Venezuela: 15 ottobre la battaglia per il tempo

di Marco Teruggi

13ott2017.- Il tempo è tornato ad allungarsi come pantano. La quotidianità sono i prezzi che aumentano, i salari più magri, gli antibiotici che non appaiono, la carta-moneta che scarseggia, la liturgia della campagna elettorale troppo identica a sé stessa. I giorni ora non sono compressi, a punto di scoppiarci in faccia.

La guerra ha ripreso il suo ritmo di logorio silenzioso e onnipresente che ci avvolge. Si è mostrata nuda nel suo assalto al potere tra aprile e luglio. C’erano i trend in Twitter che segnavano fuochi armati, i municipi assediati per giorni, gli assedi. Era cristallina e anche i suoi dirigenti, con le loro menzogne, lo erano. Ora non lo è più e senza dubbio è la stessa, con un cambio di ritmo, concentrata su ciò che è più certo – l’economia e l’impero – mentre le truppe locali, in crisi, riorganizzano la loro forza.

Dobbiamo seguirne le tracce. La sua tattica sta nell’alternanza delle forme, nella frontalità seguita dalla vigliaccheria di chi nasconde la mano, nella negazione di sé stessa, nel farci credere che se ne sia andata. Non se ne va mai. E questa domenica (oggi, 15 ottobre, NdT) ci sarà una nuova battaglia che sistemerà una parte del tavolo: le elezioni dei governatori.

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Un voto di guerra, per bloccare potere politico. Questa è una delle caratteristiche del 15 ottobre. “Ogni rivoluzione è una forma di conquistare tempo”, analizza Álvaro García Linera. E in questi ultimi anni abbiamo visto come il tempo, elettorale/politico/armato, sia stato il fuoco della battaglia. La domanda è: vincere tempo a che scopo? Per quattro ragioni:

  1. Impedire l’avanzamento delle trincee della controrivoluzione

Possiamo pensarlo in termini di posizioni. Ogni governatorato sarebbe uno spazio che, nel caso fosse occupato dalla destra, si convertirebbe in un nuovo territorio dal quale proverebbero ad avanzare. Funzionerebbero come i comuni e i governatorati che tra aprile e luglio erano sotto la loro direzione. Da lì c’è stato appoggio logistico – sia sotterraneo che esplicito – ai gruppi violenti, il ritiro dalle strade delle forze di sicurezza locali, la ripulitura del territorio per la scalata incendiaria.

Ogni spazio istituzionale che vinceranno potrebbe convertirsi in tale piattaforma. Sicuramente in altro modo: le fasi della violenza di strada non sono uguali le une alle altre, partono da linee simili, poi aumentano nelle loro forme e nei loro metodi. Lo mostrano le comparazioni tra le giornate dell’aprile del 2013, febbraio/aprile 2014, aprile/luglio 2017. E coloro che muovono i fili, cioè gli Stati Uniti, sanno che la sorpresa è un fattore chiave.

  1. Aspettare che migliorino le condizioni internazionali

Il conflitto venezuelano è parte della disputa geopolitica. Da un lato, Stati Uniti e le loro alleanze subordinate costruiscono scenari diplomatici, comunicativi, militari ed economici; dall’altro il chavismo si gioca le sue carte: relazioni con la Cina, la Russia, paesi emergenti, petroliferi, intenti ad evitare lo strangolamento imposto attraverso la forza del dollaro. In Venezuelasi condensa una delle battaglie del mondo.

La mappa delle alleanze attuali è legata anche alla peggiore correlazione continentale di forze degli ultimi anni. Non sarà eterna, l’anno prossimo ci saranno elezioni in Messico, Colombia e Brasile, paesi che possono riequilibrare la correlazione attuale. Ma è più di tutto questo: la questione delle relazioni internazionali rimanda alla vecchia domanda: si può sviluppare una rivoluzione in un solo paese? “Il tempo diventa il nucleo del fatto rivoluzionario: tempo per aspettare che altri facciano lo stesso”, dice Linera.

  1. Stabilizzare l’economia

Il tempo si ottiene, tra le altre cose, con stabilità economica. È lì che, giustamente, il pantano/arretramento si sente con forza. Sono almeno tre anni che si vive in questo quadro, con una acutizzazione dei problemi: prezzi, dollaro illegale, medicine, carta-moneta, ricambi, prodotti igienici. È in questo punto, inoltre, che è difficile prevedere un miglioramento. Per la forza dell’attacco/blocco straniero e dei grandi imprenditori, per i prezzi internazionali del petrolio, per la corruzione che ha attaccato aree strategiche, per i segnali contraddittori della direzione verso cui andare per resistere e avanzare, lo scarso impatto delle misure prese nella quotidianità.

L’economia non colpisce solo le tasche del popolo, ma anche le soggettività. Possiamo domandarci che effetti causa nelle coscienze, nel senso comune, un’economia che allarga le sue aree di micro-corruzione, profitti straordinari illegali, bagarinaggio di medicinali, carta-moneta, cibo, affari a spese delle domande ogni volta più urgenti dei settori popolari. La destra ha guadagnato posizioni in questa battaglia culturale. Di nuovo, con l’analisi di Linera: “Non c’è mai trionfo politico senza previo trionfo culturale”. Anche la destra può essere gramsciana.

  1. Avanzare nello sviluppo della società che-verrà

La rivoluzione non è una data, un atto, bensì un processo. Ha giorni fondanti, momenti di riflusso, avanzamenti ed espansioni democratiche, formazione collettiva, delegazione tra i governanti o azione diretta delle classi popolari. La rivoluzione non è nemmeno lo Stato, ma, sostanzialmente, l’allargamento della comunità e la sua costruzione di potere. Risulta difficile valutare in che situazione ci si trovi da questo punto di vista: che indicatori per misurare cosa, esattamente? Una cosa è chiara: è dentro la rivoluzione che si possono sviluppare le forme della società socialista, con centralità delle “comunas”.

Questo sviluppo in parte ha a che vedere con la volontà – o meno – della direzione e dell’impalcatura istituzionale, così come della forza che imprimono i differenti vettori politico/sociali organizzati. Lo Stato fornisce condizioni per creare comunità/organizzazione o, al contrario, burocrazia – politica e istituzionale – per operare come freno a mano dello stesso progetto che conforma. Il quadro sotto un governo di destra non sarebbe quello di una discussione delle tensioni interne, delle contraddizioni creative o distruttive, ma quello del tentativo di resistere alla vendetta che si sfogherebbe – i corpi incendiati tra aprile e luglio sono stati un’anticipazione di tutto ciò.

***

Vincere le elezioni per i governatori non significherebbe un cambio del vincolo tra i governatori e le trame comunali – in generale non sono buone – né si tradurrà in un miglioramento delle condizioni materiali, un lenimento dei punti di soffocamento, né creerà nuove condizioni significative sul piano internazionale. Renderà possibile mantenere il potere politico, continuare nella costruzione del processo, nello sviluppo delle tensioni interne, guadagnare tempo nel quadro di una rivoluzione che resiste all’isolamento continentale e alle aggressioni nordamericane.

Risulta strano che in una guerra, sotto assedio, si pensi a regalare posizioni come forma di punizione ai generali. Quest’idea ne contiene un’altra sullo sfondo, sbagliata e pericolosa: se la destra vince si creerà un quadro che depurerà le contraddizioni del chavismo e permetterà un ritorno guidato dai settori non burocratici. Il problema è che la politica e la storia non sono un gioco di scacchi, le condizioni che hanno reso possibile la gestazione di questo processo non si ripeteranno e il nemico, nel caso dovesse conquistare il potere politico, non perdonerà.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

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