Aquino (PCV): «La questione del potere in Venezuela non è risolta»

da lariscossa.com

Di seguito la traduzione in italiano dell’intervista a Carlos Aquino, membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista del Venezuela (PCV) e direttore del giornale del Partito, Tribuna Popular. L’intervista è stata realizzata da Bonjour Karl e tradotta dalla redazione di “La Riscossa”, per avere un quadro più chiaro sui recenti sviluppi politici in Venezuela. L’intervista è precedente agli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto il TSJ e la Fiscalía General.

Per iniziare questa intervista ci piacerebbe conoscere, con la preoccupazione che merita, in cosa consiste il processo di messa al bando che minaccia il Partito Comunista del Venezuela (PCV)?

In primo luogo, vogliamo salutare l’iniziativa che rappresenta Bonjour Karl, nel quadro della tanto necessaria controffensiva politico-ideologica che dobbiamo promuovere da coerenti posizioni rivoluzionarie di classe, con le valide bandiere del marxismo-leninismo e per il trionfo della rivoluzione proletaria e popolare. Al contempo, ringraziamo per la manifesta solidarietà con il PCV, ritenendola un’espressione dell’internazionalismo proletario – che è una delle armi fondamentali con le quali contiamo per sconfiggere la borghesia e il capitale transnazionale.

In secondo luogo, effettivamente oggi il PCV corre il pericolo reale di essere messo fuori legge per la quarta volta nei suoi 86 anni di lotta. Bisogna ricordare che per ben un terzo della nostra vita siamo stati in clandestinità per disposizioni politico-giuridiche dello Stato borghese: dal 1931 al 1945, per la Costituzione della tirannia di Juan Vicente Gómez;  dal 1950 al 1958, per decreto della dittatura militare di Marcos Pérez Jiménez; e dal 1962 al 1969, per decreto del regime di polizia di Rómulo Ernesto Betancourt.

Durante quest’ultimo periodo che ho menzionato – nel quale abbiamo condotto una lotta armata contro il regime filo-imperialista e antipopolare che dominava in Venezuela – sono stati perpetrati la stragrande maggioranza dei più di 10.000 crimini di Stato registrati dal 1958 al 1998 contro i comunisti e il movimento popolare, attraverso sparizioni forzate, torture e assassini di massa e selettivi.

In questo contesto fu promulgata, nel 1965, la Legge sui partiti politici, riunioni pubbliche e manifestazioni, concepita come meccanismo restrittivo e di controllo ai danni dei partiti di sinistra e dei movimenti rivoluzionari.

In seguito all’approvazione della Costituzione del 1999, l’ordinamento giuridico avrebbe mantenuto la sua validità in tutto ciò che non fosse in contraddizione con la Carta Magna – secondo la Disposizione derogatoria –, e il parlamento nazionale – secondo la Disposizione transitoria sesta – aveva due anni di tempo per adattare la legislazione preesistente ai nuovi principi postulati dalla Costituzione, specialmente in tutto ciò che riguarda la promozione della partecipazione, del protagonismo e del controllo popolare nella gestione pubblica.  La Legge sui partiti del 1965 però, pur essendo contro e precedente alla stessa costituzione, è tuttora in vigore.

In base all’articolo 25 di questa legge, che stabilisce il “rinnovamento” periodico della nomina degli iscritti nei partiti politici affinché questi ultimi mantengano il proprio riconoscimento legale, il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) emette di volta in volta le “regole” che disciplineranno tale “rinnovamento”. Tuttavia l’anno scorso, il CNE, tra le altre disposizioni, ha imposto nuovi parametri che prevaricano illegittimamente i criteri adottati fino ad allora, le corrispondenti sentenze del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) e persino la legge stessa.

