Milano 20mag2016: con la Siria a “La Casa Rossa”

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Brasile: passa l’impeachment, Dilma in piazza

di Geraldina Colotti – il manifesto

13mag2016.- In Brasile, Dilma ha perso di nuovo. Il Senato ha approvato l’impeachment per 55 voti contro 22. Una tendenza apparsa subito evidente dagli interventi degli 81 senatori, chiamati ad esprimere con maggioranza semplice (la metà più uno) il loro parere. Difficile che andasse diversamente, dato il profilo, il colore politico e gli interessi che rappresenta gran parte dei senatori. Benché la popolazione brasiliana sia composta al 54% da neri e al 51% da donne, 64 degli 81 senatori sono bianchi, solo 6 sono neri e vi sono 11 donne, una delle quali afrodiscendente. Parlamentari i cui partiti rappresentano soprattutto gli interessi dell’agrobusiness, di grandi multinazionali come Monsanto e Sygenta, le speculazioni di corporazioni finanziarie come Goldman Sachs, il profitto delle industrie delle armi o della sicurezza privata, gli affari delle potenti chiese pentecostali…

Il Senato che ha giudicato Rousseff, nonostante non sia stato provato nessun «delitto di responsabilità», è composto per il 58% da inquisiti per reati di corruzione o peggio, come buona parte dei partiti che hanno messo in moto l’impeachment. L’anima nera della manovra si chiama Eduardo Cunha, terminale delle potenti chiese evangeliche. Considerato da molti un vero e proprio gangster della politica, è sempre riuscito a farla franca grazie al peso politico del suo Partito del movimento democratico (Pmdb) nelle alleanze di governo e nella coalizione che ha portato Rousseff alla presidenza nel 2010 e 2014. La formazione centrista è quella che ha più seggi al Congresso e risulta determinante nella scena parlamentare, frammentata in 28 partiti.

Il Pmdb ha tolto la fiducia al governativo Partito dei lavoratori (Pt) a cui appartiene la presidente per portare avanti l’impeachment con l’opposizione: non per amore della trasparenza, ma per salvare dal carcere Cunha, che risultava secondo nella lista dei sostituti una volta sospesa Rousseff durante l’impeachment. Epperò, i piani di Cunha sono stati fermati da una decisione della magistratura, che lo persegue con accuse pesanti, tra le altre quella di aver portato in Svizzera conti miliardari frutto di tangenti e di non averli dichiarati. Tuttavia, se come pare certo il “golpe istituzionale” otterrà l’obbiettivo finale, è già pronto un indulto per Cunha. A sostituire Rousseff, infatti, va il vicepresidente Michel Temer, che appartiene al partito di Cunha e che a sua volta conta di lavare una discreta quantità di panni sporchi: non solo, infatti, è anch’egli a rischio di impeachment, ma è inquisito per reati analoghi a quello del suo collega di partito.

Ora, dunque, la presidente verrà sospesa per 180 giorni dall’incarico: il tempo necessario al processo per presunte irregolarità fiscali di cui non si è discusso nel corso delle votazioni fin qui avvenute. Accuse inesistenti, secondo la difesa di Rousseff, la quale avrebbe nascosto l’entità del deficit nel bilancio coprendolo con un prestito anticipato dalla banca nazionale: non per trarne vantaggio economico, ma per far fronte ai piani sociali rivolti ai settori meno abbienti. Una procedura utilizzata da altri presidenti che l’hanno preceduta e che, per quanto scivolosa a rigor di legge, sembra una marachella a fronte dei reati che pesano su gran parte di quelli che l’hanno giudicata.

La Commissione del Senato che ha dato il via libera alla seconda tappa del procedimento è composta dall’opposizione. Alla presidenza c’è Raimundo Lira, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb), diretto da Temer. Alla stessa commissione toccherà l’istruzione del processo, che però verrà diretto dal presidente del Supremo Tribunal Federal (Stf). Per questo, ieri, il ministro Ricardo Lewandowski si è incontrato con il senatore Lira alla presenza del presidente del Senato, Renan Calheiros, anch’egli del Pmdb. Lewandowski presiederà poi la votazione finale del processo, che necessita di una maggioranza dei 2/3.

In un simile contesto, è quasi certo che Temer governerà fino al 2018. Da tempo, egli ha concordato il suo gabinetto di governo con i poteri forti a cui risponde. Sarà un governo composto da banchieri e imprenditori, sul modello di quello di Macri in Argentina. Durante la discussione al Senato, molti eletti di sinistra hanno sostenuto di non riconoscere il governo di Temer che, anche secondo i sondaggi, non verrebbe votato dalla popolazione. La situazione di Dilma è stata paragonata alla deposizione dei presidenti Getulio Vargas e Juselino Kubitchek negli anni ’50 e ’60. In molti, durante il voto in Parlamento dell’impeachment, hanno infatti inneggiato al ritorno della dittatura militare, minacciando pesantemente la presidente, ex guerrigliera torturata durante il regime dittatoriale.

La piazza che ha votato Dilma (oltre 54 milioni di persone), ha però deciso di farsi sentire. Davanti al Senato ci sono stati scontri e una dura repressione da parte della polizia di Brasilia, che ha provocato feriti anche in una manifestazione di donne. «Temer golpista», gridano i manifestanti dietro la bandiera del Movimento dei Senza Terra, dei Senza Tetto e delle alleanze di sinistra verso le quali il Pt ha deciso di aprirsi, per sciogliersi dall’abbraccio mortale delle forze centriste e conservatrici. Per la comunicazione ufficiale dell’impeachment, Dilma ha organizzato una cerimonia nel Planalto. Ad accompagnarla nella firma del documento, l’ex presidente Lula da Silva, che aveva nominato capo di gabinetto ma che la magistratura ha sospeso, gli attuali ministri, autorità pubbliche e i movimenti popolari che l’appoggiano e che si battono contro il colpo di stato istituzionale.

Prima di lasciare l’incarico, Dilma ha parlato ai giornalisti e ai manifestanti e ha divulgato un video sulle reti sociali: «Questo golpe è una farsa giuridica – ha detto – non c’è giustizia più devastante di quella che condanna un innocente». Dal Venezuela all’Argentina, un’ondata di sdegno percorre l’America latina di sinistra e chiede agli organismi internazionali come Unasur di intervenire contro il governo de facto di Temer. Il quale ha già commesso la prima gaffe: ha scambiato un giornalista argentino di Radio El Mundo per il suo omologo Macri, dicendosi ansioso di incontrarlo. Il video è sul sito della radio.

Venezuela, le cifre della guerra economica

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Caracas. Scontro sul referendum. Abbattuto El Topo, ricercato per il massacro di 17 minatori

10mag2016.- Le denunce si rincorrono sui social network. Molti chiamano di notte per raccontare pressioni e minacce subite durante la raccolta di firme per revocare il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. «Ero andato a Farmatodo a ritirare le medicine per mio figlio – racconta un cittadino di Caracas – e quando ho consegnato la ricetta me l’hanno trattenuta chiedendomi di firmare per il revocatorio. Ho detto di no e mi hanno risposto che i farmaci non c’erano più». Un avvocato in fila assiste alla scena e denuncia: «Quando ho protestato, due uomini armati mi hanno minacciato e cacciato». Seguono i numeri del passaporto. Altri, inviano fotografie di porporati ostili al governo intenti a firmare, e ritwittano le dichiarazioni deliranti del padre Palmar, il cui nome figura nei Panama Papers e nello scandalo sui paradisi fiscali, insieme ad altri alti esponenti dell’opposizione come Julio Borges. Frammenti dello scontro di poteri in atto in Venezuela, iniziato con la vittoria dell’opposizione alle parlamentari del 6 dicembre.

L’articolo 72 della Costituzione bolivariana, approvata con referendum nel ’99 dopo l’elezione di Chavez, prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive e quelle della magistratura alla metà del mandato, e stabilisce una serie di requisiti. Il primo, è che il gruppo di richiedenti deve raccogliere le firme di almeno l’1% del totale degli aventi diritto. Poi, tocca al Consejo Nacional Electoral (Cne) esaminarne la validità alla presenza di una commissione nominata dal campo avverso. Perché il referendum si metta in moto, dev’esserci la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto e i voti devono superare quelli ottenuti dal presidente per essere eletto: 7.587.579. La procedura venne attivata contro Chavez, ma il referendum venne bocciato.

Adesso, la situazione è molto diversa. Maduro è al centro di attacchi di ogni genere, sia all’interno che all’esterno del paese. Dall’Argentina, al Brasile, al Venezuela, le destre stanno tornando in forze nel continente. Le sinistre denunciano i tentativi di golpe istituzionale, simili a quelli realizzati in Honduras contro Manuel Zelaya e poi contro Fernando Lugo in Paraguay. L’analista politico José Vicente Rangel ha definito il referendum contro Maduro come la valigia col doppiofondo dei contrabbandieri: in superficie oggetti comuni, sotto quello che si deve nascondere, ovvero le trappole per violare la Costituzione e la legge. Per espletare tutti i passi del referendum occorrono circa 170 giorni lavorativi. Intanto, a dicembre dovrebbero svolgersi le elezioni dei governatori. E se a Maduro restano due anni dalla fine del mandato, in caso di revoca il vicepresidente Aristobulo Isturiz, potrà governare senza indire elezioni, fino al 2019.

