La destra ha vinto: e adesso?

indexdi Atilio Borón

4 feb. 2018.- Era prevedibile che il blocco di destra che governa l’Ecuador la spuntasse. Hanno vinto un’importante battaglia per ripristinare il decrepito e ingiusto ordine sociale del passato con pieni poteri nel Palazzo Carondelet. Ma come hanno vinto? E, per giunta, hanno effettivamente vinto la guerra?

Hanno vinto in violazione delle norme vigenti, che richiedevano alla Corte Costituzionale di ratificare che la consultazione rispettasse i precetti stabiliti dalla Costituzione di Montecristi. Il presidente Lenin Moreno, posseduto da una sospetta urgenza, non ha voluto aspettare i tempi costituzionali e, quindi, manu militari, ha stabilito una consultazione illegale e incostituzionale che, peraltro, non è mai stata tra i suoi piani. Durante la sua campagna presidenziale nel febbraio 2017 e nel ballottaggio del 2 aprile, Moreno non ha mai menzionato la necessità di indire questa consultazione, né ha mostrato alcun interesse a indagare su alcune delle questioni che sono state oggetto della consultazione di ieri. Quindi, esiste un’illegittimità all’origine, che sarà fonte di dure dispute negli anni a venire.

Inoltre, il blocco di destra, cui si è piegato Moreno, vai a sapere in cambio di cosa, ha attentato contro le condizioni più elementari richieste da elezioni democratiche. Durante il mese della campagna, l’ex-presidente Correa non è stato invitato a nessun programma televisivo privato o pubblico, né a una radio nazionale né intervistato da alcun giornale. Quello del governo nazionale, El Telégrafo, lo ha completamente ignorato, con un’ostentata mancanza di rispetto verso chi, fino a meno di un anno fa, era stato presidente della repubblica. Ha invece fatto spazio nelle sue colonne al corrotto usurpatore della presidenza brasiliana, Michel Temer. Non è un mistero per nessuno che, senza democrazia nello spazio pubblico, specialmente nei media, non ci può essere democrazia elettorale. In queste condizioni ciò che abbiamo, è un simulacro di democrazia ma niente di più. E questo è ciò che è successo ieri in Ecuador, nonostante il fatto che il governo faccia appello al pomposo titolo di ‘consultazione dei cittadini’. Essendo Correa stato proscritto da tutti i media nazionali, sarebbe stato quasi un miracolo ribaltare la situazione sul piano elettorale. Non solo: l’oligarchia mediatica e la destra non hanno risparmiato parole per diffamare la figura dell’ex-presidente, privandolo del diritto di replica. Di fatto, l’opinione pubblica è stata bombardata da ogni sorta di calunnia e infamia contro Correa, con soddisfazione del governo e dei suoi elettori.

Quanto è solido il trionfo della destra? E lo diciamo proprio perché tutto l’apparato di propaganda della reazione attribuirà la vittoria ai nemici di Correa, il quale li ha sempre sconfitti per più di dieci anni, non Moreno, relegati in uno sfondo meritato e che difficilmente avrebbe lasciato salire sul podio dei vincitori. Gli è stato assegnato un compito sporco, lo ha portato a termine, ma in nessun modo questo lo farà diventare il capo del blocco restaurativo. Se si esegue un esercizio aritmetico molto semplice, ad esempio nella domanda cruciale numero due – che impedisce la rielezione più di una volta – e i voti vengono sottratti dal NO (65%, con quasi la metà dei voti contati a chiudere questa nota) la percentuale ottenuta da Guillermo Lasso, il candidato di destra nel ballottaggio di aprile (49%), il risultato è che il NO di Moreno raggiunge a malapena il 16%, contro il 35% del SI di Correa. Ecco perché la destra insisterà in modo intransigente sul fatto che il referendum è la loro vittoria e non quella del governo.

Detto questo, l’Ecuador andrà verso il ‘post-correismo’? Difficile da prevedere, ma la storia recente di questo paese ci ricorda che i dieci anni di stabilità politica e sociale dell’epoca Correa sono stati un intervallo virtuoso in una storia recente, segnata da più di un decennio di rivolte popolari e insurrezioni di strada. Impedire all’ex-presidente di esercitare il suo diritto come cittadino a candidarsi alle elezioni potrebbe innescare nuovi disordini. Perché non solo si condanna all’ostracismo una figura di dimensioni continentali come Correa, ma anche in quanto si bandisce, indirettamente, una forza politica che, considerata di per sé, è maggioritaria, perché controlla da sola almeno un terzo dei voti validi, il che getta seri dubbi sulla futura stabilità del sistema politico. Compiuta la sua opera, Moreno, che non conta su una maggioranza parlamentare, sarà prigioniero del ricatto della destra. I banchieri, l’oligarchia imprenditoriale, “l’Ambasciata” e i media corrotti imporranno a sangue e fuoco il loro programma reazionario e restauratore e l’attuale presidente potrebbe subire il destino di Jamil Mahuad che, pur avendo attuato il programma dei banchieri, è dovuto fuggire a gambe levate da Carondelet, per cercare rifugio nell’ambasciata degli Stati Uniti. Insomma, Moreno e i suoi datori di lavoro hanno deciso di giocare con il fuoco. Hanno vinto una battaglia, ma non c’è bisogno di essere molto perspicaci per vedere che un popolo, che nel giro di dieci anni ha fatto fuori tre presidenti e ha portato al rovesciamento di altri, potrebbe ricordare le sue imprese di un tempo e, prima che dilaghi la barbarie – una dittatura illimitata del capitale -, può decidere di prendere di nuovo il proprio destino nelle proprie mani e scuotere il giogo degli oppressori e di quelli che hanno tradito il progetto di emancipazione della Rivoluzione Cittadina.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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