Storicamente e giuridicamente, il rapporto del CNE era sempre stato con i partiti politici. Era poi ciascuno di essi ad occuparsi dell’iscrizione e della registrazione della propria militanza, avendo a disposizione sei mesi per adempiere al processo di “rinnovamento”. Nelle nuove norme, però, viene snaturato totalmente questo rapporto e vengono ridotti drasticamente i tempi del procedimento, giacché i militanti hanno soltanto due giorni per registrarsi e devono farlo direttamente presso il CNE, senza che i partiti certifichino la veracità della loro dichiarata militanza. È un fatto, questo, che minaccia i principi organici e di funzionamento statutario dei partiti, specialmente nel caso del PCV che, essendo un partito di quadri, seleziona coloro che hanno le qualità per la condizione di militante comunista. Per giunta, se centinaia o migliaia di persone si iscriveranno presso il CNE come militanti del PCV senza esserlo realmente, potranno automaticamente e costituzionalmente reclamare il diritto a partecipare ai nostri processi interni di scelta degli organismi di direzione del partito e di selezione delle candidature.

Come se non bastasse, altro nuovo parametro è che il CNE consentirà a chiunque, attraverso il proprio portale web, di accedere ai dati di ogni singola persona che si sia registrata, e risalire a quale partito essa è iscritta, il che viola il diritto a salvaguardare la propria scelta politica e indebolisce il principio di segretezza del voto, oltre a porre a rischio la stabilità lavorativa e la sicurezza personale tanto dei militanti comunisti, quanto dei militanti rivoluzionari di altri partiti, giacché la destra neofascista e la classe padronale – nello Stato borghese che continua ad esistere e nel quadro dell’acutizzazione della lotta di classe – potranno costituire delle liste per, oggi o domani, perseguitare i rivoluzionari, come già hanno fatto in passato.

Per questo, da quando queste “norme” sono state emesse il 4 marzo del 2016, il PCV ha dichiarato ripetutamente, pubblicamente e in privato, che non si sottometterà a questi parametri, in quanto non solo prevaricano il quadro giuridico, ma sono anche inaccettabili per la dignità e la sicurezza di un’organizzazione rivoluzionaria com’è il caso del PCV. Il PCV ha preso questa decisione avendo chiara consapevolezza che essa avrebbe comportato la sua messa fuori legge, ma sapendo che la responsabilità politica e storica di questo fatto ricadrà sui poteri pubblici dello Stato.

Perché credi che questo stia accadendo proprio in questi momenti e non precedentemente? Siamo forse di fronte ad un processo di acutizzazione della lotta di classe all’interno del processo rivoluzionario venezuelano, in cui la borghesia creola vede con preoccupazione un partito comunista che guadagna sempre più presenza e forza tra la classe operaia e, attraverso l’influenza politica esercitata sul PSUV, cerca di disattivare il PCV con l’obiettivo di lasciare la classe operaia venezuelana senza il suo principale strumento di lotta verso il Socialismo?

È del tutto legittimo chiedersi perché proprio adesso si esercitano queste azioni che colpiscono e mettono in pericolo la permanenza legale di organizzazioni rivoluzionarie, con misure giuridiche e normative che accrescono le naturali differenze tra i partiti che hanno sostenuto il processo bolivariano iniziato nel 1999. In tutto il mondo, persino coloro che difendono la sacra “separazione dei poteri” delle democrazie borghesi, sanno che dietro alle decisioni delle istituzioni di ciascuno Stato ci sono gli interessi politici ed economici dei differenti settori della borghesia, che fanno pressione per inclinare l’equilibrio dei poteri in una direzione o nell’altra.

Bisogna chiarire che la questione del potere in Venezuela non si è ancora risolta. La classe operaia non ha preso il potere nel nostro paese, e di conseguenza la struttura del sistema borghese non è stata modificata. Una struttura che, nel nostro caso, è aggravata dall’essere un modello di capitalismo di rendita e di dipendenza, improduttivo, mono-produttore e multi-importatore, e di conseguenza uno Stato altamente inefficiente, corrotto e burocratizzato. È la classe sociale che esercita la propria egemonia a determinare il carattere dello Stato, non la persona che congiunturalmente sieda alla presidenza della Repubblica, per quanto buona e rivoluzionaria sia tale persona.