L’opposizione preme, però, per accelerare i tempi, e accusa il Cne di parzialità. Ritiene di aver ampiamente superato il primo livello di raccolta firme, e chiede ai suoi sponsor internazionali di intervenire per sanzionare il governo. Il capo dell’Osa, Luis Almagro, che non fa mistero della sua scelta di campo, vorrebbe applicare la Carta democratica: una misura di espulsione che si è applicata solo all’Honduras, dopo il golpe del 2009. In questi giorni, la ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha però ricevuto all’Osa l’appoggio di quasi tutti gli stati americani (tranne Usa e Canada): persino della sua omologa argentina, che si è fatta riprendere da Macri. Rodriguez ha denunciato la guerra economica, mediatica e finanziaria in atto contro il suo governo: simile a quella messa in campo contro Salvador Allende prima del golpe militare dell’11 settembre ’73 per «far urlare l’economia».
Il Venezuela – ha detto – «ha importato alimenti che bastano a nutrire tre paesi grandi come il nostro». E invece sembra che imperi la penuria e addirittura l’emergenza umanitaria: code di proporzioni bibliche per accedere ai negozi sussidiati, prezzi alle stelle negli altri e sul mercato nero. I ristoranti dei quartieri alti, dove una pizza costa come uno stipendio, sono però sempre pieni: «È una fatica di Sisifo – ci ha detto di recente il poliziotto di un’unità mobile nel quartiere La Candelaria: anche se sanzioniamo un negozio, l’indomani i prezzi riprendono a salire illegalmente».
La disponibilità degli alimenti, «intesa come quantità prodotta e/o importata, non è diminuita – dice Pasqualina Curcio, dell’istituto indipendente Celag -. Le grandi imprese private responsabili del rifornimento non registrano una diminuzione significativa nella produzione, né tanto meno hanno chiuso i reparti. La difficoltà di accesso agli alimenti non si deve, quindi a una diminuzione della disponibilità». Dove finiscono, allora i prodotti? Nelle mafie dell’accaparramento e nel mercato nero. Vale, però, considerare un altro dato evidenziato da Curcio: 10 fra gli alimenti base più difficili da reperire sono prodotti dalle 10 grandi imprese private, il cui volume produttivo non è diminuito. Tra il 2004 (quando non si registrava penuria) e il 2014, i dollari a prezzo agevolato ricevuti dalle grandi imprese importatrici sono aumentati del 177%. In quali mani sono finiti? Chi ha interesse ad accaparrare alimenti e farmaci per seminare la sfiducia? Il ritrovamento di interi depositi di medicine salvavita scadute fa riflettere sugli intenti di chi guida queste strategie. L’8 maggio, il chavismo ha ricordato il massacro di Yumare, quando il presidente di centrosinistra (Ad), Jaime Lusinchi trent’anni fa lasciò torturare e assassinare 9 oppositori della sinistra radicale. E intanto, dopo l’uccisione di un noto boss che emetteva comunicati di sostegno all’opposizione (El Picure), è stato abbattuto El Topo, ritenuto il responsabile del massacro di 17 minatori nel Tumerero.

(VIDEO) Al Nakba – il film

Dal Paraguay al Venezuela, la strategia del golpe blando

di Geraldina Colotti – il Manifesto

America latina. I nuovi processi di destabilizzazione nel continente
Golpe blando o golpe istituzionale. Di solito è preparato da una «guerra» di debole intensità, una «guerra» non convenzionale, giocata con armi mediatiche e giudiziarie atte a preparare il terreno per la deposizione dei presidenti non graditi a Washington: solitamente nel silenzio-assenso degli organismi internazionali.

Una pratica assai frequentata a partire da inizio secolo in America latina, quando il vento del «socialismo del XXImo secolo» ha cominciato a spirare nel continente, portando al governo Hugo Chavez in Venezuela, e gli altri componenti dell’Alba (l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, ideata da Cuba e Venezuela, a cui hanno aderito Bolivia, Ecuador, Nicaragua…), ma anche i presidenti progressisti dei grandi paesi, come i Kirchner in Argentina o Lula da Silva e poi Dilma Rousseff in Brasile.

Il primo a fare le spese del golpe istituzionale fu Chavez. Il presidente de facto e capo degli imprenditori, Carmona Estanga, appoggiato da gran parte dei personaggi che animano l’attuale parlamento venezuelano, disse che il presidente si era dimesso, mentre era stato sequestrato. Poi toccò a Manuel Zelaya, in Honduras, sostituito da un governo de facto, nel 2009. E poi a Fernando Lugo, in Paraguay, il cui pretestuoso impeachment, lungamente preparato dal suo vice Fernando Franco, portò a un governo più gradito alle grandi consorterie internazionali. Quelle stesse che hanno puntato al Brasile, e che ora foraggiano l’opposizione venezuelana per cacciare dal governo l’ex operaio del metro Nicolas Maduro. Senza dimenticare la richiesta d’impeachment nei confronti di Cristina Kirchner che, per il carisma di cui gode, resta un obbiettivo da abbattere.

Al Nakba 14 de mayo 2016: twittazo de Solidaridad

Compañeros y compañeras apoyemos a Palestina este 14 de Mayo! Rompamos el silencio en las redes!

#68AñosDeAlNakba
#FinDeLaOcupaciónYa

Al Nakba, (la catástrofe del pueblo palestino)

Fue un 15 de Mayo de 1948 cuando comienza la catástrofe Palestina. Fue en esta fecha, hace 58 años que se declaró el nacimiento del Estado de Israel sobre un suelo ocupado por su población autóctona, los árabes palestinos.

La sociedad palestina fue destruida por intereses imperialistas y colonialistas de manos del sionismo mundial. Masacres como las de Deir Yassin, la dinamitación del Hotel King David en Jerusalén, la masacre de los poblados de Led y Ramleh, son algunos ejemplos de las actividades de terrorismo sionista sobre la población palestina para poder concretar la creación del Estado de Israel.

Comunidades palestinas completas fueron arrasadas. Más de 800 mil palestinos fueron obligados a salir de sus ancestrales tierras para dar cabida a inmigrantes judíos, venidos de todo el mundo, principalmente de Europa, quienes, escapando de las persecuciones nazis, vieron en Palestina una solución a sus problemas. Palestina fue, hasta 1948, una región netamente árabe. No obstante, cohabitaban pacíficamente con comunidades minoritarias, como la comunidad judía, entre otras más. Para la creación de un “Estado Judío” era inevitable la expulsión de la mayoría árabe, es decir, forzar, mediante el uso de la violencia, el exilio colectivo de la población nativa: los palestinos. Así es como explica los sucesos el historiador israelí, Benny Morris, quién señala que “durante la mayor parte de 1948, las ideas sobre cómo consolidar y eternizar el exilio palestino comenzaron a cristalizar, y se percibió de inmediato que la destrucción de aldeas era un medio primario para lograr ese objetivo”

La Intifada palestina (alzamiento popular) es quien reivindica hoy los derechos de esos hombres y mujeres que fueron expulsados y obligados al destierro en 1948.

Onore alla combattente Monika Ertl!

di Nina Ramon – Cubadebate

Oggi veniva uccisa Monika Ertl mai ricordata come doveva. Onore a lei 

Monika Ertl: la donna che giustiziò l’uomo che tagliò le mani al Che.

Ad Amburgo, in Germania, erano le dieci meno venti della mattina del 1° aprile 1971. Una bella ed elegante donna dai profondi occhi color del cielo entra nell’ufficio del console della Bolivia e, aspetta pazientemente di essere ricevuta.

Mentre fa anticamera, guarda indifferente i quadri che adornano l’ufficio. Roberto Quintanilla, console boliviano, vestito elegantemente con un abito oscuro di lana, appare nell’ufficio e saluta, colpito dalla bellezza di quella donna che dice di essere australiana, e che pochi giorni prima gli aveva chiesto un’intervista.

Per un istante fugace, i due si trovano di fronte, uno all’altra. La vendetta appare incarnata in un viso femminile molto attraente. La donna, di bellezza esuberante, lo guarda fissamente negli occhi e senza dire nulla estrae un pistola e spara tre volte. Non ci fu resistenza, né lotta. Le pallottole hanno centrato il bersaglio. Nella sua fuga, lasciò dietro di sé una parrucca, la sua borsetta, la sua Colt Cobra 38 Special, ed un pezzo di carta dove si leggeva: “Vittoria o morte. ELN”.

Chi era questa audace donna e perché avrebbe assassinato “Toto” Quintanilla?

Nella milizia guevarista c’era una donna che si faceva chiamare Imilla, il cui significato in lingua quechua ed aymara è Niña o giovane indigena. il suo nome di battesimo: Monica (Monika) Ertl. Tedesca di nascita, che aveva realizzato un viaggio di undici mila chilometri dalla Bolivia persa, con l’unico proposito di giustiziare un uomo, il personaggio più odiato dalla sinistra mondiale: Roberto Quintanilla Pereira.

Lei, a partire da quello momento, si trasformò nella donna più ricercata del mondo. Accaparrò le prime pagine dei giornali di tutta l’America. Ma quali erano le sue ragioni e quali le sue origini?

