Venezuela Hoy: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Sono trascorsi quasi 18 anni da quel 6 dicembre del 1998, quando Chávez venne eletto presidente del Venezuela con il 56,2% dei voti. Una sorpresa per l’establishment abituato a un’asfittica e rituale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra e a forti livelli di disaffezione elettorale. Irruppe allora sulla scena un’alleanza inedita, un nuovo blocco sociale, variegato e composito, che aveva catalizzato la protesta contro la corruzione, i tagli alla spesa sociale e la svendita del paese, ma conteneva in nuce anche una nuova proposta: basata su una nuova indipendenza e sul riscatto sociale degli esclusi. Proprio gli esclusi, infatti (quella “plebe” composta dai poverissimi delle periferie, dagli indigeni, dagli afrodiscendenti, dalle donne, dai marignali) costituiranno l’ossatura del “proceso bolivariano”: uniti agli operai, agli studenti, ai militari progressisti e a quelle fasce di piccola borghesia impoverita dalle politiche economiche modello Fmi.

La discussione per l’Assemblea costituente, che porterà alla nuova Carta magna, rimette in moto il paese. Un impegno – quello per una nuova costituzione – ribadito da Chávez al momento di assumere l’incarico, il 2 febbraio del 1999: “Giuro davanti al mio popolo e a questa moribonda costituzione che promuoverò le trasformazioni democratiche necessarie affinché la Repubblica nuova abbia una Carta Magna adeguata ai nuovi tempi”, aveva detto Chávez annunciando così il suo inedito stile di governo. Il 15 di dicembre del 1999, sotto le forti piogge dell’alluvione che provocherà la “tragedia del Vargas”, la Costituzione viene approvata con 71,78% dei voti.

Una Costituzione molto avanzata, che promette di non rimanere solo sulla carta, come sovente è accaduto in America latina. Inquadra il funzionamento di una repubblica presidenziale unicamerale, basata sull’equilibrio di 5 poteri. Ai tradizionali tre delle democrazie rappresentative (legislativo, esecutivo e giudiziario) ne aggiunge altri due: il potere cittadino e quello elettorale. Il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) vigilerà al mantenimento dell’equilibrio tra questi 5 poteri, affinché nessuno possa prevalere in modo anomalo sugli altri. Una costituzione declinata nei due generi, che contempla un vasto spettro di diritti, e stabilisce l’impianto per la ripresa di sovranità nazionale e l’attacco al latifondo.

L’approvazione dell’Assemblea costituente prefigura l’articolazione di un doppio movimento, dal basso e dall’alto per modificare dall’interno l’architrave del vecchio stato borghese che non è stato sepolto da una rivoluzione di stampo novecentesco. Un doppio movimento che accompagna tutt’ora il cammino del proceso bolivariano verso la transizione al socialismo.

La nuova Costituzione contiene almeno 70 articoli che promuovono la partecipazione cittadina in diversi settori del paese e molti fanno riferimento alla partecipazione popolare. Si individua il quadro che porterà all’istituzione dei Consigli comunali: l’articolo 62 si riferisce alla partecipazione popolare nella gestione pubblica. L’articolo 70 stabilisce le forme di partecipazione in campo economico, sociale e politico. L’articolo 182 riguarda la creazione del Consiglio locale di pianificazione pubblica.

Il presidente Chavez, prima e dopo essere eletto, ha sempre messo l’accento sull’importanza della partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica. E dopo il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, scoperto e sconfitto dal popolo che ha riportato in sella il proprio presidente, si creano i Circoli bolivariani.

Per mettere in questione il latifondo mediatico (in Venezuela l’informazione è in gran parte nelle mani dei grandi gruppi privati), si dà impulso ai media comunitari, grazie al cui tam tam si sono scoperte le trame ordite dagli Usa per dare il potere a Pedro Carmona Estanga, capo di Fedecamara (la Confindustria locale), appoggiato dalle gerarchie ecclesiastiche e dai grandi media privati.

Prima di assumere l’incarico, Chávez aveva compiuto un viaggio a Cuba, in Europa e a Washington, dove si era riunito con l’allora presidente Bill Clinton, a cui aveva promesso di mantenere buone relazioni fra i due paesi: relazioni, però, da pari a pari, e perciò insopportabili per gli Usa. Dopo aver constatato nei fatti che Chávez non era addomesticabile, la Cia riprenderà a fomentare la natura golpista dell’opposizione venezuelana: una caratteristica che abbiamo visto agire nel corso di questi 18 anni, sostenuta da una poderosa campagna mediatica, più che mai attiva durante il governo di Nicolas Maduro.

