Verso l’ecosocialismo di Chávez

di Frente Ecosocialista Internacional Chico Mendes

Proposte per l’Assemblea Nazionale Costituente in Venezuela e per la comunità internazionale (qui in castigliano)

Malgrado tutti i progressi tecnologici degli ultimi decenni, che hanno reso possibile un accesso quasi istantaneo all’informazione, la società contemporanea continua a essere molto mal informata, anzi disinformata. Le imprese con fini di lucro che si fanno chiamare mezzi di comunicazione, condividono gli interessi delle principali multinazionali. Sono queste ultime a pagare la propaganda, e perfino le notizie che permettono a questi media di essere un buon business e tengono il pubblico in uno stato di ignoranza o disinformazione rispetto a quanto accade.

 

I media influenzano il nostro modo di vedere il mondo e di concepire il progresso dell’umanità, le nostre vite, le nostre relazioni. E ancor più, il modo di misurare questi fattori è strettamente legato a un modello distorto, che si basa sull’ansia sfrenata di ricchezza, sulla speculazione finanziaria e sulla convinzione che le risorse del pianeta siano infinite, e che la sostituzione di una risorsa con un’altra, una volta esauritasi la precedente, possa verificarsi all’infinito e facilmente, anzi magari risparmiando sui costi.

 

Dunque non è casuale che il modo di concepire quello che è accettabile o no per la costruzione e la realizzazione delle nostre società rimanga in qualche modo legato agli interessi della minoranza privilegiata. Ci hanno imposto questi interessi come legittimi, come la forma naturale affinché le cose funzionino. In questo modo diventiamo partecipi e complici di una cultura che depreda l’ambiente e gli umani.

 

Quel che è certo, è che abbiamo già esaurito o siamo sul punto di esaurire importanti risorse del pianeta; intanto, miliardi di persone vivono in povertà; i bacini idrici si deteriorano a causa dei rifiuti che vengono gettati ogni momento; la nostra atmosfera patisce gli effetti dell’incessante emissione di gas climalteranti e inquinanti; i nostri suoli si degradano per l’erosione dei pendii montuosi, la deforestazione dei boschi, la contaminazione da erbicidi e pesticidi, le piante geneticamente modificate…La temperatura media del pianeta continua ad aumentare…

 

Ma per la minoranza dominante del mondo, per l’1% che più dipende dal denaro delle principali multinazionali, dai suoi lussi ed eccessi, dalle sue guerre provocate in regioni opportunamente lontane dalle loro case e dalle loro vite, tutto questo non è preoccupante. Perché dovrebbe esserlo visto che loro vivono benissimo? Il problema è che stanno portando l’umanità all’estinzione. E i paesi della cosiddetta «periferia» sono considerati semplici fornitori di materie prime e ricchezza per il piccolo settore minoritario che domina nel mondo.

 

Tutte quelle nazioni che, come il Venezuela, si ribellano e cercano di sottrarsi alla dipendenza economica e al dominio geopolitico, volendo introdurre il cambiamento nelle proprie società, devono aspettarsi un’implacabile campagna mediatica di denigrazione e demonizzazione, che accompagna una spietata guerra economica. Quest’ultima approfitta del fatto che, per esempio i paesi latinoamericani, hanno economie deboli e generalmente mono-produttrici e dipendenti; vulnerabili dunque alle pressioni internazionali.

 

In passato, molti paesi latinoamericani sono stati invasi militarmente, e il Venezuela, già vittima di un decreto dell’ex presidente Usa Obama che definiva il paese «una minaccia inusuale»,  ha ricevuto minacce militari anche da parte del nuovo presidente Trump.  Minacce precedute da un sabotaggio che pesa su tutti gli aspetti della società; da una violenza terroristica durata circa 120 giorni; da una campagna mediatica molto aggressiva; e da pressioni politiche ed economiche senza precedenti avanzate da un dittatore (Temer del Brasile) e da leader impopolari di diversi altri paesi, da organismi finanziari e dall’Organizzazione degli Stati americani (Osa).

 

Che fare? Cedere alle pressioni? Augurarci che saremo fra i pochi sopravvissuti quando l’ambiente finirà di reagire alle nuove condizioni imposte dagli umani? O piuttosto, agire sin d’ora per sanare i danni che sarà possibile sanare; per stabilire una cultura diversa basata sulla coesistenza, e sull’uso razionale delle risorse limitate e finite del pianeta; per costruire sistemi e modelli economici, sociali, politici, culturali inclusivi e partecipativi che si avvalgano della creatività e dell’intelligenza della razza umana a vantaggio degli esseri viventi e del pianeta in generale, e non di una minoranza privilegiata? Crediamo che questo sia il cammino da percorrere, anche se richiede più lavoro. E crediamo che occorra farlo adesso, subito, pur contro forze potentissime.

 

Il compito non è facile. Ci sono fattori storico-culturali come la colonizzazione spagnola; la sconfitta del progetto di Bolívar di unità e indipendenza latinoamericana; la frammentazione sociale; il razzismo; la schiavitù; la diseguaglianza economica e sociale; la dipendenza culturale; la mancanza di identità nazionale; la tendenza all’individualismo, al si salvi chi può, tanto che per molti la patria non ha alcun significato.

 

L’economia petrolifera venezuelana, redditiera, mono-produttrice e dipendente, ha causato danni e deformazioni culturali, sociali e ideologiche. Ma il fattore che ha avuto l’impatto più nefasto sulla nostra cultura, sulla nostra politica, sulla nostra società in generale, è stata la struttura politico-culturale del dominio statunitense, al punto che una parte della popolazione e perfino alcuni partiti politici ritengono prioritari gli interessi degli Stati uniti rispetto a quelli del Venezuela.

 

E tuttavia, il Venezuela ha un potenziale enorme,  un popolo fiero, degno, combattivo e lavoratore, che ha ereditato gli ideali di Simón Bolívar, Hugo Chávez, Francisco de Miranda, fra altri leader di levatura mondiale.

 

Siamo coscienti della quantità di risorse energetiche e di biodiversità che il nostro paese, fortunatamente, possiede; rappresentano uno scenario geopolitico, strategico, territoriale invidiabile e ci garantiscono una serie di possibilità e molteplici contraddizioni culturali, sociali e ideologiche, che ci entusiasmano e ci motivano. Ancor più, ci portano a partecipare alla definizione di questa società possibile, e di questa identità venezuelana che in gran parte si è cancellata come conseguenza della colonizzazione spagnola, del dominio oligarchico, della ricolonizzazione statunitense e degli anti-valori del capitalismo dipendente dei quali siamo vittime.

 

In particolare, il popolo venezuelano, dopo aver fronteggiato e sventato 120 giorni di attacchi terroristici, ha varato, con voto universale, diretto e segreto, l’Assemblea nazionale costituente (ANC). Si tratta di uno spazio del potere popolare originario, che si trova al di sopra dei partiti politici e delle strutture di potere stabilite, per modificare la costituzione prendendo in considerazione temi vitali. L’idea è che la Costituzione risponda alla realtà che si vive, ma delinei anche il nuovo paese che vogliamo, e faciliti l’approvazione delle leggi e delle norme necessarie per costruirlo.

 

Ma l’ANC aveva solo 15 giorni di vita quando, dopo il fallimento dell’ultima offensiva terroristica contro il governo  democratico di Nicolás Maduro, Donald Trump si è messo a minacciare azioni militari dirette contro il paese.  Se questa avventura militare dovesse concretizzarsi, l’impegno per fronteggiare militarmente gli Stati uniti provocherebbe danni incalcolabili per il Venezuela, la sua popolazione, le sue infrastrutture, e l’ambiente. È uno scenario da evitare.

 

L’ANC deve rendere possibile il maggior numero di spazi di dibattito e formazione, orientati a sensibilizzare e far prendere coscienza delle complesse condizioni e tensioni di ogni tipo che dobbiamo affrontare. Questi spazi devono coinvolgere tutto il paese, per le ragioni suindicate, ma arrivare alla scala planetaria. Infatti le aggressioni perpetrate dal binomio capitalismo-imperialismo guidato dalla minoranza dominante, hanno portato la specie umana sull’orlo dell’estinzione.

 

Siamo obbligati a sconfiggere il modello capitalistico mono-produttore e dipendente, che nel nostro caso si chiama rentismo petrolifero. Parallelamente, dobbiamo sconfiggere la guerra economica che ci hanno imposto come punizione per esserci sollevati contro l’impero. Di fronte a queste sfide, proponiamo l’ecosocialismo come nuova proposta di civiltà.

 

Siamo certi che solo l’ecosocialismo  possa cambiare le condizioni del Venezuela e del mondo, in un modo radicale e rispondente agli interessi delle masse del paese e del pianeta.

 

La discussione deve dare la priorità e orientare: in che cosa crescere? In che cosa decrescere? Chi controlla i processi produttivi? Come produrre? Come operare la giusta distribuzione della ricchezza? Come mantenerci parchi ed evitare di credere che nuotiamo nell’abbondanza?

 

Il primo obiettivo nazionale del 5 obiettivo storico della legge Plan de la Patria dice con chiarezza: «Costruire e dare impulso a un modello economico produttivo ecosocialista, basato su una relazione armoniosa fra essere umano e natura, che garantisca l’uso e l’approvvigionamento razionale, ottimale e sostenibile delle risorse naturali, rispettando i processi e i cicli della natura.»

