Genere e Rivoluzione: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Nel 2015, agli inizi d’agosto, fece molto scalpore in Venezuela il brutale omicidio di Liana Hergueta, 53 anni, nota attivista di opposizione: violentata, asfissiata e poi fatta a pezzi. I resti vennero ritrovati in un’automobile chiusi in due valige: la testa in una, il tronco e gli arti nell’altra. Dopo l’arresto, i sicari confesseranno i motivi del crimine, maturato negli ambienti paramilitari dell’estrema destra venezuelana: Hergueta pretendeva la restituzione di una somma sottratta, e da giorni aveva denunciato la truffa in facebook. Per le donne della sinistra, si è trattato di un femminicidio, una forma estrema di violenza che colpisce la donna in quanto tale. Nello stesso quadro, ma per ragioni diverse, si situa la preoccupante escalation di omicidi contro dirigenti sindacali o comunitarie, che svolgono attività politica nei quartieri popolari più a rischio, come la Cota 905. Lì si sono insediati pericolosi cartelli in stile messicano i quali, oltre a intervenire nella contesa politica, hanno importato anche la violenza sessuale e il femminicidio come modalità “punitiva”. Dispongono di sofisticati strumenti di intercettazione in dotazione ai governi, e di armi da guerra. Nella Cota 905, a giugno del 2016 è stata sequestrata, torturata e bruciata Elizabeth Aguilera, 43 anni, un’altra nota militante del Psuv. All’elenco si è aggiunta Yesenia Contreras. Dirigeva la campagna elettorale di Zulay Aguirre, madre del giovane deputato socialista Robert Serra, brutalmente ucciso insieme alla sua compagna Maria Herrera mentre conduceva un’inchiesta parlamentare sui legami dell’estrema destra con i paramilitari colombiani. Poi è toccato a Génesis Arguisone, leader sociale della popolosa zona di Petare, assassinata durante un incontro pubblico del chavismo. A dicembre era stata uccisa Irma Guillen, figura di primo piano nel quartiere Catia. In questa settimana, uomini incappucciati hanno sequestrato un’altra dirigente comunitaria. Il suo corpo è stato ritrovato in un sacco, a bordo di un fiume.

Femminicidi di natura politica, in aumento – secondo recenti statistiche – negli ultimi due anni: omicidi di genere e di classe, giacché le donne che hanno preso la scena con il chavismo provengono tutte dai settori popolari tradizionalmente esclusi: indigene, afrodiscendenti, donne poverissime emancipate dal lavoro e dall’istruzione. Se molte donne vengono uccise all’interno di una relazione di subalternità con gli uomini – commenta il collettivo La Arana femminista -, in altri casi i delitti avvengono per il motivo opposto: l’aumento crescente del potere femminile, che mette in causa il dominio maschilista e ne provoca la reazione violenta. Nella sua accezione comune il femminicidio è ricondotto a quei crimini compiuti generalmente dal marito, dall’ex compagno o da un famigliare della donna. Una storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani ha incluso però nel femminicidio anche quei crimini perpetrati da uomini sconosciuti dopo un’aggressione sessuale. E già nel 1976, quando il termine “femminicidio” viene definito una prima volta dal primo Tribunale internazionale per i crimini contro la donna, lo si qualifica come “L’assassinio di donne realizzato da uomini e motivato dall’odio, dal disprezzo, dal piacere o dal sentimento di proprietà”.

Un delitto “ideologico”, strettamente connesso con i valori sociali e gli stereotipi di genere. Su questo mette l’accento la costituzione bolivariana, rigorosamente declinata nei due generi, e attenta alla tutela dei diritti della donna: a partire da quelli economici e lavorativi (si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico). Dal 1998, quando Hugo Chávez è andato al governo definendosi da subito “femminista”, le donne hanno ottenuto leggi importanti, lavorando soprattutto sulla prevenzione dei delitti: con le procure di prossimità e con una massiccia opera di educazione e formazione, che comincia nelle scuole elementari e continua nei commissariati e nelle caserme, dove i corsi di studi su genere e diritti umani sono obbligatori. I centri di attenzione, sparsi in tutto il paese, forniscono assistenza e accompagnamento legale alle vittime. Nel 2014, una riforma alla già avanzatissima Ley Organica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, votata nel 2007, ha introdotto nel codice penale il femminicidio e il femicidio come reato a sé, passibile di una condanna da 15 a 30 anni. L’anno scorso, il Cedaw, il comitato che controlla l’applicazione della legge, ha felicitato il Venezuela per il livello d’attenzione al tema di genere, ma ha considerato deficitaria l’applicazione della legge sul campo. La legge riconosce 18 tipi di violenza di genere, ma quelli che più vengono denunciati sono i maltrattamenti fisici, e la preparazione dei magistrati è ancora insufficiente.

La Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, molto attenta alla giustizia di genere, nei mesi scorsi ha lanciato un allarme: solo durante il primo trimestre del 2016, nel paese si sono registrati 75 femminicidi, un aumento considerevole rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano state ammazzate 57 donne. Nel 2016, 3.932 uomini sono stati accusati di delitti legati alla violenza di genere e 6.646 hanno subito condanne, soprattutto per aver aver inflitto maltrattamenti fisici e psichici. Nei mesi scorsi, Ortega ha promosso diversi seminari internazionali sul tema, che si sono tenuti online, nell’ambito del Mercosur “di genere”: per sensibilizzare i magistrati sul femminicidio e le sue cause, che purtroppo attraversano classi e frontiere.

Prima delle ultime elezioni parlamentari, quando il chavismo aveva la maggioranza dell’Assemblea, è passata una legge che impone almeno il 40% di candidature femminili ad ogni livello della vita politica. Con il ritorno delle destre, si allontana però la legge sul matrimonio ugualitario. Una recente sentenza della Corte suprema, ne apre però la strada in concreto. Accantonata anche la legge sull’interruzione di gravidanza, che le femministe chiedono da anni.

Altro punto su cui discutono le donne in Venezuela riguarda gli effetti della guerra economica sull’autonomia e la partecipazione delle donne: la guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Il V Incontro di solidarietà costituisce un’occasione qualificata per rimettere al centro il tema del rapporto tra pensiero di genere e lotta di classe e la necessità di contribuire in questa ottica alla costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria che metta fortemente in campo i due soggetti: in una relazione dialettica tra libertà delle donne e libertà per tutte e tutti. Un legame che, in occidente, si è purtroppo spezzato a partire dagli anni ’80, quando il pensiero delle donne si è fondamentalmente staccato dalle lotte di massa. Al contrario, in America latina le donne hanno guidato il formidabile processo di riscatto che ha portato al governo il “socialismo del XXI secolo”. E continuano ad essere propositive. Ultimo esempio, lo sciopero delle donne lanciato dopo il brutale assassinio di una sedicenne in Argentina, a cui hanno aderito anche donne italiane ed europee: per un’ora, le donne si sono astenute da ogni tipo di attività, poi hanno marciato contro il femminicidio e la violenza di genere e trans-gender. Un esempio da riprendere e da ampliare, prima di tutto con le nostre sorelle migranti.

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