Napoli 8dic2016: La Voce Dei Martiri Di Odessa

di Movimento Internazionale Antifascista

Silenzi, violenze e paure, sono le uniche verità dopo che un gruppo di manifestanti filo-russi, disarmati e ignari è stato costretto a rifugiarsi nel Palazzo dei Sindacati, il 2 maggio 2014, per colpa di squadristi che avevano circondato il palazzo e lo avevano incendiato con un fitto lancio di bombe molotov. I più fortunati sono arsi vivi o sono rimasti uccisi soffocati dal fumo o schiantati al suolo nel disperato tentativo di sfuggire alle fiamme lanciandosi dalla finestra. Ai meno fortunati è capitato il linciaggio, fino alla morte, o la terribile sopravvivenza. Ed è di quest’ultimi che ci occuperemo.

“La sede del sindacato è stata data alle fiamme. Le persone sono morte nell’incendio. Gli scontri sono violentissimi” ecco cosa recita un sms di un inviato sul posto. Eppure, di fronte alle prove schiaccianti dei video e delle testimonianze unanimi, quando ormai tutto il mondo riconosceva la matrice della strage, anche la stampa italiana ha corretto il tiro. E qui il fenomeno si fa curioso. Quasi come da manuale, viene messa in atto quella manipolazione delle notizie che gli studiosi hanno riconosciuto nel triplice processo di agenda-setting, priming e framing. Praticamente un silenzio dei colpevoli.

Nietzsche diceva che non esistono i fatti ma solo le interpretazioni. Talvolta la stampa italiana appare sbadata nel raccogliere e fornire notizia dei fatti; ma è sempre pronta e creativamente incoerente quando si tratta di interpretarli al posto dei lettori.

Govedì 8 dicembre alle ore 16.00, presso il sindacato USB, Via Carriera Grande, 32, 80139 Napoli, si darà voce ai sopravvissuti e alla verità il suo degno spazio. Affinché il mondo sappia che cosa si vive in quella parte d’Europa. Daremo voce ai sopravvissuti. Perché non possiamo dimenticare, il popolo ascolterà la voce di chi ha le mani bruciate dal rogo e l’anima distrutta dal ricordo di una manifestazione che si è trasformata in una tragedia mondiale.

Konstantin Nemanijc

Banda Bassotti: La Brigata Internazionale

da ilbuioinsala.blogspot.it

Sigaro, Picchio, David e Pasquale negli anni ’80, fanno i manovali nei cantieri di Roma. La pausa pranzo è una tribuna politica, un giorno leggono su Il Manifesto: “si formano brigate del lavoro per il Nicaragua”.

Laggiù, il Fronte Sandinista combatte contro la dittatura, c’è la guerra e la guerra distrugge. Così i quattro manovali partono con pala e piccone perché la libertà si può costruire.

Di ritorno a Roma i manovali continuano a fare i manovali, tirano su palchi per i concerti dopo i cortei, è il modo di contribuire alla causa.

Un giorno, i Clash, gli Specials e ritmi latini nel cervello, i manovali salgono sul palco. Così nasce Banda Bassotti.

In quegli anni in Inghilterra c’è la musica della working class.

In Italia c’è la classe operaia che fa Ska–Punk-Oi!

In trent’anni la Banda viaggia dal Giappone al Sud America per sostenere le lotte di 
liberazione e di indipendenza. 

In valigia si accumulano i colori di tante bandiere diverse, ma c’e un simbolo che non manca mai: la falce e martello.

A raccontare questa storia, il 23 ottobre scorso è uscito su Vimeo il documentario Banda Bassotti – La Brigata Internazionale.

Un film musicale e politico che parla a tutti perché, tra tutto il popò di roba che racconta, sa mettere a fuoco una realtà di tutti noi, ovvero la condivisione di valori, passioni ed emozioni: la si chiami banda, fratellanza, comunità, non cambia granchè.

Il regista, classe 1978, è Antonio Di Domenico, gavetta da fotografo e cameraman, poi DOP per documentari e programmi tv, è uno abituato a sbattersi e sudare sul campo; uno che sogna ancora tanto, però. Sono vent’anni che, un ciak dopo l’altro, sta costruendo, letteralmente con le sue mani, il suo sogno di “fare cinema”.