Il nostro paese deve intraprendere un cammino verso la produttività a tutti i livelli, ma questa produttività va assoggettata a limiti biofisici, imposti dall’ecosfera. Non sono possibili crescite economiche infinite. Il prelievo di risorse rinnovabili non può superare la loro capacità di rigenerazione. L’emissione di inquinanti non deve superare le capacità naturali di assimilazione e smaltimento. I flussi in entrata e in uscita dai sistemi e processi produttivi devono collegarsi in un unico flusso circolare, dunque sano; la produzione deve chiudere i cicli. Produzione-distribuzione-consumo-scarto-riuso/riciclaggio-produzione.

 

Il nostro comportamento deve rispondere alla bioetica. Una nuova etica che sia guidata dai valori della corresponsabilità sociale e da una relazione responsabile nei confronti della natura, ci permetterà di definire il nostro sviluppo con criteri di sostenibilità. Una sostenibilità delimitata dai ritmi sani degli ecosistemi; dall’uso preponderante dell’energia proveniente dal sole; dalla chiusura dei cicli della materia e dell’energia.

 

L’ecosocialismo deve riconoscere, ricreare e rafforzare il nostro carattere identitario e interculturale che, a sua volta, deve essere fondato sul nostro meticciato ricco e straordinario (caraibico, europeo, indigeno, afro-caraibico), i cui valori, significato, complessità sono il substrato della cultura e della sostenibilità.

 
Un processo di transizione verso l’ecosocialismo deve sostenersi e andare avanti in varie dimensioni e a vari livelli socio-politico-culturali. I quali devono avere coerenza, visibilità, potersi coordinare, articolare, agire in sinergia, completarsi a vicenda. Per questo abbiamo definito sei principi, chiamati Principi ecosocialisti, così da orientare il cammino verso la nuova società.

PRINCIPI ECOSOCIALISTI

1) autolimitazione

2) precauzione

3) interculturalità

4) eco-etica

5) eguaglianza sociale

6) partecipazione.

DIMENSIONI E AZIONI ECOSOCIALISTE

DIMENSIONE ETICA

 

Alle pagine 64, 75, 129, 135 della legge Plan de la Patria, Secondo piano socialista di sviluppo economico e sociale della nazione 2013-2019, è espressa la volontà di avanzare nella direzione di una nuova etica rivoluzionaria; una nuova etica ecosocialista; una nuova cultura ecosocialista; alla fine, l’eco-etica.

 

L’intera umanità ha sofferto per l’impatto del modello di dominio capitalistico neoliberista globalizzante. Un modello estrattivista che inquina e depreda, ed è anche inefficiente e fatto per creare profonde disuguaglianze sociali e gravi danni ambientali, spesso irrecuperabili.  E’ un modello che induce nei nostri bambini e giovani, nella popolazione in generale, una mentalità consumista, individualista, nella quale il denaro è l’obiettivo della vita. Questo modello presenta sempre squilibri fra gli input e gli output dei processi produttivi perché, checché ne dica, non è interessato all’ambiente naturale.

 

I mentori del sistema capitalistico continuano a imporci condizioni megalomani e false aspettative per confonderci. La verità è che il modello si è esaurito; non è un’opzione sostenibile per l’umanità a causa del suo produttivismo distruttivo e dello stile di vita contrario agli interessi dell’intera umanità.

I  nuovi rapporti sociali, e fra esseri umani e natura, esigono un ripensamento dell’etica, che sulla base dei valori della natura riconosca che la nostra Terra non va più considerata una semplice merce, e non se ne può abusare ad arbitrio. La Terra è e sarà un essere vivente, generatore di vita. Il capitalismo la considera qualcosa di inerte, una specie di negozio che vende risorse illimitate.

 

L’ecoetica concentra molteplici dimensioni culturali, psicologiche, psichiche, emotive che vanno valorizzate; per proteggere con cura i rapporti fra esseri umani, e fra questi e le risorse naturali del pianeta. Ancor più, dobbiamo considerarci garanti del benessere delle generazioni future, e in modo attivo assicurare il principio di solidarietà intergenerazionale e nei rapporti geopolitici e internazionali.

 

Come richiede il Plan de la Patria, la nostra nuova eco-etica, o etica ecosocialista, deve promuovere in modo permanente la trasformazione della persona e del suo rapporto con gli altri esseri viventi e il pianeta in generale, attraverso un processo di dialogo, riflessivo, cosciente e responsabile in grado di generare strategie e pratiche basate sul bene collettivo, appropriate all’ambiente naturale e culturale.

 
DIMENSIONE POLITICA

 

La corresponsabilità e la convivenza sociale armoniosa fra esseri umani ci richiede di promuovere e costruire la democrazia partecipativa e collettiva, protagonisti tutti i membri della comunità. Una democrazia che deve valorizzare le differenze e celebrare gli elementi di comunità, ed espletarsi attraverso l’integrazione sociale di tutti con tutti, sulla base della corresponsabilità sociale, responsabile nei confronti dell’ambiente.  Dobbiamo creare spazi sociali, riscattare quelli che si sono degradati e convertirli in spazi di incontro per le arti, la produzione artigianale ed ecologica, la discussione delle tematiche di interesse per tutte e tutti così da concretizzare i sogni collettivi.

 

I principi ecosocialisti sono orientati a combattere l’atteggiamento rentista, mercantilista, consumista e individualista, che stimola l’accumulazione non necessaria e i conflitti sociali. Occorre che i principi permettano di unire gli interessi collettivi nel perseguire la pace e gli obiettivi comuni.  

 

Si costruiranno man mano altri aspetti, con l’apporto delle diverse tendenze ideologiche e politiche, come l’ecologismo, l’ecologia politica, l’ecomarxismo, l’ecofemminismo, l’altermondialismo, il buen vivir, il vivir bien, la decolonizzazione.
DIMENSIONE AMBIENTALE

 

Il rapporto di valutazione degli ecosistemi del Millennio da parte dell’Organizzazione delle Nazioni unite conclude sulla base di evidenze scientifiche che il 60% dei servizi ambientali dai quali dipende il benessere umano, come la capacità di depurazione dell’acqua, la fertilità dei suoli e la regolamentazione climatica sono seriamente degradate.

 

L’ecosocialismo nella sostenibilità esige che questa tendenza sia invertita d’urgenza, prima di arrivare al collasso definitivo. E’ urgente; l’Assemblea nazionale costituente deve riformulare le politiche pubbliche settoriali sulla base dei limiti attuali delle risorse naturali.

 
Dobbiamo insistere che non è il pianeta in quanto tale a essere minacciato direttamente, quando i sistemi ecologici e la stessa base vitale; da essi dipendono il benessere e l’esistenza stessa della specie umana.

 

Il prelievo di risorse non dovrebbe superare le capacità di rigenerazione; e la produzione di scarti non dovrebbe superare le capacità ecologiche di assimilazione e smaltimento. In questo modo la “sostenibilità” rimane definita dal suo adattarsi ai ritmi degli ecosistemi; dal suo uso efficiente delle risorse energetiche e dalla capacità di chiudere i cicli di materia nei processi

produttivi.

 

DIMENSIONE SOCIALE

 

Dal punto di vista della sostenibilità, l’ecosocialismo promuove la cultura della tutela della vita. Questa condizione assoluta richiede di adempiere alle necessità umane vitali ed essenziali.  Necessità che devono articolarsi in una società egualitaria, formata da persone libere che rispettino e promuovano la diversità, e nella quale ogni aspetto sia ispirato alla tutela di tutti gli esseri viventi e delle condizioni che consentono la vita.

 

Le attività umane di produzione e riproduzione devono avere come base la biosfera e razionalizzare l’utilizzo dei nostri servizi naturali, d’accordo con i loro limiti. Questo significa creare e consolidare spazi ecosocialisti.

 
L’ecosocialismo e l’uguaglianza (intragenerazionale e intergenerazionale) richiedono che si tenga conto della giustizia ambientale.  E questo a sua volta implica la ricerca di soluzioni ai conflitti ecologici e distributivi, con un’equa ripartizione dei benefici (risorse naturali e servizi ambientali) e dei costi dei danni ambientali (contaminazione e scarti) legati allo sfruttamento economico della natura.

 

Per l’Assemblea Nazionale Costituente, un buon esempio di giustizia ambientale sarebbe intraprendere azioni legali contro i responsabili diretti e indiretti di atti di ecoterrorismo e di distruzione ambientale.

 

Come già detto, è naturale esercitare la pressione sociale organizzata affinché le nuove politiche ambientali abbiano un peso reale nell’insieme delle politiche pubbliche settoriali.

 

L’educazione ecosocialista è indispensabile a tutti i livelli dell’istruzione. In particolare nel  processo di trasformazione dell’università, luogo privilegiato nel quale coltivare un approccio ambientalista. L’università deve occuparsi con urgenza dei temi emergenti che richiedono innovazioni scientifiche e tecnologiche.

