posso accettare che personaggi come Freddy Guevara, Juan Gerardo Guaidó Márquez e compagnia bella, con il livello di coscienza pari alla costante per il calcolo dei gradi API, possano determinare il futuro di una paese che sento anche mio. Perché il Venezuela è di tutti noi, non delle Banche o del Signore in questione che, data la sua formazione alle calcagna dell’economista venezuelano Luis Enrique Berrizbeitia del Fondo Monetario Internazionale, in quel di Washington, ai tavolini della CIA con il programma politico della Accademia della Capitale che serve a destabilizzare l’America Latina, si ritiene già Presidente perché riconosciuto – guarda caso – da Donald Trump. 

Ma per favore, le favole raccontatele ai mentecatti. Io preferisco leggere i fumetti a libera interpretazione. Ed il dialogo, che tanto mi piace, vorrei portarlo avanti con chi è capace di farlo. Sono snob. Eccome.

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