E come la Banda, su quel palco che, per lavoro, passione ed esperienza ha costruito per anni agli altri, ora c’è salito lui.

Ed è così bravo però, che lui, pur alla prima esperienza di regia, nel film scompare.

Antonio, com’è nata l’idea di “Banda Bassotti – La Brigata Internazionale”?

Già negli anni ’90 ero un loro fan. Avevo la cassettina di “Balla e Difendi”, una raccolta in cui c’erano brani di Banda e di altri gruppi dell’underground romano. E’ stata la colonna sonora della mia adolescenza. Poi nel 2013 li ho conosciuti. Stavo seguendo e documentando il tour europeo a sostegno della Revolucion Ciudadana ecuatoriana. In Ecuador era stato finalmente eletto democraticamente un nuovo governo socialista e le associazioni dei migranti si riunivano per sostenerlo. La Banda Bassotti partecipava portando in giro la sua musica e aveva anche scritto un brano per l’Ecuador, “Rumbo al socialismo del siglo XXI”. Mi ha colpito molto vedere quanto fossero attivi in campo internazionale, e mi ha colpito la forza e la trasparenza con cui portavano in giro le loro idee. Così abbiamo parlato e gli ho fatto capire che volevo assolutamente raccontare la storia della Banda Bassotti in un documentario.

E loro come hanno reagito?

All’inizio ne ho parlato con i manager, Luca Fornasier e David Cacchione. Mi sembravano interessati. Però mi hanno detto che dovevano discuterne con gli altri. Mi sono immaginato una scena tipo quella di “Terra e Libertà” di K.Loach, in cui i miliziani e i contadini si riuniscono, dopo aver liberato il villaggio dai Franchisti, per discutere se adottare la proprietà comune delle terre: quaranta, cinquanta persone in uno stanzone, ognuno può prendere la parola, ogni parola ha lo stesso valore. Non si decideranno mai, ho pensato. Invece dopo qualche settimana mi hanno risposto e per fortuna hanno accettato.

Il film è in perfetto equilibrio tra racconto umano, musicale e politico. Anche questo è stato deciso insieme?

L’equilibrio, nel racconto, è una cosa che abbiamo ricercato in modo maniacale al montaggio con Luigi Conte. Abbiamo scomposto e ricomposto la storia diverse volte perché quello che scrivi, in un documentario, non sempre trova una corrispondenza nelle immagini. Questo equilibrio c’è nella vita dei Bassotti, è reale ed è un aspetto affascinante. Si fanno in quattro per sostenere le cause dei compagni in ogni angolo del pianeta. Poi c’è il lavoro. I Bassotti sono operai, contadini, netturbini e la loro musica nasce da queste esperienze. Racconto umano, musicale e politico sono effettivamente inscindibili dal mio punto di vista.

E’ un equilibrio prezioso che consente a “Brigata internazionale” di parlare a e con tutti, anche chi è al di fuori del percorso militante della Banda. La sensazione è che siate stati bravi e pazienti come autori ad arrivare a questo risultato, dove forse non c’era interesse a mettersi in gioco nel lato più privato e famigliare in favore di un discorso politico militante e attualissimo che, invece, di carne al fuoco ne tira fuori parecchia.

-‘Sta moria de polli, ‘sta processione d’abbacchi, rosari de sarsicce! – “Sigaro” descrive così le scene della “braciata”, che personalmente sconsiglio ai non carnivori. In effetti di carne al fuoco c’è n’è tanta. Ma non ti prendo in giro, non sto uscendo fuori tema. Perché è proprio durante il pranzo, al cantiere come nei giorni di festa, che si discute di politica. E per la Banda Bassotti fare politica vuol dire prima di tutto agire in aiuto dei popoli oppressi in qualsiasi parte del mondo essi siano. Nel 1984 fecero il loro primo viaggio internazionalista in Nicaragua arruolandosi nelle brigate del lavoro. Portarono con loro gli attrezzi dal cantiere perché la guerra civile laggiù stava distruggendo ogni cosa e c’era bisogno di ricostruire: scuole, case e anche trincee. Oggi la Banda Bassotti è cresciuta ed è in grado di creare corridoi umanitari e di portare medicine, viveri e beni di prima necessità nelle zone di guerra, oltre alla musica naturalmente!

