Il tradimento di Lenín Moreno

Moreno

 

di Atilio Borón

21 gennaio 2018

da Telesur

 

“Vi sono pugnali nei sorrisi degli uomini;
quanto più vicini, tanto più cruenti.”
(William Shakespeare)

 

 

È impossibile parlare della situazione politica drammatica che si sta configurando in Ecuador, in occasione del referendum e della Consulta Popolare del 4 febbraio, senza che una parola affiori  immediatamente nella coscienza (e nella mente) dell’osservatore: tradimento. È un termine molto duro per la sua palese immoralità. Quell’enorme umanista che fu Shakespeare fece del tradimento l’oggetto di innumerevoli riflessioni nella sua voluminosa produzione letteraria. Ma è stato in Macbeth che il tema è diventato il filo conduttore dell’opera. E lì, il tradimento appare come il rovescio di una malsana e incontrollabile passione: l’ambizione, con essa l’invidia e una rivalità malamente contenuta, che improvvisamente esplode non appena le condizioni sono propizie.

Si può argomentare, tradire che o chi? cosa? Niente meno che la maggior parte degli elettori ecuadoriani, che hanno votato per un candidato che si presentava come il continuatore della rivoluzione cittadina, un processo di profonde trasformazioni che ha cambiato radicalmente, in meglio, la società ecuadoriana. Moreno ha perpetrato una frode elettorale, come quella di Mauricio Macri in Argentina, ed è stato protagonista di un’appropriazione indebita della fiducia riposta in lui dalla cittadinanza che lo ha reso presidente. Il popolo ecuadoriano dovrebbe fidarsi delle promesse di un personaggio che lo ha già tradito una volta? Perché non dovrebbe ripetere la sua condotta disonesta? Certamente, come tutte le creazioni storiche, la Rivoluzione  Cittadina ha avuto le sue contraddizioni, i suoi grandi successi, i suoi errori e le sue questioni in sospeso. Ma la direzione del processo era corretta e la destra ecuadoriana e l’imperialismo non avevano avuto torto a trasformare il suo leader, Rafael Correa, nella bestia nera non solo dell’Ecuador ma della politica internazionale. Tradimento delle persone che lo hanno votato, del partito che lo ha candidato come presidente e di Rafael Correa, di cui Lenin Moreno è stato il vice-presidente e collaboratore più stretto, all’interno e all’esterno del paese, per dieci anni. Tradimento per aver attaccato un personaggio di cui diceva solo meraviglie durante la campagna elettorale, che lo ha lanciato al Palazzo di Carondolet e la cui enorme popolarità lo ha sostenuto nella vittoria in un ballottaggio al filo del rasoio. Il quale ha presentato queste caratteristiche, perché, già dalla campagna del primo turno, la destra locale e internazionale, i partiti del vecchio ordine, gli organismi delle grandi imprese e tutta l’oligarchia dei media in Ecuador e all’estero, hanno denunciato la truffa che sarebbe stata perpetrata dal Consiglio Nazionale Elettorale nella fase precedente alle elezioni e che sarebbe continuata il giorno del voto e nel successivo, mentre si contavano i voti. Un’accusa completamente infondata (come dimostrato all’incontro dei rappresentanti di CREO-SUMA, la forza politica che ha candidato Guillermo Lasso, con gli osservatori internazionali invitati a monitorare il processo elettorale). Alcuni di questi, per nulla simpatizzanti del governo di Correa, sono esplosi di indignazione  di fronte alla caterva di false accuse messe in piedi dai sostenitori di Lasso ed enormemente amplificati dai “media indipendenti”.

Nel summenzionato incontro con i membri del CREO-SUM, uno degli osservatori ha messo fine alle critiche dicendo: ‘non vogliamo pettegolezzi, fornite dati concreti’. Non l’hanno mai fatto e non hanno mai formalizzato una denuncia specifica davanti alla Corte per le Contese Elettorali. L’obiettivo di questa strategia calunniosa era chiaro: delegittimare la prevedibile vittoria di Moreno al primo turno, indebolire anticipatamente il suo governo e infiacchire lo spirito della nuova squadra di governo, nel caso il candidato della destra Guillermo Lasso fosse stato sconfitto al secondo turno. Nonostante le assurde e infondate accuse di frode, è certo che hanno prelevato il loro pedaggio sul fragile blocco  politico di Moreno e dei suoi collaboratori, che hanno relegato a un ruolo subalterno e minore Alianza País, un’organizzazione politica, che aveva dato ampie prove – vincendo in quattordici processi elettorali – della propria efficacia come meccanismo elettorale.

