Diga di Mossul: geologia e geopolitica

di Francesco Cecchini

Intervistato lo scorso marzo 
dal giornalista di Al Monitor Wilson Fache, che si era recato nell’area della diga per un reportage, un abitante della parte di hinterland di Mosul sotto il controllo dei peshmerga curdi (come la diga), ha usato le parole del condottiero berbero Tariq Ibn Ziyad per descrive la situazione degli abitanti dell’area: “Ora ci troviamo con il nemico davanti a noi e il mare profondo dietro di noi”.

LA GEOLOGIA

La diga di Mosul, originalmente conosciuta come Saddam Dam, sul fiume Tigri, nel governatorato occidentale iracheno di Ninawa, si trova circa 50 chilometri a nord della città di Mosul, controllata dall’Isis, meglio detto, capitale del Califfato. La sua costruzione, cominciata nel 1980, fu decisa da Saddam Hussein, nel quadro di un piano di “arabizzazione” del nord curdo dell’Iraq. Fu costruita da un consorzio italo-tedesco HochtierAktiengesellschaft – Impregilo, che la completò nel 1984.Lo sbarramento è lungo 3,2 chilometri per un’altezza di 131 metri.Ė la quarta diga più grande del Medio Oriente e la più grande dell’Iraq. Componente chiave dell’energia elettrica nazionale: 4200 megawatt di turbine generano 320 MW di elettricità al giorno.

I lavori di impermeabilizzazione e di consolidamento furono eseguiti dall’impresa italiana Ing. Rodio S.p.A. di Milano. Fin dai lavori di indagine geologica, eseguiti sempre dalla Rodio, e che compresero anche lo scavo di un tunnel esplorativo si sapeva che il suolo di fondazione, argilla e gesso carsico, non era adatto alla struttura. Il consorzio non si curò delle caratteristiche non idonee del suolo del territorio scelto per la “grande opera” del governo di Saddam Hussein. I lavori furono completati nel 1984.

La diga ha sofferto fin dall’inizio problemi, che resero, quasi immediatamente, necessarie iniezioni di cemento microfine. Una stima parla di circa 90 milioni di chili di cemento iniettato che però furono inefficaci e non hanno risolto il problema. Anzi sembra abbiano causato ulteriori deterioramenti agli strati di gesso carsico di fondazioni e alla struttura. Le continue iniezioni di cemento hanno fatto si che le aperture nel gesso si aprissero sempre più, lasciando cavità al posto del dissolto gesso, movimenti di ingenti quantità di cemento e in superfice sussidenze tutt’intorno alla diga. 

Nel 2007 la diga di Mosul fu oggetto di due rapporti dei tecnici dell’americano Corp of Engineers (USACE) che misero in luce caratteristiche e pericolosità:

Geologic Setting of Mosul Dam and Its Engineering Implications

http://el.erdc.usace.army.mil/elpubs/pdf/tr07-10.pdf

e

GeologicConceptual Model of Mosul Dam.

http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a472031.pdf

Martedì 19 e mercoledì 20 aprile scorsi il Centro studi americani, in collaborazione con l’Ispi, ha ospitato l’Iraq Crisis Conference, un ciclo di conferenze promosso dal Pafi (Peace Ambassadors for Iraq). Nadhir al-Ansari, docente presso la facoltà di ingegneria del Politecnico di Lulea alla costruzione della diga ha preso parte in prima persona,ha fornito un quadro completo dei numerosi problemi geotecnici.

GLI ALLARMI

A fine febbraio 2016, Il governo iracheno e l’ambasciata Usa a Baghdad hanno messo in guardia i residenti lungo il fiume Tigri su un possibile cedimento della diga di Mosul. Hanno affermato che Il rischio di caduta è “serio e senza precedenti. Un’evacuazione rapida rappresenta lo strumento più efficace per salvare vite di centinaia di migliaia di iracheni”.

Ultimamente anche l’ONU ha lanciato l’allarme: “Rischio catastrofe, fatepresto” Secondo gli analisti, il cedimento della diga potrebbe travolgere tra i 500mila e l’1,4 milioni di iracheni che vivono lungo le rive del fiume Tigri.In una riunione, il 10 marzo scorso, presieduta dall’ambasciatrice Usa Samantha Power e dall’ambasciatore iracheno Mohamed Alhakim si è fatto un appello alla comunità internazionale di “effettuare al più presto i lavorinecessari” e di istruire la popolazione sulle vie di fuga in caso di inondazione. Il cedimento della struttura potrebbe avvenire anche con scarsissimo preavviso e le conseguenze sarebbero devastanti: “se si dovesse aprire una falla – ha detto la Power – l’onda raggiungerebbe i 14 metri di altezza, spazzando via ogni cosa, persone, auto, case, ordigni inesplosi, scorie e altro materiale pericoloso”. La città di Mosul, che conta oltre 600 mila abitanti, sarebbe sommersa dalle acque in meno di quattro ore. “La posta in gioco è altissima –ha sottolineato l’ambasciatrice Usa – e le conseguenze possibili devastanti per non affrontare immediatamente il problema”L’onda potrebbe anche raggiungere la città di Baghdad.

Nel recente ciclo di conferenze a Roma, menzionato prima, al-Ansari si è unito al coro di allarmi affermando che “la diga cederà di certo”.

RENZI, PINOTTI E LA DIGA

Le truppe italiane in Iraq supereranno tra pochi mesi il migliaio di effettivi con l’arrivo di un battaglione destinato a presidiare la diga sul fiume Tigri a nord di Mosul, contesa aspramente nell’estate del 2014 dalle milizie dell’Isis e dai curdi che la riconquistarono con l’appoggio aereo statunitense.