L’ultima di queste carovane è diretta in Donbass. I compagni della Banda sembrano molto legati a quella regione e attenti a quello che succede.

Nella regione del Donbass, ad est dell’Ucraina, dalla primavera del 2014 è in corso un conflitto armato. Da una parte c’è l’esercito del governo di estrema destra di Kiev, dall’altra ci sono le milizie armate formate dai cittadini del Donbass che sono per lo più operai con una tradizione culturale comunista. Le guerre sono controverse e difficili da capire ma per i Bassotti, da sempre operai sotto il segno della falce e del martello, è stato facile capire da che parte stare. E nell’era cibernetica gli operai non hanno bisogno dei partiti per mettersi in contatto fra loro. Poi, certo, ad andare in una zona di guerra ci vuole del coraggio. Anche se si va con l’intenzione di aiutare la popolazione civile, si può diventare facilmente un bersaglio militare, e anche politico naturalmente.

I Bassotti come “Famiglia” come sono? chi fa parte della “banda”?”

La Banda Bassotti è la dimostrazione che i comunisti non hanno nessuna intenzione di distruggere i valori della famiglia tradizionale. La famiglia dei Bassotti è tradizionale, proletaria, inclusiva e al passo con i tempi. Nella prima scena del documentario c’è proprio questa famiglia, fatta di tanti colori, unita e forte. Non si vedono molto le donne nel documentario ma è solo perché chi in genere va sul palco è meno intimidito dalle telecamere. Donne e uomini nella Banda Bassotti si battono fianco a fianco per le stesse cause. La “banda” che fa la musica esiste per gridare più forte, ma della “banda” fa parte chi ha voglia di lottare, chi non accetta che il capitalismo divori la natura del pianeta terra. Non ci sono esclusioni di alcun genere, neanche di specie o regno! Perché nel brano “No Tav” “Sigaro” canta per le montagne e in “Negli Occhi il Buio”, brano bellissimo a mio avviso, “Picchio” canta gli orrori della vivisezione visti dagli occhi di un cane.  

Come vi siete finanziati il film? Avete un piano per la distribuzione?

Il documentario è stato autoprodotto e autofinanziato dalla Rizoma Film. Ma questo è stato possibile anche grazie alla rete sociale della Banda Bassotti. Prima di tutto quando sei con i compagni dei Bassotti puoi stare sicuro che, dovunque vai, mangi, bevi e dormi. Ma anche tecnicamente siamo stati aiutati. La Video Master digital ci ha offerto i suoi studi per la color correction grazie all’amicizia del colorist, Andrea Faro; Radio Venceremos, grazie alla militanza nelle sue fila di Federico Mariani, da sempre anche membro della Banda, ci ha concesso l’utilizzo delle immagini d’archivio, che sono state preziosissime; il cinema Tibur di Roma ci ha offerto la sala per l’anteprima. E non solo! Ci sono arrivati foto e video da ogni parte del mondo dai compagni che hanno condiviso tante avventure con la Banda Bassotti. Senza questa rete sociale non sarebbe stato possibile ricomporre un mosaico di trent’anni di storia al di fuori dei circuiti convenzionali. Senza questa rete non saremmo riusciti a realizzare il film.

E per la distribuzione sarà lo stesso. Per noi questo tipo di produzioni sono un’esigenza. La storia della Banda Bassotti andava raccontata perché la Banda è nata per “dar voce a chi non ce l’aveva”, come dice Luca Fornasier nel film, e Rizoma Film ha voluto dargli anche un’immagine.

Il documentario è disponibile on demand su Vimeo e da gennaio stiamo cercando di farlo girare in alcune sale italiane grazie ad un accordo con un distributore.

Il 2 dicembre invece ci sarà la prima proiezione pubblica, alle ore 19, a Roma, prima del concerto al CSOA La Strada. Tutte le info si trovano sulla pagina facebook di Rizoma Film o su quella della Banda Bassotti. Quindi per ora siamo tutti responsabili della diffusione di questa storia.

