Sabotaggio alla democrazia in Venezuela

S. Domingo

di Atilio Borón

da Telesur

08feb2018.- Confermando ancora una volta il loro sinistro ruolo, gli Stati Uniti hanno appena sabotato un accordo laboriosamente raggiunto tra il governo e l’opposizione venezuelana nei dialoghi di Santo Domingo. Nella lettera pubblicata in data 7 febbraio, l’ex-primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero ha rivelato la sua sorpresa e, in modo più sottile, la sua indignazione per l’’inaspettata’ rinuncia dei rappresentanti dell’opposizione a firmare l’accordo, quando tutto era pronto per la cerimonia di protocollo, in cui la buona notizia sarebbe stata annunciata pubblicamente. Come rivelato nella lettera, Zapatero dice che, dopo due anni di colloqui e confronti, si era giunti a un accordo per avviare ‘un processo elettorale con garanzie e accordo sulla data delle elezioni, sulla posizione riguardo alle sanzioni contro il Venezuela, sulle condizioni per la Commissione della Verità, sulla cooperazione di fronte alle sfide sociali ed economiche, sull’impegno verso una normalizzazione istituzionale e un pieno sviluppo delle politiche democratiche, nonché sulle garanzie per il rispetto dell’accordo’. 

Quest’accordo, se fosse stato firmato dall’opposizione, avrebbe messo fine alla crisi politica che, con le sue ripercussioni economiche e sociali, aveva scatenato una delle più gravi crisi del Venezuela nella sua storia. Era anche un gigantesco passo verso la normalizzazione di una situazione regionale sempre più accentuata dalle risonanze del conflitto venezuelano. Il pretesto sorprendentemente utilizzato dall’imbarazzata opposizione è stato la ripresa della domanda che le elezioni presidenziali fossero monitorate dal Gruppo di Lima, un insieme di paesi (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Santa Lucia), i cui governi fanno a gara a chi mostra il più grande servilismo, quando si tratta di obbedire agli ordini di attaccare il Venezuela, emessi dalla Casa Bianca. Il Gruppo di Lima non è un’istituzione come l’UNASUR, l’OSA o altre. Il documento elaborato nella Repubblica Dominicana affidava al Segretariato Generale delle Nazioni Unite il coordinamento del controllo delle elezioni presidenziali, un’istituzione infinitamente più seria e prestigiosa del Gruppo di Lima, in cui abbondano i narco-presidenti, i golpisti benedetti dagli Stati Uniti come i capi del Brasile e dell’Honduras, i governi come il Messico, che hanno fatto dei brogli elettorali un’arte incomparabilmente efficiente o il Cile, il cui più grande successo democratico è stato quello di aver talmente deluso le persone, che meno della metà degli elettori è andata alle urne alle ultime elezioni presidenziali. Tuttavia, l’esigenza che questo gruppo indecoroso di governi fosse responsabile di garantire ‘la trasparenza e l’onestà’ delle elezioni presidenziali in Venezuela è stata il pretesto utilizzato per boicottare un accordo che si era costruito così laboriosamente insieme. Come spiegare quest’improvviso e inaspettato cambiamento nell’opinione dell’opposizione venezuelana?

Per rispondere a questa domanda, bisogna andare a Washington. Come era prevedibile, per la Casa Bianca l’unica soluzione accettabile è la rimozione di Maduro e un ‘cambiamento di regime’, anche se quest’opzione comportasse il pericolo di una guerra civile ed enormi costi umani ed economici. In altre parole, il modello è la Libia o l’Iraq e, in nessun modo, un patto di transizione tra il governo e l’opposizione o anche meno, l’accettare la sopravvivenza del governo bolivariano, in cambio di alcuni gesti di moderazione da parte di Caracas. Dal punto di vista geopolitico, che informa tutte le azioni della Casa Bianca, nessuno scrupolo morale può interferire con il progetto di sottomettere il Venezuela al giogo degli Stati Uniti, l’ossessione malsana dell’impero di fare un protettorato americano di un paese che ha le maggiori riserve di petrolio del pianeta e un territorio dotato di immense risorse naturali. Per i falchi di Washington qualsiasi opzione diversa da questa è puro sentimentalismo e, se i politici dell’opposizione venezuelana hanno creduto che questi negoziati sarebbero stati, se non garantiti, almeno tollerati dalla Casa Bianca, sono caduti in un’illusione infantile: credere che gli Stati Uniti si preoccupano della democrazia, o di quella che chiamano ‘crisi umanitaria’ o dello Stato di Diritto in Venezuela. Per l’impero queste richieste sono completamente irrilevanti, quando si parla della stragrande maggioranza dei ‘paesi di merda’, che costituiscono la periferia del sistema capitalistico mondiale. Così, non è stato un caso che l’ordine di astenersi dal firmare accordi sia coinciso con la visita di Rex Tillerson in Colombia: è stato il Presidente Juan M. Santos ad avere il compito disonorevole di trasmettere l’ukase imperiale ai rappresentanti della riunione dell’opposizione riuniti a Santo Domingo.

Come continuerà questa storia? Washington sta tirando la corda, per rendere inevitabile una ‘soluzione militare’ in Venezuela. È stato questo il motivo, per cui Tillerson ha fatto un giro di cinque paesi latino-americani e caraibici, nel tentativo di coordinare le azioni a livello continentale per quello che potrebbe essere l’inizio di un assalto finale contro la patria di Bolivar e Chávez. Il Comando Sud sta inviando personale dell’Aviazione degli Stati Uniti a Panama senza altro scopo credibile che attaccare il Venezuela. Nel frattempo, l’offensiva diplomatica e mediatica si sta diffondendo in tutto il mondo. Il Parlamento Europeo ha dato una nuova prova del suo processo di putrefazione, raddoppiando le sanzioni contro il Venezuela, mentre i servitori latino-americani e caraibici di Washington accettano vergognosamente l’aggressione. L’8 febbraio, il governo cileno ha annunciato la sospensione indefinita della sua partecipazione al dialogo venezuelano perché, secondo La Moneda, ‘non sono state concordate condizioni minime per un’elezione presidenziale democratica e una normalizzazione istituzionale’. Sembra che, come disse una volta José Martí, in Venezuela ‘l’ora dei forni arriva e non si vedrà altro che luce.’

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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