Argentina: tutte e tutti siamo Hebe de Bonafini!

di Alessandra Riccio

Hebe de Bonafini è una donna davvero tosta. Non l’hanno piegata i dolori, le battaglie, il terrore di stato e neanche le lotte interne al movimento delle Madres e la scissione dalle compagne della Linea fundadora che mettevano in discussione proprio la sua conduzione. Lo scandalo Schoklender l’ha gettate in guai economici, in storiacce di corruzione e di lucro proprio sui progetti sociali che le Madres de la Plaza de Mayo, ormai diventata una holding, offrivano agli argentini.

Il Premio Nobel per la Pace, Pérez Esquivel, vecchio amico delle Madri, in onore alla sua provata onestà, afferma che la corruzione e l’illegalità vanno perseguite sempre e comunque, e non gli si può dar torto. Ma come non solidarizzarsi con Hebe quando un giudice irruento (e magari fazioso) la vuole costringere con la forza di un apparato poliziesco, a recarsi in tribunale per dichiarare. Hebe è una donna molto anziana la cui storia induce al rispetto: il giudice non l’ha rispettata. Ha provveduto lei, con un atteggiamento ribelle e con la lettera che qui traduco, a indurre il giudice a più miti consigli.

Non molto tempo fa l’ex presidente del Brasile, Inacio Lula da Silva, si è visto arrivare in casa la polizia per tradurlo a dichiarare. La faccia di Lula, nelle foto che lo ritraggono in quel momento, è di quelle che non si dimenticano: rabbia, dolore, incredulità, sdegno in un uomo, un operaio metalmeccanico, che si è conquistato un posto nella storia del Brasile e del movimento operaio con la forza delle sue idee e la sua capacità di statista.

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4 agosto 2016
Al sig. giudice della Nazione
Marcelo Martínez de Giorgi

Mi rivolgo a lei per manifestarle il motivo della risposta alla sua citazione.

Dal 1977, precisamente dal giorno 8 di febbraio di quell’anno, subisco le aggressioni della così detta giustizia, condotta dai giudici della Nazione. In quel momento è cominciato il mio calvario, ho presentato 168 denunce per mio figlio Jorge, poi quelle insieme per l’altro mio figlio Raúl, che è scomparso a dicembre dello stesso anno, con un costante pellegrinaggio per i tribunali, ho sempre sopportato le stesse ingiustizie, le stesse aggressioni. Poi, a maggio del 1978, è scomparsa anche mia nuora María Elena, niente è cambiato.

Sempre la stessa ignominia, la stessa indifferenza, io vedevo come la così detta giustizia era complice dei militari e dei marinai assassini. Una giustizia senza solidarietà, senza sentimento verso gli altri, senza sofferenza per loro.

Dopo anni, nel 2001, esattamente il 25 maggio, mia figlia María Alejandra, mentre era sola in casa e io ero in viaggio, è stata torturata fin quasi ad ucciderla. E allora di nuovo i miei pellegrinaggi sperando di trovare un giudice che ci mostrasse il valore della giustizia, che ci provasse che esisteva, ma di nuovo la burla e l’insensatezza.

Poi è arrivato il caso Schoklender, e allora noi madri, con grande sforzo abbiamo consegnato volontariamente 60 casse con le prove, insieme a 49 backup e altre prove al giudice Ovarbide e poi a lei, ma non avete letto proprio niente di quello che vi abbiamo consegnato.

Ci siamo presentate tutte le volte che ci avete chiamato a dichiarare, abbiamo fatto perizie delle firme che hanno affermato che non erano mie, sempre a disposizione della verità, addirittura qualche mese fa mi sono presentata volontariamente nel suo ufficio per avere notizie circa l’indegno progredire della causa.

Abbiamo ancora sofferto sulla nostra pelle la burla che castiga tutte noi, anziane dagli 85 ai 90 anni, e ci condanna a pagare debiti ingiusti e altrui.

Noi madri difenderemo sempre i valori della solidarietà sociale, porgeremo la mano agli offesi, ai loro sogni, in questo tempo e in quello che verrà. E lotteremo affinché venga il momento di trovarci di fronte a giudici onesti che ci aiutino a sentire sulla nostra pelle il valore della giustizia.

[Trad. dal castigliano di Alessandra Riccio]

(VIDEO) Novorossia: Intervista a Diana Volkova

di Danilo Della Valle

Lugansk, città martoriata dalle bombe e dai combattimenti casa per casa, cerca di ripartire e ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra. All’orizzonte ci sono le elezioni che si incastrano in un momento in cui, si dice, il clima potrebbe tornare ad esser pesante. Proprio di poche ore fa è la notizia dell’attentato al Presidente della Repubblica Popolare di Lugansk, Igor Plotnitsky, rimasto ferito da un ordigno che ha fatto saltare in aria la sua auto. La città che portava il nome del generale sovietico Vorosilov e che oggi è la capitale dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk si prepara ad affrontare i prossimi mesi che saranno decisivi per le sorti del Donbass con consapevolezza e forza di volontà.

Ne abbiamo parlato con Diana Volkova, Presidente dell’Associazione “Lugansk città russa”, che allo scoppio della guerra ha lasciato la propria abitazione in Italia per tornare in Donbass, dalla sua gente, per partecipare attivamente alla costruzione della neonata Repubblica.

Ciao Diana, innanzitutto raccontaci la tua storia. Allo scoppio della guerra sei tornata in Patria, a Lugansk. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Allo scoppio della guerra abitavo in Italia, studiavo in un liceo. Ogni sera però, quando tornavo a casa, sentivo le notizie sul Donbass. La preoccupazione per la mia gente andava via via aumentando con il passare del tempo, quando i bombardamenti erano sempre più frequenti e cruenti, quando cominciavano a morire molti dei nostri uomini che volevano difendere la propria terra. Per questa sofferenza, per la mia casa ed i mie affetti, ho pensato di tornare lì dove sono nata, a Lugansk. Volevo fare anch’io qualcosa per il nostro territorio con la speranza che tutto si sarebbe risolto con il tempo.

Che situazione hai trovato a Lugansk?

Quando sono arrivata a Lugansk, si sentivano ancora gli spari in lontananza, benché i bombardamenti fossero finiti. La prima cosa che mi è balzata agli occhi è stata la quantità di case distrutte dalle bombe e dai combattimenti. C’era disperazione e dolore tra la popolazione.

Oggi tu sei a capo del movimento giovanile “Lugansk città Russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. Raccontaci come è nata questa associazione e quali obiettivi essa si prefigge?

Sì, esattamente, sono tra i fondatori del movimento giovanile “Lugansk città russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. I presidenti di quest’organizzazione, nel gennaio del 2015, hanno pensato di riunire tutti i ragazzi giovani che condividevano pensieri ed idee nell’Associazione giovanile di Lugansk. Anzitutto quest’organizzazione ha lo scopo di unire i giovani e sviluppare in loro il patriottismo verso la propria terra natia, aiutare loro a sviluppare idee, proposte creative ed a realizzare progetti in diversi campi.

Attualmente i media principali sembrano aver dimenticato il Donbass facendo credere che si viva una tregua permanente dopo gli accordi di Minsk. È esattamente così oppure si continua a sparare?

Purtroppo la situazione non è cambiata molto, si continua a sparare anche nel territorio di Lugansk. Gli accordi di Minsk non sono del tutto rispettati.

Qual è attualmente la situazione umanitaria nel territorio di Lugansk?

Posso affermare che ora la situazione è sensibilmente migliorata rispetto a quando è scoppiata la guerra. Nella popolazione si avverte la voglia di ricominciare, ognuno fa qualcosa per lo sviluppo della città. La gente sta ritrovando la forza per ripartire e si sta sviluppando inoltre un grande senso della Patria. Soprattutto in noi giovani, posso dire che siamo la vera forza motrice di questa neonata Repubblica.

In Ucraina Occidentale invece, dopo il Maidan, molte cose sono cambiate. Cosa pensi riguardo quello che accade lì?

La gente in Ucraina Occidentale sta cominciando a capire ciò che sta succedendo nel Paese. I prezzi dei prodotti di prima necessita aumentano di giorno in giorno, gli stipendi e le pensioni sono sempre più bassi, ormai è davvero impossibile vivere in lì, non ci sono più le condizioni minime e la situazione è insostenibile.

Prossimamente ci saranno le elezioni in Donbass, come si avvia il popolo novorusso ad affrontare questo importante avvenimento? Come immagini il futuro prossimo per il Donbass?

Il popolo novorusso vuole esser innanzitutto libero, principalmente per questo le prossime elezioni saranno un banco di prova importantissimo per la nostra nascente Patria. Dal mio punto di vista, invece, mi piacerebbe vedere il Donbass parte della Federazione Russa. Non voglio che il nostro territorio torni a far parte dell’Ucraina dopo tutta la sofferenza ed il dolore che ci ha causato.

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