Brasile: passa l’impeachment, Dilma in piazza

di Geraldina Colotti – il manifesto

13mag2016.- In Brasile, Dilma ha perso di nuovo. Il Senato ha approvato l’impeachment per 55 voti contro 22. Una tendenza apparsa subito evidente dagli interventi degli 81 senatori, chiamati ad esprimere con maggioranza semplice (la metà più uno) il loro parere. Difficile che andasse diversamente, dato il profilo, il colore politico e gli interessi che rappresenta gran parte dei senatori. Benché la popolazione brasiliana sia composta al 54% da neri e al 51% da donne, 64 degli 81 senatori sono bianchi, solo 6 sono neri e vi sono 11 donne, una delle quali afrodiscendente. Parlamentari i cui partiti rappresentano soprattutto gli interessi dell’agrobusiness, di grandi multinazionali come Monsanto e Sygenta, le speculazioni di corporazioni finanziarie come Goldman Sachs, il profitto delle industrie delle armi o della sicurezza privata, gli affari delle potenti chiese pentecostali…

Il Senato che ha giudicato Rousseff, nonostante non sia stato provato nessun «delitto di responsabilità», è composto per il 58% da inquisiti per reati di corruzione o peggio, come buona parte dei partiti che hanno messo in moto l’impeachment. L’anima nera della manovra si chiama Eduardo Cunha, terminale delle potenti chiese evangeliche. Considerato da molti un vero e proprio gangster della politica, è sempre riuscito a farla franca grazie al peso politico del suo Partito del movimento democratico (Pmdb) nelle alleanze di governo e nella coalizione che ha portato Rousseff alla presidenza nel 2010 e 2014. La formazione centrista è quella che ha più seggi al Congresso e risulta determinante nella scena parlamentare, frammentata in 28 partiti.

Il Pmdb ha tolto la fiducia al governativo Partito dei lavoratori (Pt) a cui appartiene la presidente per portare avanti l’impeachment con l’opposizione: non per amore della trasparenza, ma per salvare dal carcere Cunha, che risultava secondo nella lista dei sostituti una volta sospesa Rousseff durante l’impeachment. Epperò, i piani di Cunha sono stati fermati da una decisione della magistratura, che lo persegue con accuse pesanti, tra le altre quella di aver portato in Svizzera conti miliardari frutto di tangenti e di non averli dichiarati. Tuttavia, se come pare certo il “golpe istituzionale” otterrà l’obbiettivo finale, è già pronto un indulto per Cunha. A sostituire Rousseff, infatti, va il vicepresidente Michel Temer, che appartiene al partito di Cunha e che a sua volta conta di lavare una discreta quantità di panni sporchi: non solo, infatti, è anch’egli a rischio di impeachment, ma è inquisito per reati analoghi a quello del suo collega di partito.

Ora, dunque, la presidente verrà sospesa per 180 giorni dall’incarico: il tempo necessario al processo per presunte irregolarità fiscali di cui non si è discusso nel corso delle votazioni fin qui avvenute. Accuse inesistenti, secondo la difesa di Rousseff, la quale avrebbe nascosto l’entità del deficit nel bilancio coprendolo con un prestito anticipato dalla banca nazionale: non per trarne vantaggio economico, ma per far fronte ai piani sociali rivolti ai settori meno abbienti. Una procedura utilizzata da altri presidenti che l’hanno preceduta e che, per quanto scivolosa a rigor di legge, sembra una marachella a fronte dei reati che pesano su gran parte di quelli che l’hanno giudicata.

La Commissione del Senato che ha dato il via libera alla seconda tappa del procedimento è composta dall’opposizione. Alla presidenza c’è Raimundo Lira, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb), diretto da Temer. Alla stessa commissione toccherà l’istruzione del processo, che però verrà diretto dal presidente del Supremo Tribunal Federal (Stf). Per questo, ieri, il ministro Ricardo Lewandowski si è incontrato con il senatore Lira alla presenza del presidente del Senato, Renan Calheiros, anch’egli del Pmdb. Lewandowski presiederà poi la votazione finale del processo, che necessita di una maggioranza dei 2/3.

