Esercito e popolo, difesa pacifica ma “integrale”

di Geraldina Colotti – il manifesto

21mag2016.- I manifestanti avanzano, un muro di scudi in plexiglas li controlla, ma le forze dell’ordine non reagiscono. Qualcuno scavalca gli scudi appoggiandosi sulle spalle dei militari, scarta di lato, viene allontanato. In Venezuela, l’opposizione cerca di raggiungere il centro di Caracas e la sede del Consejo Nacional Electoral (Cne). Il Cne sta esaminando le firme che dovrebbero mettere in moto la prima fase del referendum revocatorio (possibile a metà mandato per tutte le cariche politiche elette), per deporre il presidente Nicolas Maduro. L’opposizione preme per accelerare i tempi e accusa il Cne di parzialità. Per evitare devastazioni, il Comune non ha autorizzato il percorso richiesto e la Mesa de la Unidad Democratica (Mud) ha deciso di sfilare nei quartieri agiati della capitale, suoi bastioni.

Nei pressi di un ponte, la scena cambia. Un gruppetto mascherato, armato di spranghe e bastoni, ha isolato due giovani agenti, e attacca: la poliziotta perde l’equilibrio, cade, il gruppo colpisce e colpisce, prima che alcune persone intervengano. Un cronista filma la scena e la posta sulle reti sociali. Così le componenti oltranziste dell’opposizione venezuelana contano di rimettere in moto le violenze di piazza che, nel 2014, hanno provocato 43 morti (in maggioranza fra le forze dell’ordine, uccisi con colpi di arma da fuoco) e oltre 850 feriti. Intanto, le destre in colletto bianco moltiplicano le interviste sui grandi media Usa ed europei e chiedono l’intervento della “comunità internazionale”. L’ex candidato delle destre Henrique Capriles, battuto prima da Chavez e poi da Maduro, parla di un possibile “colpo di stato interno” e invita le Forze armate a scegliere “tra la costituzione e Maduro”, modulando al nuovo contesto il copione giocato nel 2013, quando il suo appello a “sfogare la rabbia” provocò 11 morti chavisti e milioni di danni alle strutture pubbliche, e poi nel 2014, quando – durante la campagna “la salida”, lanciata dalle destre più estreme (Lopez, Machado, Ledezma) – ha mantenuto il classico piede in due scarpe.

In una conferenza internazionale interattiva, durante la quale sono intervenuti ospiti dalle ambasciate accreditate in tutto il mondo, Maduro ha denunciato l’attacco concentrico che soffre il suo governo e il ruolo dei grandi media, che diffondono un “format” adatto a preparare aggressioni militari come in Libia. Per due volte – ha detto – aerei di ricognizione bellica provenienti dagli Usa hanno violato lo spazio di difesa venezuelano.

In questi giorni, si stanno svolgendo operazioni militari di “difesa preventiva e integrale”, che coinvolgono sia le Forze armate che le organizzazioni popolari. Presenti numerosi aggregati militari di altri paesi, anche europei. Il generale Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa, ha spiegato il carattere delle operazioni e lo spirito che anima l’”unione civico-militare”, ossatura dello stato bolivariano: “Una simbiosi perfetta tra lotta armata e non armata per la difesa integrale delle conquiste sociali garantite dalla nostra Costituzione. Una dottrina pacifica del popolo organizzato.” Ieri, in tutto il paese si è svolta una giornata dimostrativa “di prevenzione delle imboscate”. Insieme ai militari, anche le milizie popolari, sorta di servizio volontario dei cittadini che si dispiegano in tutti i settori sociali e che agiscono come funzione di complemento alle Forze armate. In campo anche i Consigli comunali, le milizie operaie “delle imprese socialiste integrate” e i comitati che animano la vita e l’organizzazione delle Comunas. “Siamo qui per dire alla destra che non arretreremo di un centimetro nella difesa delle conquiste sociali realizzate in questi anni, e che il popolo è preparato psicologicamente, socialmente e militarmente”, dice una leader comunitaria. Dal Tachira, stato di confine e zona di infiltrazione del paramilitarismo colombiano, un’altra chavista, esponente dei comitati per la difesa della Mision Vivienda (case popolari), spiega: “ Questa è un’attività di prevenzione di qualunque attività controrivoluzionaria. In questi otto anni di esistenza della milizia popolare abbiamo imparato a svolgere azione di intelligence comunale, di vigilanza alle centrali elettriche e agli stabilimenti commerciali. L’unione civico-militare è una dottrina pacifica del popolo organizzato. Prima della difesa con le armi, viene quella del convincimento e delle idee. Non è tempo di tradimento, ma di lealtà”.