 

Quanto ai nuovi complessi residenziali costruiti nell’ambito della Gran Misión Vivienda, dovrebbero prevedere fra l’altro tetti fotovoltaici, biblioteche, centri di raccolta e lavorazione dei rifiuti, comprese le acque reflue, parchi naturali, centri di produzione agroecologica, che permettano la crescita di un atteggiamento di sana convivenza con la natura.

 

DIMENSIONE GIURIDICA

La nostra America latina è stata la prima al mondo a dare rango costituzionale all’ecologismo. I nostri popoli fratelli della Bolivia e dell’Ecuador per primi hanno introdotto i diritti di Madre Terra nelle rispettive costituzioni.

 

Questa scelta giuridica ha molteplici ripercussioni, specialmente rispetto agli organismi multilaterali, perché ha determinato un  nuovo orientamento nel diritto ambientale internazionale.  Si introduce il dovere di considerare Gaia (la Terra) come un essere vivente, finito e con limiti, che può morire; e si criticano le costituzioni neoliberiste, che tuttora non arrivano a riconoscere nemmeno i diritti sociali più elementari.

 

Si tratta di una svolta storica per l’umanità. Eleva le virtù creatrici dell’armonia dell’essere umano con la natura, sostenuta dalle visioni andine del “buen vivir” (sumak kawsay) e del “vivir bien” (sumak qamaña), per le quali Gaia è un sovra-organismo vivo che si autoregola per produrre e riprodurre vita.

 

Questa condizione dei diritti di Madre Terra è un’opportunità unica per andare avanti nell’approfondimento dei diritti degli stessi esseri umani finora riconosciuti come diritti di prima, seconda e terza generazione. La suddetta condizione si riferisce certamente ai diritti emergenti delle future generazioni (carattere trans-generazionale) convertiti oggi principalmente in obblighi delle generazioni attuali).

 

In virtù di quanto sopra, la specie umana deve ora assumere più obblighi che diritti rispetto a Madre Terra.  Ecco un’altra grande sfida per l’Assemblea nazionale costituente: trovare un equilibrio costituzionale fra i diritti umani già sanciti e quelli che non vi figurano espressamente, e con i doveri e gli obblighi della specie umana nei confronti di Madre Terra.

 

Per i propositi di questa dimensione giuridica, ci si può basare su proposte già elaborate, per la riscrittura di alcuni articoli della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela del 1999 e i relativi obblighi e doveri.

DIMENSIONE ECONOMICA

In una situazione di conflitto, la natura si esprime in maniera improvvisa.  Possiamo fare danni all’ambiente naturale per anni senza percepire una reazione sfavorevole, e poi all’improvviso, ecco la risposta, che può assumere un carattere catastrofico, con effetti cumulativi.

Senza dubbio continuiamo a estrarre e sprecare le risorse produttive con una velocità che supera la capacità di rigenerazione. Un problema o conflitto ambientale può presentarsi in tre varianti: un consumo eccessivamente rapido di risorse e servizi; la velocità davvero eccessiva di produzione di scarti; la combinazione delle due varianti. Diversi autori a questo proposito hanno parlato di tappa della Grande accelerazione.

 

Negli ultimi 65 anni la popolazione mondiale è raddoppiata; il Pil mondiale è aumentato di 9 volte; il consumo energetico di 7; il consumo di acqua si è decuplicato; la produzione di alimenti è aumentata di 7 volte. Questi cambiamenti hanno prodotto a loro volta effetti esponenziali diretti nell’ambiente, con aumenti esponenziali nella produzione di biossido di carbonio, gas metano e altri gas serra , nell’acidificazione degli oceani e nella perdita di boschi e biodiversità.

 

Un’accelerazione-trasformazione di questa portata è insostenibile. Si tenga conto anche delle diverse conseguenze in termini climatici oltre agli altri danni ambientali già ben evidenti.

 

Ci chiediamo dunque: come possiamo ridimensionare la nostra crescita? Quali possono essere le aree prioritarie sulle quali indirizzarci in un nuovo modello economico?  Possiamo proporci di decrescere e vivere bene? Queste considerazioni come tante altre ci invitano a elaborare iniziative che ci possono aiutare a costruire il processo di transizione verso l’ecosocialismo.

 

Questo significa che ogni processo produttivo dovrebbe essere pulito. In altre parole, la produzione dovrebbe rispondere ai seguenti requisiti:

 

  1. Minimizzare l’uso di risorse naturali, limitandole a quanto indispensabile per la produzione,
  2. Ottimizzare energeticamente i processi produttivi, facendo uso di tecnologie appropriate e pulite, senza produrre scarti e riorganizzare anche il processo sociale del lavoro.
  3. Massimizzare i beni e i servizi, eliminando o minimizzando la produzione di residui o scarti di qualunque tipo, in atmosfera, in acqua e nel suolo. Approfittare dei vantaggi del riutilizzo dei materiali e nutrienti. Il nuovo modello deve evitare inefficienze di tutti i tipi. Ogni prodotto una volta utilizzato deve essere la base per un nuovo prodotto. 4. Applicare in permanenza il principio di precauzione. Prevedere le conseguenze future di quello che pensiamo di fare. 5. Per affrontare i diversi fattori che provocano penuria ed esaurimento di risorse naturali occorre progettare e avviare processi sulla base della gestione della domanda rispetto ai limiti biofisici dell’ecosistema, seguendo la strada dell’austerità responsabile. 6. Incorporare il concetto di biomimesis (fondato sulla saggezza della natura e degli esseri viventi) per guidare e innovare nella dinamica scientifico-tecnologica e nell’eco-industria. La biodiversità deve essere valorizzata e la sua ricchezza deve essere misurata.
  4. Promuovere l’economia familiare e circolare nelle reti, per privilegiare una nuova divisione del lavoro e il valore d’uso rispetto al valore di scambio.

 

Azioni da realizzare immediatamente:

 

  1. Riprendere e intraprendere i programmi e le proposte già esistenti nel paese, nella produzione di energie rinnovabili pulite: solare, eolica, dalle biomasse ecc.
  2. Uso razionale ed efficiente delle risorse, risparmio idrico, risparmio di materie prime di vario genere. 3. Ridurre progressivamente la dipendenza dall’uso di energia fossile e iniziare il processo di de-carbonizzazione dell’economia. Occorre dunque intraprendere il cammino dell’economia anticapitalistica e imparare a vivere con l’energia solare e altre fonti non inquinanti. 4. Consolidare la rivoluzione produttiva agro-ecologica e bloccare la strada al transgenico che i settori industriali vogliono imporci.
  3. Difendere e promuovere il diritto a un’alimentazione sana e di elevato valore nutritivo. Tutto questo in armonia con il potenziale agro-ecologico che l’agrobiodiversità locale presenta nel nostro territorio.
  4. In funzione delle caratteristiche culinarie e gastronomiche delle socio-bioregioni, occorre promuovere le eco-reti alimentari e i processi produttivi locali.
  5. Proseguire nelle ricerche, innovazioni e sviluppi scientifici e tecnologici sulle virtù terapeutiche del tropico.
  6. Incorporare le nuove eco-tecnologie, per sostituire il vecchio e obsoleto parco industriale, inquinante e antiquato rispetto alla realtà scientifica e tecnologia emergente.
  7. Esigere il trasferimento di tecnologie pulite nei rapporti Sud-Sud e Nord-Sud.
  8. Promuovere la mobilità sostenibile, trasporto collettivo e gratuito.
  9. Costruire e modernizzare nuovi eco-parchi, con un orientamento anche eco-turistico.
  10. Rendere effettiva e consolidare la gestione ambientalmente sostenibile delle imprese.
  11. Con la partecipazione attiva dei lavoratori e delle lavoratrici mirare all’eliminazione dei monopoli e oligopoli.
  12. Far sì che la classe lavoratrice partecipi attivamente alla distribuzione effettiva e al flusso dei beni primari.
  13. Analizzare la pertinenza dei debiti contratti dai settori pubblici e privati che hanno contribuito a destabilizzare l’economia dei nostri paesi.
  14. Nazionalizzare il sistema bancario e finanziario. 17. Introdurre attraverso le scuole del Potere popolare e altre istanze di formazione i concetti originari del Vivir bien e dell’Ecosocialismo per tutti i responsabili e portavoce dei consigli comunali, delle imprese di proprietà sociale, dei comitati locali di approvvigionamento e produzione (Clap) con l’obiettivo di mantenere una coerenza organica fra il pensare, il dire e il fare.
  15. Aumentare la relazione di bilancio (municipale e regionale) che dipenda dai progetti sviluppati in maniera congiunta (Stato – Potere Popolare) e che risponda alle aree strategiche di fornitura, produzione, trasformazione e distribuzione di beni e servizi di prima necessità identificati territorialmente dalla popolazione organizzata. 19. Accesso gratuito ai servizi di salute, educazione e altri servizi di base necessari a garantire la qualità della vita dei cittadini.
  16. Controllo serrato sulle proprietà, sui redditi, sui debiti e sulle finanze in generale dei membri della società per ricercare la maggiore uguaglianza di reddito possibile. Evitare l’accumulazione eccessiva, così come la corruzione e lo storno di denaro e risorse illecitamente ottenute – anche con amici e familiari che possono servire da prestanome. Tutte le cittadine e i cittadini devono dichiarare annualmente i propri redditi, così come le proprietà, i debiti e le prebende che ottengono; e dovranno pagare tutte le corrispondenti tasse.
  17. Promuovere un uso obiettivo e razionale di mezzi di comunicazione, reti e spazi virtuali valorizzando i passi avanti verificatisi in diverse aree della conoscenza. Introdurre dispositivi per evitare la manipolazione mediatica, le menzogne e l’assoggettamento a interessi corporativi dei mezzi di comunicazione. Punire seriamente l’incitamento all’odio, alla violenza e alla guerra, e qualunque atto di discriminazione o apologia dei crimini.