In un simile contesto, è quasi certo che Temer governerà fino al 2018. Da tempo, egli ha concordato il suo gabinetto di governo con i poteri forti a cui risponde. Sarà un governo composto da banchieri e imprenditori, sul modello di quello di Macri in Argentina. Durante la discussione al Senato, molti eletti di sinistra hanno sostenuto di non riconoscere il governo di Temer che, anche secondo i sondaggi, non verrebbe votato dalla popolazione. La situazione di Dilma è stata paragonata alla deposizione dei presidenti Getulio Vargas e Juselino Kubitchek negli anni ’50 e ’60. In molti, durante il voto in Parlamento dell’impeachment, hanno infatti inneggiato al ritorno della dittatura militare, minacciando pesantemente la presidente, ex guerrigliera torturata durante il regime dittatoriale.

La piazza che ha votato Dilma (oltre 54 milioni di persone), ha però deciso di farsi sentire. Davanti al Senato ci sono stati scontri e una dura repressione da parte della polizia di Brasilia, che ha provocato feriti anche in una manifestazione di donne. «Temer golpista», gridano i manifestanti dietro la bandiera del Movimento dei Senza Terra, dei Senza Tetto e delle alleanze di sinistra verso le quali il Pt ha deciso di aprirsi, per sciogliersi dall’abbraccio mortale delle forze centriste e conservatrici. Per la comunicazione ufficiale dell’impeachment, Dilma ha organizzato una cerimonia nel Planalto. Ad accompagnarla nella firma del documento, l’ex presidente Lula da Silva, che aveva nominato capo di gabinetto ma che la magistratura ha sospeso, gli attuali ministri, autorità pubbliche e i movimenti popolari che l’appoggiano e che si battono contro il colpo di stato istituzionale.

Prima di lasciare l’incarico, Dilma ha parlato ai giornalisti e ai manifestanti e ha divulgato un video sulle reti sociali: «Questo golpe è una farsa giuridica – ha detto – non c’è giustizia più devastante di quella che condanna un innocente». Dal Venezuela all’Argentina, un’ondata di sdegno percorre l’America latina di sinistra e chiede agli organismi internazionali come Unasur di intervenire contro il governo de facto di Temer. Il quale ha già commesso la prima gaffe: ha scambiato un giornalista argentino di Radio El Mundo per il suo omologo Macri, dicendosi ansioso di incontrarlo. Il video è sul sito della radio.

Venezuela, le cifre della guerra economica

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Caracas. Scontro sul referendum. Abbattuto El Topo, ricercato per il massacro di 17 minatori

10mag2016.- Le denunce si rincorrono sui social network. Molti chiamano di notte per raccontare pressioni e minacce subite durante la raccolta di firme per revocare il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. «Ero andato a Farmatodo a ritirare le medicine per mio figlio – racconta un cittadino di Caracas – e quando ho consegnato la ricetta me l’hanno trattenuta chiedendomi di firmare per il revocatorio. Ho detto di no e mi hanno risposto che i farmaci non c’erano più». Un avvocato in fila assiste alla scena e denuncia: «Quando ho protestato, due uomini armati mi hanno minacciato e cacciato». Seguono i numeri del passaporto. Altri, inviano fotografie di porporati ostili al governo intenti a firmare, e ritwittano le dichiarazioni deliranti del padre Palmar, il cui nome figura nei Panama Papers e nello scandalo sui paradisi fiscali, insieme ad altri alti esponenti dell’opposizione come Julio Borges. Frammenti dello scontro di poteri in atto in Venezuela, iniziato con la vittoria dell’opposizione alle parlamentari del 6 dicembre.

L’articolo 72 della Costituzione bolivariana, approvata con referendum nel ’99 dopo l’elezione di Chavez, prevede la possibilità di revoca per tutte le cariche elettive e quelle della magistratura alla metà del mandato, e stabilisce una serie di requisiti. Il primo, è che il gruppo di richiedenti deve raccogliere le firme di almeno l’1% del totale degli aventi diritto. Poi, tocca al Consejo Nacional Electoral (Cne) esaminarne la validità alla presenza di una commissione nominata dal campo avverso. Perché il referendum si metta in moto, dev’esserci la partecipazione di almeno il 25% degli aventi diritto e i voti devono superare quelli ottenuti dal presidente per essere eletto: 7.587.579. La procedura venne attivata contro Chavez, ma il referendum venne bocciato.

