Il vecchio ed il machete

L'immagine può contenere: una o più persone, persone che camminano, persone in piedi, cielo, spazio all'aperto e naturadi Giuliano Granato

Da poco più di un’ora in #Venezuela si sono aperte le urne per le elezioni presidenziali. Il paese è stato spesso sulle cronache dei giornali nostrani. Descritto come un inferno in terra, con un dittatore crudele e sanguinario – Maduro, lo spettro del demone Chávez Cche ancora aleggia nell’aria, un popolo alla fame. Eppure non si capisce come quello stesso popolo ha dato – tranne che in due casi – la vittoria elettorale al chavismo. Non si capisce perché Maduro sia dato in largo vantaggio sugli avversari di oggi, Falcòn in primis. Soprattutto non si capisce come il chavismo continui a resistere e a rappresentare un orizzonte di riscatto per milioni dei “los de abajo”, quelli in basso.

Marco Teruggi ci offre sette storie e una metamorfosi. Per capire cos’è che il popolo venezuelano difende così tenacemente, contro tutto e contro tutti. 

Partiamo da un vecchio contadino, dal suo machete, dalla materialità dei suoi problemi di salute…

Il vecchio e il machete

Il vecchio racconta di quando gli misero l’ago nell’occhio e gli si offuscò tutto. Lo imita con il dito, da lontano fino quasi a toccarsi. Che gli raschiarono la parte interna e pensò che presto non avrebbe visto mai più. Dopo qualche giorno la luce passò da tenue a piena, e già Cuba non era più Cuba ma di nuovo Venezuela, nella parte bassa di Mérida, che a volte è Zulia, o anche Trujillo, ed è conosciuta come Sur del Lago. 


Tornò ad afferrare il machete, a calzare gli stivali, ad andare con la camicia mezza aperta, e a liberare terre dalle mani dei proprietari terrieri. Questo, si sa, costa vita. Più di trecento contadini assassinati in diciotto anni. Togliere potere a chi lo ha sempre avuto scatena morte.


È stata la sua prima volta in un aereo, in una clinica d’eccellenza, tutto gratuito. Quale processo politico investe denaro negli occhi di un vecchio contadino? Che pensa un vecchio contadino quando recupera la pienezza di uno sguardo che dava per perso? Era insieme alla sua compagna e a vari contingenti di venezuelani. Non dimentica nemmeno un dettaglio, nemmeno di come si recupera la terra: quindici anni dopo continua qui, ostinato col suo machete e gli stivali ricoperti di fango. Il paese è cambiato in questo periodo, l’ondata di conquiste contro l’oligarchia si è arenata, con un saldo di quattro milioni di ettari recuperati e vari dibattiti aperti. Le terre riscattate sono diventare produttive? Hanno funzionato meglio le terre recuperate che sono nelle mani dello Stato o quelle nelle mani dei contadini organizzati?


Si potrebbero scrivere migliaia di pagine simili, di masse di spossessati che hanno potuto studiare,
hanno avuto assistenza medica, sono passate dall’essere escluse a essere centro di gravità di un paese, a politicizzarsi, entrare a teatro, negli uffici non solo per pulirli, ad accedere a nuovi dipartimenti, a nuovi immaginari, ad essere rivendicati da Chávez, lui stesso proveniente da quel territorio storico. Si è trattato di una democratizzazione radicale, in mano alla gente in basso. Il quartiere, i poveri, i contadini, gli emarginati, le donne, soprattutto le donne.


Come una diga che è crollata e gli sconfitti dai tradimenti dell’indipendenza e dai patti delle élite hanno fatto irruzione sulla scena. Con passioni allegre, sconvolgentemente allegre.


Il debito storico accumulato era immenso quando Chávez è arrivato alla presidenza. Mancanza di assistenza sanitaria, di accesso all’educazione, alla casa, ai documenti, all’acqua, ai pasti, le macerie dell’avarizia di coloro che avevano portato la maggioranza di un paese petrolifero alla povertà. È falso il mito del Venezuela felice pre-Chávez. Quel Venezuela era saltato in aria il 27 febbraio 1989 [giorno del “Caracazo”, una mobilitazione popolare contro le misure di austerità promosse dal governo dell’epoca, sulla scorta dei diktat del FMI, NdT], e i protagonisti di quei giorni di piombo e moltitudine sono stati quelli che hanno costruito la colonna vertebrale del chavismo, il suo orizzonte. Lì Chávez ha posto la scommessa strategica. E la prima cosa è stata questo debito, risolverlo in maniera accelerata: aprire centri di salute, missioni per lo studio, portare acqua nei quartieri, cibo nei piatti.