 

Le idee che abbiamo qui esposto si stanno consolidando in spazi produttivi e sociali, a livello individuale, di gruppo e di governo, in successione o simultaneamente. Tutte queste molteplici dinamiche hanno livelli diversi di sviluppo e si propongono un grande obiettivo: procedere nella costruzione di una proposta di civiltà. È già così nella pratica, attraverso il potere popolare; creando e consolidando spazi ecosocialisti; germe di un nuovo Stato, che ha come base le nostre comunas.

 

Ci è richiesto di creare per credere. È evidente l’esigenza di procedere verso lo sviluppo umano in una prospettiva ambientale ed ecologica. Queste dimensioni ci portano a consolidare la pace, ad avanzare nella giustizia sociale e nell’indipendenza e ad affermare progressivamente  equilibrio ed equità nella nostra vita.

Le rivoluzioni civilizzatrici saranno ecosocialiste o non saranno.

 
FRONTE ECOSOCIALISTA INTERNAZIONALE CHICO MENDES

>>Per aderire alla proposta>>>

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

 

15 de octubre: la pelea por el tiempo

por Marco Teruggi – 15yultimo.com

El tiempo ha vuelto a estirarse como pantano. El cotidiano son los precios que suben, los sueldos más flacos, los antibióticos que no aparecen, los billetes que escasean, la liturgia de campaña demasiado idéntica a sí misma. Los días ya no están comprimidos, a punto de estallarnos en la cara.

La guerra ha retomado su ritmo de desgaste silencioso y omnipresente que nos envuelve. Se mostró desnuda en su asalto al poder entre abril y julio. Ahí estaban las tendencias en Twitter que marcaban focos armados, los municipios asediados durante días, los toques de queda. Era clara, y sus dirigentes, dentro de sus mentiras, también. Ya no lo es, y sin embargo es la misma, con cambio de ritmo, parada sobre lo más seguro ‒la economía y el imperio‒ mientras las tropas locales, en crisis, reorganizan su fuerza.

Debemos seguirle el rastro. Su táctica está en la alternancia de las formas, en la frontalidad seguida de la cobardía del que esconde la mano, en la negación de sí misma, hacernos creer que se fue. Nunca se va. Y este domingo tendrá una nueva batalla que reacomodará una parte del tablero: las elecciones a gobernadores.

*

Un voto de guerra, para retener poder político. Esa es una de las características del 15 de octubre. “Toda revolución es una forma de conquistar tiempo”, analiza Álvaro García Linera. Y en estos últimos años hemos visto cómo el tiempo, electoral/político/armado, ha sido foco de la batalla. La pregunta es: ¿ganar tiempo para qué? Para cuatro cosas:

1.- Impedir el avance de trincheras de la contrarrevolución

Podemos pensarlo en términos de posiciones. Cada gobernación sería un espacio que, en caso de ser ocupado por la derecha, se convertiría en un nuevo territorio desde donde intentarían avanzar. Funcionarían como las alcaldías y gobernaciones que entre abril y julio estaban bajo su dirección. Desde allí hubo apoyo logístico por debajo de la mesa y explícito a los grupos de choque, retiro de las fuerzas de seguridad locales, liberación del territorio para la escalada incendiaria.

Cada espacio institucional que consigan podría convertirse en esa plataforma. Seguramente de otra manera: las fases de violencia callejera no son iguales unas a otras, parten de líneas similares, luego aumentan en sus formas y métodos. Así lo muestran las comparaciones entre las jornadas de abril de 2013, febrero/abril 2014, abril/julio 2017. Y quienes dirigen los hilos, es decir Estados Unidos, saben que la sorpresa es un factor clave.

2.- Esperar que mejoren las condiciones internacionales

El conflicto venezolano es parte de la disputa geopolítica. Por un lado, Estados Unidos y sus alianzas subordinadas construyen escenarios diplomáticos, comunicacionales, militares y económicos, por el otro el chavismo juega sus cartas: relaciones con China, Rusia, países emergentes, petroleros, intentos de evitar la asfixia impuesta a través de la fuerza del dólar. En Venezuela se condensa una de las batallas del mundo.

El mapa de alianzas actual está ligado también a la peor correlación continental de los últimos años. No será eterno, el año que viene habrá elecciones en México, Colombia y Brasil, países que pueden reequilibrar la correlación. Pero es más que eso, la cuestión de las relaciones internacionales remite a la vieja pregunta: ¿puede desarrollarse una revolución en un solo país? “El tiempo se convierte en el núcleo del hecho revolucionario: tiempo para esperar que otros hagan lo mismo”, dice Linera.

3.- Estabilizar la economía

El tiempo se obtiene, entre otras cosas, con estabilidad económica. Es justamente ahí donde el pantano-retroceso se siente con fuerza. Son al menos tres años en este cuadro, con una agudización de los problemas: precios, dólar ilegal, medicinas, billetes, repuestos, higiene. Es también en ese punto donde se dificulta prever una mejora. Por la fuerza del ataque/bloqueo exterior y de los grandes empresarios, los precios internacionales del petróleo, por la corrupción que atacó áreas estratégicas, por las señales contradictorias de hacia dónde ir para resistir y avanzar, el poco impacto de las medidas tomadas en la cotidianidad.

La economía no solamente golpea los bolsillos populares sino también las subjetividades. Podemos preguntarnos qué efectos causa en las consciencias, los sentidos comunes, una economía que amplía sus áreas de microcorrupción, ganancias extraordinarias ilegales, reventas en el mercado negro de medicamentos, billetes, comida, negocios a costa de las demandas cada vez más urgentes de los sectores populares. La derecha ha ganado posiciones en esa batalla cultural. Nuevamente, con análisis de Linera: “Nunca hay un triunfo político sin un previo triunfo cultural”. La derecha también puede ser gramsciana.

4.- Avanzar en el desarrollo de la sociedad por-venir

La revolución no es una fecha, un acto, sino un proceso. Tiene días fundantes, momentos de reflujos, avances y expansiones democráticas, aprendizajes colectivos, delegación en los gobernantes o acción directa por parte de las clases populares. La revolución tampoco es el Estado, sino, centralmente, la ampliación de la comunidad y su construcción de poder. Resulta difícil evaluar en qué situación se está en ese punto, ¿qué indicadores para medir qué exactamente? Una cosa es clara: es dentro de la revolución donde pueden desarrollarse las formas de la sociedad socialista, con centralidad comunal.

Ese desarrollo tiene que ver en parte con la voluntad ‒o no‒ de la dirección y del andamiaje institucional, así como de la fuerza que impriman los diferentes vectores políticos/sociales organizados. El Estado proporciona condiciones para crear comunidad/organización, o, al contrario, burocracia ‒política e institucional‒ para operar como freno de mano del mismo proyecto que conforma. El cuadro bajo gobierno de derecha no sería debatir las tensiones internas, las contradicciones creadoras o destructoras, sino cómo resistir a la revancha que se descargaría ‒los cuerpos incendiados entre abril y julio fueron una antesala de eso.

*

Ganar gobernaciones no significará un cambio de vínculo entre gobernadores y tramas comunales ‒por lo general no son buenas‒ tampoco se traducirá en una mejora de las condiciones materiales, un alivio de los puntos de asfixia, ni creará nuevas condiciones significativas en el plano internacional. Permitirá mantener poder político, continuar con la construcción del proceso, el desarrollo de las tensiones internas, ganar tiempo en el marco de una revolución que resiste al aislamiento continental y a las agresiones norteamericanas.

Resulta extraño que, en una guerra, bajo asedio, se piense en regalar posiciones como forma de castigo a los generales. Esa idea encierra otra de trasfondo, errónea y peligrosa: si la derecha gana se creará un cuadro que depurará las contradicciones del chavismo y permitirá un retorno liderado por los sectores no burocráticos. El problema es que la política y la historia no son un juego de ajedrez, las condiciones que permitieron gestar este proceso no se repetirán, y el enemigo, en caso de hacerse con el poder político, no perdonará.

Reconciliar los principios estratégicos con la acción táctica

por crbz.org

El sociólogo Antonio González Plessman es militante de la lucha por los derechos humanos, e integrante del Colectivo Surgentes, que acompaña en la parroquia San Agustín del Sur un importante proceso de construcción de participación, organización y poder popular. En el marco de la actual coyuntura político electoral, González Plessman conversó con la Prensa de la Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora sobre al actual panorama desde un análisis de las fuerzas en disputa.

A poco más de dos meses de haber sido derrotada la estrategia insurreccional de la oposición, ¿qué importancia crees que tienen las elecciones del 15-O?