La nuova missione militare è stata annunciata dal Presidente del Consiglio  Matteo Renzi a una  trasmissione televisiva Porta a Porta del dicembre 2015: “siamo in Iraq per l’addestramento ma anche con un’operazione importante nella diga di Mosul, cuore di un’area molto pericolosa al confine con lo Stato Islamico: è seriamente danneggiata e se crollasse Baghdad sarebbe distrutta.L’appalto è stato vinto da un’azienda italiana, noi metteremo 450 nostri uomini insieme agli americani e la sistemeremo”. Il nuovo impegno dell’Italia era stato anticipato da Barack Obama, che aveva dichiarato che “l’Italia è pronta a fare di più nella lotta al Califfato”.

Roberta Pinotti, ministro della Difesa  ha affermato al programma televisivo Agorà:  Non andiamo a combattere bensì a compiere interventi per preservare la diga, un’infrastruttura fondamentale per il futuro dell’Iraq, che se abbandonata rischia di provocare un grave danno ambientale. Quella di Mosul è una missione nuova e importante, in una zona molto calda perché la città è considerata la capitale del califfato in Iraq, città centrale anche per i collegamenti con la Siria”. La Pinotti inoltre ha parlato di 500 soldati  coinvolti nell’iniziativa oltre a dire: “bombardare non è un tabù”.

L’IRAQ E LA DIGA

Non tutti in Iraq sono d’accordo con Renzi, perché finora il governo iracheno ha mostrato poca disponibilità ad accogliere forze straniere da combattimento sul territorio nazionale.Recentemente il premier al-Abadi ha criticato il dispiegamento di forze speciali statunitensi in Iraq e ha condannato l‘arrivo di un reggimento meccanizzato turco a nord di Mosul, penetrato in Iraq col via libera dei curdi ma non di Baghdad. Il direttore iracheno della diga di Mosul, Riad Ezziddine intervistato dall’emittente tv irachena al-Sumaria news ha affermato riguardo l’invio di soldati italiani alla diga di Mosul: “Chiacchere che mirano a creare confusione. Alcune dichiarazioni diffuse ultimamente circa un imminente crollo della diga non si basano sulla realtà”

Perché gli iracheni dovrebbero accettare che truppe italiane presidino un obiettivo sensibile di quel valore? Non è un caso che le notizie sull’invio dei soldati italiani alla diga vengano definite “chiacchere che mirano a creare confusione” dal direttore iracheno della diga di Mosul, Riad Ezziddine intervistato dall’emittente tv irachena al-Sumaria news.Il ministro delle Risorse idriche, Mushsin Al Shammary, ò il 20 dicembre scorso, ha dichiarato che l’Iraq “non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora”

Anche le potenti milizie sciite irachene hanno reso noto che qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata come una forza occupante, compresi gli italiani. Ė l’avvertimento lanciato dal portavoce delle Brigate sciite irachene Hezbollah, Jaafar al Husseini. “La nostra posizione è chiara: qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata una potenza occupante a cui dobbiamo resistere”. Il leader radicale scita Moqtada Sadr, uno dei protagonisti dell’insurrezione contro le truppe alleate d’occupazione nel 2004 (sue milizie uccisero e ferirono anche molti militari italiani nell’area di Nassiryah “tra il 2004 e il 2006) ha affermato che “l’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali”. Oltre ai miliziani sunniti del Califfato, i nostri militari dovranno guardarsi anche dalle milizie sciite filo iraniane che combattono a sud di Mosul e che sono poi le stesse che hanno ucciso o ferito tanti militari italiani a Nassiryah durante l’Operazione Antica Babilonia tra il 2003 e il 2006.

Per Baghdad anche l’urgenza dei lavori di ristrutturazione della diga non sembra essere poi così urgente. A fronte dei continui allarmi per il possibile cedimento dell’infrastruttura lanciati dagli americani, vedi i citati rapporti dell’Army Corps of Engineers, il ministro al-Shammary ha affermato che  “Tali previsioni sarebbero corrette se la quantità di acqua nel bacino fosse al massimo, mentre attualmente è solo a un quarto”. Una situazione dovuta alla carenza di piogge e alla riduzione della quantità di acqua lasciata passare dalla Turchia negli ultimi due anni.Sulla base dei risultati raccolti al-Shammary e altri quattro ministri hanno presentato al governo un rapporto in cui non si fa alcun riferimento a un possibile imminente crollo e ha confermato che l’appalto assegnato alla Trevi prevede di “aumentare e rafforzare” le iniezioni di cemento nelle fondamenta e di riparare un’apertura di scarico che serve a ridurre la pressione dell’acqua sulla diga in caso di emergenza. Quindi lavori limitati.

L’APPALTO

La Farnesina ha informato il 2 marzo che è stato firmato il contratto tra la società Trevi S.p.A. di Cesena con le autorità irachene, Ministero delle Risorse Idriche, per i lavori di consolidamento della diga di Mosul. Il progetto prevede due interventi da svolgere in contemporanea. Il primo riguarda il rafforzamento delle fondamenta con iniezioni di cemento. Il secondo la riparazione di una delle due paratoie, cioè le aperture a monte che vengono azionate quando è necessario scaricare acqua per diminuire la pressione sulla diga.

