Analisi delle elezioni regionali in Venezuela: significato e prospettive

di Giuliano Granato

Alla fine anche l’ultimo stato conteso, Bolìvar, è stato vinto dal rappresentante del PSUV – Gran Polo Patriotico. Il risultato finale parla quindi di 18 stati in mano a governatori chavisti e 5 in mano all’opposizione della MUD (in particolare 4 a membri di Acciòn Democratica, uno dei tradizionali partiti venezuelani, che sta anche nella Internazionale Socialista, e uno a Primero Justicia, tra i capifila delle guarimbas di aprile-luglio – non che AD non sia stato protagonista eh!). Il 78% del totale.

Il chavismo ha ottenuto, a livello nazionale, il 54% dei voti, contro il 45% della MUD. L’affluenza è il 61%, più alta di quella registrata in occasione dell’elezione dei deputati della Costituente del 30 luglio: all’epoca andò a votare circa il 40% della popolazione, ma c’era il boicottaggio assoluto da parte dell’opposizione. Soprattutto, è quasi record per questo tipo di votazioni: come ci ricordava un compagno che vive a Caracas, le elezioni per i governatori sono quelle che meno “interessano”. Dopo la tornata del 2008, quando andò a votare il 65% degli aventi diritto, siamo al secondo miglior risultato di sempre. Incredibile se si pensa alle difficoltà quotidiane cui va incontro la popolazione venezuelana.

Rispetto al 2012, anno delle ultime elezioni per i governatori, l’opposizione guadagna alcune regioni, ma considerata la situazione del paese, i proclami della MUD che fino a pochi mesi fa diceva di rappresentare l’80/90% dei venezuelani e tenuta in considerazione anche la sconfitta chavista alle parlamentari del 2015, questi risultati costituiscono un successo straordinario.

L’INCONSISTENZA DELL’OPPOSIZIONE

Se guardiamo al numero di voti ottenuti dalle forze in campo e li mettiamo a paragone con quelli della tornata elettorale del 2015 iniziamo a precisare il quadro.Il chavismo ha infatti ottenuto più o meno gli stessi voti ottenuti due anni fa. Al contrario dell’opposizione: la MUD ha perso infatti circa 2.200.000 voti. Due milioni di voti in meno non è poca cosa e dà il segno della portata della sconfitta della destra.La leadership dei partiti della MUD è completamente screditata. Dopo la vittoria elettorale alle legislative del dicembre 2015, avevano promesso che avrebbero cacciato il dittatore Maduro in 6 mesi e i tempi s’erano allungati. Da aprile a luglio avevano promesso che le mobilitazioni di strada, le violenze quotidiane avrebbero portato alla cacciata del dittatore Maduro e hanno fallito.

Dicevano che in Venezuela c’era una dittatura terribile, che non c’erano più spazi democratici, che tutti i poteri dello stato erano dittatoriali e poi si sono tranquillamente candidati alle elezioni per i governatori, accettando di sottoporsi al sistema del CNE, il Comitato Nazionale Elettorale, che era stato accusato un giorno sì e l’altro pure di essere uno strumento totalmente nelle mani di Maduro, senza alcuna credibilità.

Aggiungiamoci che dalle colonne dei giornali, nelle interviste in TV e soprattutto durante le visite all’estero facevano continuamente appello all’ingerenza straniera e il quadro è completo. Molti elettori della MUD sono rimasti – per esser buoni – completamente allo sbando. E hanno punito la MUD disertando le urne. Tra l’altro, all’interno dell’opposizione gli sconfitti sono stati i partiti che erano stati i protagonisti delle “guarimbas” di aprile/luglio: Voluntad Popular e Primero Justicia; il “vincitore” è Acción Democratica di Ramos Allup, partito che si può continuare a definire socialdemocratico solo perché le parole non hanno più alcun senso.

I leader della MUD assomigliano un po’ ai presunti leader di una presunta opposizione al governo di Castro a Cuba per come appaiono nei rapporti interni della CIA: dei cialtroni, incapaci, alla ricerca semplicemente di soldi e sempre pronti alla rissa gli uni con gli altri. In effetti lo spettacolo delle primarie alla MUD per presentare candidati unitari a queste elezioni era già stato sconfortante: rissa continua. Dimostrazione del fatto che l’unica cosa che tiene insieme la coalizione è la volontà di farla finita col chavismo.La destra interna è al momento sconfitta. Nulla è per sempre, ma il chavismo ha sicuramente guadagnato tempo.