Ciò che comunemente viene chiamata “rivoluzione bolivariana” – con il trionfo di Hugo Chávez nelle elezioni presidenziali del 1998 – è stato artefice di politiche anti-neoliberali ma non aveva un programma anti-capitalista. Con la “rivoluzione”, gli strati della piccola borghesia legati al nuovo governo progressivamente scalzarono i settori tradizionali della borghesia venezuelana dal controllo della rendita petrolifera e, a partire dal 2005, l’impostazione del “Socialismo del XXI secolo”, nella sua ansia di prendere le distanze dalle esperienze marxiste-leniniste sviluppatesi in URSS e negli altri paesi del campo socialista, si avvicinò sempre più al “socialismo” socialdemocratico e al cosiddetto “stato sociale” europeo, tanto cari ai riformisti dei partiti socialisti europei e latinoamericani.

La scomparsa nel 2013 di Chávez – figura nella quale si concentrava il principale referente dell’unità delle tanto eterogenee forze e settori attivi nel processo bolivariano – e il contemporaneo aggravamento della crisi del modello di accumulazione capitalistica nel nostro paese, che era in gestazione dal 2008, hanno provocato un’acutizzazione della lotta di classe, nella quale: settori della destra sono riusciti ad avanzare politicamente e socialmente; forze all’interno del Governo Nazionale si stanno riposizionando, con crescente influenza di un settore che sostiene la conciliazione tra le classi ed è disposto a cedere le conquiste popolari; le organizzazioni come la nostra, genuinamente rivoluzionarie e impegnate nella radicalizzazione del processo e l’accumulazione di forze nella prospettiva socialista, combattono la destra e prendono le distanze dall’entreguismo (corrente politica conciliatoria e traditrice che consegna al nemico le conquiste popolari, ndt).

Per questo, tanto i settori tradizionali della borghesia venezuelana quanto le nuove fazioni della borghesia emerse all’ombra della “rivoluzione bolivariana” – ciascuna con sue rispettive espressioni politiche, in partiti della MUD (Mesa de Unidad Democratica, coalizione di destra all’opposizione, ndt) e in correnti all’interno del PSUV, rispettivamente – hanno tra i loro nemici il PCV e, sapendo che non possono sottometterci né comprarci, hanno bisogno di indebolirci quanto più possibile, facendo in modo che tra la classe operaia e nel popolo lavoratore non continuino a guadagnare forza le nostre parole d’ordine strategiche di rottura reale con il sistema capitalista e di lotta per una vera rivoluzione sociale.

Che mosse sta prendendo il PCV per affrontare questo attacco e fino a dove è disposto ad arrivare?

Per noi è chiaro che questa è una battaglia politica, e politicamente la stiamo affrontando. In primo luogo, rivendichiamo il diritto legittimo del PCV nel continuare a portare avanti le sue lotte nel pieno rispetto dei suoi diritti e tutele costituzionali, né più né meno di ogni altro partito. Spiegando anche il contesto delle posizioni che abbiamo assunto, sulla base del pericolo permanente che minaccia il PCV come organizzazione creata per rovesciare il sistema dominante e costruire una nuova società. Un compito che è ancora in corso e per il quale stiamo accumulando forze. Mettiamo inoltre a nudo i discorsi fraudolenti e pseudo-rivoluzionari che cercano di confondere e paralizzare la classe operaia affinché si sottragga al ruolo storico di avanguardia di tutto il popolo nella liberazione nazionale e sociale.

Inoltre, durante lo scorso anno si sono svolte varie riunioni bilaterali con alti funzionari del Governo e riunioni allargate tra rappresentanti dei partiti che sostengono il processo bolivariano, inclusi dirigenti del PSUV. In tutte queste riunioni abbiamo espresso le nostre critiche alle “norme” del CNE per il “rinnovamento”, sottolineando l’importanza che il partito di Governo assumesse questa posizione condivisa dai partiti che definisce “alleati”. Tuttavia, quest’anno, mentre alcuni dirigenti nazionali del PSUV in riunioni bilaterali ci hanno espresso la loro “comprensione” sulla questione, altri dirigenti hanno dichiarato pubblicamente che il processo del CNE è conforme al diritto e che deve svolgersi così come è stato stabilito. Pertanto, non è mai stato definito con chiarezza quale sia la posizione ufficiale della direzione nazionale del PSUV.