Ridurre la questione alla dimensione materiale è come ridurre il chavismo a un governo: un errore. Il processo ha generato una rivalorizzazione di milioni, come persone, storia nazionale, popolare, forma di vita, colore della pelle. La dignità, l’orgoglio nel suo miglior significato, questa è stata la potenza che si è messa in moto, che si è battuta contro il colpo di Stato del 2002, lo sciopero petrolifero, che ha permesso di resistere in questi anni in cui le conquiste materiali – salve eccezioni come le abitazioni – non avanzano più, retrocedono, e le più colpite sono in maniera maggioritaria le classi medie le basse, vale a dire proprio la base sociale chavista.


Il chavismo si è configurato come qualcosa di peculiare, identitario, il nome politico di coloro che sono sempre stati fuori dai giochi. Esiste un’equazione che raramente fallisce: quanto più umile materialmente è un quartiere, più chavista è la sua gente. La classe media emergente è stata la prima ad allontanarsi dinanzi ai colpi di una guerra disegnata e che si è combinata con errori propri – le classi medie storiche hanno per lo più associato il proprio destino a quello dei ricchi di Miami. La dimensione del chavismo come identità, potenziata dal vincolo razionale/sentimentale con la figura di Hugo Chávez, è stata costruita da un protagonismo nella conquista delle cose: non sono cadute dal cielo.


Ascolto il vecchio. Quando ci viene sete taglia un cocco con il machete, offre l’acqua, racconta della produzione, delle “recuperazioni” delle terre che ora producono mais, yuca, banane, perché si tratta di democratizzare la terra e di darle la produttività che i grandi proprietari terrieri mai le diedero. Il vecchio non è diventato ricco, ha la pelle come cuoio, magro con muscoli tesi, continua nella vita di sempre. Ma nessuno gli toglie l’essere chavista. Sebbene la situazione sia difficile, siano stati eseguiti sgomberi di contadini con la complicità di chi dovrebbe essere chavista e davanti a un mucchio in dollari si è girato dall’altra parte, o magari ha sempre fatto così e non è mai stato chavista. Quel contadino stesso è il chavismo.


Sono milioni come lui. La base sociale dura del chavismo, il chavismo stesso. Che esce fuori quando molti danno la battaglia per finita. Come il 30 luglio dell’anno scorso, quando più di otto milioni di persone sono andate a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente dopo quattro mesi di accerchiamento violento, in cui essere chavista in una zona della classe alta era sentenza di morte quasi sicura. Perché hanno attraversato fiumi per evitare i paramilitari e andare a votare? Non è stato per il governo, il partito, né sicuramente per la necessità stessa di cambiare la Costituzione, è stato per qualcosa di più grande, di più profondo, una storia, un’identità, è stato per sé stessi. La scala di priorità, valori e capacità di risposta, è altra.


Se non si capisce la classe, il suo passato, le forme territoriali, economiche, culturali, la sua maniera di fare politica, non si capisce il chavismo. Lì sta la sua genesi. È lì che si deve iniziare a ricomporre parti di ciò che si è perso, costruire di nuovo il senso comune. Perché molti, nelle zone popolari stesse, si sono allontanati, sfilati, sono entrati nell’esercito di chi si alza ogni giorno per risolvere i problemi materiali e hanno smesso di credere nella rivoluzione come orizzonte di possibilità. Non passano ad un’altra opzione politica, tornano al privato, è il ripiegamento. Prodotto del logoramento della guerra – è uno dei suoi obiettivi – e delle delusioni derivanti da dirigenti del chavismo che riproducono le forme della politica contro cui insorse la rivoluzione: clientelari, monopolizzatrici della parola. È il chavismo contro sé stesso, i molti chavismi dentro il chavismo. Il vecchio ce l’ha chiaro.


Chávez non sono più io, aveva detto Chávez.


Aveva ragione.

[Trad. dal castigliano di Giuliano Granato]

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