E intanto, non si placa la polemica tra Maduro e il capo dell’Osa, Luis Almagro, che vuole sanzionare il Venezuela. E martedì alle 16,30 a Roma, la Rete Caracas ChiAma organizza una manifestazione di sostegno alla rivoluzione bolivariana (Viale Parioli, angolo via Secchi).

Il Venezuela non sarà il nuovo Iraq

Il Venezuela non sarà il nuovo Iraqdi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it


Altro che referendum revocatorio nei confronti del presidente  Nicolas Maduro. Consapevole delle crescenti difficoltà che comporta una scelta del genere, dettagliatamente regolamentata dalla
Costituzione bolivariana (art. 72), che pone precisi requisiti in termini di firme da raccogliere e di voti da esprimere, evidentemente fuori dalla portata della destra di opposizione, i leader di quest’ultima stanno rivolgendo chiari appelli agli Stati Uniti affinché intervengano militarmente contro il governo chavista. Il “la” al vergognoso coro di invocazioni della guerra l’ha dato un professionista dei crimini contro l’umanità come l’ex presidente colombiano Uribe.

D’altronde bisogna capirlo, il raggiungimento dell’agognato accordo di pace fra governo colombiano e Farc lo metterebbe fuori gioco, con la prospettiva di finire addirittura di fronte alla Corte penale internazionale per i suoi molteplici misfatti. Quindi tanto vale tentare di buttarla in caciara dando fuoco a tutta l’area. Sulla scia di cotanto campione della pace e della democrazia si sono succedute le querule richieste di aiuto di vari esponenti della destra venezuelana.

Gli Stati Uniti del resto, pur consapevoli delle difficoltà e dei rischi di un intervento militare, non si lasceranno certo scappare tanto facilmente un’occasione d’oro di rimettere le zampe su uno dei principali giacimenti petroliferi del mondo. In tale ottica vanno lette scelte apparentemente incomprensibili, come quella di dichiarare il Venezuela una minaccia per gli interessi e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come pure gli ingenti finanziamenti all’opposizione venezuelana, compresa la sua ala militare e l’utilizzo di apparati sofisticati di intercettazione e controllo come il Boeing 707 E-Sentry, che negli ultimi giorni ha violato più volte illegittimamente lo spazio aereo venezuelano. Più o meno nella stessa logica di ingerenza negli affari interni venezuelani si situano i patetici tentativi di riesumare un’organizzazione oramai fortemente delegittimata come l’Organizzazione degli Stati americani applicando la sua cosiddetta “Carta democratica“, che tuttavia si spinge al massimo fino a prevedere la sospensione dello Stato in cui si registrino violazioni della democrazia con voto dei due terzi degli Stati membri.

A dir poco buffo appare il fatto che il segretario di tale moribonda organizzazione, tale Almagro, iperattivo sulle vicende venezuelane, si sia limitato, per quanto riguarda la situazione brasiliana, a invocare con scarso successo il parere consultivo della Corte interamericana dei diritti umani; questo nonostante il fatto che in tale ultimo paese, a seguito del golpe giudiziario e parlamentare contro Dilma Rousseff, dovrebbe governare per lungo tempo un vicepresidente come Temer, notoriamente corrotto e appoggiato da un’irrisoria percentuale della popolazione. Tornando al Venezuela, il meccanismo dell’invasione è stato già messo in moto da tempo. Si parla al riguardo anche dei contingenti statunitensi già stanziati in Honduras, il paese dove ha avuto inizio, con l’illegittima destituzione del presidente Zelaya, la serie dei golpe più o meno blandi contro i presidenti democratici restii ad avallare la tradizionale subordinazione dell’America Latina a Washington. L’ultima tappa è stato il vero e proprio golpe giudiziario e parlamentare dei corrotti contro la presidente brasiliana Dilma Rousseff.