El conflicto político venezolano ha tenido en los procesos electorales, uno de sus lugares privilegiados. La revolución le dio un nuevo significado a las elecciones. Ya no se trató más nuca solo de votar por unos representantes y volver a la pasividad; sino de unas luchas concretas que estamos protagonizando todos los días, en distintos espacios (el barrio, la institución, el campo, la calle, la economía, la cultura, los medios, etc.) y cuando vienen las elecciones es el momento de decir, de manera nacional, que queremos ratificar esas luchas y procesos y que vamos por más. El 15-O es un momento de validación, no de los candidatos concretos del PSUV y otros sectores de la izquierda, sino de la magnitud de la disposición del pueblo para seguir apostando por una opción que, con todas sus tensiones internas, contradicciones e incluso miserias, constituye una alternativa al neoliberalismo y al gobierno de la derecha. Es una opción electoral que, más que ofrecer certezas, ofrece posibilidades. Como decíamos en un encuentro en San Agustín del Sur (Caracas) hace un par de meses: las Revoluciones no se hacen “desde arriba”, pero es importante tener aliados y no enemigos en el Estado, para disputar, también ahí, el poder y la riqueza a favor de las mayorías. En este sentido, creo que es importante que logremos una importante participación popular en estas elecciones, sobre todo, además, en el actual contexto en el que EEUU ha asumido frontalmente el ataque contra Venezuela.

Aunque están muy cerca una de la otra, los escenarios son muy distintos. ¿Qué diferencias hay entre las elecciones del 15-O y las elecciones a la ANC? ¿Qué fuerzas están en juego y determinan el escenario?

En las elecciones de la ANC la oposición decidió no jugar y dejó solo al chavismo. La pelea del chavismo fue entonces contra sí mismo. Lograr una alta participación era la meta, lo que parecía difícil tomando en cuenta que la propuesta de la ANC no había prendido. Todo parece indicar que un factor relevante de la relativamente alta participación en esas elecciones, más que el entusiasmo constituyente, fue el voto castigo a la violencia opositora. Las fuerzas sociales de la oposición quedaron frustradas. En parte porque el gobierno logró imponer su propuesta de la ANC con un respaldo importante, sin que sirvieran de nada sus meses de movilizaciones, tanto pacíficas como insurreccionales; y, en parte, porque están convencidos de que el CNE les hizo trampa y les volverá a hacer trampa en las próximas elecciones (regionales, municipales y presidenciales). Así que al 15-O la oposición llega luego de una inmediata derrota táctica, con divisiones internas y una parte de sus bases cuestionando a sus líderes y desconfiados del CNE.

Pero el gobierno no es que llega en buenas condiciones. La gente percibe que ha sido cuando menos ineficaz para enfrentar la crisis/guerra económica, que castiga dramáticamente a las mayorías, y tiene poca confianza en las élites dirigentes. Una parte del pueblo chavista se ha desmarcado del gobierno, se ha despolitizado y podría no solo abstenerse sino también votar en contra. Pero existe un voto chavista duro, que es un voto ideológico y de compromiso estratégico. No se basa en el carisma de la dirigencia, ni en una evaluación positiva de su gestión, sino en una apuesta por el chavismo, por la continuidad de un gobierno de vocación popular y un rechazo al gobierno de los ricos. Son, pues, unas elecciones desapasionadas, con ambas fuerzas debilitadas y sus liderazgos debilitados; pero en la que, al igual que todas las anteriores, nos jugamos la continuidad del proceso. Creo que hay dos factores clave que definirán el resultado del 15-O: 1. La abstención de ellos y, 2. El voto castigo chavista al gobierno.

Después de cuatro meses de violencia opositora, el chavismo salió fortalecido y la derecha debilitada, ¿cómo ves esa correlación de fuerzas de cara a las elecciones del 15-O?

La crisis política de este año se zanjó con una victoria táctica para el Gobierno, pero considero incorrecto señalar que salió fortalecido. Sacó la nariz del agua y se mantiene respirando, pero no fuerte. No logra que la ANC se muestre útil para mejorar la vida de la gente; sigue sin adoptar medidas económicas con un mínimo de impacto; la concentración absoluta en la sobrevivencia política y en el control del Estado lo hace abandonar la gestión, con lo cual se percibe un deterioro en distintos ámbitos de la vida colectiva e institucional; tiene un escenario político y económico internacional radicalmente adverso y, lo que es peor, el modo en que el gobierno decidió ganar elecciones es profundamente despolitizador y contrario al proyecto de la Revolución: normaliza el clientelismo y, en algunos casos, recurre a la extorsión de su base de apoyo sobre la base de los mal llamados “beneficios”. Entre tanto, el proyecto del poder popular territorial que, como decía Chávez en el Plan de la Patria, es una “condición de posibilidad para el socialismo bolivariano del siglo XXI”, está totalmente relegado de las prioridades institucionales.

El CLAP, que es una estructura no electa, sustituyó a los Consejos Comunales, que son el espacio natural de la democracia socialista. Las Comunas existen por la voluntad de comuneros y comuneras, militantes revolucionarios, muchas veces en confrontación con una burocracia que pareciera adversarlas. Así que no creo que el gobierno esté fortalecido. Una parte de la élite dirigente del chavismo se convenció de que salvar a la Revolución es salvarlos a ellos en el gobierno y asume prácticas envilecidas, que lejos de fortalecer al chavismo nos quitan fuerza moral, convierten a nuestra gente en clientes y no en protagonistas y despolitizan. No hay duda de que debemos ganar elecciones, pero no a costa de perdernos en esa ganancia.

La situación actual es de un empate entre dos fuerzas muy debilitadas. La oposición no puede sacar al chavismo del gobierno antes de las presidenciales y el chavismo no logra anular la visibilidad de una oposición que lo obliga a la defensa permanente. Entre tanto, las mayorías migran a la despolitización y el hastío, y se concentran en la sobrevivencia. Nuestro reto es politizar y darle materialidad a esa politización: mejorar las condiciones materiales de existencia a través de procesos de organización, politización y movilización. Solo desde ahí podemos reinventarnos como opción, no solo de resistencia, sino de construcción de horizontes postcapitalistas.

A pesar del continuo desmejoramiento de la relaidad económica y social, y de la errática gestión del gobierno, éste aún mantiene un importante apoyo popular chavista. ¿Qué crees que explica esto?

Yo creo que el voto duro chavista tiene dos fuentes. Una para sentirse orgulloso, y otra para avergonzarse. La primera, la mencionaba antes: existe un voto ideológico, de compromiso estratégico que trasciende a los líderes y a la gestión y supone conciencia de clase. Más que electores, se trata de un sujeto político que es la esencia de este proceso, que se encuentra haciendo Revolución en sus espacios de militancia, con o sin apoyo estatal. Pero existe, también, un voto clientelar, estimulado por los sectores más conservadores de la dirigencia, conformado por sectores que temen perder eso que son derechos pero la burocracia normalizó en el lenguaje como “beneficios”, en la más clásica práctica adeca. Ese sector, menos politizado, puede, perfectamente, cambiar de bando, puesto que los han (mal)tratado y construido como clientes y no como protagonistas de una política emancipadora.

En cualquier caso, más allá de los apoyos electorales, que siempre serán provisorios, la izquierda chavista venezolana tiene un núcleo muy duro de militantes que garantizan la continuidad del proceso político, con o sin control del Estado.

El gobierno no logra satisfacer las expectativas económicas, sociales y políticas/revolucionarias del pueblo venezolano, ¿hacia dónde debería apuntar una reorientación de la acción de gobierno en función de materializar esas expectativas?

Hay que reconciliar los principios estratégicos del proyecto Revolucionario con la acción táctica. Las decisiones económicas deben ser conversadas con el pueblo, explicadas, debatidas: desde por qué pagar o no pagar la deuda, hasta por qué hay que negociar o no con una burguesía que quiere tumbarnos o por qué damos dólares baratos en vez de comprar directamente en el mercado internacional. Está claro que no hay decisiones económicas fáciles en esta coyuntura, pero no deben ser asuntos de expertos, sino de todos(as). Debemos sentir que hay una coherencia que merece ser defendida, y de la que somos parte, y no una permanente improvisación desde el gobierno. Por otra, la economía social, comunal, alternativa, debe verse reflejada en las políticas. No se trata solo de sobrevivir, sino de hacerlo de una manera que nos permita aprender de lo vivido y acumular poder y experiencia. Hace falta reconvocar a una movilización politizada, no clientelar ni instrumental. Eso pasa por relanzar los consejos comunales y las comunas e impulsar desde ahí mecanismos cooperativos para enfrentar la crisis. Y hay que hacer balance de por qué estamos viviendo esta crisis. No solo mirando las razones externas, como la guerra económica y la conspiración, que son reales y poderosas; sino también mirando nuestras miserias y vicios. Porque lo que no se hace visible no se cambia y sigue dañándonos silenciosamente.