Ritorniamo al 3 marzo 1950, data in cui Monica era arrivata in Bolivia con Hans Ertl –suo padre–attraverso quella che sarebbe stata conosciuta come la rotta dei topi, cammino che facilitò la fuga di membri del regime nazista verso il Sud-America, terminato il conflitto armato più grande e sanguinoso della storia universale: la II Guerra Mondiale.

La storia di Monica si conosce grazie all’investigazione di Jürgen Schreiber. Quello che io vi presento è appena una piccola parte di questa appassionante storia che include molti sentimenti e personaggi.

Hans Ertl (Germania, 1908-Bolivia, 2000) alpinista, innovatore di tecniche sottomarine, esploratore, scrittore, inventore e materializzatore di sogni, agricoltore, ideologo convertito, cineasta, antropologo ed etnografo affezionato. Molto presto ha raggiunto la notorietà ritraendo i dirigenti del partito nazionalsocialista quando filmava la maestosità, l’estetica corporale e le destrezze atletiche dei partecipanti nei Giochi Olimpici di Berlino (1936), con la direzione della cineasta Leni Riefenstahl, che glorificò i nazisti.

Tuttavia, ebbe l’infortunio di essere riconosciuto dalla storia (e la sua posteriore disgrazia), come il fotografo di Adolfo Hitler, benché l’iconografo ufficiale del Führer sia stato Heinrich Hoffman dello squadrone di difesa. Citano alcune fonti che Hans era assegnato per documentare le zone di azione del reggimento del famoso maresciallo di campo, soprannominato la “Volpe del Deserto” Erwin Rommel, nella sua traversata per Tobruk, in Africa.

Come dato curioso, Hans non appartenne al partito nazista però, malgrado odiasse la guerra, esibiva con orgoglio la giacca progettata da Hugo Boss per l’esercito tedesco, come simbolo delle sue gesta in altri tempi, ed il suo garbo ariano. Detestava che lo chiamassero “nazista”, non aveva nulla contro di loro, ma neanche contro gli ebrei. Per ironico che sembri fu un’altra vittima della Schutzstaffel.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Terzo Reich precipitò, i gerarchi, collaboratori e parenti del regime nazista fuggirono dalla giustizia europea rifugiandosi in diversi paesi, tra cui, quelli del continente americano, col beneplacito dei loro rispettivi governi e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Si dice che era una persona molto pacifica e non aveva nemici, cosicché optò per rimanere in Germania per un periodo, lavorando in assegnazioni minori al suo status, fino a che emigrò con la sua famiglia. Prima di tutto in Cile, nell’arcipelago australe di Juan Fernandez, “affascinante paradiso perso”, dove realizzò il documentario Robinson (1950), prima di altri progetti.

Dopo un lungo viaggio, Ertl si stabilisce nel 1951 a Chiquitania, a 100 chilometri della città di Santa Cruz. Fino a lì arrivò per stabilirsi nelle prospere e vergini terre come un conquistatore del XV secolo, tra la spessa ed intricata vegetazione brasiliano-boliviana. Una proprietà di 3.000 ettari dove avrebbe costruito con le sue proprie mani e con materia autoctona quella che è stata la sua casa fino ai suoi ultimi giorni; “La Dolorida”.

Il vagabondo della montagna, come era conosciuto dagli esploratori e scienziati, deambulava col suo passato in spalla, nell’immensa natura con la visione avida di sviscerare e catturare con la sua lente tutto quello percepito nel suo ambiente magico in Bolivia, mentre cominciava una nuova vita accompagnato da sua moglie e le sue figlie. La maggiore si chiamava Monica, aveva 15 anni quando è incominciato l’esilio e, qui incomincia la sua storia…

Monica aveva vissuto la sua infanzia in mezzo all’effervescenza dei nazismi della Germania e quando emigrarono in Bolivia imparò l’arte di suo padre, fatto che le è servito per lavorare poi col documentarista boliviano Jorge Ruiz. Hans realizzò in Bolivia vari film (Paitití e Hito Hito) e trasmise a Monica la passione per la fotografia. Certamente possiamo considerare Monica come una pioniera, la prima donna a realizzare documentari nella storia del cinema.

Monica è cresciuta in un circolo tanto chiuso come razzista, nel quale brillavano tanto suo padre come un altro sinistro personaggio al quale ella si abituò a chiamare affettuosamente “Lo zio Klaus”. Un imprenditore tedesco (pseudonimo di Klaus Barbie (1913-1991) ed ex capo della Gestapo a Lyon, in Francia) meglio conosciuto come il “Macellaio di Lyon.”

Klaus Barbie, cambierà il suo cognome per “Altmann” prima di invischiarsi con la famiglia Ertl. Nello stretto circolo di personalità a La Paz, dove quest’uomo guadagnò sufficiente fiducia in modo che, lo stesso padre di Monica, è riuscito a fargli ottenere il suo primo impiego in Bolivia come cittadino Ebreo Tedesco, che poi si dedicò ad essere consigliere delle dittature sud-americane.

La celebre protagonista di questa storia, si sposò con un altro tedesco a La Paz e visse vicino alle miniere di rame nel nord del Cile ma, dopo dieci anni, il suo matrimonio fallì ed ella si trasformò in una politica attiva che appoggiò cause nobili. Tra le altre cose aiutò a fondare una casa per orfani a La Paz, ora convertito in ospedale.

Visse in un mondo estremo circondata di vecchi lupi torturatori nazisti. Qualunque indizio perturbatore non gli risultava strano. Tuttavia, la morte del guerrigliero argentino Ernesto Che Guevara nella selva boliviana (ottobre del 1967) aveva significato per lei lo spintone finale per i suoi ideali. Monica –secondo sua sorella Beatriz–“adorava il “Che” come se fosse un Dio.”

A causa di questo, la relazione padre e figlia fu difficile per questa combinazione: un fanatismo aderito ad un spirito sovversivo; chissà fattori detonanti che generarono una posizione combattiva, idealistica, perseverante. Suo padre fu il più sorpreso e, con il cuore rotto, la cacciò dalla tenuta. Forse questa sfida produsse in lui una certa metamorfosi ideologica negli anni 60, fino a trasformarlo in un collaboratore e difensore indiretto della Sinistra in Sud-America.

“Monica fu sua figlia favorita, mio padre era molto freddo verso di noi e lei sembrava essere l’unica che amava. Mio padre nacque come risultato di una violenza, mia nonna non gli mostrò mai affetto e questo lo segnò per sempre. L’unico affetto che mostrò fu per Monika”, ha detto Beatriz in un’intervista per la BBC News.

Alla fine degli anni sessanta, tutto cambiò con la morte del Che Guevara, Monica ruppe con le sue radici e diede un drastico cambio per entrare in pieno nella milizia con la Guerriglia di Ñancahuazú, come aveva fatto il suo eroe in vita, per combattere la disuguaglianza sociale.

Monica smise di essere quella ragazza appassionata per la macchina fotografica per convertirsi in “Imilla la rivoluzionaria” rifugiata in un accampamento delle colline boliviane. Man mano che sparivano dalla faccia della Terra la maggior parte dei suoi membri, il suo dolore si trasformò in forza per reclamare giustizia, trasformandosi in una chiave operativa per l’ELN.

Durante i quattro anni che rimase nell’accampamento scrisse a suo padre solamente una volta all’anno, per dire testualmente: “non si preoccupino per me… sto bene”. Tristemente, non l’ha potuta vedere mai più; né viva, né morta.

Nel 1971 attraversa l’Atlantico e torna alla sua Germania natale, ed ad Amburgo uccide personalmente il console boliviano, il colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile diretto dell’oltraggio finale a Guevara: l’amputazione delle sue mani, dopo la sua fucilazione a La Higuera. Con quella profanazione firmò la sua sentenza di morte e, da allora, la fedele “Imilla” si propose una missione di alto rischio: giurò che avrebbe vendicato il Che Guevara.

Dopo avere raggiunto il suo obiettivo iniziò una battuta di caccia che attraversò paesi e mari e che solo trovò la sua fine quando Monica cadde nell’anno 1973, in un’imboscata che secondo alcune fonti fedeli gli tese il suo traditore “zio” Klaus Barbie.

Dopo la sua morte, Hans Erlt continuò a vivere ed a filmare documentari in Bolivia, dove morì all’età di 92 anni (anno 2000) nella sua tenuta ora convertita in museo grazie all’aiuto di alcuni istituzioni della Spagna e della Bolivia. Lì rimane sepolto, accompagnato dalla sua vecchia giacca militare tedesca, la sua fedele compagna degli ultimi anni. Il suo sepolcro rimane tra due pini e terra della sua Bavaria natale. Lui stesso si incaricò di prepararlo e sua figlia Heidi di rendere realtà il suo desiderio. Hans aveva espresso in un’intervista concessa all’agenzia Reuters:

“Non voglio ritornare al mio paese. Voglio, perfino da morto, rimanere in questo nuova mia terra”.

In un cimitero di La Paz, si dice riposino “simbolicamente” i resti di Monica Ertl. In realtà non sono mai stati consegnati a suo padre. I suoi appelli furono ignorati dalle autorità. Questi rimangono in qualche posto sconosciuto del paese boliviano. Giacciono in una fossa comune, senza una croce, senza un nome, senza una benedizione di suo padre.