Ma il tradimento di Moreno difficilmente può essere spiegato solo da fattori psicologici, come se fosse solo la conseguenza infame di un’ambizione eccessiva. Né per errori grossolani di campagna, che hanno causato una vittoria molto serrata. La fulminante e sorprendente mutazione di orientamento politico dell’attuale presidente è al servizio di un progetto di restaurazione, per il quale è stato reclutato chi sa quando, come e in cambio di che cosa – dai settori tradizionali del potere in Ecuador e senza dubbio alcuno, da Washington, con l’oggetto preciso e inderogabile di distruggere definitivamente qualsiasi opzione progressista o di sinistra nel paese e, per estensione, eliminare chi, come Rafael Correa, ha incarnato questi ideali per dieci anni. Ovviamente, l’attuale presidente si è dimostrato inafferrabile e senza scrupoli, come personaggio che si è insinuato negli interstizi della struttura di governo e ha atteso con pazienza e astuzia l’occasione per  scaricare la sua pugnalata alle spalle, facendo onore alla citazione presente nel titolo di quest’articolo. Tutti sono stati colpiti, nella sua campagna, sia al primo che al secondo turno, dagli elogi esaltati verso Correa e dalla facilità con cui ha lanciato promesse demagogiche, impossibili da soddisfare. Il lancio del Plano Toda una Vida è emerso nelle ultime due settimane della campagna, al primo turno, come una risorsa per intensificarla, data la probabilità di non superare il 40% dei voti. Con questo piano, Moreno ha teso ad affossare la proposta di programma di Alianza País e a dare al suo discorso, fino a quel momento sempre vago, un carattere da grandi visioni e messaggi di speranza propri di un pastore tele-predicatore, mediante l’enunciazione di contenuti concreti e mete identificabili per gli elettori.

In quest’ottica, prometteva mari e monti: occupazione per tutti, case per tutti, salute per tutti, ma senza mai dire come avrebbe finanziato quelle politiche e quale sarebbe stato il suo progetto economico. Doveva essere quello che aveva iniziato il suo predecessore, ma in modo significativo non ha parlato dell’economia ecuadoriana, del dominio che, nonostante le trasformazioni introdotte da Correa, conservavano ancora i banchieri, gli oligopoli dei media, il capitale straniero; in breve, coloro che detenevano in Ecuador un potere reale, diverso e molto più forte di quello del governo. Non è passato inosservato a nessuno, come nelle fasi finali del secondo turno Moreno è diventato sempre più ricettivo alle rivendicazioni della destra, ha tacitamente ammesso le loro accuse di frode, ha ascoltato con indifferenza le loro querule lamentele per la mancanza di libertà di stampa in Ecuador e la necessità di riaprire un dialogo che, secondo loro, sarebbe stato soffocato da Correa. Per giunta, ci hanno sorpreso tutti le intempestive accuse di corruzione lanciate non appena assunta la carica di presidente, ombra indecente proiettata in modo indiscriminato contro funzionari dell’ex-governo, tranne lui, naturalmente. Se c’era tanta corruzione, come diceva Moreno, come mai ci sono voluti dieci anni, per rendersi conto di essere in un nido di persone corrotte? Dal momento che questo è improbabile, se la corruzione esisteva, lui ne è stato un complice; e se non c’è stata, il suo atteggiamento è stato un’infamia perpetrata per servire ancora una volta la coalizione di interessi che, alla fine del secolo scorso, ha precipitato l’Ecuador nella peggiore crisi della sua storia.

Lo smantellamento della Rivoluzione Cittadina non implica solo il ripristino scandaloso dei banchieri e dell’oligarchia dei media, ‘il potere dietro al trono’, come vera autorità di governo. L’impatto si avverte anche sulla cultura e i mezzi di comunicazione, con la razzia praticata nel giornale ufficiale ‘El Telegrafo’ che, seguendo la nuova ispirazione, annovera un ultra-corrotto come il presidente brasiliano Michel Temer come uno dei suoi collaboratori, mentre che notevoli intellettuali ecuadoriani sono stati espulsi dal giornale. Moreno non trova niente di sbagliato nel fatto che il panorama comunicativo del paese sia caduto ancora una volta in mani private o che media statali, come la Radio Pubblica dell’Ecuador, per esempio, diventi espressione critica pettegola di tutto ciò che prima elogiava.

Tuttavia, il morenismo è ben lungi dall’essere un blocco compatto al potere. Lo caratterizzano numerose contraddizioni. Da un lato, ci sono i sopravvissuti della fase precedente, progressisti che, per ora, lavorano nel settore delle politiche sociali, fino a quando la destra completerà l’epurazione effettuata nella pubblica amministrazione; contro di loro si erge uno sciame eterogeneo di gruppi aziendali che hanno preso il governo d’assalto, uniti dalla comune ambizione di saccheggiare l’economia nazionale e lo stato, in opposizione ad altri settori aziendali, che, lasciati al margine del festino, aspirano ad assumere direttamente le posizioni di controllo del governo senza mediazioni superflue come quella di Moreno e del suo gruppo. Questo assalto al governo da parte dei gruppi di grandi imprese è analogo a quello che ha avuto luogo in Argentina con l’avvento di Macri.