TEMPO DELLA POLITICA VS. TEMPO DELL’ECONOMIA

Ma la vittoria chavista non è dovuta solo alla inconsistenza dell’avversario.Il risultato del 15 ottobre mostra che il chavismo ha oggi nelle proprie mani l’iniziativa politica. Dopo esser stato sulla difensiva fino ad oggi, può finalmente ripartire all’attacco. Almeno ne ha la possibilità, data la correlazione di forze interne al paese. Bisognerà verificare volontà e capacità.Il voto ha dimostrato che il tempo della politica può imporsi su quello dell’economia, come dice Marco Teruggi.

Che significa? Che la maggioranza della popolazione, soprattutto le classi popolari, ha detto chiaro e tondo che vuole che sia questo governo – questo progetto storico – quello che dovrà risolvere i problemi. L’opposizione non è alternativa credibile, non ha una proposta di paese credibile, soluzioni alle difficoltà. Significa che malgrado l’iperinflazione, la scarsità di alcuni beni fondamentali (soprattutto alimentari e medicine), la corruzione, il contrabbando, la maggioranza della popolazione ha ancora fiducia nel progetto storico chavista.

Può sembrare un miracolo perché la situazione, la vita quotidiana è davvero dura. Ma è frutto di quello che il chavismo ha seminato e continua a seminare. È frutto della capacità di “creare” un popolo.Questo significa anche, però, che il tempo dell’economia è quello su cui ora agire. Il chavismo deve risolvere i problemi. Non basta pratica discorsiva, comunicazione efficace. Serve la “gestione”.

Come dice Alvaro Garcìa Linera, vicepresidente boliviano:

“Ultimamente ho pensato molto a Lenin e alla NEP, la Nuova Politica Economica. Se i bolscevichi non avessero avuto la capacità di soddisfare la necessità di vincere la fame e di stabilità della loro rivoluzione, tutte le altre esperienze come il comunismo di guerra, l’abolizione del denaro e la presa delle fabbriche, non avrebbero significato nulla. Lo stesso Lenin lo diceva: l’unica cosa socialista che abbiamo è la volontà di essere socialisti. […] Quando uno è fuori dal governo, dà peso all’organizzazione e al discorso. Quando sei al governo, se sbagli nella gestione economica crolla tutto, perché appare la destra che ti dice: io posso amministrare meglio l’economia, ho sempre amministrato, ho imprese per mostrarti che sono capace. Credo che una parte dei problemi che stiamo affrontando come governi progressisti in America Latina è il non aver messo al di sopra di tutto l’economia e aver mantenuto, invece, il discorso e l’organizzazione.”

Il primo obiettivo da raggiungere è quindi invertire la rotta dal punto di vista economico, vincere la “guerra economica”, uscire dalla crisi, migliorare decisamente le condizioni materiali d’esistenza delle classi popolari.

LE NUBI ALL’ORIZZONTE

Il chavismo ha guadagnato tempo, ma la destra si organizzerà. Oggi urla – senza grande convinzione, a dire il vero – ai brogli, ma ha ancora delle carte da giocare.Gli Stati in cui ha vinto, infatti, hanno un’importanza geopolitica non trascurabile. Tre di questi, infatti, sono alla frontiera con la Colombia, il più pericoloso nemico regionale che ha il chavismo: sono Zulia, Táchira e Mérida.

È la zona dei traffici illeciti e ora che sarà governata dalla MUD sarà molto più facile l’infiltrazione in territorio venezuelano dei paramilitari colombiani nonché il contrabbando col paese limitrofo.

Allo stesso tempo, visto che il peso in termini di popolazione e di territorio controllato non è marginale, c’è la possibilità di una battaglia separatista della destra, per spaccare in due il paese. Uno scenario che già si presentò qualche anno fa in Bolivia e che fu sconfitto dal governo di Evo Morales.

L’altro scenario è quello di un aumento delle “pressioni” statunitensi – e a ruota europee: più sanzioni, avvicinandosi così ad un modello simile all’embargo contro Cuba, più ingerenze e la possibilità di un intervento militare nel paese, magari non diretto, che non sparisce dall’orizzonte.

Certo, Trump, Rubio & Co. Avranno forse il problema di dover trovare referenti locali un po’ meno incapaci dei Guevara, Capriles e Tintori che hanno avuto finora.Per chiudere: il chavismo ha dato prova di vitalità e uno schiaffo a chi riteneva non avesse più forza per ingaggiare battaglia.

Evidentemente i semi piantati in questi quasi vent’anni di processo si sono impiantati in profondità soprattutto tra gli umili e hanno dato frutti importanti. Da queste piante viene la forza odierna del chavismo.

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