Dal rentismo al socialismo comunale bolivariano

di Mario Sanoja Obediente – Iraida Vargas-Arenas

Raccolta di saggi

Introduzione

Pasqualina Curcio

 

PRESENTAZIONE

In questi frangenti, nei quali il popolo venezuelano è vittima di un’atroce aggressione da parte delle forze imperiali, e da parte di coloro che visibilmente concentrano i grandi capitali nazionali e transnazionali, è il momento in cui è imperiosamente necessario avanzare con più rapidità nella rivoluzione economica. Dal 1999, quando Hugo Chavez assunse la presidenza e fu fondata una nuova Repubblica approvata democraticamente con referendum popolare da parte della maggioranza dei venezuelani, questo popolo è stato vittima di aggressione da parte dei grandi capitali, i quali iniziarono ad attivare i loro molteplici meccanismi per impedire, ad ogni costo, che un modello di giustizia sociale, uguaglianza e centrato sull’essere umano, si consolidasse e mostrasse i suoi successi. All’inizio, le aggressioni furono frontali. Coloro che cercavano di colpire le condizioni sociali della popolazione attraverso l’alterazione dell’economia, mostravano il loro vero volto, è così che convocarono serrate generali e sabotarono la principale industria nazionale, la PDVSA, durante gli anni 2002 e 2003, a partire dal 2007, e con maggiore intensità dal 2012, anno nel quale il presidente Chávez informò sulla sua condizione di salute, e successivamente nel 2013, quando assunse la presidenza Nicolás Maduro, queste aggressioni sono state più subdole.

Si tratta di aggressioni che, come affermato, sono contro il popolo, che però utilizzano l’economia, la distorsione dei mercati e la manipolazione di variabili economiche per colpire le condizioni sociali della popolazione e in questo modo fiaccare l’appoggio del popolo alla Rivoluzione Bolivariana, cercando di incidere sulle sue preferenze elettorali e politiche. In questo contesto, queste grandi corporazioni, che contano con il potere dei mercati per la sua condizione di monopoli e oligopoli, hanno privato di beni essenziali i venezuelani, ed in generale tutti quelli che vivono nel nostro territorio. In quanto responsabili della produzione e distribuzione hanno costretto il popolo a larghe code per acquisire alimenti, medicine e prodotti di igiene personale, ciò ovviamente ha generato un grande malessere e la proliferazione dei mercati neri nei quali questi beni sono dirottati e venduti ad un prezzo maggiorato. Dietro questi grandi interessi del capitalismo si nascondono coloro che hanno manipolato in maniera spropositata il valore del bolívar nel mercato illegale dei cambi. Attraverso la pubblicazione quotidiana nei portali web e nelle reti sociali hanno registrato un virtuale valore della moneta che in nessun caso corrisponde con la realtà economica, ma che è a loro servito per alterare il sistema dei prezzi interni dell’economia, ciò ha a sua volta causato l’aumento dell’inflazione e pertanto l’affondo al potere d’acquisto della classe operaia venezuelana.

Queste pratiche di sabotaggio da parte delle grandi corporazioni, pratiche che non sono inedite e che trascendono nel tempo e nello spazio la situazione attuale del Venezuela, sono sempre state accompagnate dal discorso egemonico imperiale del presunto fallimento dei modelli socialisti. Una guerra mediatica e pertanto psicologica, tanto nazionale quanto internazionale, fa da supporto a tali azioni. In questa campagna di comunicazione contro i modelli socialisti, non sono i padroni del capitale coloro che ci mettono la faccia, questi si affidano ai loro presta nomi, principalmente i partiti locali, alcune organizzazioni non governative finanziate dallo stesso imperialismo, e rappresentanti delle corporazioni, tutti coloro che sono senza bandiera e senza spirito di patria.

Di fronte a questi meccanismi che l’imperialismo ha attuato ogni volta che si è sentito minacciato da un popolo deciso ad avanzare verso un modello di giustizia, è necessario domandarsi: qual è stato il tallone di Achille dell’economia venezuelana, quali condizioni hanno facilitato il fatto che riescano ad alterare i mercati e l’economia in generale, per il quale siamo stati e continuiamo ad essere vulnerabili? Tra le risposte che si leggono e che si ascoltano, e, quindi, le proposte che si avanzano per vincere questa guerra economica nella quale si è preteso piegare il popolo venezuelano, prevale la famosa frase: “Dobbiamo superare il modello rentista petrolifero”. In questo contesto e in questo momento, è necessario tenere molto chiaro cosa intendiamo per modello rentista petrolifero, specialmente se nel nostro sviluppo storico ha prevalso un discorso, anche e non per casualità, egemonico, promosso dai grandi capitali, il quale è stato riempito di miti, riducendolo al fatto che detto modello si basa nella mono produzione e nella mono esportazione di un unico bene, il petrolio, dal quale dipende tutta la nostra economia e che ci rende vulnerabili alle variazioni dei prezzi di tale risorsa nei mercati internazionali.