La solidarietà fra i popoli, la giustizia sociale, la lotta per la libertà, sono idee e valori che non basta esprimere su un social network.

Il nostro auspicio è che arrivi al maggior numero di persone possibile perché lo spirito della Banda Bassotti è coinvolgente, al di là delle idee politiche che ognuno di noi può avere.

Ex-Opg: ¡Hay que soñar la Italia que vendrá!

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por Ex-Opg “Je so Pazzo”

Y si nosotros lograramos conseguir que todo el mundo o la mayoría de los comités, grupos y circulos locales se sumarán activamente en la labor común, podríamos organizar en breve un fuelle gigante, capaz de atisbar cada chispa de la lucha de clases y de la indignación popular para provocar un gran incendio…

Sobre el andamio de esta obra organizativa común veremos surgir los revolucionarios[…] que, encabezando aquel ejército movilizado, levantarían el pueblo entero contra la vergüenza y la maldicion de Rusia.

¡Eso es lo que hay que soñar!

Lenin, ¿Que hacer?

 

Faltan 15 días para los comicios del 4 de diciembre, ya hemos entrado en el punto culminante de la campaña refrendaria. Aunque las encuestas hablen de una ventaja del NO – pero, quien cree todavía a las encuestas? – tambien puede pasar de todo. Renzi y sus seguidores están haciendo lo imposible para ganar (véanse las recientes interceptaciones involucrando al Gobernador De Luca que obliga a los alcades de 300 ciudades de Campania de sumar votos a toda costa), están activando canales que ni siquiera nosotros imaginamos, gastaron un montón en asesores en comunicación y, hasta el último día, ententarán sacar fuera un as de la manga. Entonces, no podemos absolutamente bajar la vigilancia, sino tenemos que intensificar nuestra acción en estas últimas dos semanas. Pero, ¿cómo es posible? Por cuales razones? ¿Para lograr qué?

De hecho, muchísimas son las fuerzas políticas que luchan por el NO: desde el Movimiento 5 Estrellas hasta la Liga Norte, de Fuerza Italia y Monti (ex primer ministro de Italia en 2011, NdT). Cada cual tiene su pequeño partido para jugar y se trata de partidos que tienen poco que ver con una efectiva batalla para la democracia y que pertenecen justamente a un asunto de poder. Hay quien quiere tomar el cargo de Renzi para hacer, más o menos, las mismas cosas, quien quiere reducirlo para pactar unos puestos de trabajo, entre otros. Por eso, estas fuerzas se limitan a invitar la gente a votar, a delegar aún, a ir a la plaza para aplaudir al líder del momento. 
Si queremos transformar este presente así injusto y sin esperanzas, tenemos que estar perfectamente concientes de la situación, del campo de fuerzas, de los escenarios que se vislumbran. Está bien movilizarse porque queremos “defender a la Constitución” o “despedir a Renzi”, pero tenemos que saber también como hacerlo, o sea cuales son la prácticas más eficaces y estimulantes para poner en marcha el protagonismo popular y, sobre todo, lo que queremos lograr. Pues, sería paradójico regalar este resultado a Salvini o Grillo, después de haber trabajado más que todos en los territorios para favorecer el NO y así perder la ocasión de hacer correr la voz, la necesidad de redistribuir la riqueza, de arremeter contra quien maneja el poder económico y decidir de nuestras vidas.

Pues, los objetivos de estas lineas son:

1) analizar en forma breve el mapa político y económico en el que se desarrolla el referéndum;

2) hacer un primer balance de la campaña refrendaria y relanzar las prácticas particularmente contundentes para convecer a la gente;

3) socializar una reflexión sobre los escenarios que se desprenden de este referéndum y las maneras de estar en este marasmo; decimos esto porque hay que soñar algo diferente del triste presente y acabar con la lógica del “menos peor” que siempre termina por precipitar en lo peor.

1. ¿Por qué el referéndum? ¿En cual contexto acontece?