Noi del PCV abbiamo sottolineato che in questa occasione abbiamo dalla nostra parte non soltanto i principi di giustizia, bensì che questa battaglia e le nostre rivendicazioni hanno anche un fondamento giuridico, per cui abbiamo fatto ricorso al CNE il 10 giugno de 2016 con una comunicazione nella quale presentavamo dettagliatamente le nostre osservazioni e proposte sulle “norme” e sul “rinnovamento”. Ad oggi, tuttavia, non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Ciò, oltre ad essere una violazione delle disposizioni costituzionali e legali che obbligano le istituzioni dello Stato a rispondere opportunamente, dimostra che il Potere Elettorale non ha avuto la volontà politica di evitare l’aggravarsi di questa situazione.

Di fronte alla mancanza di risposta dell’ente elettorale e all’annuncio che il processo di “rinnovamento” verrà portato a termine senza modificare i nuovi parametri imposti nella “norma” del CNE, lo scorso 16 febbraio il PCV ha presentato alla Camera Costituzionale del TSJ (Corte Suprema di Giustizia, ndt) un ricorso di annullamento per incostituzionalità dell’art. 25 della legge dei partiti politici, con sollecitudine di misure cautelari affinché si sospenda preventivamente il processo di “rinnovamento”; tuttavia, questo processo ha avuto inizio il 4 marzo senza che il TSJ si pronunciasse sulle misure cautelari e ad oggi non è stato deciso nulla nel merito del ricorso.

Secondo il calendario stabilito per il “rinnovamento”, al PCV spetta il prossimo 6 e 7 maggio. Il Comitato Centrale del nostro partito ha detto chiaramente che il PCV non parteciperà a questo processo per le ragioni già segnalate, intendendo che non riconoscerà come militanti del PCV nessuno che si registri quei giorni. Il CNE ha comunicato che ogni partito che non si “rinnoverà” in questo processo sarà “cancellato” – che è il termine usato dalla legge – perdendo, di conseguenza, il suo status legale e la sua personalità giuridica, con tutte le implicazioni che questo comporta. Tra il 27 giugno e l’8 luglio, il CNE renderà pubblico il suo rapporto finale su questo processo.

Per la dignità e la sicurezza del PCV e della militanza rivoluzionaria, con la tranquillità di sapere che stiamo sollevando principi giusti e che sono la nostra storia, la nostra lotta e il popolo lavoratore a darci legittimità, siamo disposti ad affrontare questa nuova messa fuori legge.

Il PCV ha già ricevuto un attacco importante qualche anno fa quando si pose la questione della sua dissoluzione all’interno delle file del PSUV. Attacco di fronte al quale il partito fu all’altezza del suo compito storico, evitando la sparizione del PCV. Esistono nemici del PCV nel Governo Bolivariano o con influenza molto diretta sullo stesso?

Sì, dentro il Governo Nazionale ci sono correnti di destra e riformiste – socialdemocratiche e socialcristiane – dotate di molto potere e influenza politica. Queste correnti naturalmente hanno come suoi nemici il PCV e le forze genuinamente rivoluzionarie, in quanto rappresentiamo valori, principi e proposte contrari ai loro interessi di classe e antitetici rispetto alle loro concezioni politico-ideologiche. Questo non vuol dire che combattere il PCV sia una politica “ufficiale” del Governo, ma conferma il fatto che la lotta di classe si esprime e sviluppa anche all’interno delle forze del processo bolivariano, il cui esito e l’orientamento che infine prenderà dipenderanno da quali forze riusciranno ad imporsi.

In diverse occasioni, in vari modi, il PCV ha dovuto combattere battaglie molto dure per fronteggiare i tentativi di cancellarlo definitivamente. Le esperienze accumulate nel corso dei 170 anni del movimento comunista internazionale, le conseguenze dello scioglimento di partiti comunisti in strutture “ampie”, la nostra stessa storia e la chiarezza della necessità che la classe operaia abbia il suo strumento organico – caratterizzato da una diversa fisionomia e un programma nitido e incontrovertibilmente marxista-leninista – per condurre vittoriosamente la lotta di classe, ci hanno persuaso che l’esistenza del Partito Comunista è una necessità storica, che sarà superata solo nella stessa misura in cui vengono raggiunti gli obiettivi per il quale esso esiste. Non prima. Per tanto, la posizione della dissoluzione del Partito rivoluzionario della classe operaia, che lo si voglia o no, sostiene e rafforza le posizioni controrivoluzionarie e indebolisce le lotte per gli interessi del proletariato e il popolo lavoratore.