Prensa Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora

El camino hacia el control popular conciente y organizado

por Julio Escalona

Cuando el pueblo toma la iniciativa avanzamos. Cuando se repliega y la iniciativa la toma sólo el poder constituido, nos estancamos

Hay tres ejemplos emblemáticos que sirven para fundamentar la afirmación anterior. Uno, es la experiencia de abril de 2002. Sin la acción del pueblo en la calle enfrentando el golpe de Estado y reclamando el retorno de Hugo Chávez a la presidencia de la República, el golpe no hubiese sido derrotado. Dos, la derrota del paro-golpe de Estado petrolero de fines de 2002 y principios de 2003. La accióndel pueblo y en particular de los trabajadores petroleros, fue decisiva para conjurar este nuevo intento para destruir el proceso bolivariano. Tres, el 30J. se repitió la épica de un pueblo decidido a garantizar la derrota de la violencia fascista y se volcó a las urnas para lograrlo eligiendo a la ANC y creando una nueva situación política en el país.

En los tres casos el pueblo, logrado el objetivo planteado, se replegó y dejó en manos del poder constituido la conducción y el control de la situación. Ese poder, inevitablemente, sin el control y vigilancia del pueblo, poder originario, el poder constituyente, se puede ir burocratizando y corrompiendo.

En el caso de la ANC, después del 30J, el pueblo se replegó y dejó la solución de los distintos problemas, en manos de la ANC. No se trata que está se haya burocratizado o corrompido. En absoluto, pero la ANC, poder constituido, sin el acicate del poder originario, comienza a deliberar según criterios que se van divorciando del calor y la presión popular. Esto provoca un vacío y una falta de sintonía con lo que pasa en la calle.

Si al pueblo, el poder originario, en lugar de la movilización lo domina la queja, el resentimiento, entonces lo que va predominando es la desesperanza y el dominio del poder constituido, lo que tiende a que, en el seno delpoder constituido, ante la ausencia del fervor popular en la calle, las posiciones conservadoras vayan tomando el mando y la posibilidad de que la distancia con el poder popular, que no actúa como tal, pueda acrecentarse. El pueblo al no actuar como poder originario, en lugar de reaccionar, retomando la iniciativa y la mística que lo movilizó el 30J, tiende a llenarse de rabia, incluso a deprimirse. Estos sentimientos no son constructivos, por el contrario, son desmovilizadores y conducen al camino que la derecha persigue: que el pueblo chavista se abstenga, pues eso podría garantizarle la victoria electoral.

Una victoria electoral de la derecha nos sitúa a las puertas de la intervención extranjera pues mientras se estimula la abstención del pueblo chavista, se trabaja intensamente por el voto opositor. Es verdad que la base opositora está desmoralizada y golpeada, pero al final se puede imponer el elemento que siempre los ha movilizado: el antichavismo irracional. No hay que confiarse ni engañarse

No hay que tener ninguna duda: cada gobernación en manos de la oposición se convertiría en una base para la intervención del gobierno de EEUU y la desestabilización del proceso bolivariano. El pueblo bolivariano tiene que recomponerse y convertirse en guía pedagógica de todo el pueblo, que incluye al pueblo no chavista, que si sabemos explicar bien las cosas pueden revivir en él los sentimientos patrióticos. Esa es nuestra tarea. Estas tareas no culminan con las elecciones, por el contrario, no debe haber pausa. El triunfalismo y el sectarismo son muy peligrosos enemigos.

Votar por los gobernadores postulados por el poder constituido, no es votar por la corrupción

No está probado que todos ellos sean corruptos. Luego, debemos tomar la bandera de la lucha contra la corrupción y el burocratismo,incluso plantearnos la destitución de ellos después de las elecciones. Podemos buscar los caminos para revocarles el mandato por la vía de la ANC y de la movilización popular sostenida. No podemos dar por perdida batalla alguna mientras no la realicemos. Cuando el pueblo se ha lanzado a la lucha con fe, con valor, sin sectarismo y con la convicción amorosa de movilizar a todos los patriotas, ha triunfado.

Tenemos que ganar estas elecciones para continuar bloqueando políticamente la intervención internacional, que significaría hambre, destrucción y muerte. Es posible, incluso, que la nación venezolana pueda desaparecer. Esto no es fantasía. Libia, como estado soberano desapareció.

Lucha indeclinable contra la corrupción y el burocratismo

Después de las elecciones hay que destapar lo que ocurrió con el cadivismo, con los $ 25.000 millones de dólares que se esfumaron. Los 60.000 millones que el propio presidente Maduro denunció. Tenemos que enterrar el cadivismo y ver castigados a sus autores y beneficiarios.

Hay que denunciar a los corruptos antes de que salten la talanquera y se conviertan definitivamente en traidores y pacten con el imperio quien le permitirá a cambio de su traición, disfrutar, al menos, de una parte, de la fortuna robada a la nación.

Debemos pedir que los funcionarios públicos presenten la declaración jurada de bienes que realizaron la primera vez que ingresaron a la administración pública y la última que les solicitó. Vigilar de cerca el modo de vida de los funcionarios públicos, de la vida humilde que alguna vez tuvieron a la vida de lujos y de riqueza que luego ostentan, separada de la ética y de la vida modesta de alguien que está comprometido a servir al pueblo obedeciendo. El problema es que vemos como los funcionarios públicos se van enriqueciendo, como se mudan de un modesto apartamento no una casa o apartamento más, sino a verdaderas mansiones. Incluso más de una: una en la ciudad, otra en la playa y diversos excesos.

Debemos fotografiar las casas, los símbolos de enriquecimiento a costa de los males del pueblo y denunciarlos, exigiéndoles su renuncia. Si hace falta, incluso, en los casos en los que el enriquecimiento esté debida y suficientemente comprobado, incluso, hay que colocar pancartas de denuncia en los alrededores de sus viviendas, sin cometer abusos, mucho menos agresiones, particularmente hacia la familia. El pueblo patriota no puede actuar como un guarimbero más. No, nuestros métodos tienen una ética, un fin patriótico. Este método sólo se aplicaría cuando la justicia se niegue a proceder. Los derechos de los que sean acusados deben ser respetados, sin permitir la complicidad de los jueces. Algunos de ellos son muy frágiles ante un millón de dólares.

Concluidas las elecciones vamos a dar una batalla sin cuartel o nos haremos cómplices de la corrupción: por omisión o por comisión. Tendremos muchos derechos, menos el de callar frente a delitos claramente visibles o investigables en búsqueda de la verdad.

Tenemos la ventaja que tanto el presidente Maduro como el fiscal Tarek vienen conduciendo esta lucha. Como hay denuncias sobre la formación de mafias, deberemos cuidar nuestra seguridad personal y la de nuestras familias, pero no debemos acobardarnos. México es el espejo en el que nos debemos mirar. Un país gobernado por las mafias. Eso ocurrió por el silencio y la omisión de las fuerzas del bien, las fuerzas populares, el poder constituyente.

La corrupción debe ser considerada un delito contra el pueblo y la patria, no tendrá atenuantes por ningún motivo y los culpables de este delito deben ser expropiados de todos los bienes incluidas las cuentas bancarias.

Es necesario saber que generalmente al lado de un funcionario público corrupto hay un empresario y un miembro de la oposición, protegidos por mafias que van imponiendo el terror. No se puede callar.

Las asambleas de ciudadanas y ciudadanos son un camino

Es importante leer y releer los artículos 5 y 70 de la constitución bolivariana. El Art. 5 establece claramente que la soberanía reside en el pueblo y es intransferible. El Art. 70 que en ejercicio de su soberanía el pueblo se puede reunir, entre otras formas de organización, en asambleas de ciudadanas y ciudadanos, cuyas conclusiones son vinculantes, es decir, son obligatorias y de obligatoria consideración.

Pasadas las elecciones debemos llenar al país de asambleas de ciudadanas y ciudadanos teniendo entre otros ejes fundamentales, la corrupción. Este es un deber ineludible pues la corrupción está destruyendo al proceso bolivariano y puede, finalmente, destruirlo. Debemos convertir este tema a través de las asambleas de ciudadanas y ciudadanos, en tema cotidiano de la ANC

Este es un acuerdo básico. Acordados en torno a él debemos discutir el cómo y el desarrollo de un plan. Esto debe ser un factor para la unificación de los movimientos, organizaciones y los diversos colectivos populares.

La participación de los representantes de las asambleas de ciudadanas y ciudadanos en la ANC, le daría un gran dinamismo a las sesiones de la ANC y sin duda, la conectaría con la calle y la solución de la guerra de precios probablemente surja de ahí.

El 30J Derrotamos la violencia callejera, pero no la guerra. Esta se ha agudizado

La actual guerra, la manipulación arbitraria y violenta de los precios, es más destructiva y peligrosa que la violencia callejera. Esta fue y resulta visible y el gobierno pudo manejarla más fácilmente pues ella, sus responsables y sus perjuicios fueron y son percibibles con más claridad.

La guerra de precios si bien es propiciada por los empresarios, es más fácil atribuir la responsabilidad al gobierno pues en las circunstancias actuales es espinoso aplicar un control de precios, sin que este sea fácilmente transgredido por los comerciantes haciendo desaparecer los productos como una manera de vulnerar los controles y golpear más duro al pueblo incrementando la escasez, la desesperación y los sentimientos abstencionistas, lo que favorece los intereses imperiales y desacredita no sólo al gobierno sino a la ANC, lo cual puede neutralizar a un poder que tiene todavía la posibilidad de profundizar la revolución. Ello depende de la sabiduría y la energía para manejar esta fase de la guerra. 