Il 22 di dicembre del ’99 viene dissolto il vecchio Congresso e si indicono nuove elezioni. Chávez vince con il 59,76% dei voti, e il suo campo conquista la maggioranza del nuovo Parlamento con 91 seggi. Nasce così la Quinta Repubblica.

Durante la tragedia di Vargas, e a fronte degli altissimi livelli di povertà della popolazione, Chávez iniziò ad applicare un cambiamento nella concezione della Forza Armata: per impiegarla, cioè, non più soltanto nelle funzioni di difesa, ma in quelle di supporto alla popolazione (alimenti, salute e recupero degli spazi pubblici). Il 27 febbraio del 2000 viene varato perciò il Plan Bolivar 2000.

Chávez afferma di aver tratto il concetto di alleanza civico-militare anche dal pensiero politico del leader venezuelano Fabricio Ojeda, intellettuale e comunista.

Giornalista e fondatore della Union Republicana Democratica (URD), dopo aver partecipato alla cacciata del dittatore Marcos Pérez Jiménez, Ojeda abbandonò l’incarico di deputato nel governo di Betancourt nel 1962, per organizzare un Frente Guerrillero delle FALN. Nel suo libro “La guerra del pueblo”, scritto poco prima di essere ucciso in cella dall’intelligence militare, Ojeda dice: “La base antifeudale e antimperialista del nostro processo rivoluzionario presenta un tipo di alleanza che travalica l’origine del credo politico, la concezione filosofica, le convinzioni religiose, la situazione economica o professionale e l’appartenenza di partito dei venezuelani. Per vincere il nemico comune, la sua forza e il suo potere, occorre una lotta unitaria… Sono propensi a lottare per la liberazione nazionale le seguenti forze: gli operai e i contadini, la piccola borghesia, gli studenti, gli intellettuali, i professionisti, la maggioranza degli ufficiali, sottufficiali, classi e soldati dell’aviazione, della marina, dell’esercito”.

Dopo la sconfitta del golpe del 2002, l’unione civico-militare si consolida come dottrina, e trova fondamento costituzionale nel principio di corresponsabilità nella Difesa integrale della Patria. Nel Capitolo II sui Principi di sicurezza nazionale, l’articolo 326 della Costituzione stabilisce che il principio di corresponsabilità tra Stato e società civile deve realizzare “indipendenza, democrazia, uguaglianza, pace, libertà e giustizia” negli ambiti “economico, sociale, politico, culturale, geografico, ambientale e militare”.

L’alleanza civico-militare ha il suo correlato costituzionale nella Milizia bolivariana. Fu creata il 2 aprile del 2005 con il nome di Comando General de la Reserva Nacional y Movilización Nacional. Dall’11 aprile del 2009, il suo nome è Comando General de la Milicia Bolivariana. La Milizia ha funzioni complementari a quelle delle Forze armate, rivolte al popolo per la realizzazione della “difesa integrale” nel senso indicato da Fabricio Ojeda.

È  – questa – una delle caratteristiche più originali della rivoluzione bolivariana, un laboratorio di conquiste e sfide che proietta il suo esempio oltre i confini del continente.

Molte le conquiste realizzate in 18 anni di governo bolivariano: prima di tutto in termini economici e in quello della partecipazione popolare alle decisioni politiche: a saldo del debito storico nei confronti dei settori tradizionalmente esclusi. Strumento fondamentale per la sconfitta della povertà e per quella dell’analfabetismo, le misiones.

Un arco di leggi avanzatissime ha avviato un cambiamento strutturale che ha fortemente ridotto il potere del latifondo e quello delle imprese private: non abbastanza da contrastare la guerra economica che ha cercato di mettere in ginocchio l’economia del paese (ancora troppo dipendente dalle importazioni), dopo la drastica caduta del prezzo del barile.

E questa è senz’altro la sfida più grande, che il governo Maduro ha deciso di raccogliere con forza. Ma con quali strumenti: è possibile avanzare davvero verso il socialismo senza cambiare nel profondo le relazioni di proprietà? Lo scontro di poteri in corso in Venezuela con un Parlamento che intende seguire la via del golpe istituzionale per tornare a un sistema neoliberista, pone un problema di fondo: la relazione tra democrazia formale e democrazia sostanziale alla luce della lotta di classe, lo scontro di interessi e di concezioni tra due modelli di paese. Uno scontro complesso, che invita a riflettere sul difficile rapporto tra conflitto e consenso, nel sud e nel nord del mondo globalizzato. Che fare quando anche una parte dei settori popolari si lascia sedurre dalle sirene della borghesia e assume gli interessi degli sfruttatori? Bisogna assecondare la tendenza mettendo a rischio conquiste fondamentali oppure assumere fino in fondo l’onere della democrazia sostanziale, fino al punto di mettere fuori legge la borghesia?

Le numerose tornate elettorali, in Venezuela, sono state anche un formidabile fattore di aggregazione politica. Dopo tre anni di guerra economica, però, affidare le sorti della rivoluzione a uno strumento da sempre appannaggio delle classi dominanti, può aprire voragini devastanti. Lo si è visto nel secolo scorso in Nicaragua, ma anche durante le ultime elezioni parlamentari, che hanno dato la vittoria alle destre. In che direzione si sta muovendo l’organizzazione del potere popolare? Ne discuteremo con gli ospiti venezuelani alla luce degli ultimi avvenimenti in corso nel paese.

E qui, un altro punto di discussione: di quale partito c’è bisogno per essere all’altezza della sfida e sfuggire alle trappole del sistema borghese?

La forza delle donne nel proceso bolivariano, visibile in ogni campo della vita pubblica, è significata da un avanzato quadro di leggi, disegnato dalla Costituzione. La Carta Magna riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico, e diverse leggi tutelano il lavoro femminile, la maternità e puniscono la violenza di genere. Eppure, la Procuratrice generale Luisa Ortega ha lanciato l’allarme: dal 2015 a oggi i femminicidi sono in aumento. La guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Un’altra sfida, prevista nel programma strategico bolivariano, è quella di un nuovo modello produttivo, che metta al centro il rapporto tra ambiente e sviluppo. Di recente, sta suscitando molto dibattito la decisione di concedere alle multinazionali la zona dell’arco minerario, pur subordinandola al controllo delle popolazioni locali e al rispetto delle avanzate leggi in tema ambientale.

E quanto è andato avanti il nuovo sistema comunale, che prevede un’articolazione sempre più decentralizzata con il potere statale? Dai consigli comunali e dalle comunas è partita la riscossa per la sovranità alimentare e contro la guerra mediatica, che ha coinvolto campagne e città. I Clap (Comités locales de abastecimiento y producción) non sono solo un mezzo per rifornire di alimenti base i settori popolari per sottrarli al ricatto del contrabbando, ma anche uno strumento di auto-organizzazione politica, sono organismi di massa rivoluzionari.

A questo riguardo, vale raccontare un’esperienza di organizzazione dal basso e di interscambio tra Italia e Venezuela: quella dei corsi autogestiti di pasta, che si vanno diffondendo in diverse comunità organizzate, e a cui abbiamo contribuito con l’invio di macchine per fare la pasta, raccolte e smistate dal compagno Mario Neri.

Dopo 18 anni di sperimentazione, in cui il presidente e i suoi ministri hanno agito in base alla consegna: “fabbrica abbandonata, fabbrica occupata e recuperata”, le destre dicono che sia le fabbriche autogestite che quelle nazionalizzate hanno fallito. Il tema è complesso, ma i dati smentiscono la propaganda dell’opposizione. A che punto è questa sfida?

E per finire, il tema internazionale. Riprendendo l’esempio di Cuba, il Venezuela ha messo al centro la costruzione di nuove alleanze regionali, all’insegna dello scambio paritario e della non aggressione. Un modello che, come ha dimostrato l’ultimo vertice dei Paesi non Allineati, si proietta anche verso altri paesi del sud. Purtroppo, il ritorno a destra di due importanti paesi come Brasile e Argentina, sta portando il Mercosur verso il Trattato di libero commercio con l’Europa e l’Alleanza del Pacifico a guida Usa: con la complicità del Paraguay e del moderatissimo Uruguay. Per questo, si sta negando al Venezuela la presidenza dell’organismo regionale che le spetta di diritto: con il pretesto dei diritti umani. Il 1 dicembre scade l’ultimatum dei poteri forti. La firma del Tlc è un attacco alla sovranità dei popoli che il Venezuela difende. È un attacco ai nostri interessi. Compito di questo incontro è costruire un asse sud-sud che, a partire da gesti concreti, costruisca campagne di opposizione al sistema imperialista, a partire dai nostri territori e su scala nazionale. Difendere il Venezuela bolivariano significa difendere il futuro dei nostri ideali.

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