Così fu la vita di questa donna che in un periodo, secondo la destra fascista di quegli anni, praticava “il comunismo” e per conseguenza “il terrorismo” in Europa. Per alcuni il suo nome rimane inciso nei giardini della memoria come guerrigliera, assassina o chissà terrorista, per altri come una donna coraggiosa, che ha compiuto una missione.

Secondo me, è una parte femminile di una rivoluzione che lottò per le utopie della sua epoca, e che alla luce dei nostri occhi c’obbliga a riflettere, un’altra volta su questa frase: “Non sottovaluti mai il valore di una donna.”

[Trad. dal castigliano per Cubadebate di Ida Garberi]

Roma 13mag2016: Resistenza e Rivoluzione al femminile

di ANAIC – Roma

La GENERALESSA DELLE FORZE ARMATE CUBANE sarà a Roma!
Per la prima volta in Italia, il generale delle Forze Armate Rivoluzionarie, Eroe della Repubblica di Cuba, DELSA ESTHER PUEBLA VILTRE – TETE’ ci parlerà della Rivoluzione cubana al femminile. Interverrà per l’occasione la staffetta partigiana LUCIANA ROMOLI. Interverrà l’Ambasciatrice di Cuba Alba Soto Pimentel.

Saranno intervistate dalla giornalista e scrittrice GERALDINA COLOTTI.
Introdurrà CATIA FUNARI del Circolo di Roma dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.

Il presidente Obama e la corsa per l’eredità imperiale

A drone designed and constructed by Concepcion University and the Chilean army is seen during a flight test at Concepcion citydi James Petras

29apr2016.- Introduzione: Il presidente Obama si sta sforzando di stabilire la sua eredità imperiale in tutta la Russia, l’Asia e l’America Latina. Negli ultimi due anni ha accelerato l’accumulazione del suo arsenale nucleare militare alle frontiere della Russia. Il Pentagono ha progettato un sistema ad alta tecnologia antimissile per minare le difese russe.

In America Latina, Obama ha lasciato cadere la sua superficiale pretesa di tollerare i regimi elettorali di centro-sinistra. Invece, si è unito con i rabbiosi autoritari neo-liberisti in Argentina; si è incontrato con i giudici e i politici che progettano il rovesciamento dell’attuale governo brasiliano; ha incoraggiato gli emergenti regimi di estrema di destra di Keiko Fujimori in Peru e del Presidente Santos in Colombia.

In Asia, Obama ha chiaramente intensificato un’escalation militare che minaccia i principali corsi d’acqua della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Obama ha incoraggiato gruppi separatisti aggressivi e violenti a Hong Kong, in Tibet, nel Xinjian e a Taiwan. Obama invita i miliardari di Pechino a trasferire un trilione di dollari in azioni verso le “lavatrici” del Nord America, dell’Europa e dell’Asia. Nel frattempo, egli ha attivamente bloccato in Cina la già da tempo pianificata ‘via della seta’ commerciale, attraverso il Myanmar e l’Asia occidentale.

In Medio Oriente, il presidente Obama si è alleato all’Arabia Saudita, mentre Riyadh intensificava la sua brutale guerra e l’embargo in Yemen. Ha indotto il Kenya e altri stati africani predatori ad attaccare la Somalia. Ha continuato a sostenere gli eserciti mercenari invasori della Siria, collaborando con il dittatore turco Erdogan, mentre le truppe turche bombardano i combattenti curdi, siriani e iracheni, che sono impegnati in prima linea contro il terrorismo islamista.

Il presidente Obama e i suoi tirapiedi hanno costantemente strisciato di fronte allo Stato ebraico e alla sua Quinta Colonna negli U.S.A., massicciamente aumentando il ‘tributo’ U.S.A. a Tel Aviv. Nel frattempo, Israele continua ad annettersi migliaia di acri di terra palestinese, uccidendo e arrestando migliaia di Palestinesi, dai bambini piccoli ai nonni anziani.

Il regime di Obama è disperato (nel cercare) di superare le conseguenze dei fallimenti politici, militari ed economici degli ultimi sei anni e di stabilire gli Stati Uniti come potenza economica e militare mondiale incontrastata.

In questa fase, l’obiettivo supremo di Obama è quello di lasciare un’eredità duratura, in base alla quale avrà: (1) circondato e indebolito la Russia e la Cina; (2) ri-convertito l’America Latina in un cortile posteriore di libero scambio autoritario, per il saccheggio da parte degli Stati Uniti; (3) trasformato il Medio Oriente e il Nord Africa in un’arena sanguinosa dove i dittatori arabi ed ebrei si possono dedicare alla brutalizzazione di intere nazioni e alla trasformazione di milioni in profughi pronti a inondare l’Europa e altri luoghi.

Una volta stabilito questo ‘patrimonio’, il nostro ‘storico Presidente nero’ può vantarsi di aver trascinato la nostra ‘grande nazione’ in più guerre per periodi di tempo più lunghi, che costeranno più vite umane e che creeranno più rifugiati disperati, di qualsiasi altro precedente Presidente degli Stati Uniti, nel mentre che polarizzava e impoveriva la gran massa dei lavoratori americani. Egli, infatti, sta predisponendo un’’asticella molto alta’ per l’imminente avvicendamento, la Signora Hillary Clinton dovrà saltarla e andare oltre.

Per esaminare la promessa dell’eredità di Obama e per evitare giudizi prematuri, sarà meglio ricordare brevemente i fallimenti dei suoi primi 6 anni e riflettere sulla sua attuale ispirata ricerca di un ‘posto nella storia’.

 

La paura, il disgusto e la sconfitta
Il salvataggio spudorato di Wall Street da parte di Obama,  ha contrastato nettamente i desideri e i sentimenti della stragrande maggioranza degli Americani che lo avevano eletto. Questo è stato un momento storico di grande paura e disgusto, in cui decine di milioni di Americani hanno chiesto al governo federale di colpire i criminali finanziari, di fermare la spirale verso il basso dei fallimenti e pignoramenti delle case delle famiglie e di recuperare l’economia del lavoro negli Stati Uniti. Dopo una breve luna di miele seguita alla sua ‘storica elezione’, lo ‘storico’ Presidente Obama ha voltato le spalle ai desideri del popolo e ha trasferito migliaia di miliardi di denaro pubblico al ‘salvataggio’ delle banche e dei centri finanziari di Wall Street.

Non contento di aver tradito i lavoratori americani e la classe media sotto assedio, Obama ha rinnegato le sue promesse di campagna di porre fine alla/e guerra/e in Medio Oriente, aumentando la presenza delle truppe degli Stati Uniti e ampliando la sua guerra con i droni-assassini contro l’Afghanistan, l’Iraq, lo Yemen, la Libia, la Somalia e la Siria.

Le truppe statunitensi hanno nuovamente invaso l’Afghanistan, hanno combattuto e si sono ritirate sconfitte. I Talebani sono avanzati. Gli Stati Uniti hanno ampliato la loro formazione dell’esercito iracheno fantoccio, che è crollato ai primi scontri con lo Stato Islamico. Washington si è ritirata di nuovo. Il cambio di regime in Libia, Egitto e Somalia ha creato stati predatori-mercenari senza alcuna parvenza di controllo e di comando da parte degli Stati Uniti.

Obama è diventato un maestro sia di sconfitte militari che di truffe finanziarie.

Nell’emisfero occidentale, un continente di governi latino-americani indipendenti era emerso a sfidare la supremazia degli Stati Uniti. Il ‘Presidente storico’ Obama è stato liquidato come un’oscura intaccatura dell’Impero degli Stati Uniti, che mancava di qualsiasi rapporto con i governi a sud del Canale di Panama. Mentre il commercio e gli investimenti fiorivano tra l’America Latina e l’Asia, Washington è rimasta indietro. Gli accordi regionali politici ed economici si sono ampliati, ma Obama è stato lasciato senza alleati.

I goffi tentativi di Obama per un ‘cambio di regime’ sostenuto dagli U.S.A. sono stati sconfitti in Venezuela e altrove. Solo il piccolo, corrotto narco-stato dell’Honduras è caduto nell’orbita di Obama, con il rovesciamento, progettato da  Hillary Clinton, del suo presidente eletto, populista e nazionalista.

La Cina e la Russia sono cresciute e hanno prosperato, in quanto che le materie prime conoscevano un boom, la ricchezza aumentava e la domanda dei prodotti cinesi esplodeva.

Per la fine del 2013, Obama non aveva alcuna eredità.

 

Il recupero: l’eredità perduta di Obama

Obama ha iniziato la strada per stabilire la sua ‘eredità’ con il colpo di stato finanziato dagli USA in Ucraina, guidato dalle prime milizie naziste bona fide dalla seconda guerra mondiale. Dopo aver celebrato il violento ‘cambio di regime’ contro il governo eletto dell’Ucraina, il nuovo regime oligarca-fantoccio di Obama e il suo esercito etno-nazionalista si sono rivelati un disastro, perdendo il controllo della regione industrializzata del Donbas a favore dei ribelli etnici russi e perdendo completamente la strategica Crimea, dal momento che la popolazione in maniera schiacciante ha votato per ri-unirsi alla Russia dopo 50 anni. Nel frattempo, l’oligarca-‘Presidente’ Poroshenko e i suoi compagni fantoccio hanno saccheggiato diversi miliardi di dollari di ‘aiuti’ da parte dell’Unione Europea … tutti alla ricerca dell’’eredità di Obama’.