Sólo la movilización del pueblo consciente y organizado puede derrotar la fase actual de la guerra

La movilización del pueblo es la clave. El gobierno solo no puede. Tampoco el sólo llamamiento a la paz. Ante la violencia callejera fue obvia la necesidad de luchar por la paz y golpear los focos de violencia y a sus autores. Hoy hay que dar pasos concretos que derroten la violencia y aíslen a sus promotores, la cúpula empresarial que utiliza la guerra de precios para enriquecerse con las necesidades y el hambre del pueblo.

La propuesta sobre “precios acordados”, es una vía para resolver la situación mediante el diálogo, pacíficamente

Si los empresarios desearan la paz seguramente ya habría un acuerdo y la cuestión de los precios estaría resuelta. Pero, los grandes empresarios, que son con los que está negociando el gobierno, lo que quieren es derrocarlo.

Por eso, aceptaron, esos empresarios, ir a la mesa de negociaciones, pero sin declarar una tregua en la guerra, que es lo que se estila en las negociaciones de paz y en general, en cualquier negociación.

Si se va a negociar sobre “precios acordados”, es necesario congelar la situación al estado en que está en el momento en que se inician las negociaciones. Es decir, una especie de tregua. Lo que no puede ocurrir es que se agudice la guerra castigando al pueblo como nunca, es decir, radicalizando el castigo desde el 31 de julio, al día siguiente de la épica movilización popular del día 30J, que eligió con plenos poderes a la ANC. Fue como que los grandes empresarios dijeran: votaste por la ANC, ahora sabrás como se bate el cobre, ahora sabrás que la guerra no sólo no ha terminado, sino que la extenderemos y radicalizaremos a toda la población, sobre todo a los que salieron a votar por la ANC.

Es decir, nosotros, los grandes empresarios, los empresarios transnacionales, somos el poder y vamos a poner de rodillas a todos los bolivarianos. Esta es la situación. Tenemos a Trump de nuestro lado y cualquier radicalización del gobierno conducirá a la intervención internacional. Incrementaremos los precios todos los días y tendrán que aceptar condiciones tales como: liberación de precios, liberación del tipo de cambio, rebaja de la inversión social, etc.

¿Será esta la situación? ¿O estas son suposiciones mías? De ser como supongo, hay que hacer un plan para crear las condiciones que permitan que Rondón pueda salir a pelear y una vez más, decidir esta batalla a favor de la patria. De ser falsas mis suposiciones ello se verá en el desarrollo de los hechos y yo tendré que morderme la lengua.

Se está preparando una seria intervención imperial, el resultado de la guerra de precios es decisivo. De las elecciones también

El gobierno y el presidente Maduro se están moviendo con más prudencia porque saben lo que está en juego. Cualquier declaración, cualquier acción política no bien pensada, es decir, cualquier traspiés puede ser la chispa que incendie nuestra patria. Quizás por eso el silencio, que no ha sido característica del gobierno bolivariano. ¿Será por eso?

Esta no es y no será una intervención tradicional con los “marines” desembarcando en nuestras costas, con soldados regulares atravesando nuestras fronterasy hechos similares. Hasta ahora la intervención no ha tomado cuerpo en sus aspectos militares más fuertes porque los hemos derrotado políticamente tanto internacional como nacionalmente.

Lo que se ha montado y se está montando es una operación política de gran magnitud en la ONU, la OEA, otros organismos multilaterales, la guerra mediática y psicológica de amplio espectro y acciones militares muy precisas realizadas principalmente con fuerzas mercenarias y el apoyo del ejército colombiano y de otros países latinoamericanos, pero tendrán preferencia las fuerzas mercenarias a menos que aspectos importantes cambien. Ya hay suficientes paramilitares sembrados en nuestro territorio y nuestras fronteras. La acción estrictamente militar probablemente se dé en el momento en que consideren que políticamente estamos totalmente derrotados. Una baja votación en las elecciones del 15-10 que se conviertan en una derrota política para el movimiento bolivariano, puede acelerar la intervención militar. De ahí el combate contra la abstención por parte del electorado chavista o cercano al chavismo.

Si la victoria política del imperio es decisiva, la intervención militar puede ser más peligrosa. El objetivo puede ampliarse del derrocamiento del gobierno y el golpe a su base de apoyo, a la destrucción del país. Entonces puede ser destruida toda la infraestructura física, el Guri, puentes, hospitales, escuelas, centros de producción, la infraestructura militar, etc. Así fue destruida Libia y parte el Medio Oriente. El objetivo es destruir a los Estados soberanos e impedir que puedan restablecerse como tales y que vuelvan a cumplir un papel geopolítico relevante, distintos a ser esclavos imperiales.

El objetivo es desmoralizar al pueblo y colocarlo en la situación de quedar mendigando por un vaso de agua, un plato de comida, tratando de obligarlo a vender su dignidad por un plato de lentejas. Eso no ocurrirá. Mientras queden venezolanas y venezolanos vivos, seguiremos resistiendo. Pero el acento tiene que ser puesto en la defensa de la paz, de la vida, tanto humana como natural. La violencia tiene que ser y será erradicada.

Nota:

Quiero darle las gracias a Eligio Damas por el buen artículo que publicó en Aporrea. En parte el es fuente de inspiración para este que he escrito ahora. El es un gran compañero y amigo de décadas, unidos  por vínculos construidos a través del tiempo.

Venezuela: fin dove arriva la corruzione?

di Marco Teruggi – www.latabla.com

1ott2017.- La corruzione può disarmare la rivoluzione dall’interno. Si arriva a questa conclusione se si ascoltano le dichiarazioni del presidente Nicolás Maduro, e del Fiscal General, Tarek William Saab. Il primo ha affermato che si tratta del principale nemico del processo; il secondo è colui che, settimana dopo settimana, presenta in pubblico la mappa della crescente estensione del problema.

Aree: abbraccia, per quanto si è detto finora, la Fascia Petrolifera dell’Orinoco (FPO) e diverse divisioni di PDVSA – come Petrozamora; le importazioni, come appare chiaro dai primi 900 casi legati a Cadivi/Cencoex; sanità, come si è visto dai vari arresti. Vuol dire che è presente nel petrolio, da cui proviene il 95% di valute del paese; nel sistema di importazioni, in una economia con alti livelli di importazione di prodotti essenziali, e in un’area vitale – letteralmente – come la sanità.

Attori: il potere giuridico; reti di estorsioni pubbliche/private; membri della dirigenza del PSUV – come è stato, ad esempio, García Plaza; imprenditori nazionali e transnazionali; direttori di istituzioni pubbliche, la trama finanziaria che permette la fuga di capitali. La corruzione è trasversale, crea nodi di unione tra attori diversi, legati dall’arricchimento illecito a discapito del bene pubblico, della rivoluzione.

Dimensioni: qual è la somma totale del maltolto? Secondo il Fiscal General, si tratta della più grande sottrazione e del più grande danno patrimoniale degli ultimi 30 anni. Nel caso dell’industria petrolifera ha dichiarato che ci sono stati 41 mila contratti, per un ammontare di circa 35 miliardi di dollari. Solo tenendo in conto 10 contratti con sovrapprezzo del 230% il danno causato è di circa 200 milioni di dollari.

La data di inizio di questa trama corruttiva è il 2008, un anno dopo di quanto avvenuto nella Fiscalía General. Quasi dieci anni di mafia, miliardi rubati in aree strategiche dell’economia.

***

Il quadro e l’analisi sono complessi. In particolare perché si tratta di una zona che fino ad ora era quasi monopolio discorsivo della destra. Un cavallo di battaglia dell’opposizione: dagli Stati Uniti si “ammoniva contro la corruzione pubblica generalizzata in Venezuela”; secondo Luisa Ortega Díaz “la corruzione è ciò che tiene il Venezuela sprofondato in questa crisi”; in diverse pagine si sottolinea che il paese è uno dei più corrotti al mondo. Non è casualità, si tratta di un modello di opinione che ha l’obiettivo di isolare, demonizzare, giustificare sanzioni attuali e quelle che verranno.

La battaglia è simultanea. Esiste una dimensione comunicativa: ammettere il problema, come han fatto Maduro e William Saab, nominarlo pubblicamente e affrontarlo. Riconoscere dà credibilità: la situazione economica ha una componente problematica propria, la corruzione.

Poi una dimensione di verità: sapere quello che è successo, chi sono stati i colpevoli, come lo hanno fatto. Di giustizia: che ci siano arresti, processi, carcere, rimpatrio dei capitali rubati. Anche esplicativo: perché è successo, com’è stato possibile che si sia sviluppato in tali dimensioni, dov’era la falla, l’assenza di giustizia, la complicità.

La spiegazione, per il momento, è stata centrata in due grandi cause: la responsabilità della Fiscalía General, e, come ha detto William Saab, un “piano di attacco all’industria petrolifera per impoverire la nostra produzione e portare il denaro negli Stati Uniti”. L’intuizione logica porta a pensare che esistano ulteriori fattori. Che questi due, reali, non riescono a dare la spiegazione completa del quadro. Reali perché effettivamente la geografia della corruzione riposa su aree chiave ed è un bastone tra le ruote di un’economia sotto attacco – è una complicità di fatto con la strategia di guerra di logoramento e collasso – e perché le prove contro Luisa Ortega emergono a fiotti e danno spiegazione ad una parte centrale dell’impunità.