Empezemos por aquí: la crisis estallada en 2008 está produciendo efectos políticos devastadores y chocantes en todos los países, antes en aquellos de la periferia del mundo y, ahora, en el corazón del imperialismo (véanse los Estados Unidos de Trump, el Reino Unido del Brexit, el crecimiento sorprendente de la ultraderecha en Francia y Alemania), nuestro país está rotundamente dentro de este trastorno económico, social y político: ha sufrido dos crisis, no solo aquella de 2008, sino también la de 2011; en 2014 el PIB ha empezado levemente a subir (+0,4%) sin provocar efectos beneficos para la población, porque las ganancias siguen siendo acumuladas por unos pocos. El paro queda en niveles muy altos, la pobreza está en aumento, la calidad de vida disminuye de manera llamativa en el Sur y las áreas deindustrializadas del país, de la forma más reducida en algunas zonas del Norte.

Este es el motivo por el cual, si de un lado la riqueza escondida a los índices y el ahorro de las familias aún permiten no morir de hambre y, entonces, no asaltando a los edificios (el nivel de movilizaciones masivas en Italia no ha sido comparable al de Grecia o España), del otro se produjeron, en pocos años, efectos políticos inimaginables, como la crisis de todas las fuerzas establecidas, la pérdida y falta de credibilidad de los medios y actores institucionales, impactantes conflictos en los lugares del trabajo, el mundo de la formación, en los territorios, el nacimiento de un nuevo partido como el M5S (surgido de la nada hasta llegar al 25%).

Desde cierto punto de vista, Renzi también es el fruto de esta situación: es la respuesta que las clases dominantes han tratado de monstrar para recuperar consenso después del desacreditado Berlusconi, el terrible gobierno técnico Monti-Fornero y el inconsistente Letta. El actual primer ministro era su mejor baraja, por eso él ha podido gozar de una inmunidad sin precedentes en la historia republicana…

Sin embargo, las medidas tomadas en estos años por los partidos de la austeridad y por el mismo Renzi no resolvieron nada, más bien, solo agudizaron la crisis: “reformas” como el “Jobs Act” (Acta del Trabajo, medida neoliberal para precarizar aún más el trabajo, NdT) que nos quitaron los derechos laborales, disminuyendo los salarios, cortando los servicios públicos.

Sobre esta base nacieron y han sido desarrollándose los llamados “populismos” que se alimentaron de la rabia, del malestar de la pequeña burguesía empobrecida y de muchos trabajadores y parados. Ahora, para evitar que estos populismos puedan llegar al poder y alterar, aún levemente, los planes de unos pocos benefiantes de esta situación, el sistema institucional tiene que blindarse todavía más.

Todo eso porque, siendo la economía estancada- el año 2017 se prevé muy difícil desde un punto de vista internacional- y, además, está previsto también el fin del “quantitative easing”, es decir la compra de bonos estatales por parte del BCE, una actuación que dificultó por muchos años las especulaciones financieras y el crecimiento del diferencial de renta, se necesitarán duras “reformas” que atacarán el ahorro de las familias y las condiciones de vida de los trabajadores. Por delante de nososotros hay un creciente empobrecimiento y una reducción de las expectativas de vida.

He aquí, pues, a que sirve la reforma de la Constitución y la aprobación de la nueva ley electoral: las clases dominantes quieren impedir que puedan surgir nuevos modelos de delegaciones de abajo o que, más bien, que alguien no cumpla con los planes orquestados por la burguesía imperialista, las tecnocracias, las asociaciones de capitalistas a nivel internacional. Hay que “grabar”, también del punto de vista del derecho, las relaciones de fuerza del presente, para prohibir a los oprimidos tomar palabra acerca de los difíciles pasajes que van a involucrar a los gobiernos en el futuro próximo.

Si la situación está así conformada, se entiende bien porque, mientras las necesidades de las clases populares son otros, el Gobierno de Renzi ha decidido empeñarse en esta batalla campal sobre la Constitución.

Una batalla que tenemos que enfrentar con toda fuerza posible y ganarla, porque fracasar querría decir exponerse a futuros virajes autoritarios (no solo por parte de Renzi) y hacer aún más difícil la posibilidad de hacer escuchar nuestra voz.