Obama ha poi schiaffeggiato la Russia con sanzioni economiche devastanti, per il suo ruolo nel referendum della Crimea e per il suo sostegno ai milioni di russofoni del Donbas, e nel processo ha costretto l’Unione Europea a fare grandi sacrifici commerciali. Per avere un ruolo nella creazione di un vera e propria “eredità americana” per il sig. Obama, i Tedeschi, i Francesi e gli altri ventotto paesi hanno sacrificato miliardi di euro nel commercio e negli investimenti – alienandosi ampi settori della propria economia agricola e della produzione.

Il regime di Obama ha messo armi nucleari sul confine polacco con la Russia, puntate sul cuore del territorio russo. Estoni, Lituani e Lettoni si sono uniti alle esercitazioni militari di Obama, con posizionamento di navi degli Stati Uniti e aerei da attacco nel Mar Baltico, in modo da minacciare la sicurezza della Russia.

 

L’eredità di Obama in America Latina

Il regime di Obama ha intensificato i suoi sforzi per ristabilire la propria supremazia, con la fine dei regimi di centro-sinistra conseguente alle elezioni dalla fine del 2013 a oggi.

L’’eredità’ di Obama in America Latina si basa sul ritorno al potere delle élites neo-liberiste nella regione. Le loro elezioni riuscite sono state il risultato di diversi fattori, tra cui: (1) l’aumento del potere economico della destra in America Latina; (2) il decadimento e la corruzione del potere politico all’interno della sinistra; 3) l’incapacità della sinistra di sviluppare propri mezzi di comunicazione indipendenti, per sfidare il monopolio mediatico della destra; e (4) il fallimento dei regimi di centro-sinistra nel diversificare la loro economia e sviluppare la crescita, al di fuori dei limiti definiti dai settori capitalistici dominanti.

Il regime di Obama ha lavorato a stretto contatto con l’élite politico-economica, organizzando le campagne politiche e controllando le politiche economiche fondamentali, anche durante i governi di centro-sinistra. I regimi di sinistra avevano finanziato, agevolato e riconosciuto gli interessi economici della destra nelle industrie agro-minerarie, nel settore bancario e dei media, nonché in quello della produzione e delle importazioni.

Finché la domanda mondiale di materie prime è stata forte, i governi di centro-sinistra avevano un sacco di spazio per regolare la loro spesa sociale per i lavoratori, mentre accoglievano le istanze del business. Quando la domanda e i prezzi sono diminuiti, i deficit di bilancio hanno costretto il centro-sinistra a tagliare la spesa sociale per le masse, così come i sussidi per le élites del business. In risposta, il settore delle imprese ha organizzato un attacco su larga scala al governo – in difesa del potere delle élites. Il Centro-sinistra non è riuscito a contrastare il crescente potere e la posizione dei loro avversari appartenenti all’élite del business.

L’élite legata al mondo degli affari ha lanciato una guerra di propaganda su larga scala attraverso i suoi onnipervadenti mass-media – concentrandosi su scandali di corruzione reali o immaginari che gettavano discredito sui politici di centro-sinistra. La Sinistra non aveva propri efficaci mezzi di comunicazione per rispondere alle accuse della Destra, non essendo riuscito a democratizzare i monopoli delle corporations mediatiche.

I partiti di Centro-Sinistra hanno adottato la tecnica dell’élite di finanziare campagne politiche – vale a dire, attraverso tangenti, concessioni contrattuali, patrocinio di affari sotto banco con gli appaltatori miliardari, sia privati che statali. Il centro-Sinistra ha immaginato che poteva competere con la destra del libero mercato nel finanziare campagne e candidati attraverso i truffatori – e non attraverso la lotta di classe. Ma era un gioco che non avrebbero mai potuto padroneggiare.

La Destra, invece, ha mobilitato i propri alleati all’interno della polizia, delle istituzioni giudiziarie e pubbliche, per perseguire e squalificare il Centro-Sinistra, colpevole di aver commesso gli stessi crimini che la Destra aveva eluso.

Il Centro-Sinistra non ha mobilitato gli operai e gli impiegati per stabilire controlli anche minimi sopra l’élite e assumere un certo potere gestionale. Pensavano di poter competere con la Destra alle sue condizioni, attraverso gli affari sporchi e gli imbrogli.

Il Centro-Sinistra si è basato sul finanziamento della sua amministrazione e delle sue politiche con il boom delle merci, in contropartita della domanda di risorse naturali – trascurando la fondamentale instabilità e volatilità del mercato delle merci globale. Mentre la Destra ha condannato apertamente la ‘debolezza del Centro-Sinistra’ – in privato, ha perseguito politiche ancora più dipendenti dagli speculatori stranieri e dalle élites ristrette.

In Argentina, mentre l’economia declinava, la leadership della destra, guidata da Mauricio Marci, ha lanciato una campagna presidenziale di successo che ha coinvolto i mass media, le banche, gli elettori della classe media e le élites agro-minerarie. Subito dopo la presa del potere, il regime di Macri ha tagliato i servizi sociali per i lavoratori e la classe medio-bassa, facendo regredire le loro condizioni di vita e licenziando migliaia di dipendenti statali. Obama ha visto Macri come il tipico riscattatore della sua eredità  e ha visto l’Argentina come il nuovo centro di potere degli Stati Uniti in America Latina – con piani per ancora altri cambiamenti di regime in Brasile, Venezuela e in tutta la regione.

In Brasile, il Partito dei Lavoratori (PT) di Centro-Sinistra ha affrontato un attacco massiccio alla sua base di potere da parte dei partiti dell’estrema destra. Scandali di corruzione hanno scosso l’intero spettro della classe politica, ma il PT è stato più pesantemente implicato nella massiccia frode della grande compagnia petrolifera nazionale del Brasile, la Petrobras. I problemi del regime del PT si sono intensificati da quando il paese è entrato in recessione, con il calo della domanda per le sue esportazioni agro-miniere. I deficit fiscali crescenti hanno aggravati i problemi del regime. La Destra dura brasiliana ha mobilitato tutto il suo apparato di potere d’élite – i tribunali, i giudici, la polizia e i servizi segreti – nel tentativo di rovesciare il governo del PT e di imporre un regime neo-liberista autoritario che prendesse il controllo di tutte le attività finanziarie, commerciali e produttive.

Il Centro-Sinistra non era mai stato molto di sinistra, se pure lo era stato. Sotto i Presidenti Lula e Rousseff (2003-2016), le potenti élites  minerarie e agricole hanno fiorito; le imprese finanziarie, di investimento e multinazionali hanno prosperato. Il Centro-Sinistra ha fatto alcune concessioni paternalistiche alle classi di reddito più basso, e ha aumentato i salari per i lavoratori non qualificati  e agricoli. Ma il PT ha relegato il lavoro sullo sfondo, mentre ha firmato accordi commerciali e ha concesso agevolazioni fiscali al capitale. Non è riuscito a coinvolgere i lavoratori brasiliani nella lotta di classe.

La Destra non è mai stata impegnata in una lotta contro un vero e proprio governo di sinistra che facesse pressione sul mondo del business per cambiamenti strutturali. Nonostante tutto, essa ha cercato di eliminare anche le riforme più superficiali. Non si accontenta di niente meno che il controllo totale, il che significa: la privatizzazione della maggiore compagnia petrolifera nazionale, la riduzione dei salari, delle pensioni e dei sussidi per il trasporto e una svendita dei programmi sociali. Il colpo di stato della Destra brasiliana – un impeachment falso organizzato da truffatori accusati – è stato progettato per ri-concentrare notevolmente la ricchezza, e ristabilire il potere del business, mentre si sprofondano milioni nella povertà e reprimono i principali movimenti organizzati di massa. In Brasile, i media controllati dalle élites agiscono come giudici, giuria e carcerieri – contro un regime di centro-sinistra, che non aveva mai preso il controllo delle principali istituzioni del potere d’élite.

Obama e l’asse della sua eredità

I destrorsi politici si uniscono alla polizia per controllare le folle e conquistare il potere e ristabilire profondi legami tra Brasile, Washington e l’Argentina. Poi si lanceranno alla riconquista neo-liberista di tutta l’America Latina. Contro questa nuova ondata, si deve capire che l’eredità latino-americana di Obama è troppo recente, troppo frettolosa e troppo sconnessa – la nuova Destra presenta le stesse caratteristiche o anche peggiori della sinistra recentemente scomparsa.

Macri in Argentina prende in prestito $ 15 miliardi all’8% di interesse, quando l’economia sta crollando, l’occupazione è al collasso, le esportazioni e la domanda in tutto il mondo sono in declino. Allo stesso tempo, il gabinetto del Presidente Mauricio Macri è colpito da grandi scandali finanziari ‘à la Panama Papers’. L’intero blocco partiti politici-sindacati-classe operaia e salariata è profondamente disincantato con la regola di minoranza di Macri.

L’Argentina potrebbe non rivelarsi la duratura eredità latina di Obama: mentre Macri può aprire la porta a una breve presa del potere da parte di Washington, i risultati saranno catastrofici e il futuro, data la storia recente dell’Argentina di rivolte popolari di strada, è incerto.