La tv di Stato irachena, che ha diffuso per prima la notizia, ha indicato in 273 milioni di euro il valore del contratto. Nella versione originale il valore dell’intero progetto era di circa a 1,9 miliardi di dollari da realizzare in 5-7 anni.L’impatto di questa commessa sul conto economico di Trevi è stato positivo, A Piazza Affari il titolo Trevi ha avuto un aumento del 5,26% .In un’intervista al Quotidiano Nazionale Stefano Trevisani AD della Trevi da dichiarato: “I lavori dureranno un anno e mezzo, fino a ottobre dell’anno prossimo. Gli italiani saranno una settantina, i locali almeno 250. Poi stranieri di altre nazionalità. Il cantiere sarà pienamente operativo da metà settembre e e riprenderemo la manutenzione che si faceva prima, certo con tecnologie più all’avanguardia”.Carlo Crippa, area manager per l’Iraq ha spiegato sempre a QN che “bisogna intervenire con perforazioni e iniezioni di miscele cementizie”.

Circola l’ipotesi che la Trevi abbia una relazione importante con il governo  di Renzi. Ipotesi che potrebbe essere provata anche dalla presenza nel Consiglio d’Amministrazione di Marta Dassù come consigliere non esecutivo e indipendente. Esperta di politica internazionale di area PD già sottosegretario e viceministro degli Esteri con i governi Monti e Letta, la Dassù è stata consigliere di Massimo D’Alema e recentemente è stata voluta da Renzi all’interno del cda di Finmeccanica, che a differenza della Trevi però è un’azienda pubblica.

Il contratto è del tipo ‘cost plus’: la quantità dei finanziamenti sarà calibrata passo dopo passo secondo quelli che saranno i costi e il profitto dell’impresa è garantito.

Per finanziare il progetto Baghdad ha chiesto e ottenuto un prestito alla Banca Mondiale.

SITUAZIONE ATTUALE

L’agenzia di notizie Il Velino, riprendendo fonti curde, ha diffuso la notizia Il 10 aprile ha inviato nel Kurdistan iracheno a Erbil, distante da Mosul un’ottantina di chilometri, nuovo contingente di soldati e mezzi nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico.Questo contingente, composto da 130 soldati e 8 elicotteri, ha sostituito un reparto americano privo di elicotteri d’attacco. Negli stessi giorni l’ANSA, sempre da fonti locali ha informato che militari italiani hanno effettuato un’ispezione in diga e perso contatto con i peshmerga che la presidiano per organizzare le truppe,450 soldati, che saranno addette alla sicurezza del cantiere e dei lavoratori della Trevi.

L’ Associated Press ha scritto che il primo team di tecnici italiani della ditta Trevi è arrivato giovedì 14 aprile a Mosul per iniziare la preparazione del campo in cui sarà posizionato il resto della squadra che si occuperà dei lavori di sistemazione della grande diga. Fonti italiane ben informate dicono che, in realtà, si tratta di un solo responsabile, inviato momentaneamente per seguire l’avvio dei lavori per la realizzazione del compound che ospiterà i lavoratori. Dunque se ne occuperanno gli iracheni della realizzazione del campo che ospiterà i tecnici della Trevi previsti per metà, fine giugno. I militari italiani forniranno la sicurezza all’intera area della diga mentre la protezione ravvicinata al personale italiano della Trevi sarà affidata a contractors della società britannica Pilgrims, presente da ben 12 anni in Iraq e che ha il 27 febbraio scorso ha visto rinnovata la sua licenza operativa dal Ministero degli Interni di Baghdad.

RIFLESSIONI

Durante L’Iraq Crisis Conference tenutasi a Roma il 19 e 20 aprile scorsoJamal al-Dhari Presidente del Pafi e partigiano del principio di autodeterminazione dei popoli in Iraq, ha ben raccontato l’Iraq di oggi che ha descritto come un paese “schiavo dell’occupazione ed esportatore del terrorismo” ed non ben compreso. L’origine della situazione sono gli Stati Uniti, che hanno invaso l’Iraq pur non avendo ottenuto alcuna legittimazione dalle Nazioni Unitee hanno contribuito a creare un sistema politico che con il tempo si è rivelato fatale per la stabilità del Paese. Tale sistema non ha fatto altro che alimentare il settarismo, perché fondato su una spartizione del potere su base etnico-religiosa. Al-Dhari ha accusato gli americani anche di “essersi ritirati dall’Iraq lasciando i suoi confini aperti”, il che non ha fatto altro che facilitare “l’ingerenza iraniana e l’insorgenza della guerra civile”. Al-Dhari ha avuto parole dure anche per la classe politica irachena, corrotta e inetta, in cui figurano un Parlamento, “che a oggi non ha mai svolto le sue mansioni”, e “dei ministri che sono al servizio delle diverse fazioni ideologiche, piuttosto che del popolo iracheno”. Da qui, la piaga del terrorismo, di cui l’Iraq è esportatore, che nasce dalla corruzione e che spinge, a sua volta, i cittadini, insoddisfatti della gestione della res publica, a radicalizzarsi e a sostenere quelle organizzazioni terroristiche.

Questo è il quadro generale dove si inserisce l’ulteriore invio di soldati italiani.

Con l’avventura di Matteo Renzi nell’area della diga di Mossul nella divisione dei compiti della coalizione anti Isis, guidata dagli Stati Uniti, l’Italia passa da sostegno militare e fornitura di armi a un ruolo attivo di vero e proprio intervento militare. Il contingente militare con l’invio di 450 militari diventerà il contingente straniero più numeroso in Iraq. Nel cuore poi del confronto armato con l’Isis. L’obiettivo di difendere il cantiere di un’impresa privata con consistenti forze militari, uomini e mezzi, è incongruente. La partenza del contingente è attualmente stimata tra maggio e giugno 2016.