Quali altri cause hanno permesso l’espansione del fenomeno? Nelle risposte che si costruiranno si potrà attrezzare una mappa degli errori, i punti che hanno fatto sì che il solido a volte svanisse nell’aria. Se non si correggono, come evitare che corruzione si impossessi di ogni nuova iniziativa?

***

Fin dove si è espansa la corruzione. Non si tratta solo di zone strategiche, imprenditoriali, istituzionali, politiche, ma anche di ciò che si muove in basso. In particolare in una società che si scontra da anni con scarsità di alimenti, sanità, prodotti igienici, ricambi per auto, ecc., in cui i canali di distribuzione sono stati alterati molte volte – si trovano le cose per altre vie, i prezzi aumentano nella totale impunità, e ciò che era comune è diventato a volte straordinario.

Siamo in una guerra che ha creato le condizioni per l’espansione della corruzione in maniera trasversale.

“Dove c’è una necessità nasce un diritto”, diceva Eva Perón. Dove c’è una necessità nasce un affare, potrebbe essere la versione cruda per rappresentare logiche che hanno preso piede in questi anni. Questo è l’antitesi del chavismo, una battaglia di valori – la solidarietà collettiva vs. “poveri contro poveri”, culturale, identitaria, pianificata in tal modo da coloro che hanno ideato le profondità del conflitto: non si tratta solo di recuperare il potere politico, bensì di smontare la cultura politica chavista costruita durante il processo rivoluzionario. Minarlo dal basso, che il “si salvi chi può” si imponga sul “usciamone insieme”.

Per questo il CLAP è risultato strategico: ha pianificato una soluzione organizzativa ad un problema individuale, che si è fatto, in questo movimento, collettivo. C’è corruzione in alcuni CLAP? Sì. La sua esistenza – per azione di funzionari o di abitanti dei quartieri – non invalida la direzione e la potenza dell’esperienza. Basti ricordare le dimensioni che avevano raggiunto le file prima dell’apparizione dei CLAP.

Costruire un’analisi complessa non significa equiparare le responsabilità. Esiste una differenza chiara tra i dirigenti di PDVSA Occidente, arrestati per appropriazione indebita e i “ bachaqueros” (speculatori) all’uscita della metro con prodotti Clap.

È necessario sottolineare questa distanza per evitare che la punizione arrivi solo a chi sta in basso, simbolo evidente di una politica di giustizia di parte e classista, e per impedire che diminuisca il peso che ricade su chi dirige i fili dell’economia, della politica, delle istituzioni. E perché, dinanzi a questo scenario, si deve iniziare dall’alto con l’esempio pubblico: verso imprenditori, funzionari, dirigenti politici corrotti.

Non esiste soluzione immediata. Combattere la corruzione significa, oltre alla battaglia economica, una disputa per il senso comune, per non consegnare questo nodo critico a coloro che hanno creato e accresciuto le loro ricchezze col crimine e col furto. Riconoscere pubblicamente il problema, nominarlo, avanzare nelle investigazioni e nella punizione è la direzione necessaria, in particolare quando si tratta di uno dei problemi più sentiti dalla maggioranza – altri due sono l’aumento dei prezzi e la scarsità di medicinali, legati a loro volta alla corruzione. Il chavismo ha il compito storico di affrontare un male ereditato e che può disarmare la rivoluzione dall’interno in complicità con la guerra che affrontiamo.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

Después del 15

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político
Viernes 13 de octubre de 2017

Después del 15

Decir que el domingo no se acaba el mundo es quedarse corto. En realidad, no se acaba ni comienza nada ese día, solo continúa la misma confrontación histórica, en nuevas condiciones en cuanto a la correlación de fuerzas en el terreno de esta guerra prolongada. Seguiremos viviendo la feroz lucha por el poder que se libra en Venezuela y en el mundo, así que disfrutemos hasta donde podamos la paz coyuntural que hemos alcanzado después de electa la Constituyente, sin creer que esto está listo, que hemos arribado al país de Jauja y nos espera un Edén de pacíficas andanzas. No importa cuál sea el resultado del 15-O, los ejércitos enfrentados han de alistarse para nuevas batallas, en circunstancias que aun no conocemos. Lo cierto es que la derecha no está en plan de paz ni nos dará cuartel, a menos que nos rindamos y entreguemos, tarde o temprano, el Gobierno, esa es la verdad por más dura que parezca. Las señales están a la mano.

Como ha quedado dicho, el panorama de confrontación radical no depende del resultado electoral, solo las condiciones inmediatas de su desarrollo. Si ganara la derecha, estaríamos en mayores problemas, por supuesto. Julio Borges dijo que una victoria opositora desataría un “terremoto político” y prepararía el terreno para la salida de Maduro. Es decir, la oferta de la MUD sigue siendo la misma con la que ganó las parlamentarias de 2015 y con la que ha identificado todas sus acciones posteriores. El derechista presidente de la Asamblea Nacional en desacato dijo ayer que “Amanecer el lunes 16 de octubre y ver que ganamos 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18 de las gobernaciones y el voto popular que vamos a ganar, créanme, es un terremoto político que es irreversible para lograr estar en la antesala de un cambio completo y democrático”.

Al mismo tiempo, la derecha está preparando sus baterías para el caso de que pierda y ya anuncia, de diversas maneras, el desconocimiento de un resultado tal. Por cierto que el amo le sigue la corriente y se involucra en el “Plan B”: “Estados Unidos está preocupado por una serie de acciones del Consejo Nacional Electoral de Venezuela que ponen en cuestión la legitimidad del proceso electoral”, afirmó la portavoz del Departamento de Estado, Heather Nauert, y además: “Pedimos al Gobierno venezolano que celebre elecciones libres y justas. Sabemos, con gran preocupación, que no permitirá observadores electorales internacionales independientes y le pedimos que permita a observadores nacionales independientes vigilar completamente las elecciones y el recuento de sus resultados”.

Pero no solo se trata del cuestionamiento del proceso electoral, cuya legitimidad solo reconocerán si el resultado les es favorable, sino que anuncian ya la prolongación del conflicto de poderes, con el desconocimiento de la Asamblea Nacional Constituyente como principal argumento. El jefe de Campaña de la MUD Gerardo Blyde vociferó que “Ninguno de nuestros gobernadores se juramentará ante la fraudulenta Asamblea Constituyente”, después de que el presidente Maduro confirmará que gobernador que no se juramente ante la ANC, no podrá asumir su cargo.

Note el lector que el desconocimiento de la Constituyente sigue siendo aupado por los factores de la derecha internacional. El presidente colombiano Juan Manuel Santos declaró que “Decir que los que voten en las elecciones con el voto estén aprobando la Asamblea Constituyente y quienes salgan elegidos tienen que someterse a esa Asamblea Constituyente, eso no es jugar limpio”. Y establece que su actitud no cambiará con ningún resultado electoral: “Nos hemos opuesto a esa Asamblea Constituyente por ilegal; cualquiera que sea el resultado, nos seguiremos oponiendo”.

También dentro del esquema de confrontación institucional, mezclado con la conspiración internacional que protagoniza, entre otros, Luis Almagro, hoy se “juramenta” en la OEA un espurio “Tribunal Supremo de Justicia en el exilio” con magistrados fraudulentos nombrados por la Asamblea Nacional en desacato.

El agudo analista Aram Aharonian traduce de manera correcta los mensajes de los voceros derechistas criollos y extranjeros: “Dicen que habrá diálogo sólo si arrasan las gobernaciones. Traducido significa que si pierden, si el oficialismo se alza con la mayoría de las gobernaciones y la Asamblea Nacional Constituyente sigue su curso, volverán el terrorismo y la desestabilización de manera indefinida, en busca de la tierra arrasada”. Quien piense otra cosa, peca de ingenuo.

Pero además tampoco el chavismo debería interpretar erróneamente un posible escenario de victoria. Si se alzase con la mayoría de las gobernaciones, será en buena parte debido a los desatinos de la derecha, que los trae a estos comicios divididos y con la moral baja. Mas los graves problemas del país, que podrían servir de justificación a nuevas conspiraciones, siguen allí, y no solo los del ámbito económico. Ya es común escuchar en la calle la queja de que el Gobierno no está actuando con la fortaleza y la decisión que se necesita. Hay una sensación de cierta anarquía cada vez que uno va a un banco y no consigue efectivo, o cuando colapsan los cajeros automáticos o los puntos de venta, o cuando las violaciones ciudadanas a las leyes de tránsito se multiplican sin que haya sanciones, o cuando en un consejo comunal hay alguien que desvía los CLAP y favorece el bachaqueo. Si acaso ganamos, no es para que salgamos únicamente a dar brincos de alegría. Sería más que todo un gran compromiso con un pueblo que nos habría dado una nueva muestra de confianza, pero, como hemos dicho, tanto va el cántaro al agua…

Cuando amanezca el lunes 16 de octubre, el país será básicamente el mismo, solo habrán cambiado algunas posiciones en el tablero, para bien o para mal.

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Planetasperger

sindrome de asperger u otros WordPress.com weblog

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: