Russia: intervista a Pavel Tarasov (Kprf)

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Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

La tornata elettorale di settembre ha visto, tra molte polemiche, un solo grande protagonista: il Partito del Presidente Putin, Russia Unita. Eppure il mondo politico russo non è solo rappresentato da Russia Unita ma, anzi, da molti altri partiti che partecipano attivamente alla vita politica del Paese. Uno di questi è il Partito Comunista della Federazione Russa, secondo partito alla Duma, che durante le ultime elezioni ha avuto un calo molto importante di consensi, pur rimanendo il primo partito di opposizione con qualche deputato in più della sorpresa LDPR, i liberal-democratici guidati dall’eclettico Zhirinovsky. Ad un anno di distanza dall’incontro con il vice Presidente della Duma e del Kprf, Ivan Melnikov, abbiamo incontrato diversi rappresentanti del Partito Comunista per discutere dei risultati delle ultime parlamentari e della situazione economica del Paese. Di seguito pubblichiamo una sintetica intervista a Pavel Tarasov, deputato del Kprf e redattore della rivista socio-politica “Falce e Martello”.

Alla luce del cambio di sistema elettorale, si può dire che Russia Unita non avrà rivali per un po’ di tempo, è d’accordo?

Le elezioni sono andate esattamente come voleva il Cremlino, il sistema proporzionale è stato cambiato con un sistema misto e questo sicuramente non ha portato un giovamento al nostro partito. Inoltre, a mio avviso, tutti i mezzi di informazione sono stati occupati dalla propaganda di Russia Unita. La sola unica cosa positiva durante questa tornata elettorale è stata la nomina a segretario dello ЦИК (il comitato centrale delle elezioni) di Ella Pamfilova che almeno cerca di lavorare nel rispetto delle regole democratiche.

Lei è stato candidato alla Duma nonostante la giovane età, ed ha raggiunto un ottimo risultato. Che riscontri ha avuto dalla popolazione durante la campagna elettorale?

 Sono stato candidato durante l’ultima tornata elettorale al collegio 208 di Mosca. Qui sono arrivato al secondo posto con il12% mentre al primo posto è arrivato Nikolay Gonchar di Russia Unita con il 34.25%. Sinceramente non mi aspettavo potesse prendere una percentuale così alta. Durante la campagna elettorale la popolazione ha mostrato grande sostegno per il Kprf e una forte sfiducia verso il governo. Per questo il risultato finale delle elezioni stupisce molto. Parzialmente può esser spiegato con delle  manipolazioni e brogli durante le elezioni, almeno per quanto riguarda alcuni seggi.

14874961_10211125706729150_880495540_nIl Kprf ha perso moltissimi deputati rispetto alle ultime elezioni. Cosa ha causato questa debacle?

Sì, effettivamente durante questa ultima tornata elettorale abbiamo perso. Oltre ai diversi punti percentuali abbiamo perso anche molti deputati, siamo passati da 92 a 46. Sicuramente in questo risultato ha influito il passaggio dal sistema proporzionale a quello proporzionale misto, nei collegi uninominali è molto più difficile vincere. Siamo riusciti a far scattare 7 deputati nei collegi uninominali. Inoltre l’astensione è stata molto alta, e ciò a mio avviso non ha favorito i partiti di opposizione.

Una delle critiche più severe mosse al Kprf, sia da molti partiti di sinistra in Occidente che da altri partiti in Russia, è quella di esser una finta opposizione al governo e di avere una leadership “vecchia”. Crede sia vero?

Per quanto riguarda le critiche che vengono da Occidente, in Europa la maggior parte dei partiti di sinistra si vergogna di autodefinirsi comunista e per questo ogni critica al Kprf sembra davvero senza senso. Credo che chi accusa il Kprf di esser una opposizione soft o è in malafede o non conosce le nostre posizioni e ciò che noi facciamo: durante l’ultimo periodo hanno addirittura cercato di mandare in carcere due deputati della ultima Duma, Bessonov e Parshen, ed il governo vieta sistematicamente, con l’aiuto della polizia, i nostri picchetti e le nostre manifestazioni. Mi sembra che qualcuno vuole vedere solo ciò che vuole, senza basarsi sui fatti. Per quanto riguarda la questione “generazionale”, può sembrare che nel Kprf ci siano solo persone “anziane” perché effettivamente i nostri leaders sono sulla scena da anni ed i media danno maggior spazio a loro. Ciò sicuramente può frenare le nuove generazioni, ma nel Kprf militano comunisti di tutte le età, abbiamo una buona fetta di giovani militanti e deputati che ricoprono incarichi all’interno del Partito.

Quanto possono inficiare sulla situazione economica russa le sanzioni messe in atto come ripicca per la questione della Crimea?

Attualmente la situazione russa non è delle migliori, ma dubito che si possa pensare che l’attuale crisi economica sia dovuta soltanto alle sanzioni per ciò che è successo in Crimea. Le sanzioni sono efficaci grazie al fatto che durante gli anni ‘90 l’industria nazionale del Paese è stata totalmente distrutta e svenduta, e  quando la Russia è stata colpita dalla pioggia di petroldollari questi fondi  hanno riempito le tasche dei liberali che girano intorno al Presidente e non sono stati spesi per lo sviluppo dell’economia del Paese.

Russia: intervista a Sergey Baburin

1838a3de-bee3-47d9-a371-68f1dec83cb3di Danilo Della Valle

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Sergey Baburin è da sempre una figura controversa del mondo politico russo. Deputato della Duma nel 1990, è stato uno dei protagonisti nel 1993 delle rivolte contro le riforme economico-sociali del governo liberista di Eltsin che si conclusero con un bagno di sangue e con l’esercito che sparò sul Parlamento, dove erano asserragliati molti deputati e parte dei manifestanti. Baburin ha ricoperto varie cariche politiche ed accademiche, è oggi vice-Presidente dell’Accademia russa della Scienza ed uno degli editori della rivista “Slavi”, oltre ad esser membro dell’Istituto giuridico Europeo “Justo”. È stato candidato alle ultime elezioni parlamentari con il Kprf, anche se il suo movimento rimane autonomo e con posizioni divergenti da quelle del Partito di Zyuganov, facendo capo ad una area nazionalista e conservatrice. 

È stato candidato alle ultime elezioni Parlamentari alla Duma che hanno visto il trionfo del Partito Russia Unita e l’appiattimento delle opposizioni su percentuali molto più basse. Come valuta i risultati?

Valuto i risultati delle elezioni in maniera molto negativa, ma posso dire che non è stata una guerra “giusta”. Si possono perdere le elezioni in una guerra onesta ma quella delle ultime elezioni non lo è stata. La percentuale indicata ufficialmente non è assolutamente vera, i votanti sono stati molti di meno e, mi assumo la responsabilità di ciò che dico, nutro forti dubbi anche sulla vittoria di Russia Unita. Secondo i nostri osservatori in molti collegi abbiamo vinto, mentre ufficialmente abbiamo perso le elezioni. Ed anche dove abbiamo preso seggi non ci è stato permesso di vedere esattamente le percentuali. Io sono stato un candidato del Kprf, ma non sono un rappresentante del Partito. Siamo alleati da 25 anni anche se durante le prime elezioni non siamo scesi in campo insieme, ci sono comunque delle distanze ideologiche tra il mio movimento ed il Kprf.

La crisi strutturale che il sistema capitalistico sta affrontando rende chiara una cosa: questo non è il sistema migliore per le popolazioni del mondo, ma solo per i ricchi. La forbice tra le classi aumenta sempre di più e questo può diventare un problema. Come pensa si possa uscire da questa situazione?

Il modello economico della Russia è basato sulla produzione, come avviene per  la Cina, per caratteristiche territoriali e per tradizione. È quello il modello da seguire, purtroppo molti dei nostri governi che si sono succeduti, come quello di Medvedev,  non hanno a cuore la Russia e non hanno seguito questo tipo di modello. Per me al giorno d’oggi l’economia non può esser né socialista né capitalista, con la tecnologia che avanza sempre di più l’economia chiede altri bisogni. In molti Paesi d’Occidente hanno imparato dagli errori della crisi del 2008 ed anche se vivono in un sistema capitalista hanno una economia indirizzata socialmente. In Russia, prima con Eltsin e poi ancora con i governi che gli sono succeduti, c’è un neocapitalismo che è totalmente lontano dal popolo russo, proprio per questo abbiamo una diversità enorme tra le classi. Abbiamo una distanza enorme tra ricchi e poveri, abbiamo due società diverse, su 140 milioni di abitanti 100 di questi vivono fuori dalla economia e questo crea una instabilità totale. Ciò non è accettabile.

634c2f29-218d-4dda-b3e8-5b08660da14aPassando alle questioni di politica internazionale, dove lei è sempre stato molto attivo, oggi un fronte molto caldo è quello siriano. La Russia sta facendo la sua parte nell’aiuto della popolazione locale e nel combattere il terrorismo, come pensa possa risolversi la crisi?

Dal 2011 sono il Presidente del Comitato russo di solidarietà con il popolo libico e con il popolo siriano. Posso dire che oggi la Russia fa giustamente il suo dovere aiutando il popolo siriano, ma a mio avviso il governo dovrebbe riuscire a fermare la Nato in maniera più decisa. Credo che la pace si possa raggiungere solo con il governo legittimo attuale, che è l’unico a poter garantire la pace in Siria. Se Assad dovesse andare via, la situazione potrebbe precipitare come è successo nella Libia di Gheddafi, e ciò comporterebbe delle conseguenze catastrofiche.

Anche in Donbass, nel cuore dell’Europa, la situazione sembra ancora molto calda e la soluzione sembra non esser così vicina, con le parti in causa ancora molto distanti nel trovare un accordo che possa far cessare veramente questa guerra. I media Occidentali hanno puntato varie volte il dito contro la Russia, rea di aver aizzato la popolazione a ribellarsi dopo il Maidan ed il conseguente golpe di Kiev.

Per quanto riguarda il Donbass, il governo Russo non è mai stato l’iniziatore di questi eventi ma era interessato solo alla Crimea, dopo che la sua popolazione si è ribellata al Maidan, ed organizzare una situazione stabile lì. Per questo quando gli abitanti di Lugansk e Donetsk, di loro iniziativa, hanno cercato di copiare ciò che è accaduto in Crimea, il Cremlino è rimasto spiazzato, non sapendo che fare. Alla luce dei fatti attuali, credo che la Russia debba prendere una decisione definitiva sul Donbass: o riconoscere queste Repubbliche come Indipendenti o garantire che il popolo del Donbass vada a referendum, ed accettarne il verdetto, facendole diventare eventualmente parte della Russia, come è accaduto per la Crimea. Purtroppo la fazione liberale all’interno di Russia Unita non vuole che ciò accada per le ripercussioni economiche che una decisione del genere può avere sulla Russia, e il Presidente Putin si è convinto di questo che i liberali dicono. Oggi la Russia aiuta la popolazione del Donbass in via non ufficiale, nonostante tutto però le sanzioni ci sono lo stesso e se la Russia avesse fatto ciò che a mio avviso andava fatto non sarebbe cambiato molto rispetto ad ora. Fortunatamente è scattata una grande solidarietà nei confronti della popolazione del Donbass, non solo da parte del popolo e del governo russo ma anche da parte di molti movimenti e partiti Europei. Se vogliamo, lo stesso governo Ucraino usa una doppia faccia verso il Donbass; fa la guerra alla popolazione ma poi continua a comprare prodotti da loro. Credo che da un lato al governo ucraino converrebbe riconoscere il Donbass indipendente, è sempre stata una regione non gradita a Kiev perché impedisce la creazione di una Ucraina Occidentalizzata in toto, è una questione storica questa. L’aspetto che frena il governo Ucraino è che se dovessero riconoscere le Repubbliche indipendenti, probabilmente ci potrebbero essere problemi anche nell’Ucraina del Sud e nelle altre città dell’Est che sarebbero portate a seguire le orme della Crimea e del Donbass: a Kharkov, Dnipropetrovsk, Odessa, Mariupol c’è una forte tradizione russofona.

Venezuela: nessun “impeachment” per Maduro è possibile

Venezuela: il Parlamento non ha il potere di destituire il Presidente. Nessun 'impeachment' per Maduroda L’Antidiplomatico/Russia Today

Come spiegato dall’avvocato costituzionalista Enrique Tineo ai microfoni di RT, in Venezuela il Parlamento non può destituire il Presidente della Repubblica. «Il procedimento di impeachment del Brasile è molto differente. Lì è diretto. Una decisione del Parlamento può destituire un presidente legittimamente eletto»

Domenica 23, il Parlamento venezuelano controllato da quell’eterogenea coalizione di forze che si oppongono al chavismo denominata MUD, ha dichiarato «la rottura dell’ordine costituzionale e l’esistenza di un colpo di stato» che sarebbe stato ordito dal governo Maduro. Il PSUV (partito di governo) ha invece denunciato che le manovre della MUD sono parte del nuovo Plan Condor in corso di svolgimento nella regione sudamericana, come conferma il recente golpe parlamentare realizzato in Brasile. Anche le Forze Armate hanno preso posizione, ribadendo il proprio appoggio al legittimo presidente Maduro e respingendo l’idea che in Venezuela sia in corso un colpo di stato.

Intanto i media internazionali fanno da megafono all’opposizione rilanciando l’idea che Maduro cerchi il colpo di stato e che il Parlamento abbia avviato un processo di impeachment contro il presidente democraticamente eletto, proprio come avvenuto in Brasile. 

In realtà, come spiegato dall’avvocato costituzionalista Enrique Tineo ai microfoni di RT, in Venezuela il Parlamento non può destituire il Presidente della Repubblica. «Il procedimento di impeachment del Brasile è molto differente. Lì è diretto. Una decisione del Parlamento può destituire un presidente legittimamente eletto». 

Quello che stiamo vivendo in Venezuela – spiega Tineo – è un attentato alla Costituzione, dall’interno e dall’esterno.

Dall’interno perché vengono utilizzati argomenti che troviamo nel testo costituzionale e dall’esterno perché lo fa un ramo del Potere Pubblico, in questo caso il legislativo». 

Ma l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 233 della Costituzione Bolivariana è molto diversa: «Viene convocato il Potere Morale Repubblicano che è composto dal Procuratore Generale della Repubblica, il Controllore Generale della Repubblica e il Difensore del Popolo», poi in seguito alla decisione del Consiglio Morale Repubblicano «si invia il tutto al Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ)» che infine si rivolge al Parlamento. 

Secondo Tineo, quanto approvato dall’Assemblea Nazionale «è suscettibile di bocciatura da parte della Sala Costituzionale del TSJ». Questo perché un ramo del Potere Pubblico (Assemblea Nazionale) agisce come un elettore libero». Addirittura andando contro gli altri poteri pubblici. 

Infine bisogna ricordare che il massimo tribunale del Venezuela ha dichiarato nulli tutti gli atti del Parlamento dopo che quest’ultimo non ha obbedito a una sentenza della sala elettorale che aveva chiesto di non procedere con il giuramento di 3 deputati su cui vi sono delle denunce per brogli elettorali. 

Genere e Rivoluzione: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Nel 2015, agli inizi d’agosto, fece molto scalpore in Venezuela il brutale omicidio di Liana Hergueta, 53 anni, nota attivista di opposizione: violentata, asfissiata e poi fatta a pezzi. I resti vennero ritrovati in un’automobile chiusi in due valige: la testa in una, il tronco e gli arti nell’altra. Dopo l’arresto, i sicari confesseranno i motivi del crimine, maturato negli ambienti paramilitari dell’estrema destra venezuelana: Hergueta pretendeva la restituzione di una somma sottratta, e da giorni aveva denunciato la truffa in facebook. Per le donne della sinistra, si è trattato di un femminicidio, una forma estrema di violenza che colpisce la donna in quanto tale. Nello stesso quadro, ma per ragioni diverse, si situa la preoccupante escalation di omicidi contro dirigenti sindacali o comunitarie, che svolgono attività politica nei quartieri popolari più a rischio, come la Cota 905. Lì si sono insediati pericolosi cartelli in stile messicano i quali, oltre a intervenire nella contesa politica, hanno importato anche la violenza sessuale e il femminicidio come modalità “punitiva”. Dispongono di sofisticati strumenti di intercettazione in dotazione ai governi, e di armi da guerra. Nella Cota 905, a giugno del 2016 è stata sequestrata, torturata e bruciata Elizabeth Aguilera, 43 anni, un’altra nota militante del Psuv. All’elenco si è aggiunta Yesenia Contreras. Dirigeva la campagna elettorale di Zulay Aguirre, madre del giovane deputato socialista Robert Serra, brutalmente ucciso insieme alla sua compagna Maria Herrera mentre conduceva un’inchiesta parlamentare sui legami dell’estrema destra con i paramilitari colombiani. Poi è toccato a Génesis Arguisone, leader sociale della popolosa zona di Petare, assassinata durante un incontro pubblico del chavismo. A dicembre era stata uccisa Irma Guillen, figura di primo piano nel quartiere Catia. In questa settimana, uomini incappucciati hanno sequestrato un’altra dirigente comunitaria. Il suo corpo è stato ritrovato in un sacco, a bordo di un fiume.

Femminicidi di natura politica, in aumento – secondo recenti statistiche – negli ultimi due anni: omicidi di genere e di classe, giacché le donne che hanno preso la scena con il chavismo provengono tutte dai settori popolari tradizionalmente esclusi: indigene, afrodiscendenti, donne poverissime emancipate dal lavoro e dall’istruzione. Se molte donne vengono uccise all’interno di una relazione di subalternità con gli uomini – commenta il collettivo La Arana femminista -, in altri casi i delitti avvengono per il motivo opposto: l’aumento crescente del potere femminile, che mette in causa il dominio maschilista e ne provoca la reazione violenta. Nella sua accezione comune il femminicidio è ricondotto a quei crimini compiuti generalmente dal marito, dall’ex compagno o da un famigliare della donna. Una storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani ha incluso però nel femminicidio anche quei crimini perpetrati da uomini sconosciuti dopo un’aggressione sessuale. E già nel 1976, quando il termine “femminicidio” viene definito una prima volta dal primo Tribunale internazionale per i crimini contro la donna, lo si qualifica come “L’assassinio di donne realizzato da uomini e motivato dall’odio, dal disprezzo, dal piacere o dal sentimento di proprietà”.

Un delitto “ideologico”, strettamente connesso con i valori sociali e gli stereotipi di genere. Su questo mette l’accento la costituzione bolivariana, rigorosamente declinata nei due generi, e attenta alla tutela dei diritti della donna: a partire da quelli economici e lavorativi (si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico). Dal 1998, quando Hugo Chávez è andato al governo definendosi da subito “femminista”, le donne hanno ottenuto leggi importanti, lavorando soprattutto sulla prevenzione dei delitti: con le procure di prossimità e con una massiccia opera di educazione e formazione, che comincia nelle scuole elementari e continua nei commissariati e nelle caserme, dove i corsi di studi su genere e diritti umani sono obbligatori. I centri di attenzione, sparsi in tutto il paese, forniscono assistenza e accompagnamento legale alle vittime. Nel 2014, una riforma alla già avanzatissima Ley Organica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, votata nel 2007, ha introdotto nel codice penale il femminicidio e il femicidio come reato a sé, passibile di una condanna da 15 a 30 anni. L’anno scorso, il Cedaw, il comitato che controlla l’applicazione della legge, ha felicitato il Venezuela per il livello d’attenzione al tema di genere, ma ha considerato deficitaria l’applicazione della legge sul campo. La legge riconosce 18 tipi di violenza di genere, ma quelli che più vengono denunciati sono i maltrattamenti fisici, e la preparazione dei magistrati è ancora insufficiente.

La Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, molto attenta alla giustizia di genere, nei mesi scorsi ha lanciato un allarme: solo durante il primo trimestre del 2016, nel paese si sono registrati 75 femminicidi, un aumento considerevole rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano state ammazzate 57 donne. Nel 2016, 3.932 uomini sono stati accusati di delitti legati alla violenza di genere e 6.646 hanno subito condanne, soprattutto per aver aver inflitto maltrattamenti fisici e psichici. Nei mesi scorsi, Ortega ha promosso diversi seminari internazionali sul tema, che si sono tenuti online, nell’ambito del Mercosur “di genere”: per sensibilizzare i magistrati sul femminicidio e le sue cause, che purtroppo attraversano classi e frontiere.

Prima delle ultime elezioni parlamentari, quando il chavismo aveva la maggioranza dell’Assemblea, è passata una legge che impone almeno il 40% di candidature femminili ad ogni livello della vita politica. Con il ritorno delle destre, si allontana però la legge sul matrimonio ugualitario. Una recente sentenza della Corte suprema, ne apre però la strada in concreto. Accantonata anche la legge sull’interruzione di gravidanza, che le femministe chiedono da anni.

Altro punto su cui discutono le donne in Venezuela riguarda gli effetti della guerra economica sull’autonomia e la partecipazione delle donne: la guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Il V Incontro di solidarietà costituisce un’occasione qualificata per rimettere al centro il tema del rapporto tra pensiero di genere e lotta di classe e la necessità di contribuire in questa ottica alla costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria che metta fortemente in campo i due soggetti: in una relazione dialettica tra libertà delle donne e libertà per tutte e tutti. Un legame che, in occidente, si è purtroppo spezzato a partire dagli anni ’80, quando il pensiero delle donne si è fondamentalmente staccato dalle lotte di massa. Al contrario, in America latina le donne hanno guidato il formidabile processo di riscatto che ha portato al governo il “socialismo del XXI secolo”. E continuano ad essere propositive. Ultimo esempio, lo sciopero delle donne lanciato dopo il brutale assassinio di una sedicenne in Argentina, a cui hanno aderito anche donne italiane ed europee: per un’ora, le donne si sono astenute da ogni tipo di attività, poi hanno marciato contro il femminicidio e la violenza di genere e trans-gender. Un esempio da riprendere e da ampliare, prima di tutto con le nostre sorelle migranti.

Venezuela Hoy: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Sono trascorsi quasi 18 anni da quel 6 dicembre del 1998, quando Chávez venne eletto presidente del Venezuela con il 56,2% dei voti. Una sorpresa per l’establishment abituato a un’asfittica e rituale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra e a forti livelli di disaffezione elettorale. Irruppe allora sulla scena un’alleanza inedita, un nuovo blocco sociale, variegato e composito, che aveva catalizzato la protesta contro la corruzione, i tagli alla spesa sociale e la svendita del paese, ma conteneva in nuce anche una nuova proposta: basata su una nuova indipendenza e sul riscatto sociale degli esclusi. Proprio gli esclusi, infatti (quella “plebe” composta dai poverissimi delle periferie, dagli indigeni, dagli afrodiscendenti, dalle donne, dai marignali) costituiranno l’ossatura del “proceso bolivariano”: uniti agli operai, agli studenti, ai militari progressisti e a quelle fasce di piccola borghesia impoverita dalle politiche economiche modello Fmi.

La discussione per l’Assemblea costituente, che porterà alla nuova Carta magna, rimette in moto il paese. Un impegno – quello per una nuova costituzione – ribadito da Chávez al momento di assumere l’incarico, il 2 febbraio del 1999: “Giuro davanti al mio popolo e a questa moribonda costituzione che promuoverò le trasformazioni democratiche necessarie affinché la Repubblica nuova abbia una Carta Magna adeguata ai nuovi tempi”, aveva detto Chávez annunciando così il suo inedito stile di governo. Il 15 di dicembre del 1999, sotto le forti piogge dell’alluvione che provocherà la “tragedia del Vargas”, la Costituzione viene approvata con 71,78% dei voti.

Una Costituzione molto avanzata, che promette di non rimanere solo sulla carta, come sovente è accaduto in America latina. Inquadra il funzionamento di una repubblica presidenziale unicamerale, basata sull’equilibrio di 5 poteri. Ai tradizionali tre delle democrazie rappresentative (legislativo, esecutivo e giudiziario) ne aggiunge altri due: il potere cittadino e quello elettorale. Il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) vigilerà al mantenimento dell’equilibrio tra questi 5 poteri, affinché nessuno possa prevalere in modo anomalo sugli altri. Una costituzione declinata nei due generi, che contempla un vasto spettro di diritti, e stabilisce l’impianto per la ripresa di sovranità nazionale e l’attacco al latifondo.

L’approvazione dell’Assemblea costituente prefigura l’articolazione di un doppio movimento, dal basso e dall’alto per modificare dall’interno l’architrave del vecchio stato borghese che non è stato sepolto da una rivoluzione di stampo novecentesco. Un doppio movimento che accompagna tutt’ora il cammino del proceso bolivariano verso la transizione al socialismo.

La nuova Costituzione contiene almeno 70 articoli che promuovono la partecipazione cittadina in diversi settori del paese e molti fanno riferimento alla partecipazione popolare. Si individua il quadro che porterà all’istituzione dei Consigli comunali: l’articolo 62 si riferisce alla partecipazione popolare nella gestione pubblica. L’articolo 70 stabilisce le forme di partecipazione in campo economico, sociale e politico. L’articolo 182 riguarda la creazione del Consiglio locale di pianificazione pubblica.

Il presidente Chavez, prima e dopo essere eletto, ha sempre messo l’accento sull’importanza della partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica. E dopo il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, scoperto e sconfitto dal popolo che ha riportato in sella il proprio presidente, si creano i Circoli bolivariani.

Per mettere in questione il latifondo mediatico (in Venezuela l’informazione è in gran parte nelle mani dei grandi gruppi privati), si dà impulso ai media comunitari, grazie al cui tam tam si sono scoperte le trame ordite dagli Usa per dare il potere a Pedro Carmona Estanga, capo di Fedecamara (la Confindustria locale), appoggiato dalle gerarchie ecclesiastiche e dai grandi media privati.

Prima di assumere l’incarico, Chávez aveva compiuto un viaggio a Cuba, in Europa e a Washington, dove si era riunito con l’allora presidente Bill Clinton, a cui aveva promesso di mantenere buone relazioni fra i due paesi: relazioni, però, da pari a pari, e perciò insopportabili per gli Usa. Dopo aver constatato nei fatti che Chávez non era addomesticabile, la Cia riprenderà a fomentare la natura golpista dell’opposizione venezuelana: una caratteristica che abbiamo visto agire nel corso di questi 18 anni, sostenuta da una poderosa campagna mediatica, più che mai attiva durante il governo di Nicolas Maduro.

Il 22 di dicembre del ’99 viene dissolto il vecchio Congresso e si indicono nuove elezioni. Chávez vince con il 59,76% dei voti, e il suo campo conquista la maggioranza del nuovo Parlamento con 91 seggi. Nasce così la Quinta Repubblica.

Durante la tragedia di Vargas, e a fronte degli altissimi livelli di povertà della popolazione, Chávez iniziò ad applicare un cambiamento nella concezione della Forza Armata: per impiegarla, cioè, non più soltanto nelle funzioni di difesa, ma in quelle di supporto alla popolazione (alimenti, salute e recupero degli spazi pubblici). Il 27 febbraio del 2000 viene varato perciò il Plan Bolivar 2000.

Chávez afferma di aver tratto il concetto di alleanza civico-militare anche dal pensiero politico del leader venezuelano Fabricio Ojeda, intellettuale e comunista.

Giornalista e fondatore della Union Republicana Democratica (URD), dopo aver partecipato alla cacciata del dittatore Marcos Pérez Jiménez, Ojeda abbandonò l’incarico di deputato nel governo di Betancourt nel 1962, per organizzare un Frente Guerrillero delle FALN. Nel suo libro “La guerra del pueblo”, scritto poco prima di essere ucciso in cella dall’intelligence militare, Ojeda dice: “La base antifeudale e antimperialista del nostro processo rivoluzionario presenta un tipo di alleanza che travalica l’origine del credo politico, la concezione filosofica, le convinzioni religiose, la situazione economica o professionale e l’appartenenza di partito dei venezuelani. Per vincere il nemico comune, la sua forza e il suo potere, occorre una lotta unitaria… Sono propensi a lottare per la liberazione nazionale le seguenti forze: gli operai e i contadini, la piccola borghesia, gli studenti, gli intellettuali, i professionisti, la maggioranza degli ufficiali, sottufficiali, classi e soldati dell’aviazione, della marina, dell’esercito”.

Dopo la sconfitta del golpe del 2002, l’unione civico-militare si consolida come dottrina, e trova fondamento costituzionale nel principio di corresponsabilità nella Difesa integrale della Patria. Nel Capitolo II sui Principi di sicurezza nazionale, l’articolo 326 della Costituzione stabilisce che il principio di corresponsabilità tra Stato e società civile deve realizzare “indipendenza, democrazia, uguaglianza, pace, libertà e giustizia” negli ambiti “economico, sociale, politico, culturale, geografico, ambientale e militare”.

L’alleanza civico-militare ha il suo correlato costituzionale nella Milizia bolivariana. Fu creata il 2 aprile del 2005 con il nome di Comando General de la Reserva Nacional y Movilización Nacional. Dall’11 aprile del 2009, il suo nome è Comando General de la Milicia Bolivariana. La Milizia ha funzioni complementari a quelle delle Forze armate, rivolte al popolo per la realizzazione della “difesa integrale” nel senso indicato da Fabricio Ojeda.

È  – questa – una delle caratteristiche più originali della rivoluzione bolivariana, un laboratorio di conquiste e sfide che proietta il suo esempio oltre i confini del continente.

Molte le conquiste realizzate in 18 anni di governo bolivariano: prima di tutto in termini economici e in quello della partecipazione popolare alle decisioni politiche: a saldo del debito storico nei confronti dei settori tradizionalmente esclusi. Strumento fondamentale per la sconfitta della povertà e per quella dell’analfabetismo, le misiones.

Un arco di leggi avanzatissime ha avviato un cambiamento strutturale che ha fortemente ridotto il potere del latifondo e quello delle imprese private: non abbastanza da contrastare la guerra economica che ha cercato di mettere in ginocchio l’economia del paese (ancora troppo dipendente dalle importazioni), dopo la drastica caduta del prezzo del barile.

E questa è senz’altro la sfida più grande, che il governo Maduro ha deciso di raccogliere con forza. Ma con quali strumenti: è possibile avanzare davvero verso il socialismo senza cambiare nel profondo le relazioni di proprietà? Lo scontro di poteri in corso in Venezuela con un Parlamento che intende seguire la via del golpe istituzionale per tornare a un sistema neoliberista, pone un problema di fondo: la relazione tra democrazia formale e democrazia sostanziale alla luce della lotta di classe, lo scontro di interessi e di concezioni tra due modelli di paese. Uno scontro complesso, che invita a riflettere sul difficile rapporto tra conflitto e consenso, nel sud e nel nord del mondo globalizzato. Che fare quando anche una parte dei settori popolari si lascia sedurre dalle sirene della borghesia e assume gli interessi degli sfruttatori? Bisogna assecondare la tendenza mettendo a rischio conquiste fondamentali oppure assumere fino in fondo l’onere della democrazia sostanziale, fino al punto di mettere fuori legge la borghesia?

Le numerose tornate elettorali, in Venezuela, sono state anche un formidabile fattore di aggregazione politica. Dopo tre anni di guerra economica, però, affidare le sorti della rivoluzione a uno strumento da sempre appannaggio delle classi dominanti, può aprire voragini devastanti. Lo si è visto nel secolo scorso in Nicaragua, ma anche durante le ultime elezioni parlamentari, che hanno dato la vittoria alle destre. In che direzione si sta muovendo l’organizzazione del potere popolare? Ne discuteremo con gli ospiti venezuelani alla luce degli ultimi avvenimenti in corso nel paese.

E qui, un altro punto di discussione: di quale partito c’è bisogno per essere all’altezza della sfida e sfuggire alle trappole del sistema borghese?

La forza delle donne nel proceso bolivariano, visibile in ogni campo della vita pubblica, è significata da un avanzato quadro di leggi, disegnato dalla Costituzione. La Carta Magna riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico, e diverse leggi tutelano il lavoro femminile, la maternità e puniscono la violenza di genere. Eppure, la Procuratrice generale Luisa Ortega ha lanciato l’allarme: dal 2015 a oggi i femminicidi sono in aumento. La guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Un’altra sfida, prevista nel programma strategico bolivariano, è quella di un nuovo modello produttivo, che metta al centro il rapporto tra ambiente e sviluppo. Di recente, sta suscitando molto dibattito la decisione di concedere alle multinazionali la zona dell’arco minerario, pur subordinandola al controllo delle popolazioni locali e al rispetto delle avanzate leggi in tema ambientale.

E quanto è andato avanti il nuovo sistema comunale, che prevede un’articolazione sempre più decentralizzata con il potere statale? Dai consigli comunali e dalle comunas è partita la riscossa per la sovranità alimentare e contro la guerra mediatica, che ha coinvolto campagne e città. I Clap (Comités locales de abastecimiento y producción) non sono solo un mezzo per rifornire di alimenti base i settori popolari per sottrarli al ricatto del contrabbando, ma anche uno strumento di auto-organizzazione politica, sono organismi di massa rivoluzionari.

A questo riguardo, vale raccontare un’esperienza di organizzazione dal basso e di interscambio tra Italia e Venezuela: quella dei corsi autogestiti di pasta, che si vanno diffondendo in diverse comunità organizzate, e a cui abbiamo contribuito con l’invio di macchine per fare la pasta, raccolte e smistate dal compagno Mario Neri.

Dopo 18 anni di sperimentazione, in cui il presidente e i suoi ministri hanno agito in base alla consegna: “fabbrica abbandonata, fabbrica occupata e recuperata”, le destre dicono che sia le fabbriche autogestite che quelle nazionalizzate hanno fallito. Il tema è complesso, ma i dati smentiscono la propaganda dell’opposizione. A che punto è questa sfida?

E per finire, il tema internazionale. Riprendendo l’esempio di Cuba, il Venezuela ha messo al centro la costruzione di nuove alleanze regionali, all’insegna dello scambio paritario e della non aggressione. Un modello che, come ha dimostrato l’ultimo vertice dei Paesi non Allineati, si proietta anche verso altri paesi del sud. Purtroppo, il ritorno a destra di due importanti paesi come Brasile e Argentina, sta portando il Mercosur verso il Trattato di libero commercio con l’Europa e l’Alleanza del Pacifico a guida Usa: con la complicità del Paraguay e del moderatissimo Uruguay. Per questo, si sta negando al Venezuela la presidenza dell’organismo regionale che le spetta di diritto: con il pretesto dei diritti umani. Il 1 dicembre scade l’ultimatum dei poteri forti. La firma del Tlc è un attacco alla sovranità dei popoli che il Venezuela difende. È un attacco ai nostri interessi. Compito di questo incontro è costruire un asse sud-sud che, a partire da gesti concreti, costruisca campagne di opposizione al sistema imperialista, a partire dai nostri territori e su scala nazionale. Difendere il Venezuela bolivariano significa difendere il futuro dei nostri ideali.

Maduro in Vaticano: riprende il dialogo ma la destra vuole la guerra

di Geraldina Colotti – il manifesto

26ott2016.- «La Patria no se vende», ha detto il papa in un messaggio per il Bicentenario dell’Indipendenza argentina. «Una Patria che, nel suo anelito di fratellanza, si proietta ben oltre i limiti del Paese: fino alla Patria Grande di San Martín e Bolívar. Preghiamo – ha ripetuto – per questa Patria Grande: che il Signore la protegga, la faccia più forte, più fraterna e la difenda da ogni tipo di colonizzazione». Un papa «bolivariano», quindi, quello che ieri ha ricevuto a sorpresa in Vaticano Nicolas Maduro. Un gesto di grande importanza politica, nel momento di maggior attacco delle destre al presidente bolivariano, sia sul piano interno che su quello internazionale.

UN GESTO sicuramente più sensato e lungimirante di quelli esibiti dai tanti che – dall’Italia all’Europa, all’Osa – parlano di pace, ma intendono la pace del sepolcro per chi difende i diritti degli ultimi, contro venti e maree. Il Vaticano entra così ufficialmente in campo come grande mediatore nel conflitto tra governo e opposizione in Venezuela. Un conflitto di classe – inutile girarci attorno – tra due blocchi sociali contrapposti, in un paese ricchissimo di risorse (le prime al mondo di petrolio e oro, ma anche di acque, di biodiversità…), e per questo al centro di comprensibili appetiti internazionali. Un paese in cui, tra esperimenti, scivoloni e approssimazioni, governa «la plebe» organizzata da un partito-contenitore, sincretico e inorganico, eccedente gli schemi classici graditi in Europa.

UN CONFLITTO che, piaccia o meno, si può anche intendere senza infingimenti: come l’inevitabile scontro tra democrazia formale e democrazia reale quando si mette davvero mano a problemi di carattere strutturale. Un conflitto da leggere senza paraocchi e manicheismi, fuori dallo schema consolatorio che guarda al Latinoamerica come a un continente in mano a un manipolo di «cattivi» oligarchi e beate moltitudini. Dal Brasile, all’Argentina, dall’Ecuador alla Bolivia, al Venezuela, per la prima volta dopo la «decade perdida» del neoliberismo sfrenato, hanno avuto accesso al consumo settori tradizionalmente esclusi: «Non avrei mai pensato che togliere dalla povertà 50 milioni di persone scatenasse una reazione simile», ha detto l’ex presidente brasiliano Lula da Silva commentando la reazione dei poteri forti contro Dilma e lui medesimo.

PARTE DI QUEI SETTORI si sono fatti sedurre dalle sirene del nemico, potenti e ben supportate, e hanno votato a destra: credendo al Berlusconi argentino o al Capriles venezuelano, che promettevano di far meglio e di più: salvo poi applicare il format deciso dai poteri forti, il giorno dopo la vittoria elettorale. E così, con una maggioranza piena in Parlamento, le destre avrebbero potuto far passare la legge sul matrimonio paritario o quella sull’interruzione di gravidanza, che stavano per essere discusse.

INVECE hanno proposto leggi di chiara marca neoliberista: bocciate dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj), ago della bilancia in un sistema in equilibrio tra 5 poteri costituiti. E, soprattutto, hanno cercato un’improbabile unità nella loro litigiosa coalizione (La Mesa de la Unidad democratica – Mud) intorno a un’unica ossessione: farla finita con l’insopportabile operaio del metro chiamato «maburro» (somaro) così come Chavez veniva chiamato «mono» (scimmia). Ora il Parlamento ha messo in moto l’impeachment al presidente: per assenza ingiustificata dall’incarico e per essere «colombiano». Maduro ha compiuto un breve viaggio per stabilizzare il prezzo del petrolio e, dopo il papa, ha incontrato il nuovo Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. La Costituzione non prevede autorizzazione del Parlamento per un viaggio di 5 giorni.

QUANTO ALLA NAZIONALITÀ colombiana, si tratta di un «suggerimento» tossico dell’ex presidente colombiano Uribe, padrino dei paramilitari, che si è di nuovo fatto sentire. Inoltre, le decisioni del Parlamento sono state considerate illegali dal Tsj per l’inclusione di 4 deputati inquisiti per frodi e non abilitati. Anche l’impeachment non può svolgersi come in Brasile. E in ogni caso, più di mezzo paese non resterebbe a guardare. Il 30 cominciano gli incontri di mediazione sull’isola Margarita, ma una parte dell’opposizione ha di nuovo optato per la violenza.

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