Secondo il discorso che ha prevalso, il problema sta nella dipendenza della nostra economia dall’esportazione quasi esclusiva di petrolio, quindi l’opzione che si pone è diversificare le esportazioni per garantire altre fonti di valuta estera e con essa la diversificazione e aumento della produzione che garantisca nuove esportazioni. Certamente, il 95% dei guadagni in valuta estera del Venezuela corrisponde alle esportazioni di petrolio. Tuttavia, per quanto riguarda l’affermazione secondo la quale si produce solo petrolio, dobbiamo dire che il prodotto petrolifero nazionale lordo è stato storicamente meno del 20% del totale, cioè l’80% della produzione nazionale non è petrolifera. Ora, il problema non è solo il fatto di essere mono-esportatori e, quindi, dipendenti dai prezzi internazionali del petrolio. Il problema principale, ciò che rende veramente vulnerabili i venezuelani è la loro dipendenza da grandi società, nazionali e transnazionali, che sono responsabili della produzione, dell’importazione e della distribuzione di beni essenziali. Queste società che concentrano capitali di grandi dimensioni sono quelle che storicamente e attraverso diversi meccanismi si sono appropriati della rendita petrolifera, limitandosi, nel migliore dei casi, a rifornire il mercato nazionale senza generare alcun ricavo per il paese attraverso le esportazioni. Il superamento del modello rentista petrolifero sta nel modo in cui viene distribuita la rendita, impedendo a queste grandi società, le stesse che hanno il potere di privare i venezuelani di cibo e medicine, dal continuare a finanziare le loro azioni con le risorse petrolifere. La sfida è impedire che queste stesse società, attraverso l’appropriazione della rendita, aumentino la concentrazione del capitale. Il petrolio di per sé non è stato un problema per l’economia, al contrario, la possibilità che lo Stato amministri la rendita del petrolio ha permesso di contrastare le aggressioni dell’imperialismo contro il popolo venezuelano. Ciò che deve essere superato e ciò che costituisce la grande sfida è che detta rendita, proprietà di tutti i venezuelani, raggiunga la popolazione senza la previa intermediazione da parte di pochi, ma grandi società private, che violano la sovranità della popolazione venezuelana finanziandosi con la rendita del petrolio. In questo senso, diversificare le esportazioni e quindi la produzione nazionale è un aspetto importante, ma non è sufficiente. Non risolviamo la nostra vulnerabilità se coloro che esportano sono ancora le stesse grandi società che hanno attaccato il popolo venezuelano. In questo scenario, non solo dipenderemo dai beni e dai servizi, ma anche dalle valute. Pertanto, il superamento del modello rentista petrolifero deve essere inteso non solo come l’aumento e la diversificazione della produzione e delle esportazioni, ma anche come, e in sostanza, la democratizzazione della produzione nelle mani dello Stato e delle comuni. È imperativo rompere con la dipendenza dalle grandi società private. Per questo motivo, più che superare il modello rentista, si tratta di avanzare nella rivoluzione economica.

Nelle parole di Hugo Chávez, contenute nel Plan de la Patria, si tratta di “accelerare il cambiamento del sistema economico, superando il modello capitalista petrolifero rentista, verso il modello economico produttivo socialista, lasciando il posto a una società più egualitaria e giusta, verso socialismo, basato sul ruolo dello Stato Sociale e Democratico, di Diritto e di Giustizia”. Si tratta anche “della promozione necessaria di una nuova egemonia etica, morale e spirituale che ci consenta di superare i vizi, che non hanno ancora finito di morire, del vecchio modello della società capitalista” e “l’irruzione definitiva del nuovo Stato Sociale e Democratico, di Diritto e di Giustizia, attraverso il consolidamento e l’espansione del potere popolare e dell’autogoverno in specifiche popolazioni e territori che si costituiscono nelle comuni”. In questi tempi decisivi per la Rivoluzione Bolivariana e in vista della necessità imperativa di passare dal modello rentista del capitalismo petrolifero al modello economico socialista produttivo, l’opera di Iraida Vargas-Arenas e Mario Sanoja Obediente, intitolata Dal rentismo al socialismo comunale bolivariano, costituisce un pezzo fondamentale e lettura obbligata per capire il processo che stiamo vivendo attualmente. Questo lavoro è il risultato di uno sforzo rigoroso di sistematizzazione per mostrare cosa è successo dal 2013 in Venezuela. Gli autori basano l’analisi sulle cause originali, quindi questo lavoro ci porta attraverso un’affascinante rassegna della storia economica del Venezuela dal diciottesimo secolo. Gli autori mostrano che attualmente il popolo venezuelano sta vivendo una fase critica, che considerano come la transizione tra la fase finale del rentismo petrolifero e il socialismo comunale bolivariano.

I saggi qui raccolti, scritti in modo semplice e didattico, contribuiscono alla decolonizzazione dell’immaginario della rivoluzione, che è stata distorta dai media e dall’offensiva culturale. Vargas-Arenas e Sanoja riconoscono la necessità della formazione ideologica dei quadri di assumere questo compito cruciale di fondare una società socialista comunale. Sottolineano la necessità della rivoluzione culturale.

Per passare dal modello rentista del capitalismo petrolifero al modello economico socialista produttivo, è imperativo, nelle parole degli autori: “formare e consolidare prima nei collettivi sociali la loro soggettività, includere la solidarietà, la fedeltà, la coscienza sociale rivoluzionaria e il dovere sociale del fatto che il socialismo comunale è necessario; che la povertà, la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale sono una condizione storica derivata dal capitalismo, che il capitalismo neoliberale sopravvive solo nella misura in cui riesce a potenziare quella condizione storica attraverso la quale riesce ad arrestare ed eventualmente distruggere i movimenti sociali che lottano per imporre il socialismo”.


La rivoluzione è o un evento profondamente culturale o non è.

(Hugo Chávez Frías)

Pasqualina Curcio Curcio

10 marzo 2017

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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