Analisi Difesa un magazine on-line che si occupa tematiche militari in un articolo dal titolo significativo, Roma invia in Iraq forze da combattimento per fare la guerra, fornisce in articolo recente importanti informazioni sulla reale portata dell’operazione.

http://www.analisidifesa.it/2016/04/roma-invia-in-iraq-forze-da-combattimento-per-fare-la-guerra/

I punti dell’articolo sono i seguentiVerso la diga, Perplessità, Quali obiettivi reali? Verso un ruolo “combat” dell’Italia?

Restano tutti gli interrogativi per uno sforzo militare nazionale ancora una volta richiesto dagli Stati Uniti, ad alto rischio per i nostri militari ma che garantirà la sicurezza anche ai lavori di riparazione dell’impresa italiana Trevi.Schierare 500 militari in quell’area comporterà un costo stimabile in almeno 50 milioni annui senza contare le spese logistiche per schierare mezzi, armi ed elicotteri, necessari ad assicurare i collegamenti ed eventuali evacuazioni sanitarie tra Erbil e la base istituita nella diga.

A livello istituzionale la vicenda dovrebbe essere discussa in dettaglio in Parlamento. Lo scorso 16 gennaio Basilio parlamentari M5s presentarono un’interrogazione, ma la riposta del sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano è stata ampiamente insufficiente.

A livello di movimento deve crescere l’opposizione a questa decisione del governo di Matteo Renzi di inviare centinaia di soldati italiani alla diga di Mossul. Vanno cercate delle alternative all’intervento militare a difesa della diga, per esempio il controllato svuotamento del bacino d’acqua, fino a che la riparazione potrà avvenire in una situazione di pace.

Si segnala il link con un articolo pubblicato da Pressenza i primi di marzo 2016 dove si raccontano alcune iniziative di opposizione che vanno sviluppate.

http://www.pressenza.com/it/2016/03/mosul-lintervento-italiano-rischi-delle-grandi-dighe/

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2 commenti

  1. Gianni Sartori

     /  maggio 21, 2016

    DALLE DICHIARAZIONI DI Besê Hozat UN BREVE AGGIORNAMENTO SULLA SITUAZIONE CURDA

    (Gianni Sartori)

    Mentre sale inesorabilmente la conta delle vittime civili causate dalle operazioni militari di Ankara contro le città curde, un recente intervento della co-presidente del Consiglio esecutivo della KCK Besê Hozat chiarisce quale sia il vero intento delle ultime dichiarazioni dei leader turchi Erdogan e Davutoglu. E soprattutto quale sia la posta in gioco: annientare il movimento di liberazione curdo.
    Ma è auspicabile che su in questo Erdogan & C. si illudano.

    La co-presidente del Consiglio esecutivo della KCK Besê Hozat (in una intervista con il canale televisivo Med Nuçe TV) ha fatto il punto in merito alle recenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri turco Davutoğlu (sostanzialmente un appello per un ritiro del PKK) e su quelle immediatamente successive del Presidente turco Erdoğan (la minaccia di revocare la cittadinanza a curde e curdi). Ha inoltre messo in chiaro quali siano le reali intenzioni del partito al governo, l’AKP, in merito ai profughi: insediarne un gran numero nelle zone dove vivono popolazioni curdo-alevite.
    Ha poi ricordato come ormai da un anno non giungano segnali all’opinione pubblica da parte del Presidente del PKK Abdullah Öcalan: “Non sono state create le condizioni per garantire in modo sostanziale la sua salute e la sua sicurezza. L’unica delegazione che durante l’intero processo di risoluzione ha potuto avere colloqui con Öcalan era la delegazione dell’HDP. Tutti i colloqui non avevano un carattere ufficiale. Non sono stati registrati. Non ci sono documenti firmati congiuntamente da Öcalan e dai rappresentanti dello Stato” mentre sia Öcalan che il PKK avevano richiesto esplicitamente che i colloqui fossero vincolanti. In sostanza, con il senno di poi, una presa in giro o un modo per prendere tempo mentre procedevano i preparativi per attaccare militarmente i curdi. La posizione dell’AKP è evidente: allargare con la guerra la politica di annientamento nei confronti dei curdi.

    Un breve ripasso. In aprile Davutoğlu aveva dichiarato che “con un ritiro del PKK dalla Turchia come nel 2013 potrebbero riprendere i colloqui di risoluzione”. In un autentico gioco delle parti, il Presidente Erdoğan interveniva per dichiarare che non ci saranno più negoziati e che gli attacchi andranno avanti fino alla distruzione della guerriglia.

    “In questo modo – ha commentato Besê Hozat – si vuole suscitare l’impressione che ci sia diversità di opinione tra Davutoğlu e Erdoğan. Proprio come se Davutoğlu fosse più aperto rispetto alla questione curda, mentre il Presidente seguirebbe un corso più radicale. Cercano di dare un’impressione del genere. Ma noi sappiamo che non si tratta di molto di più che di una recita”.