Adesso, la situazione è molto diversa. Maduro è al centro di attacchi di ogni genere, sia all’interno che all’esterno del paese. Dall’Argentina, al Brasile, al Venezuela, le destre stanno tornando in forze nel continente. Le sinistre denunciano i tentativi di golpe istituzionale, simili a quelli realizzati in Honduras contro Manuel Zelaya e poi contro Fernando Lugo in Paraguay. L’analista politico José Vicente Rangel ha definito il referendum contro Maduro come la valigia col doppiofondo dei contrabbandieri: in superficie oggetti comuni, sotto quello che si deve nascondere, ovvero le trappole per violare la Costituzione e la legge. Per espletare tutti i passi del referendum occorrono circa 170 giorni lavorativi. Intanto, a dicembre dovrebbero svolgersi le elezioni dei governatori. E se a Maduro restano due anni dalla fine del mandato, in caso di revoca il vicepresidente Aristobulo Isturiz, potrà governare senza indire elezioni, fino al 2019.

L’opposizione preme, però, per accelerare i tempi, e accusa il Cne di parzialità. Ritiene di aver ampiamente superato il primo livello di raccolta firme, e chiede ai suoi sponsor internazionali di intervenire per sanzionare il governo. Il capo dell’Osa, Luis Almagro, che non fa mistero della sua scelta di campo, vorrebbe applicare la Carta democratica: una misura di espulsione che si è applicata solo all’Honduras, dopo il golpe del 2009. In questi giorni, la ministra degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha però ricevuto all’Osa l’appoggio di quasi tutti gli stati americani (tranne Usa e Canada): persino della sua omologa argentina, che si è fatta riprendere da Macri. Rodriguez ha denunciato la guerra economica, mediatica e finanziaria in atto contro il suo governo: simile a quella messa in campo contro Salvador Allende prima del golpe militare dell’11 settembre ’73 per «far urlare l’economia».
Il Venezuela – ha detto – «ha importato alimenti che bastano a nutrire tre paesi grandi come il nostro». E invece sembra che imperi la penuria e addirittura l’emergenza umanitaria: code di proporzioni bibliche per accedere ai negozi sussidiati, prezzi alle stelle negli altri e sul mercato nero. I ristoranti dei quartieri alti, dove una pizza costa come uno stipendio, sono però sempre pieni: «È una fatica di Sisifo – ci ha detto di recente il poliziotto di un’unità mobile nel quartiere La Candelaria: anche se sanzioniamo un negozio, l’indomani i prezzi riprendono a salire illegalmente».
La disponibilità degli alimenti, «intesa come quantità prodotta e/o importata, non è diminuita – dice Pasqualina Curcio, dell’istituto indipendente Celag -. Le grandi imprese private responsabili del rifornimento non registrano una diminuzione significativa nella produzione, né tanto meno hanno chiuso i reparti. La difficoltà di accesso agli alimenti non si deve, quindi a una diminuzione della disponibilità». Dove finiscono, allora i prodotti? Nelle mafie dell’accaparramento e nel mercato nero. Vale, però, considerare un altro dato evidenziato da Curcio: 10 fra gli alimenti base più difficili da reperire sono prodotti dalle 10 grandi imprese private, il cui volume produttivo non è diminuito. Tra il 2004 (quando non si registrava penuria) e il 2014, i dollari a prezzo agevolato ricevuti dalle grandi imprese importatrici sono aumentati del 177%. In quali mani sono finiti? Chi ha interesse ad accaparrare alimenti e farmaci per seminare la sfiducia? Il ritrovamento di interi depositi di medicine salvavita scadute fa riflettere sugli intenti di chi guida queste strategie. L’8 maggio, il chavismo ha ricordato il massacro di Yumare, quando il presidente di centrosinistra (Ad), Jaime Lusinchi trent’anni fa lasciò torturare e assassinare 9 oppositori della sinistra radicale. E intanto, dopo l’uccisione di un noto boss che emetteva comunicati di sostegno all’opposizione (El Picure), è stato abbattuto El Topo, ritenuto il responsabile del massacro di 17 minatori nel Tumerero.