L’intervento militare statunitense contro il Venezuela bolivariano e chavista rappresenterebbe la ciliegina sulla torta di questa strategia di riconquista. Alla faccia ovviamente, come al solito, di qualsiasi principio giuridico internazionale. Si può ovviare con una massiccia campagna mediatica che vede schierati i pezzi forti della stampa dell’establishment, a partire dal New York Times eWashington Post. Per creare un clima adeguato, i settori violenti dell’opposizione vogliono rilanciare la guarimba, la campagna di disordini che fece 43 vittime due anni fa, tra le quali molti poliziotti o passanti casuali, uccisi da colpi di arma da fuoco o decapitati dai fili di ferro messi dai guarimberos per bloccare le strade. Continua inoltre la guerra economica, imboscando i beni di prima necessità e sabotando i servizi sociali fino al punto di incendiare, come è stato fatto in varie occasioni, gli asili nido e i centri di salute.

Questa strategia irresponsabile punta in sostanza a trasformare il Venezuela in un nuovo Iraq e tutta l’area caraibica in un nuovo Medio Oriente. Laddove non è in grado, e sempre meno lo è, di produrre egemonia e consenso, l’imperialismo dominante diffonde a piene mani sanguinaria destabilizzazione. Forte del consenso ottenuto alle elezioni di dicembre, l’opposizione avrebbe potuto imboccare la strada dell’unità nazionale e della leale collaborazione per risolvere i problemi economici del paese. Sarebbe stato peraltro troppo pretendere un atteggiamento responsabile nei confronti del popolo da oligarchi abituati a considerare sempre ed esclusivamente prioritari i propri interessi di bottega, a costo di sacrificare perfino un’indipendenza e sovranità nazionale delle quali in fondo non sanno proprio che farsene, data la limitatezza della loro visuale e la loro innata propensione alla servitù incondizionata nei confronti di Washington.

La prospettiva, quale che sia il vincitore alle prossime elezioni presidenziali statunitensi (con l’eccezione, peraltro purtroppo improbabile, di Bernie Sanders) è quella di scatenare una nuova guerra d’aggressione, stavolta vicino casa. Del resto l’abbondante petrolio venezuelano merita uno sforzo supplementare. Vittime predestinate di questo avventurismo sarebbero ovviamente il popolo venezuelano e la pace mondiale. Occorre quindi sperare che si fermi questa spirale verso la guerra, il che può avvenire solo, come ha dichiarato Maduro, con una ripresa ed estensione delle lotte popolari in Venezuela e in tutta l’America Latina, per una nuova fase della rivoluzione democratica, che superi i limiti di vario genere fin qui sofferti.

Ecosocialismo: un fondamentale della Rivoluzione bolivariana

«L’ecosocialismo può salvare la rivoluzione venezuelana»di Marinella Correggia – lantidiplomatico.it

 
Miguel Angel Núñez dirige l’Istituto universitario latinoamericano di agroecologia Paulo Freire, creato a Barinas in Venezuela nel 2008. E’ autore dei saggi Venezuela Ecosocialista e Vivir despierto entre los cambios sociales oltre a moltissimi articoli in tema di agroecologia, modelli di sviluppo, giustizia ecologica. Gli abbiamo rivolto alcune domande, di fronte a un contesto preoccupante, con il Venezuela nel mirino. Continua la guerra economica promossa dalle oligarchie nazionali e internazionali. Continuano gli attacchi da parte della dittatura mediatica. La destra fascista venezuelana organizza il referendum revocatorio contro il presidente Nicolas Maduro. Un documento del Comando Sud degli Stati Uniti rivela il micidiale piano golpista del Pentagono per destabilizzare e rovesciare la Rivoluzione bolivariana. E l’ex presidente colombiano Uribe praticamente invoca un golpe…
 
Miguel Angel, il tuo più recente articolo è sull’Utopia venezuelana che può e deve resistere all’intervento golpista dall’esterno e al sabotaggio dall’interno…

 
L’utopia che stiamo costruendo fra grandi difficoltà non è rinviabile ed è inarrestabile. Non la fermeranno le manovre politiche, i sabotaggi economici, gli assassini paramilitari, le minacce di intervento militare da parte di sedicenti «forze armate democratiche del continente». L’impero e i suoi narco-ambasciatori, gli Uribe, i González, gli Aznar in compagnia dei messaggeri anti-patrioti pensano di spaventarci con questa «minaccia inusuale» ma il popolo venezuelano è deciso a difendere la patria. Non possiamo sottovalutare il potere dell’impero, né sopravvalutare il nostro. Semplicemente, il popolo di Chávez è pronto. Del resto, con tutto il loro potere, non sono riusciti a sconfiggere i popoli del Vietnam, di Cuba, dell’Afghanistan, della Siria, dell’Iraq. Certo, queste forze sfruttano a proprio vantaggio i nostri errori, lentezze, irresponsabilità; e gli atteggiamenti antirivoluzionari. Gli infiltrati parlano di «raschiare la pentola» e con l’opposizione reclamano la «riconquista delle terre» che erano state cedute ai contadini… 
 
Eppure, in un contesto di minacce golpiste ed emergenze economiche, il Venezuela sta sviluppando migliaia di esperienze di autoproduzione agroecologica. Nel silenzio dei grandi media. Che cosa sta succedendo, quasi i protagonisti della riscossa agricola?
 
La creazione del Ministero dell’agricoltura urbana fa parte della promozione del motore agroalimentare, uno dei 14 messi in… moto per affrontare la grave crisi economica che stiamo vivendo. Il Ministero ha iniziato a lavorare lo scorso mese di febbraio con l’obiettivo di avviare unità produttive agroecologiche a decine di migliaia. Inizialmente si pensava a 8 città del paese per un totale di 1200 ettari, ma siamo già arrivati a seminare e piantare su 2800 ettari. L’idea è arrivare a coprire il 25% del consumo di ortofrutta. Gli spazi coltivati sono piccoli, non fanno ricorso a sostanze chimiche. Ovviamente abbiamo anche esperienze produttive agroecologiche di grandi dimensioni in vari Stati del Venezuela: a Mérida le patate e l’ortofrutta, a Barinas altri tuberi, cereali e frutta, a Portuguesa caffè e cereali.Vogliamo incrementare e consolidare le produzioni agroecologiche. Si tratta di produrre, innovare e ricercare, sostituendo l’agricoltura di sintesi con le ecotecnologie. Sono coinvolti nel processo diversi ministeri, università e molte famiglie contadine e urbane. Fino ad alcune settimane fa, erano state censite 25.000 unità produttive per un totale di 121.000 persone.
 
Il concetto di «ecosocialismo» è del tutto ignorato in Occidente, mentre in Venezuela c’è un ministero per l’ecosocialismo. E c’è una struttura statale dedicata all’agroecologia: l’Istituto che tu dirigi. E poi, il potere popolare punta sul sistema delle comunas. Quali sono i collegamenti fra le tre entità, ricordando che anni fa il presidente Maduro sottolineò come le comunas debbano essere produttive ed ecosocialiste?

La società venezuelana deve creare nuove organizzazioni sociali di produzione. L’obiettivo finale è la formazione e il consolidamento delle comunas. Per produrre alimenti, si spera, e per risolvere diversi problemi, aumentare la partecipazione popolare e la produzione di conoscenza. E’ uno dei modi per superare il perverso rentismo petrolifero con una nuova economia stabilmente centrata sullo sviluppo umano e sociale, come chiedono la nostra Costituzione e la Legge del Plan Patria. E’ una delle sfide principali per il  nostro popolo: superare l’incapacità produttiva e la pigrizia sociale, grazie a un miglior coordinamento e articolazione delle forze produttive. Questi legami aiuteranno ad avviare processi produttivi. Sta crescendo una nuova eco-etica, che cerca di costruire definitivamente una nuova società possibile e ci chiede di sradicare i vizi del passato.
 
In un paese tuttora estrattivista e vittima di una guerra economica, con l’esperienza delle penurie, l’agroecologia potrebbe aiutare a salvare la rivoluzione bolivariana? Hai anche detto che l’estrattivismo è un ostacolo per l’ecosocialismo.

Sì. L’estrattivismo è il peso storico, economico-sociale del Venezuela. Ci ha condannati a dipendere dalla rendita, ci ha spinti a un consumismo esasperato e a un’estesa corruzione. Per questo, con forza e determinazione alcuni settori fanno proposte ecoproduttive che diano forma alla proposta ecosocialista. L’agroecologia è una di queste. Siamo sicuri che aiuterà molto il motore agroalimentare. L’attività agricola deve essere centrale nel dinamizzare l’economia di un paese e di una società. Alla costruzione di una proposta sostenibile ci impegna il quinto obiettivo storico della Legge Plan Patria: preservare il pianeta Terra e salvare la specie umana. L’ecosocialismo è la proposta di costruzione di un nuovo modello di civiltà. E’ uno spazio in continua costruzione nel quale si articolano diversi processi di transizione e trasformazione sociale, economica, scientifica, tecnologica e politica in grado di portarci a nuovi rapporti sociali e di produzione.
 
La rivoluzione bolivariana guidata da Hugo Chávez in pochi anni riuscì a cambiare le strutture, le leggi, la politica, in parte l’economia del paese, ad appoggiare il cambiamento in un intero continente; ma solo una parte del popolo venezuelano ha interiorizzato una cultura rivoluzionaria, malgrado lo sforzo pedagogico del governo. In Occidente la stragrande maggioranza della popolazione è rovinata da decenni di consumismo fatuo e individualismo sistemico, ma in Venezuela? E’ possibile dire ai venezuelani – e in tempo di crisi – «non imitate l’Occidente»? 

La rivoluzione chavista ha avuto e credo abbia tuttora una legittimazione nella transizione verso l’ecosocialismo. Non c’è un’altra proposta politica e per la vita del nostro paese. La rivoluzione chavista ha gettato le basi per la creazione di un nuovo tessuto sociale. Ma in questo momento di crisi economica e sociale, possiamo notare un pericoloso sviamento da parte di alcuni settori, verso i dis-valori: individualismo, consumismo, incompetenza, burocrazia, corruzione. Un modello ego-ideologico perverso di matrice capitalista sta paralizzando le forze del cambiamento. E sembra imporsi nell’attualità. Ma certo, possiamo invertire la tendenza all’individualismo e alla corruzione, che alcuni adesso chiamano tendenza culturale – una follia, no? Per superare questa condizione nefasta e complessa dobbiamo impegnarci a capire le radici della crisi e le sue problematiche. Ogni giorno appare più evidente che la natura redditiera del capitalismo globale è insostenibile: dal punto di vista sociale, ecologico e finanziario. Conosciamo bene queste connessioni? Alcuni settori e responsabili politici, no. E’ dunque necessario formarci, studiare, ricercare: per saper ristrutturare le norme e le istituzioni che governano la globalizzazione, per dare impulso a un’agroecologia sostenibile e introdurre le innovazioni necessarie. Questo ci aiuterà a creare un nuovo tessuto sociale vitale capace di ridisegnare strutture fisiche, città, tecnologie, industrie. Verso l’ecosostenibilità. E se da una parte dobbiamo chiederci ogni giorno che cosa vale la pena comprare e quanto ci durerà, dall’altra dobbiamo iniziare a creare ecotecnologie che sostituiscano quelle inefficienti che ci hanno creato problemi sociali e ambientali. Abbiamo gente giovane, molta informazione e risorse tecnologiche adatte. Dobbiamo andare avanti nella costruzione di una nuova volontà politica. E’ una lotta planetaria; per questo ora più che mai dobbiamo affratellarci nelle lotte per la giustizia sociale e ambientale. 
 
Il Venezuela ha giocato un ruolo importante – molto apprezzato dagli attivisti frustrati dell’Occidente! – nella geopolitica mondiale, per la costruzione di un asse di solidarietà e pace nella resistenza all’egemonia belligerante nordamericana. Come evitare che si perda?
 
Il presidente Hugo Chávez ebbe la modestia e la capacità di riconoscere un ruolo importante e senza precedenti ai movimenti sociali e rivoluzionari del mondo. Ha dato loro forza, motivazione, ha dato loro uno spazio politico. Fra i risultati c’è stata la legge Plan Patria e il quinto obiettivo storico: contribuire a preservare la vita sul pianeta e a salvare la specie umana. Noi rivoluzionari patrioti non possiamo permettere che il processo torni indietro. Non è la stessa cosa ripetere e manipolare l’eredità di Chávez e saperla interpretare. Perciò lo stesso presidente Maduro ha sollecitato in modo chiaro ed energico il Congresso della Patria ad andare avanti in una nuova egemonia culturale che superi le diverse debolezze di cui il nemico ha saputo approfittare. Se non superiamo i modelli ego-ideologici dell’individualismo, del consumismo, della burocrazia e della corruzione corriamo il rischio di ostacolare o far arretrare il processo di costruzione dell’ecosocialismo. Ma sono sicuro che emergerà una nuova volontà politica.
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