    Appare scontato che i due figuri sono sostanzialmente d’accordo.
    Nell’appello di Davutoğlu si ricorda quanto era avvenuto nel 2013, quando il governo turco aveva garantito che in caso di un ritiro della guerriglia, avrebbe preso misure per una soluzione della questione curda. I guerriglieri si erano ritirati, ma il governo non aveva mantenuto gli impegni. Non solo, appena la guerriglia aveva iniziato il ritiro, l’AKP aveva avviato i suoi progetti per una guerra di annientamento nei confronti della Resistenza curda: costruendo nuove stazioni militari, dighe (dette “di sicurezza”) e nuove strade per garantirsi un celere trasporto di truppe. Aveva inoltre ampliato il sistema dei guardiani di villaggio (milizie collaborazioniste).
    Tutto questo mentre alimentava, direttamente o tramite l’Isis, gli attacchi al Rojava.

    Da varie parti, anche da osservatori in buona fede, si chiede ora al PKK di “arrendersi e deporre le armi per avere in cambio la possibilità di ulteriori colloqui”. Ma, presumibilmente, sarebbe una scelta suicida.

    “In due anni di dialogo – ha ricordatato Besê Hozat – il governo non ha compiuto alcun tipo di passaggio. Poi nell’ottobre 2014 c’è stata una riunione del Consiglio di Sicurezza della Turchia. Lì è stato decido che dovevano essere di nuovo condotti attacchi aerei contro il Movimento di Liberazione curdo”. E contemporaneamente ripartivano massicce operazioni di arresti e detenzioni di militanti curdi.

    A seguito gli attentati di Suruç e Ankara (che la militante curda definisce “fatti in coproduzione con il cosiddetto Stato Islamico”) il piano di annientamento veniva pienamente ripristinato.

    La sistematica distruzione delle città curde (le vittime civili ormai sfiorano il migliaio) non sarebbe altro che la prosecuzione “con altri mezzi” di questo piano.
    Quanto alla dichiarazione di Erdoğan secondo cui “ai curdi potrebbe essere tolta la cittadinanza”, appare tragicamente ironica perché “le curde e i curdi non stati mai cittadini effettivi della Repubblica di Turchia. Non sono mai stati accettati come veri cittadini di quel Paese”.
    
In realtà da sempre sono considerati cittadini di serie B.
    Quando non venivano eliminati fisicamente, i dissidenti curdi finivano in galera. L’intera popolazione curda nel corso degli anni ha subito un genocidio culturale, politico e economico. Ancora oggi gran parte dei curdi non trova lavoro e riesce appena a guadagnarsi da vivere. Quando un curdo trova lavoro, spesso questo avviene in condizioni prive di dignità (vedi il caso dei minorenni curdi che lavoravano in aziende italiane trapiantate in Turchia). Nel Kurdistan settentrionale, sotto amministrazione turca, vivono oltre 20 milioni di curde e curdi, ma “la loro esistenza, la loro lingua, la loro cultura vengono negate. Parlare di cittadinanza in queste condizioni è assurdo”.

    Altra questione drammaticamente attuale quella dei profughi. Negli ultimi mesi è emerso con chiarezza quale fosse la politica del governo turco: alterare l’assetto demografico nelle zone di insediamento curde, in particolare nella città di Maraş.
    E’ cosa notoria che l’AKP ha contribuito direttamente all’intensificazione della guerra in Siria e così ha contribuito anche ad alimentare il flusso dei profughi.
    Dopo aver aperto i confini per le persone in fuga (anche, presumibilmente, per favorire le diserzioni nell’esercito di Assad) ora sta cinicamente strumentalizzando i profughi come mezzo di pressione nei confronti dell’UE. Invece al proprio interno sta cercando di usarli contro i curdi. Il progetto di scacciare la popolazione curda dal Kurdistan non è una novità. Ora il governo sta puntando sulla guerra contro i territori abitati da curdi per costringere la popolazione alla fuga. Al posto degli espulsi il governo vorrebbe insediare profughi dalla Siria. Dato che molti di questi profughi “sono simpatizzanti di Isis”, è plausibile che lo stato turco intenda “costruire campi per costoro in Kurdistan per avere a disposizione una riserva di combattenti e agenti”.
    Naturalmente i curdi, ha voluto precisare Besê Hozat “non hanno problemi con persone arabe o afgane. Al contrario, sono pronti a convivere in pace con persone appartenenti a qualsiasi popolo. Perché i curdi non sono una popolazione nazionalista. Il problema sono i piani del governo dell’AKP. Insedia consapevolmente simpatizzanti di Isis nelle regioni in cui vivono curdi aleviti. Vuole far combattere Isis in Kurdistan contro gli aleviti”.
    E’ probabile che a Maraş si voglia provocare uno scontro tra sunniti e aleviti. Quindi non sarebbe un problema soltanto della popolazione di Maraş. Il governo turco, secondo Besê Hozat “va pianificando una politica genocida nei confronti degli aleviti. A questo gli aleviti devono opporre resistenza, devono sollevarsi. Tutti i curdi devono sollevarsi”.

    Gianni Sartori (aprile 2016)

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  2. Gianni Sartori

     /  maggio 21, 2016

    L’ALTERNATIVA CURDA: O LIBERTA’ O LIBERTA’
    (Gianni Sartori)

    Erdogan? Una fonte inesauribile di trovate che, se non fossero tragiche, potrebbero indurre al sorriso di compatimento.
    Dopo la dichiarata intenzione di “togliere la cittadinanza turca ai seguaci del PKK”, il presidente dello Stato turco ha spiegato che a causa delle trappole esplosive tra le forze di sicurezza turche ci sarebbero troppe perdite e che quindi l’unica soluzione (“per la protezione dei civili”) sarebbe quella di “sgomberare completamente le zone dove si svolgono le operazioni e far saltare da lontano le case inabitabili”. Dimenticando che sono state rese inabitabili dai bombardamenti dell’esercito turco.

    Niente di nuovo sotto il sole. Anche durante l’assedio della città di Cizre
    lo stato turco aveva sperimentato la strategia di cacciare gli abitanti con i bombardamenti. In un primo tempo la popolazione dei quartieri assediati veniva gradualmente sfinita e spinta alla fuga da settimane di coprifuoco; poi, quelli che si rifiutavano di andarsene venivano letteralmente massacrati. Solo a Cizre oltre 150 persone hanno perso la vita negli attacchi e centinaia di abitazioni risultano ormai devastate.
    Identica la situazione a Sur, il centro storico di Diyarbakir.
    A quanto pare Erdogan vuole ora applicare questa strategia anche nelle città di Nisêbîn (Nusaybin), Gever (Yüksekova) e Silopi. Nelle tre le città continuano gli attacchi delle forze di sicurezza, ma ora incontrano la resistenza delle Unità di Difesa dei Civili (YPS – Yekîneyên Parastina Sivîl) che cercano di difendere i loro quartieri. In base a quanto riportato da fonti vicine alle YPS “le forze di sicurezza turche vengono appoggiate anche da jihadisti che sono riconducibili a Isis o al Fronte Al-Nusra”. E diversi jihadisti sono già stati uccisi nei combattimenti.
    
Durante gli attacchi contro Silopî solo il 6 aprile erano stati assassinati almeno sei civili. Quel giorno le forze di sicurezza turche avevano sparato ripetutamente con i missili contro due quartieri della città colpendo numerosi appartamenti dove si trovavano dei civili. Dopo la morte di una decina di persone, gli abitanti della città hanno iniziato a fuggire. Contemporaneamente, una cinquantina di abitanti di Silopî, tra cui anche componenti del Partito Democratico delle Regioni (DBP), venivano arrestati dalla polizia turca.

    CURDA E ALEVITA: DOPPIAMENTE DISCRIMINATA

    Una denuncia sulla situazione delle città curde era venuta da GULTAN KISANAK in un’intervista con la stampa tedesca.
    Per la sindaca di Diyarbakir “Ankara sta conducendo una guerra coloniale contro la popolazione curda”.
    Nata nel 1961 a Elazig, negli anni ’90 Gultan Kisanak ha lavorato come giornalista per varie testate (molto spesso sequestrate o vietate) diventando caporedattrice del quotidiano Özgür Gündem. Dal 2011 al 2014 per il Partito per la Pace e la Democrazia (BDP), di cui è stata co-presidente, ha fatto parte del parlamento turco. Nel 2014 per il Partito Democratico delle Regioni (DBP) è stata eletta sindaca di Diyarbakir , città nell’est della Turchia abitata prevalentemente da curdi. Kisanak fa parte della comunità religiosa degli aleviti.
    
Parlando di Sur, il quartiere della città vecchia di Diyarbakir messo sotto coprifuoco per settimane dal dicembre scorso, ha ricordato che qui “circa un mese fa il governo ha proclamato ufficialmente la fine del coprifuoco, ma in altri cinque quartieri è ancora in corso. 30.000 abitanti sono stati scacciati da Sur. 20.000 di loro non hanno più case perché sono state distrutte da mesi di fuoco di carri armati e artiglieria. Un ritorno degli sfollati al momento non è possibile. A Sur vivevano molte persone povere che negli anni ’90 sono state scacciate dai loro villaggi dall’esercito e si sono poi ricostruite una nuova vita a Diyarbakir. La politica di espulsione ha anche gravi conseguenze economiche per la gente di Sur. Molti piccoli negozi di artigiani sono falliti. La situazione ora è perfino peggiorata perché lo Stato ha espropriato e statalizzato quasi tutto il quartiere della città vecchia. Dicono che è per motivi di sicurezza. Gli abitanti poveri vengono scacciati. Molti non ricevono un indennizzo perché erano solo inquilini o avevano costruito le case per conto loro negli insediamenti informali chiamati Gecekondular e non erano registrate. Vogliono ricostruire il quartiere con case nuove e strade larghe. E ancora non si sa chi dovrà andarci ad abitare. Ma abbiamo l’esempio del quartiere Sulukule a Istanbul. Lì sono stati scacciati i rom che tradizionalmente lo abitavano. Negli edifici nuovi e cari sono poi andate ad abitare persone ricche provenienti dall’Arabia Saudita”.
    Quanto al problema impellente di opporsi comunque a questo Landgrabbing, la sindaca ha sottolineato come “questa sia forse la prima volta nella storia che viene espropriata un’area così grande con 50.000 abitanti. Gli espropri dai quali sono colpiti anche edifici pubblici, parchi, musei e chiese, sono in contrasto con il diritto amministrativo dei comuni. Noi ci opponiamo in due modi. Da un lato procediamo per vie legali. Ma contemporaneamente puntiamo alla mobilitazione della popolazione. 310 organizzazioni della società civile si sono unite in un movimento per la ricostruzione di Sur.
    Dopo l’interruzione del dialogo con il Movimento di Liberazione curdo da parte del Presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo annuncio di non accettare il risultato elettorale del giugno 2015 nell’estate scorsa una serie di comuni curdi, incluso Diyarbakir-Sur si sono dichiarati autogovernati. Al governo questo è servito come pretesto per i suoi attacchi contro le città curde”.

    Al giornalista Nick Brauns che le chiedeva se “da questo punto di vista la proclamazione dell’autonomia democratica non sia stata prematura” ha ricordato che per il popolo curdo “l’autonomia democratica non è un progetto nuovo. Già nel 2007 abbiamo deciso questo progetto nel congresso del Partito per una Società Democratica (DTP), partito che poi è stato vietato, e dopo lo abbiamo confermato in programmi di partito e conferenze. Nelle zone dove siamo stati eletti quindi abbiamo cominciato a mettere in pratica l’autogoverno. Anche durante il dialogo di pace tra lo Stato e il rappresentante curdo Abdullah Öcalan la questione dell’autogoverno era centrale. Il PKK nel frattempo ha ammesso che non aveva messo in conto una tale politica di guerra da parte dello Stato, ma aveva sperato in una prosecuzione del dialogo. Come DBP abbiamo fatto tutto per evitare gli scontri, ma non abbiamo trovato ascolto da parte del governo. Tuttavia continuo a sperare nella fine dei combattimenti e in un ritorno al dialogo con il coinvolgimento di Öcalan”.
    
E ha continuato: “I curdi vogliono uno status politico e il loro autogoverno, mentre il governo li vuole liquidare con pochi diritti culturali. Ma noi non conduciamo solo una lotta nazionale per i curdi. Per noi si tratta anche del fatto di conquistare democrazia per tutta la Turchia. Non vogliamo che le amministrazioni comunali siano solo copie dello Stato centrale, perseguiamo un’alternativa democratica. Le decisioni dovranno essere prese in parlamenti popolari nei quartieri. Le donne e i giovani dovranno organizzarsi in consigli. Gli altri gruppi etnici e minoranze religiose nella nostra regione dovranno avere diritto di parola”.

    CEMIL BAYIK
    In aprile è intervenuto anche Cemil Bayık, leader del PKK ricordando l’impegno per la pace del prigioniero politico curdo Abdullah Öcalan. Purtroppo ha dovuto amaramente riconoscere che “tutti questi sforzi sono stati negati da Erdoğan”.
    Nel suo articolo (“La lotta rimuoverà l’isolamento e porterà la soluzione”, pubblicato sui quotidiani Azadiya Welat e Yeni Özgür Politika) Cemil Bayik scriveva che “Tayyip Erdoğan e Ahmet Davutoğlu stanno ingannando i popoli della Turchia. È chiaro come è finito il processo chiamato il “processo di risoluzione”. Come risultato di anni di impegno, una dichiarazione di democratizzazione e una risoluzione per la questione curda sono state presentate al pubblico a Dolmabahçe. Chi lo ha negato e ha detto che il progetto non esisteva? Chi ha detto che questi messaggi stavano legittimando İmralı per via del messaggio del leader Apo di democratizzazione e soluzione nel Newroz 2015? Chi ha tenuto il leader del popolo curdo in stretto isolamento dal 5 aprile 2015? Questi sono stati i primi passi di guerra e l’affossamento del processo di risoluzione democratica e politica. Quando hanno perso le elezioni il 7 giugno, il 24 luglio sono passati a una guerra a tutto campo. Le elezioni del 1 novembre erano solo una copertura politica per questa guerra. Le elezioni del 1 novembre sono state come quelle del 1946 quando ha vinto il CHP usando tutti i mezzi dello Stato. In breve, il discorso che il “PKK ha rotto la tregua e iniziato la guerra” è una grande bugia. L’Accordo di Dolmabahçe è stato rifiutato e il leader Apo è stato messo in isolamento secondo la sentenza di guerra raggiunta nel Consiglio di Sicurezza Nazionale il 30 ottobre 2014 e la decisione per questa guerra è stata messa in pratica dopo che le forze democratiche sono uscite rafforzate dalle elezioni del 7 giugno.
    L’alleanza di AKP e MHP dice che continueranno questa guerra fino a quando non sarà rimasto vivo un singolo guerrigliero. Stanno dicendo quello che dicono tutti i politici senza una politica per una soluzione, stanno facendo tutto quello che questi politici hanno detto. Questo discorso e questa guerra continueranno fino a quando emergeranno una mentalità e una politica per una soluzione della questione curda.
    AKP e MHP ora stanno attuando le politiche che vogliono i nemici della Turchia. Cadono nella trappola di mantenere la Turchia e i curdi in uno stato di guerra costante. Questa è la situazione in cui si troveranno coloro i quali non hanno politica per la soluzione. Solo coloro che avranno una politica di risoluzione per la questione curda agiranno a favore dei popoli della Turchia.
    Nessuna forza può eliminare il Movimento di Liberazione Curdo. Le loro sono parole di guerra psicologica pronunciate per deludere i popoli della Turchia. Stanno senza dubbio usando tutti i mezzi a loro disposizione per mettere fine al Movimento di Liberazione Curdo. Ma sono destinati a fallire, come è successi ad altri negli ultimi 40 anni. La situazione attuale è ancora più infruttuosa di quanto lo fosse in passato.
    Il PKK non è un movimento di “40 giorni” o un’organizzazione artificiale sostenuta dalla Turchia come ISIS. È il partito con radici profonde che hanno 43 anni e il partito con la maggiore esperienza politica nel Medio Oriente. Tayyip Erdoğan, Devlet Bahçeli e Ahmet Davutoğlu confondono il PKK con organizzazioni artificiali o create dalla propaganda. Il PKK è arrivato fino a oggi lottando con le unghie e con i denti. Ha una forza di sacrificarsi che si fonda su “o libertà o libertà”. Anche il popolo curdo non è più il popolo curdo di ieri. Anche questo popolo è maturato nella guerra che dura da 40 anni. In questo senso, Tayyip Erdoğan sta ingannando se stesso con il discorso su una guerra speciale. Certamente il prezzo lo paga il popolo. Senza alcun dubbio anche il popolo curdo sta soffrendo; ma la Turchia è la più grande perdente nel processo in cui viene rimodellato il Medio Oriente. Il leader Apo ha cercato di far vincere tutti i popoli e il paese stesso con il Manifesto del 2013 e l’Accordo di Dolmabahçe. Tuttavia, Tayyip Erdoğan ha respinto questo approccio e questo sforzo e ha invece scelto la guerra. Questa guerra continuerà fino a quando le politiche di Tayyip Erdoğan e dei suoi alleati falliranno. Una guerra è stata imposta al popolo curdo. Il Movimento di Liberazione risponderà naturalmente a questa guerra con una grande e storica resistenza”.
    Appare evidente che è il più ragionevole interlocutore per una soluzione era e rimane Ocalan. Scontata l’analogia con Mandela e il Sudafrica all’epoca dell’apartheid.
    Per risolvere la questione curda non è possibile evitare di confrontarsi con le proposte e con i progetti di Ocalan il quale, va ricordato, considera la democratizzazione della Turchia e la soluzione della questione curda come interconnesse.
    Ma, come sottolineava Cemil Bayık, prima di tutto “è necessario rompere l’isolamento in cui versa Ocalan e che va avanti da più di un anno. C’è un legame diretto tra mettere fine all’isolamento e risolvere la questione curda. Se le politiche di guerra e di mancanza di soluzione vengono rese irrilevanti dalla lotta, allora l’isolamento finirà e il leader Apo potrà svolgere il suo ruolo”.