2. ¿Qué campaña refrendaria fue? ¿Qué quiere decir “ campaña popular”?

En realidad, las cosas que rápidamente hemos descrito son patrimonio de millones de personas. Muchos no esperaron che los constitucionalistas se pronunciaran para saber lo que hacer: se han dirigido, de manera instintiva, hacia el NO a las clases dominantes que, de hecho, por lo menos con Confindustria (Federación de los industriales italianos, NdT) y miembros del sector financiero, encarecían la reforma (hablamos de JP MORGAN o Marchionne, el CEO de Fiat, para que nos entendamos).

Luego, la primera innovación por registrar, frente al pasado, es la maduración en el seno de las masas de una esencial comprensión de la partida que estámos jugando.

Aunque este sentimiento pueda ser recuperado, sobretodo si unos actores políticos lo dirigen contra los inmigrantes (Salvini, por ejemplo) o genericamente contra el establishment (los 5 Estrellas), la fuente de este sentimiento es un rechazo de las políticas de austeridad. Sin embargo, ya el voto de las elecciones generales 2013 fue testigo de todo eso, aunque de manera confundida (con el explosivo crecimiento de los 5 Estrellas y la recuperación al finale de Berlusconi) el paradójico voto de las elecciones europeas de 2014 (en las que Renzi capitalizó los 80 euros, es decir una medida contra la austeridad) y las vueltas administrativas que han registrado el fracaso del Partido demócrata.

Sobre la base de esta conciencia, hemos visto en estos meses otra interesante novedad, es decir la explosión de un activismo y creatividad popular.

Antes, también las campañas refrendarias vivían de una coordenadora nacional “blindada”, hecha pedazos por los partidos, que inventaba lemas y prácticas.

Ahora, la ruptura de la izquierda institucional, la pequeña hegemonía de las organizaciones nacionales, han dado a conocer las fuerzas y la creatividad en el ámbito local. Miles de ciudadanos han experimentado e inventado su propia forma de comunicarse, haciendo un trabajo territorial decisivo.

A lo mejor, por primera vez en mucho tiempo, nos encontramos frente a una verdadera campaña de base, que incorpora algunas de las prácticas tradicionales de los movimientos socialistas y comunistas, un estilo de trabajo de puerta a puerta, pero combinado con una cierta cantidad de capacidades de medios que sólo la total subordinación de los medios nacionales ha impedido valorizar.

En los últimos meses hemos visto:

– Folletos, pegaduras, pancartas, marchas, protestas, flash mob;
– Mensajes de vídeo, publicidad auto-producida, el correo electrónico, el uso de todas las redes sociales;
– Las cartas de ciudadanos a otros ciudadanos comunes en los buzones;
– Furgonetas con amplificaciones y coches con cuernos que deambulaban por las calles;
– La invasión de transporte público, metro, autobús, con folletos, canciones y grupos de jóvenes que lanzan mensajes;
– A pesar del sabotaje de la publicidad para el SI por algunos trabajadores de transporte de Florencia que manipularon las carteleras en sus autobuses.

Toda esta activación molecular trató de reaccionar a dos hechos: la lentitud e ineficacia de las estructuras nacionales (por lo que “si no te mueves tú no te salvará nadie”), y el blindaje del espacio mediático.

En resumen, si esta campaña del referéndum, con la omnipresencia de Renzi en los medios de comunicación, era un poco el presagio de lo que podría suceder si se aprueba la reforma constitucional (el jefe del gobierno mandando solo y él que habla y todo el mundo sumiso – aunque este es un signo de debilidad de la clase dominante: si envían sólo el “comunicador” Renzi hacer la campaña, es que todos los demás no son creíbles e incapaces …), por otro lado, también nos ha dado la imagen de una miríada de grupos, comités, animados por una sincera voluntad de luchar, que se rompieron muchas de las limitaciones de la izquierda institucional y también antagónicas de los guetos y, finalmente, se convirtieron en protagonistas.