(VIDEO) Al Nakba – il film

Dal Paraguay al Venezuela, la strategia del golpe blando

di Geraldina Colotti – il Manifesto

America latina. I nuovi processi di destabilizzazione nel continente
Golpe blando o golpe istituzionale. Di solito è preparato da una «guerra» di debole intensità, una «guerra» non convenzionale, giocata con armi mediatiche e giudiziarie atte a preparare il terreno per la deposizione dei presidenti non graditi a Washington: solitamente nel silenzio-assenso degli organismi internazionali.

Una pratica assai frequentata a partire da inizio secolo in America latina, quando il vento del «socialismo del XXImo secolo» ha cominciato a spirare nel continente, portando al governo Hugo Chavez in Venezuela, e gli altri componenti dell’Alba (l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, ideata da Cuba e Venezuela, a cui hanno aderito Bolivia, Ecuador, Nicaragua…), ma anche i presidenti progressisti dei grandi paesi, come i Kirchner in Argentina o Lula da Silva e poi Dilma Rousseff in Brasile.

Il primo a fare le spese del golpe istituzionale fu Chavez. Il presidente de facto e capo degli imprenditori, Carmona Estanga, appoggiato da gran parte dei personaggi che animano l’attuale parlamento venezuelano, disse che il presidente si era dimesso, mentre era stato sequestrato. Poi toccò a Manuel Zelaya, in Honduras, sostituito da un governo de facto, nel 2009. E poi a Fernando Lugo, in Paraguay, il cui pretestuoso impeachment, lungamente preparato dal suo vice Fernando Franco, portò a un governo più gradito alle grandi consorterie internazionali. Quelle stesse che hanno puntato al Brasile, e che ora foraggiano l’opposizione venezuelana per cacciare dal governo l’ex operaio del metro Nicolas Maduro. Senza dimenticare la richiesta d’impeachment nei confronti di Cristina Kirchner che, per il carisma di cui gode, resta un obbiettivo da abbattere.

Al Nakba 14 de mayo 2016: twittazo de Solidaridad

Compañeros y compañeras apoyemos a Palestina este 14 de Mayo! Rompamos el silencio en las redes!

#68AñosDeAlNakba
#FinDeLaOcupaciónYa

Al Nakba, (la catástrofe del pueblo palestino)

Fue un 15 de Mayo de 1948 cuando comienza la catástrofe Palestina. Fue en esta fecha, hace 58 años que se declaró el nacimiento del Estado de Israel sobre un suelo ocupado por su población autóctona, los árabes palestinos.

La sociedad palestina fue destruida por intereses imperialistas y colonialistas de manos del sionismo mundial. Masacres como las de Deir Yassin, la dinamitación del Hotel King David en Jerusalén, la masacre de los poblados de Led y Ramleh, son algunos ejemplos de las actividades de terrorismo sionista sobre la población palestina para poder concretar la creación del Estado de Israel.

Comunidades palestinas completas fueron arrasadas. Más de 800 mil palestinos fueron obligados a salir de sus ancestrales tierras para dar cabida a inmigrantes judíos, venidos de todo el mundo, principalmente de Europa, quienes, escapando de las persecuciones nazis, vieron en Palestina una solución a sus problemas. Palestina fue, hasta 1948, una región netamente árabe. No obstante, cohabitaban pacíficamente con comunidades minoritarias, como la comunidad judía, entre otras más. Para la creación de un “Estado Judío” era inevitable la expulsión de la mayoría árabe, es decir, forzar, mediante el uso de la violencia, el exilio colectivo de la población nativa: los palestinos. Así es como explica los sucesos el historiador israelí, Benny Morris, quién señala que “durante la mayor parte de 1948, las ideas sobre cómo consolidar y eternizar el exilio palestino comenzaron a cristalizar, y se percibió de inmediato que la destrucción de aldeas era un medio primario para lograr ese objetivo”

La Intifada palestina (alzamiento popular) es quien reivindica hoy los derechos de esos hombres y mujeres que fueron expulsados y obligados al destierro en 1948.

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