Allo stesso modo, in Brasile, l’impeachment/colpo di stato si tradurrà in nuove e più numerose indagini con processi di politici post-impeachment e una profonda crisi economica. Il vicepresidente del Brasile, che si è rivolto contro la Rouseff, deve ora affrontare accuse di corruzione, così come i suoi sostenitori. Il confronto prolungato preclude qualsiasi continuità di fondo. La politica del regime di destra di affossare i salari, le pensioni e i ‘panieri’ di povertà porterà a scontri su larga scala con la popolazione polarizzata. L’’eredità’ di Obama sarà un breve episodio – che celebrerà la cacciata del Presidente del Partito dei Lavoratori, seguita da un lungo periodo di instabilità e disordine.

I regimi di destra in Venezuela, Colombia e Perù faranno parte dell’’eredità’ di Obama, ma con quale prospettiva duratura?

Il Congresso di destra venezuelano- soprannominato MUD – cerca di rovesciare il presidente eletto. Esige il rilascio dal carcere di diversi assassini di destra, la privatizzazione del settore petrolifero e un taglio profondo dei programmi sociali (sanità e istruzione). Essi vorrebbero ridurre i salari dei dipendenti ed eliminare i sussidi alimentari. La MUD non ha un piano competente o la capacità di far crescere l’economia del petrolio e superare le croniche carenze di cibo. La MUD vorrebbe semplicemente sostituire l’’economia assistita della sinistra con massicci aumenti del prezzo dei generi di prima necessità – riducendo il consumo interno a una frazione del suo livello attuale. In altre parole, l’offensiva della destra può sconfiggere la sinistra chavista, ma non stabilizzerà il Venezuela né svilupperà una valida alternativa neo-liberista. Ogni nuovo regime di destra si deteriorerà rapidamente e il problema cronico della violenza criminale supererà i livelli attuali. L’alleanza tra Washington e l’estrema destra del Venezuela difficilmente sosterrà la pretesa di Obama a un’eredità storica. Più probabilmente, costituirà un altro esempio di stato di destra fallito, incapace di sostituire un regime indebolito di sinistra.

Circostanze simili si possono trovare tra gli altri regimi di destra ‘emergenti’.

In Colombia, l’attuale Presidente di destra Santos parla con i guerriglieri delle FARC, ma ospita anche gli squadroni paramilitari della morte. I suoi discorsi di accordi di pace e di riforma sociale sono legati alla destra genocida, guidata dall’ex-Presidente Uribe. Nel frattempo, l’economia ristagna, con i prezzi del petrolio e dei metalli al collasso sul mercato mondiale. Gli standards di vita colombiani si sono abbassati e la promessa di una rinascita della destra si fa sempre più vaga. L’alleanza Stati Uniti-Colombia potrebbe minare le FARC, ma la destra non offre alcuna prospettiva per modernizzare l’economia e stabilizzare la società.

Allo stesso modo, in Perù, la destra vince voti e abbraccia il libero mercato, ma la crescita diminuisce, gli investimenti e i profitti prosciugano e il disincanto di massa cresce tra i poveri, che prospettano conflitti di strada.

L’’eredità’ di Obama in America Latina ha conseguito una serie di vittorie brutali, che non hanno la capacità di re-imporre uno stabile ‘nuovo ordine’, basato sui liberi mercati e su libere elezioni. La prima ondata di investimenti favorevoli e di concessioni lucrative non riuscirà a rilanciare e ricalibrare una nuova dinamica di crescita.

Più minacciosamente, Obama ha contatto sugli assassinii di massa per sostituire un presidente della sinistra nazionalista eletto in Honduras e ha imposto un regime di terrore contro la popolazione povera e indigena. Nel frattempo, illeciti sussidi sottobanco ricompensano gli speculatori in Argentina.

L’eredità di Obama in America Latina riflette un intero spettro, dagli illeciti colpi di stato di destra per cacciare i governi eletti in Brasile e Venezuela, ai presidenti autoritari eletti in Perù e Colombia con i loro legami storici con gli squadroni della morte e i conti all’estero di svariati milioni di dollari.

L’’eredità latino-americana’ contemporanea di Obama puzza di grossolana manipolazione elettorale, che prepara il terreno a sanguinose guerre di classe.

 

L’eredità di Obama in Ucraina, Yemen e Siria

Il regime di Obama pensava di poter gestire i conflitti diffusi, le rivolte e le guerre per far avanzare la sua supremazia globale.

A tal fine, Obama ha speso miliardi di dollari in armi e propaganda, per armare le truppe paramilitari neo-naziste allo scopo di prendere il potere in Ucraina. Una grottesca, brutale banda di oligarchi (e disonorati latitanti stranieri – come il leader georgiano spodestato, Mikhail Saakashvili) ha servito Washington nel regime fantoccio di Kiev. Critici, giornalisti, giuristi e cittadini vengono assassinati. L’economia è crollata; i prezzi salgono alle stelle; il reddito è diminuito della metà; la disoccupazione è triplicata e milioni hanno cercato rifugio all’estero. Le guerre hanno infuriato tra gli eserciti etnici di cittadini russi nel Donbas e il regime fantoccio di Kiev. Il popolo di Crimea ha votato per ricongiungersi alla Russia. Nel frattempo, le sanzioni economiche contro il commercio con la Russia hanno esacerbato le carenze per il popolo ucraino.

Sotto la guida di Obama, l’Ucraina è diventata un caso … disperato a livello mondiale: tanto basti per la sua eredità europea. Egli può a ragione rivendicare il merito per l’imposizione di un regime completamente retrogrado di klepto-capitalismo senza nessun aspetto positivo.

Obama ha abbracciato la guerra dell’Arabia Saudita contro lo Yemen – distruggendo la vita e le città della nazione più povera del Medio Oriente. L’’eredità’ di Obama in Yemen significa la cancellazione sistematica di un popolo sovrano: Obama esegue i suoi trucchi per i miliardari despoti sauditi, mentre devasta gli innocenti. Sia agli Israeliani in Palestina o ai Sauditi nello Yemen, Obama rende omaggio ai criminali responsabili di milioni di vite spezzate.

Che dire dell’eredità di Obama in Siria e in Libia? Quanti milioni di Africani e Arabi sono stati uccisi o fuggiti su barche derelitte in miseria. Solo la più putrida banda di corrotti esperti mediatici nei media statunitensi può pretendere che questo Presidente gangster dovrebbe eludere un tribunale per crimini di guerra.

 

Conclusione

Il regime di Obama ha perseguito guerre di distruzione incessante. Ha stretto partnerships con i terroristi e gli squadroni della morte, cercando vittorie imperiali a breve termine, che terminano in tristi fallimenti.

L’eredità imperiale di questo presidente ‘storico’ è un miraggio di rapina, miseria e distruzione. L’effetto delle sue menzogne politiche è appena cominciato a essere registrato qui tra il pubblico americano: chi si fida del Congresso degli Stati Uniti e del Presidente? E in Europa, chi si fida dei partners europei di Obama, i quali insistentemente premevano per le guerre in Medio Oriente e in Nord-Africa e ora provano paura e disgusto per i milioni di loro vittime – profughi in fuga verso le città d’Europa, con i cadaveri annegati delle comunità sradicate a rovinare la loro spiagge?

Obama ha premuto per le guerre e gli Europei ricevono le vittime – con paura e raccapriccio.

Le vittorie di Obama sono temporanee, rovinate e invertite.

Obama ha bombardato l’Afghanistan ieri e oggi ne fugge la rinnovata resistenza.

Gli alleati di Obama stanno di nuovo saccheggiando l’America Latina, ma devono affrontare la loro cacciata imminente a opera delle rivolte popolari.

Obama ha terrorizzato e frammentato la Siria ieri, ma ha perso le elezioni il giorno dopo.

Obama minaccia l’economia cinese, mentre acquista con entusiasmo i prodotti della Cina.

L’eredità di Obama è iniziata come un’offensiva militare ed economica fallita, accompagnata da una profonda crisi sociale. Durante il suo ultimo anno in carica, Obama cerca di stringere alleanze con la feccia della destra dura, per salvare la sua eredità. Il suo breve anticipo in questo sordido mondo di neo-liberisti, neo-nazisti e despoti sauditi è un preludio a più ritirate e al caos.

La celebrazione pubblica di Obama della svolta a destra in Asia, America Latina, Europa e Medio Oriente applaude l’allineamento più retrogrado di forze dei tempi moderni: Sauditi e Israeliani; generali egiziani e jihadisti libici; neo-ottomani turchi con oligarchi-gangster ucraini. I cambi di regime in Argentina e in Brasile incoraggiano Obama a rivendicare la sua eredità imperiale.

Il suo ‘momento’ di verità imperiale è breve, troppo breve. Ovunque, si assiste alla rapida ascesa di successo imperiale, seguita da una serie di sconfitte.

In tutta l’America Latina, profittatori capitalisti si immergono in selvagge avventure finanziarie, fatte di furto e di caos. In Medio Oriente, gli Stati Uniti svettano sui fatiscenti palazzi di un regime saudita moribondo. I progressi imperiali tanto proclamati sono basati sul grande saccheggio ovunque, dall’Egitto e dalla Turchia all’ Ucraina.

In parole povere: la formula degli Stati Uniti per un lascito di successo sta fallendo nel momento preciso che pretende il successo! Obama e la Destra hanno creato un mondo di caos e di disintegrazione. Obama e le sue legioni, gli Stati Uniti e l’Europa non hanno futuro in pace o in guerra, con elezioni o sconfitte.

Non vi è alcuna eredità imperiale per lo ‘storico’ Presidente Obama!

 

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La Marcia del “Reggimento Immortale”

xassdi Enrico Vigna, CIVG

9mag2016.- Oltre 700.000 moscoviti hanno partecipato alla Marcia del “Reggimento Immortale” (Bessmertnyj Polk), sfilando per le vie del centro con le fotografie dei propri cari che hanno difeso la patria durante la Grande Guerra Patriottica. Presente al corteo, anche il Presidente Putin con l’immagine del padre.

La manifestazione, organizzata per la prima volta a Tomsk nel 2012, è giunta alla quinta edizione, riscuotendo un successo enorme. Come dichiarato dal Presidente Putin, rappresenta la riaffermazione delle profonde radici dell’antifascismo nel popolo russo. Oggi coinvolge oltre 700 città russe e oltre 12 milioni di persone. A San Pietroburgo erano oltre 500.000.  

A mezzogiorno, subito dopo la Parata della Vittoria, la gente ha iniziato a radunarsi nel centro di Mosca per il “Bessmertnyj polk”, il Reggimento Immortale: la sfilata della popolazione civile che vuole ricordare i parenti e gli amici che hanno partecipato alla Grande Guerra Patriottica, che si snoda per diversi chilometri dalla via Tverskaja sino alla Piazza Rossa.    

La gente sfila con palloncini e bandiere, con mazzi di garofani rossi da regalare ai veterani, con il cappello color verde militare in testa e col nastro arancione e nero di San Giorgio attaccato al petto.

Ma il principale segno che contraddistingue i partecipanti della sfilata sono le vecchie foto portate da casa, che ritraggono coloro che hanno preso parte in prima persona alla difesa della patria dal 1941 al 1945. Durante la lunga marcia la gente sfila lentamente e ordinatamente, vengono cantate le canzoni della tradizione sovietica e russa. La folla è composta da genitori con figli piccoli, ragazzi con gruppi di amici, anziani che ricordano gli anni della guerra, preti, veterani, volontari che distribuiscono acqua. La polizia orienta la folla, in un’atmosfera di totale tranquillità.

Nei partecipanti traspare un marcato sentimento di orgoglio, soprattutto per i propri padri, nonni, bisnonni. I veterani ancora in vita sono i veri protagonisti della sfilata, oltre a coloro il cui volto è stampato sulle foto in bianco e nero, incorniciate o incollate anche su vecchie scatole da scarpe; ed essi rivivono con gli occhi dei figli e dei nipoti il ricordo della grande Vittoria.

Una volta arrivata in prossimità del Museo di Storia, la folla si è poi divisa ai due lati, per poi riunirsi sulla Piazza Rossa e formando un unico serpentone.

Qui, sotto le mura rosse del Cremlino, erano allestite tre grandi tribune: in questa occasione non ci sono stati posti riservati ai politici, ad alti gradi militari, a personalità pubbliche. Solo moscoviti comuni, di ogni età, che magari hanno tra i parenti un veterano, e che sono venuti a salutare la folla del “Reggimento Immortale” che sfila. La tribuna centrale è esclusivamente riservata ai veterani veri e propri: qualcuno è arrivato con i vestiti di tutti i giorni, altri sono orgogliosamente in divisa; qualcuno saluta gioiosamente la folla, altri sembrano pregare in silenzio. Ci sono anche molte donne tra loro, e tutti hanno in mano interi mazzi di fiori, regalati dai partecipanti della manifestazione, che si avvicinano e li ringraziano personalmente. “Spasibo dedu za pobedu”, “Grazie, nonno, per la Vittoria”. Il corteo è sfilato dalle tre fino alle sei del pomeriggio.

Sotto: anche il Presidente russo Vladimir Putin ha partecipato al “Bessmertnyj polk”, organizzato nel centro di Mosca. Il capo del Cremlino ha sfilato reggendo il ritratto di suo padre, veterano della Grande Guerra Patriottica.

Il capo dello Stato russo, portando un ritratto di suo padre, veterano di guerra, si è unito ai partecipanti della marcia. Ha attraversato la Piazza Rossa alla testa del corteo, camminando fianco a fianco con i cittadini comuni. Putin ha detto che “in fondo lui era sempre stato lì con loro e si sente un membro del reggimento” e che ha deciso di unirsi alla marcia spontaneamente. “Ho deciso all’ultimo momento, non avevo deciso in anticipo, ho scelto una foto di mio padre, che avevo vicino al momento. Non era previsto nel mio programma. E io vorrei che questo succedesse nel cuore di ogni persona e di tutto il popolo, era zabyurokracheno “, ha dichiarato il Presidente. “Il valore di questa iniziativa è che non è nata negli uffici, in strutture amministrative, essa è nei cuori della nostra gente, del nostro popolo. Questa è la dimostrazione del rispetto con cui trattiamo le generazioni che hanno protetto il nostro paese. Questo è il popolo che è diventato il Reggimento immortale. Se questo movimento crescerà e diventerà una tradizione, lo sosterremo con tutti i mezzi a nostra disposizione.” ha concluso il Presidente russo.

9 Maggio: ricordando i partigiani sovietici caduti in Italia

Fianco a fianco. Il 9 Maggio ricordando i partigiani sovietici caduti in Italia per la liberazione dal nazifascismoa cura di Giacomo Marchetti e Maurizio Vezzosi – lantidiplomatico.it

Furono circa cinquemila i cittadini dell’ex-Unione Sovietica che combatterono al fianco dei partigiani in territorio italiano: di questi oltre quattrocento sacrificarono la propria vita per la Liberazione del nostro paese.
 

Catturati durante l’Operazione Barbarossa, con cui la Germania nazista, l’Italia fascista e i loro alleati aggredirono l’URSS nel 1941, si ritrovarono in Italia con differenti ruoli: come prigionieri, come ausiliari, o come lavoratori dell’apparato bellico del Reich in territorio italiano. Molti di loro riuscirono a fuggire, spesso in maniera rocambolesca, andando ad ingrossare le fila della Resistenza sin dal suo nascere.
Il loro contributo, vista l’esperienza militare acquisita nell’Armata Rossa, e il loro sprezzo del pericolo, fu preziosissimo per l’attività partigiana. Alla luce degli altri partigiani essi incarnavano la prova vivente della possibilità di sconfiggere il nazismo anche in condizioni disperate, come aveva dimostrato la vittoriosa battaglia di Stalingrado.
Nonostante la valenza di questa pagina della nostra storia ed il ricordo conservato nelle zone che ne furono interessate, in un clima di revisionismo sempre più cupo quest’aspetto della Resistenza è stato col tempo rimosso, ed il venire meno dei testimoni diretti di quei fatti, ossia gli italiani che combatterono al fianco dei sovietici, ha contribuito ad indebolirne la presenza tra le maglie della memoria sociale.
Considerando inoltre l’ostilità nei confronti della Federazione Russa e la stigmatizzazione negativa, spesso caricaturale, che ne fa l’Occidente,  si comprende di non poter correre il rischio di consegnare all’oblio una pietra miliare della storia condivisa  dal popolo italiano e dai popoli che di quella che fu l’Unione Sovietica.

 

Anche quest’anno in occasione del 9 Maggio, l’anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo, l’associazione Russkij Mir di Torino ha celebrato la memoria dei partigiani sovietici sepolti nel Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale cittadino.
Abbiamo approfittato di questa occasione per intervistare Anna Roberti, storica animatrice dell’associazione Russkij Mir di Torino ed il nipote di Michail Molčanov,  – un partigiano siberiano che combatté in Valle d’Aosta –  quest’anno presente alle celebrazioni torinesi. Michail Molčanov fece parte della 3ª Brigata Lys, appartenente alla 2ª Divisione Matteotti Valle d’Aosta, la prima banda partigiana attiva nella bassa Valle d’Aosta – Valle del Lys, nota anche come Valle di Gressoney -.
Riportiamo in corsivo le domande che abbiamo sottoposto ad entrambi, indicando prima delle loro risposte le rispettive iniziali – A.R. e S.M. -.

 

Insieme a Marcello Varaldi lei è autrice del documentario “Ruka ob ruku. Fianco a fianco”, documentario che tratta il tema dei partigiani sovietici attivi in Piemonte.

Può darne un sintetico inquadramento?

 

A.R.: Mauro Galleni, il primo che negli anni Sessanta scrisse della partecipazione dei soldati dell’Armata Rossa alla Resistenza italiana, valutò che in Piemonte essi furono più di settecento ma, ad oggi, un censimento completo non è stato ancora fatto.

Erano dislocati soprattutto nella provincia di Torino – in particolare in Valsusa – , in quelle di Novara e Cuneo, ma anche nell’astigiano, nell’alessandrino e nelle Langhe. Parteciparono alle più importanti azioni, come la battaglia di Gravellona, la difesa della Repubblica dell’Ossola e l’incursione all’Aeronautica di Torino-Collegno dell’agosto 1944 per l’approvvigionamento di armi.

Almeno 60 caddero in combattimento e si distinsero in atti eroici, alcuni furono decorati, come Fedor Poletaev e Pore Mosulišvili, insigniti dallo Stato italiano della Medaglia d’Oro al Valor militare.

Il 25 Aprile 1945 i primi soldati ad entrare nelle città italiane del Nord liberate non furono gli americani, ma i sovietici insieme ai loro compagni.

 

Con Mario Garofalo ha realizzato il documentario “Nicola Grosa. Moderno Antigone” premio “Memoria storica” al Valsusa Film Festival.

A Grosa ha dedicato anche la sua successiva ricerca: “Dal recupero dei corpi al recupero della memoria. Nicola Grosa e i partigiani sovietici nel Sacrario della Resistenza di Torino”. Perchè?

 

A.R.: Nicola Grosa, nato nel 1904 in una famiglia torinese operaia e socialista, era entrato nel Partito Comunista subito dopo la sua fondazione; nel 1922 comandava la I Centuria degli “Arditi del popolo” torinesi e scontò alcuni mesi di reclusione per uno scontro con delle squadre fasciste.

Conosciuto come “Comandante Nicola”, durante la Resistenza divenne uno dei principali promotori della lotta partigiana: fu commissario politico della 46ª  Brigata Garibaldi, successivamente della II Divisione d’Assalto Garibaldi. Nel marzo 1945 fu nominato vice-commissario della III zona (valli di Lanzo e Canavese).

Dopo la Liberazione, per ben quindici anni Grosa fu organizzatore e presidente dell’A.N.P.I. provinciale torinese e responsabile della “Sezione Partigiani” presso l’Ufficio assistenza post-bellica della Prefettura di Torino. Fu altresì consigliere comunale comunista di Torino dal 1951 al 1970, quando dovette ritirarsi per motivi di salute.

L’impresa che gli procurò maggiore fama e riconoscenza fu quella che, per anni e anni, lo vide dedicarsi fisicamente al recupero delle salme dei partigiani (italiani e stranieri) sparsi in piccoli camposanti, in montagna, in pianura, sulle colline, ovunque si fosse combattuto, affinché fossero tumulati nel Campo della Gloria e poi nel nuovo Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino.

Si ritiene che in tutto le salme da lui recuperate siano circa novecento.

Per quanto riguarda gli stranieri, dai dati in nostro possesso risultano disseppelliti da Grosa e collocati nel Sacrario della Resistenza un inglese, un tedesco, un austriaco, due francesi, due polacchi, due cecoslovacchi, una decina di jugoslavi e una trentina di sovietici, di cui alcuni conosciuti col solo nome di battaglia. Sono inoltre una sessantina i partigiani completamente ignoti che Grosa disseppellì da varie località del Piemonte e non è escluso che anche alcuni di questi resti appartengano a dei sovietici.

Per quest’opera gli fu conferita nel 1964 la “Stella d’oro garibaldina” e anche un’onorificenza da parte del Governo sovietico.

Nicola Grosa morì nel 1978, provato dai lunghi anni trascorsi a raccogliere, a mani nude, i resti di centinaia di compagni partigiani.

 

L’associazione Russkij Mir, a Torino, oltre a promuovere dal 2005 la celebrazione del 9 Maggio, come sviluppa la propria attività di ricerca e di ricostruzione storica?

 

A.R.: L’associazione Russkij Mir di Torino, che ho diretto per 20 anni e di cui ora sono Presidente onorario, fu fondata nel 1946 come Italia-URSS, Associazione italiana per i rapporti culturali con l’Unione Sovietica; si occupa di diffondere la lingua e la cultura russa, delle repubbliche ex-sovietiche e dei paesi dell’Est europeo.

Da alcuni anni porta avanti un importante lavoro di “memoria storica” incentrato sul contributo russo-sovietico alla sconfitta del nazifascismo.

Nel 2003, sessantesimo anniversario della Battaglia di Stalingrado, ha partecipato al Concorso internazionale indetto dalla radio Golos Rossii (La voce della Russia) e dalla città di Volgograd-Stalingrado, vincendo il premio speciale della giuria per i contributi scritti dai suoi soci.

Nel 2004, alla vigilia delle celebrazioni del 60° anniversario della vittoria sul nazifascismo, sentendo nominare quasi esclusivamente lo sbarco in Normandia e il ruolo degli alleati anglo-americani, Russkij Mir ha deciso di impegnarsi in un ambizioso progetto che ricordasse, soprattutto ai giovani, i 30 milioni di morti da parte sovietica e il fatto che per tre anni, dal Giugno 1941 – invasione nazista dell’URSS – al Giugno 1944 – sbarco degli anglo-americani in Normandia -, il fronte orientale fu l’unico a sostenere l’impatto delle forze armate naziste e a tenerle impegnate, contrattaccandole in maniera decisiva nell’estate del 1943.

Altri fatti stavano cadendo nell’oblìo ma era necessario che fossero ricordati:  come il notevole contributo dato dai partigiani sovietici alla lotta di Liberazione in Italia,  così come che fu l’Armata Rossa ad “aprire i cancelli” del lager di Auschwitz,

Tra l’Aprile ed il Maggio 2005, quindi, Russkij Mir ha proposto un complesso programma di iniziative sotto il nome di “Pabièda!/Vittoria!”, con la collaborazione di importanti enti e istituzioni italiane e russe.

Dal 2008 Russkij Mir, in collaborazione con il Museo Diffuso di Torino, ha partecipato al “Giorno della Memoria” presentando filmati storici originali dalle serie di documentari “La Grande Guerra Patriottica” di Roman Karmen, in lingua originale con traduzione simultanea.

 

Sergej Molčanov, qual’è secondo lei il significato che assume attualmente il 9 Maggio per la popolazione della Federazione Russa, e in che modo vengono ricordati i cittadini dell’allora Unione Sovietica che combatterono nella Resistenza in Europa?

 

S.M.: Il 9 Maggio è una festa di tutto il popolo: quasi in ogni famiglia c’è stato un caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, e per questo non verrà mai meno il loro ricordo, così come questa celebrazione. Il 9 Maggio, oltre alla parata militare, in Russia si svolge la sfilata del cosiddetto “Reggimento Immortale”: tutti i parenti dei caduti sfilano in piazza con la fotografia del loro caro morto durante la guerra.

 

La vicenda di suo nonno è oltremodo significativa. Fatto prigioniero vicino a Mosca, trasferito successivamente in Italia riuscì a fuggire e ad entrare tra le fila delle brigate partigiane. Tornato in Patria dovette passare anche per i“campi di filtraggio” dove veniva verificata l’attività svolta dai cittadini sovietici che erano stati fatti prigionieri. Qual è attualmente il livello di conoscenza di queste vicende nella Russia attuale?

 

S.M.: Negli ultimi tempi i documenti del KGB che riguardano la storia di quel periodo vengono dissecretati e perciò storie analoghe a quella di mio nonno vengono conosciute e trovano riflesso in pubblicazioni, libri, film, articoli eccetera grazie al lavoro di giornalisti ed opinionisti.

 

Lei come percepisce il fenomeno del neofascismo in alcune zone dell’ex-Unione Sovietica come gli stati baltici e l’Ucraina?

 

S.M.: Ne sono colpito molto sfavorevolmente. Il ritorno del fascismo è un colpo inferto ai più profondi valori umani.

*
Per approfondire il tema rimandiamo alle pubblicazioni cartacee – e non – a cui si fa riferimento nell’articolo oltre ad alcuni lavori – ed alle loro bibliografie –  che segnaliamo di seguito.
Il libro che per primo ha trattato sistematicamente l’argomento è I partigiani sovietici nella resistenza italiana di Mauro Galleni, edito nel 1967 dagli Editori Riuniti.
Per un inquadramento generale del fenomeno rimandiamo al libro di Marina Rossi: Soldati dell’Armata Rossa al confine orientale 1941-1945. Con il diario inedito di Grigorij Žiljaev, edito nel 2014 da Leg edizioni, ed in particolare al primo capitolo Partigiani sovietici nelle file della resistenza italiana (1943-1945): uno sguardo di sintesi.
Segnaliamo il libro di Michail Talalay, Dal Caucaso agli Appennini. Gli azerbaigiani nella Resistenza italiana, edito nel 2013 da Sandro Teti Editore e I partigiani sovietici della VI zona ligure, edito nel 1975 per conto dell’Associazione italiana per i rapporti culturali con l’Unione Sovietica.

Rimandiamo infine alla recente intervista di Maurizio Vezzosi all’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia Sergej Razov pubblicata da L’Antidiplomatico ed al documentario sul partigiano Vladimir Pereladov  “Bello Ciao” realizzato da Valeria Lovkova.

Lecce 15mag2016: “Cuba. Geografia del desiderio”

di CSOA Terra Rossa

Se volessimo scegliere una cosa tra le tante che Cuba e la sua gente ci hanno insegnato è che RESISTERE è una pratica quotidiana da portare avanti con coraggio e determinazione, contro i disequilibri e le ingiustizie, contro lo sfruttamento e la logica becera del profitto, per un mondo di uguaglianza e pari dignità. Una piccola isola ha saputo RESISTERE davanti al gigante per decenni, e continua a farlo oggi con orgoglio e tenacia immutati.
Noi del TERRA ROSSA oggi RESISTIAMO, forti e uniti, contro le decisioni grette di chi ci vuole ammutolire, annientare. Ma chi crede in un’idea non muore, anzi torneremo in centinaia!

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