Y es precisamente este tipo de prácticas que en los últimos 15 días de la campaña tenemos que relanzar: se trata de las prácticas que activan los recursos, que no están destinados para producir una forma de delegación, sino nos permitirán entrar en contacto con la clase, escuchar, conocer las necesidades, convertirnos en su referencia, unirnos.
Sin olvidar, por supuesto, el desfile del 27 de noviembre en Roma, que puede proporcionar una oportunidad para romper esta capa mediática que evita mostrar las razones del NO por las que realmente son.

3. ¿Qué va a pasar el 4D? Y nosotros, ¿ qué vámos a hacer?

El desarrollo de la campaña, hacer circular el contenido, emocionar a las masas que se puede ganar y al mismo tiempo no ilusionarlas que es suficiente votar NO para propiciar un cambio de rumbo, son todos los pasos básicos. Si se hacen bien, el día después del 4D, si ganamos o fracasamos, vámos a ser capaces de contar con una fuerza mayor que antes, porque nos dieron a conocer, reconocer, la unión entre nosotros. De hecho, hay casos históricos en los que se ganó y encontrándose más desunidos que antes, y otros en los que se perdió pero la derrota ha cimentado una fuerza poderosa, que en los pasos siguientes fue capaz de lograr avances.

Por supuesto, estamos interesados en ganar y creemos que podemos ganar. Pero tenemos que considerar todos los escenarios.

– Si gana el SI, no nos debemos desanimar, sabiendo que el gobierno sigue siendo frágil, que tendrá que aplicarse en serio y, por lo tanto, el conflicto social podría crecer y tenemos que apoyarlo, volviendo a montarlo en la partida electoral de 2018.

– Si gana el NO. serán importantes los porcentajes de diferencia. Esperamos que en realidad sean las más grandes posible, para mostrar la deslegitimación de este gobierno. Entonces, Renzi puede renunciar o no. Si no renuncia, nuestra tarea será la de solicitar la renuncia llenando las plazas, alegando que las protestas, actuando para deslegitimarlo en todo y hacer que sea imposible su actividad de gobierno.

Pero es muy probable que el primer ministro renuncie porque, de esa forma, no se dejaría agobiar por un año y medio de gobierno, sin consentimiento, chantajeable políticamente, en un entorno económico difícil. Y, luego, si vámos a votar en la primavera de 2017, as fuerzas opuestas a Renzi se encontrarían todavía en dificultades: la división en las agrupaciones de centro-derecha, el Movimento 5 Estrellas aún no listos para gobernar enfrentando en el desastre romano, la izquierda en su año cero…

Por supuesto, otras soluciones, que arrasan con Renzi por un momento del camino y todavía hacen que sea posible llegar a 2018 (gobiernos técnicos de la unidad nacional, etc.), pero a) son caminos ya pisados y el sistema político también no puede permitirse para todo este tiempo no tener un consentimiento, por tan formal que sea, de los ciudadanos; b) la situación económica y el riesgo de especulación no permiten la línea de flotación.

En cualquier caso, el punto que creemos que ha puesto en la agenda esta campaña refrendaria, el punto que nos han planteado miles de personas entrevistadas en estos meses, es la construcción de una alternativa, de un sujeto a la izquierda, de un movimiento, una plataforma, una organización capaz de interceptar al menos la cuestión del cambio (el fin de la austeridad, la justicia social…) y al mismo tiempo la estabilidad, la credibilidad, la seguridad, una antropología que no esté basada en el odio o en un “¡al carajo!”.

Es un paso estrecho, pero es posible. ¡Esto es lo se que necesita para soñar!



Mientras tanto, impulsamos los esfuerzos en los últimos 15 días, para jugar el juego hasta el final, para defender la Constitución nacida de la Resistencia y prácticas democráticas del pueblo, para hacer entender a las clases dominantes que no cuentan con nuestro consentimiento, derribar al gobierno, desestabilizar la burguesía y poner hipotecas a los gobiernos futuros que serán, que tendrá que tratar con nosotros y con un frente popular real, lo que va a dar importancia, por primera vez en mucho tiempo, a nuestras necesidades!