Nel dicembre 2006, Hugo Chávez, meno di due settimane dopo la rielezione presidenziale con la quale si evidenziava il picco della sua popolarità e della sua influenza di massa, pose la costituzione del “partito unico” al quale dovevano integrarsi tutti i partiti del processo bolivariano. Il PCV iniziò un dibattito interno che culminò con la realizzazione del nostro 13° Congresso (Straordinario), il 3 e 4 marzo del 2007, nel quale non solo prendemmo la decisione di non scioglierci in una organizzazione interclassista, senza ideologia né forme di organizzazione definite e senza un chiaro programma socialista-scientifico, ma stabilimmo inoltre le caratteristiche che deve avere il partito della rivoluzione venezuelana, riconoscendo, con spirito autocritico, che ancora non avevamo quelle caratteristiche ma che, per l’ideologia di avanguardia che assumiamo e i principi organizzativi leninisti che abbiamo, eravamo il partito che più si avvicina a queste caratteristiche.

All’epoca, la nostra decisione non fu sufficientemente compresa da molti settori amici in Venezuela e nel mondo, e abbiamo anche sofferto cedimenti tanto da parte di compagni onesti e validi quanto di individui che si sono piegati a una politica divisoria e frazionista per far implodere il PCV. Con coraggio e fermezza siamo sopravvissuti a questo attacco ingiusto e a questa politica errata, e oggi è sempre più difficile incontrare qualcuno che non riconosca che la nostra posizione fu quella corretta.

Attraverso Tribuna Popular apprendiamo che si stanno producendo avanzamenti in materia sindacale attraverso la Corriente Clasista “Cruz Villegas”. Cos’è e qual è la situazione del movimento operaio e sindacale in Venezuela in questo momento?

Nel PCV sappiamo che la rivoluzione non la farà il partito da solo, ma che è necessario un ampio, cosciente, organizzato e unitario movimento di massa, che identifichi il suo posto all’interno dei rapporti di produzione nel sistema capitalista, i suoi interessi nel superamento rivoluzionario di questo sistema e il suo ruolo da protagonista nella presa del potere e nella costruzione della nuova società.

Questo movimento di massa deve aver un chiaro orientamento di classe, per non perdersi nel disparato labirinto che propugnano la piccola borghesia e gli strati medi, o nei “nuovi” intenti di declassare il soggetto storico della rivoluzione trasferendo questo ruolo “alle moltitudini” o “alle comunità”.

Per questo, un asse centrale dell’azione ideologico-politica e organizzativa del PCV è diretto prevalentemente verso la classe operaia e, in modo più ampio, verso i lavoratori e le lavoratrici della città e della campagna. Questo lavoro lo realizziamo in modo diretto attraverso gli organismi di base del partito, le cellule, ma anche attraverso fronti di massa, come la Corriente Clasista “Cruz Villegas”, dove i lavoratori e le lavoratrici che vanno acquisendo coscienza di classe – militanti o meno di qualche altro partito –, si raggruppano e attivano con militanti comunisti sulla base dell’impresa o del ramo di produzione di beni e servizi cui appartengono, con l’obiettivo di rafforzare il movimento operaio e sindacale di classe rivoluzionario, promuovere la democrazia sindacale e lottare per un nuovo modello di gestione dei processi produttivi, basato nel controllo operaio-popolare.

Negli ultimi tre anni si è avanzato molto rispetto a questi compiti, specialmente a partire dalla costruzione del Fronte Nazionale di Lotta della Classe Lavoratrice (FNLCT), dove – oltre la Corriente “Cruz Villegas” – ci sono decine di sindacati, delegati di prevenzione e movimenti classisti dei lavoratori, di imprese pubbliche e private, che acquisiscono coscienza nella missione che assumono in quanto “classe per sé”.