In entrambi i casi si è prodotto un singolare e deplorabile passaggio dal potere al governo, quando, in una democrazia, si suppone che il percorso sia al contrario: è il governo emerso dal voto popolare che deve conquistare il potere o almeno frammenti significativi di questo, se effettivamente vuole governare. Il risultato di questa inversione lo stiamo vedendo chiaramente in Argentina: svuotamento della democrazia, perdita della protezione sociale, concentrazione della ricchezza e intensificazione della violenza istituzionale per silenziare le proteste sociali. Non credo che la storia sarebbe molto differente in Ecuador, se si continuasse per la strada tracciata da Moreno.

Da quanto sopra risulta che, al di là della apparente varietà delle domande, il referendum di febbraio ha un solo obiettivo: eliminare la possibilità che Rafael Correa possa tornare a candidarsi alle elezioni. Ci sono tre domande cruciali che rivelano chiaramente il progetto politico del nuovo blocco imprenditoriale, che ha colonizzato i vertici dello Stato: due di loro sono finalizzate a garantire l’unica cosa che conta per l’impero e i suoi lacchè ecuadoriani: la messa al bando politica di Correa, la sua condanna all’ostracismo e, in tal modo, la liquidazione in pochi mesi della sua eredità politica, l’inversione delle trasformazioni avvenute negli ultimi dieci anni e la restaurazione dello stato nazionale nel suo ruolo tradizionale di subordinazione alle forze del mercato. Si tratta di domande inerenti la soppressione definitiva della possibilità che un cittadino o una cittadina possa ricandidarsi per la stessa carica, ledendo il diritto dei cittadini di presentarsi alle elezioni, di eleggere ed essere eletti, il tutto giustificato con lo scopo di garantire il principio di alternanza. L’altro quesito cerca di eliminare il Consiglio per la Partecipazione dei Cittadini e il Controllo Sociale, un organo che era il principale custode dello Stato di diritto e della separazione dei poteri, sancita nella Costituzione di Montecristi. Se questa modifica venisse approvata, le principali autorità dei vari rami e apparati dello stato passerebbero ‘temporaneamente’ a essere scelti a piacere dall’attuale presidente. In altre parole, si legalizzerebbe un colpo di stato.

Il terzo quesito, il numero sei del referendum, esprime con chiarezza esemplare il patto di Moreno con l’oligarchia finanziaria. Attraverso di esso, si cerca di abrogare la Legge del Plusvalore, che mira a ‘evitare speculazioni sul valore della terra e sulla tassazione’. In breve, ciò che è in ballo in questa mostruosità illegale e illegittima è l’eliminazione per sempre della presenza di Rafael Correa dalla politica ecuadoriana (e regionale); la restaurazione neoliberista dello stato ad opera delle grandi compagnie, come è avvenuto nell’Argentina di Macri, favorendo i capitalisti speculativi (di qui, la volontà di abrogazione della legge del plusvalore) e trasferendo il controllo delle posizioni chiave dell’apparato statale in mani private, stabilendo una sorta di CEOcrazia, che sarebbe un colpo mortale alle aspirazioni democratiche dei cittadini ecuadoriani.

Al tradimento, si aggiunge l’infamia di una mossa come questa. Chi come noi ha combattuto per un’America Latina unita e nella direzione della sua seconda e definitiva indipendenza, non può che esprimere la propria più ferma condanna dei disegni nefasti del governo ecuadoriano corrente e la fiducia nel popolo di questo paese, che saprà  bloccare questa manovra. Nel primo articolo, che ho scritto sulle importanti elezioni presidenziali del febbraio 2017, ho affermato che una nuova battaglia di Stalingrado veniva combattuta in Ecuador, decisiva non solo per il suo futuro, ma anche per quello di tutta l’America Latina. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando il candidato del vecchio regime è stato sconfitto, simbolo di un paese oppresso da una vorace oligarchia e dai suoi mentori del nord. Ma non avremmo mai immaginato che nel valoroso esercito cittadino impegnato nella vittoria di Moreno c’era un ‘cavallo di Troia’, una quinta colonna, disposta a tradire non solo il popolare leader dell’Ecuador, ma il progetto di trasformazione che ha incarnato. Se il popolo ecuadoriano arrivasse a sostenere la proposta di Moreno nel suo referendum, succederebbe che il paese sprofonderebbe, purtroppo per lui, nello stesso percorso opprimente, decadente e violento aperto da Mauricio Macri in Argentina. Uno sguardo sobrio a quello che sta accadendo nel mio paese dovrebbe essere sufficiente a convincere le Ecuadoriane e gli Ecuadoriani della necessità di evitare un risultato così disastroso. Il trionfo del NO nelle tre domande chiave del referendum aprirebbe invece le porte alla rinascita di una speranza, che è ora messa in ombra dall’obbrobrio di un tradimento.

[1][1]  Si vedano i quesiti del referendum in: http://www.eltelegrafo.com.ec/noticias/politica/2/estas-son-las-preguntas-oficiales-para-el-referendum-y-consulta-popular-en-ecuador

 

[trad. dal castigliano per Albainformazione di Marco Nieli]

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