[Trad. dall’italiano da Antonio Cipolletta – traducido del italiano al castellano por Antonio Cipolletta]

(FOTO) Addis Abeba e l’Africa celebrano Fidel

dsc_0309di Marco Nieli

Addis Abeba, 4dic2016.- Giornata indimenticabile e cerimonia commovente quella che l’Associazione Etiopia-Cuba, insieme all’Ambasciata (e al Consolato) cubani ad Addis hanno dedicato oggi alla memoria dell’immortale Jefe Supremo della Rivoluzione cubana e mondiale, Fidel Alejandro Castro Ruíz.

All’ombra del Monumento al Dherg e tra le ali del monumento ai Caduti Cubani in Etiopia, circa 3000 partecipanti sbandieranti i simboli di Cuba e dell’Etiopia, hanno ascoltato i commossi discorsi delle varie rappresentanze diplomatiche, sudamericane e africane, che hanno reso omaggio alle gesta del vittorioso comandante, nel giorno del suo definitivo passaggio all’eternità.

Particolarmente sentiti i discorsi dell’Ambasciatore cubano, Juan Manuel Rodríguez Vasquéz, che ha ricordato i numerosi interventi di Cuba a sostegno dei processi rivoluzionari africani (dall’Algeria all’Angola, dalla Namibia all’Etiopia, dove il dispiegamento e il sacrificio di 18.000 soldati dell’Ejercito Revolucionario ha aiutato a respingere, a metà degli anni ’80, l’invasione della regione meridionale dell’Ogaden da parte della Somalia di Siad Barre, all’epoca alleata degli U.S.A.), quello dell’Ambasciatrice della Namibia, che ha ribadito l’importanza di Fidel per la lotta rivoluzionaria e di indipendenza nazionale dei popoli dell’Africa del Sud e quello dell’Ambasciatore Venezuelano ad Addis, Luís Mariano Joubert Mata, che ha sottolineato l’infaticabile ruolo di Fidel come mentore di Chávez e della svolta bolivariana di tanti paesi del Latino-america, all’inizio del nuovo secolo.

Mesfin Habtom, dell’Associazione Etiopia-Cuba, ha poi ricordato come gli stretti legami tra La Havana e Addis ai tempi del Dherg abbiano permesso a tanti giovani etiopi (circa 5000) di studiare e formarsi nell’isola dei Caraibi, per poi ritornare come professonisti (per lo più agronomi, medici e ingegneri) nel loro paese di origine, e contribuire con progetti mirati allo sviluppo dello stesso.

Nel frattempo, la presenza dei medici cubani, tra i più altamente specializzati al mondo, continua a farsi sentire nei progetti di cooperazione attivati coi paesi in via di sviluppo come l’Etiopia (si calcola che circa 35.000 medici cubani siano stati inviati dall’inizio della rivoluzione in missione all’estero, in Africa si conta oggi la loro presenza in 39 paesi su 57). Un altro segno dell’immenso legato di umanesimo rivoluzionario che lascia questo titano della storia del XX-XXI secolo, che alcuni da noi (in Europa) si ostinano a declassare a tirannucolo dell’ennesima repubblica delle banane, relitto destinato a essere spazzato via dal presunto trionfo del libero mercato a livello globale.

Pochi dalle nostre parti sono infatti oggi disposti ad ammettere che Cuba, sotto la sapiente guida di Fidel, è stata la promotrice di una sfida senza precedenti contro l’Impero più forte della storia dell’umanità e che, fatto ancora più mirabile, ne è uscita vincitrice, sia materialmente che moralmente (pur con tutte le difficoltà implicate da un processo dialettico tanto complesso come la costruzione di una società socialista sotto la pressione formidabile di cotali avverse potenze capitalistiche).

E mentre gli anti-castristi festeggivano a Miami, i popoli africani, per i quali la figura di Fidel ha significato la speranza di una patria sovrana e la fine dell’oppressione coloniale, hanno dimostrato con questa commossa cerimonia ad Addis che loro, in realtà, la pensano diversamente. Accompagnate dall’accensione simbolica di un cero a testimonianza della memoria imperitura che non può essere soffocata da nessun revisionismo storico,  le parole storiche di Raúl, in altri tempi sentite nella giungla del Congo o alla battaglia di Cuito Cuanavale in Angola, hanno chiuso la celebrazione al grido di: Patria o muerte, vencer, venceremos!

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Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

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Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

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