Oggi sono particolarmente importanti queste bandiere e queste iniziative, per quanto il sindacalismo di classe sta soffrendo un sensibile incremento degli attacchi da parte dei padroni, sia a livello statale che nel settore privato, con la complicità delle istituzioni dipendente dal Ministero del Lavoro, facendo prevalere gli interessi del capitale con politiche anti-operaie e anti-sindacali a danno del popolo lavoratore. Questa politica si esprime nei licenziamenti di massa, che violano la sicurezza sul luogo di lavoro, gli spazi sindacali e benefici di maternità; ostacoli burocratici alla costituzione di sindacati di classe e persecuzione degli scioperi; rifiuto di Ispettori e Tribunali del Lavoro a ricevere o trasmettere denunce dei lavoratori; non adempimento di provvedimenti amministrativi di reinserimento; e uso di forze di polizia per spaventare e infastidire dirigenti sindacali e del movimento di classe. Inoltre, si sta consolidando una pericolosa tendenza alla svalutazione della forza lavoro, attraverso una crescente indennizzazione del reddito dei lavoratori e lavoratrici – visto che oggi solo il 27,34% del reddito minimo ha incidenza in vacanze, utilità, prestazioni sociali, cassa di risparmio, fondo abitativo e di pensione -, cosa che pregiudica il patrimonio familiare futuro del lavoratore, incrementa i margini di profitto del capitale e facilita i licenziamenti.

A febbraio alti responsabili del PCV hanno dichiarato che “non c’è vera democrazia con la borghesia al potere”. Puoi ampliare questo argomento date le attuali condizioni del tuo paese e in relazione ad altri processi che si sviluppano in America Latina?

Come spiegato prima, in Venezuela continuiamo ad avere uno Stato borghese e pertanto un sistema capitalista, ossia che la classe che esercita l’egemonia nel nostro paese è la borghesia. Da marxisti-leninisti, intendiamo che anche la più “democratica” delle democrazie borghesi significherà sempre e comunque la dittatura della borghesia, per cui mai potrà esserci vera democrazia – intesa come potere del popolo – finché sarà la classe dei privilegiati e degli sfruttatori ad avere il potere.

Gli Stati, come formazione politico-giuridica sorta nello sviluppo delle società divise in classi, costituiscono il complesso di meccanismi atti alla dominazione della classe egemonica sulle altre classi, strati sociali e sulla società nel suo insieme. Dalla nascita degli Stati capitalisti, la lotta della classe operaia e dei popoli è riuscita a strappare molte rivendicazioni e diritti alla borghesia, ma quando si tratta dei suoi principali privilegi di classe – la proprietà privata e “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” – essa li difende con il sangue e col fuoco.

Questa è una verità nel nostro paese e in tutto il mondo. E questa realtà non solamente non è stata cambiata dai processi riformisti-progressisti degli ultimi 15 anni in America Latina, ma anzi i loro sviluppi l’hanno confermata. Svariati di questi “processi” si sono auto-denominati “rivoluzioni”, come nel caso del Venezuela, implementando importanti riforme, programmi e politiche sociali a beneficio delle grandi masse popolari storicamente escluse, ma stanno giungendo al limite che gli permette il sistema stesso, nella misura in cui esse non si sono né poste né sono maturate verso l’obiettivo di cambiare in modo rivoluzionario i rapporti di produzione capitalistici, sprecando un formidabile patrimonio di aspettativa popolare che ora si sta convertendo in delusione, frustrazione e smobilitazione, e screditando enormemente – in casi come quello venezuelano – termini e concetti come “rivoluzione” e “socialismo”, quando invece ciò che è in crisi è il modello di accumulazione capitalistica di rendita e dipendenza.

Dal PCV poniamo la necessità di una grande offensiva genuinamente rivoluzionaria, che chiarisca quali siano i risultati, la portata e i limiti di questi processi e dei loro dirigenti, per superare l’attuale demoralizzazione dei nostri popoli e abbracciare la proposta della vera rivoluzione proletaria e popolare, che estirpa alla radice la causa profonda di tutti i mali che soffriamo: il sistema capitalista, i suoi valori e istituzioni.

Esiste il rischio di fare marcia indietro negli avanzamenti sociali prodotti negli anni di governo del PSUV? Quali sono le cause in caso affermativo?

>>>continua>>>

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