    CURDI SOTTO TIRO ANCHE IN SIRIA
    Come riportava in una corrispondenza del 21 aprile il giornalista Nick Brauns, dal giorno precedente “a Qamishlo nel nord della Siria erano in corso duri combattimenti tra milizie curde e forze governative siriane. Dozzine di appartenenti alle milizie, soldati e civili sono rimasti uccisi. La vita pubblica nella grande città sul confine turco abitata da curdi, arabi e assiri cristiani in larga misura si è fermata, molti abitanti fuggono verso i villaggi circostanti.
    Qamishlo e Hasaka sono le uniche città nella zona di autogoverno del Rojava nel nord della Siria, dove il governo del Presidente Bashar Al-Assad dispone ancora di truppe proprie. L’esercito siriano controlla l’aeroporto di Qamishlo , le Forze di Difesa Nazionali (FDN) il quartiere governativo, alcune zone residenziali arabe, nonché una serie di villaggi a sud della città. Oltre ad alcune tribù arabe, anche la milizia assira Gozarto sostiene il regime Baath, altri gruppi assiri invece sono alleati con le Unità di Difesa del Popolo curde YPG”.
    Finora era rimasta in vigore una “tregua informale” per cui da alcune componenti dell’opposizione siriana e dal governo turco erano state lanciate accuse contro il PYD (Partito dell’Unione Democratica, curdo) di “collaborazione con Assad”. In realtà a Qamishlo si verificavano di continuo conflitti armati di piccola entità tra curdi ed esercito siriano (soprattutto quando i curdi si opponevano al reclutamento).
    I combattimenti su ampia scala erano scoppiati il mercoledì 20 aprile dopo un incidente a un checkpoint delle unità »Asayis« (in campo per la sicurezza dell’autogoverno).
    Secondo quanto riferito dall’agenzia stampa curda Firat negli scontri successivi di venerdì 22 sono rimasti uccisi oltre 30 seguaci del governo.
    Giovedì 21 aprile le forze curde avevano occupato un forno industriale nel centro e il carcere locale (Alaya). Qui venivano uccisi cinque appartenenti alle FDN mentre una cinquantina si arrendevano. I canali tv curdi hanno mandato in onda un video che mostrava le Asayis mentre ammainavano la bandiera siriana e issavano la propria sull’edificio.
    Le unità dell’esercito siriano stazionanti nell’aeroporto hanno reagito con colpi di artiglieria contro alcuni quartieri residenziali e, secondo notizie non confermate, una decina di civili avrebbero perso la vita

    Con un contrattacco, durante la notte tra il 21 e il 22 aprile giovedì, le forze del FDN riuscivano a prendere il controllo dell’ospedale Al-Salaam e dello stadio pubblico. Nello stesso giorno, venerdì 22 aprile, rappresentanti del PYD e del governo si sono incontrati per negoziare una tregua.
    Il Consiglio governativo del cantone di Cizire che comprende anche Qamishlo ha accusato Damasco di essere il responsabile degli scontri la cui funzione sarebbe quella di “seminare discordia tra curdi, arabi e assiri e impedire la costruzione di una regione federale nel Rojava nel nord della Siria”.
    La proclamazione dell’autonomia (in marzo) da parte dell’alleanza di opposizione dell’Assemblea Siriana Democratica formatasi intorno al PYD era stata condannata, oltre che dai governi siriano e turco, anche dall’opposizione siriana sostenuta dall’Occidente in quanto tale dichiarazione viene ritenuta “un attacco all’unità territoriale del Paese”.
    Negli stessi giorni sul sito web dell’Isis (Al-Amaq) veniva rivendicato un attentato suicida contro le YPG a Qamishlo (sarebbe avvenuto il 21 aprile).

    Mentre le Unità di protezione del popolo (YPG) hanno rispettato da subito l’accordo di cessate il fuoco (vedi la dichiarazione congiunta degli Stati Uniti e della Federazione Russa sulla Cessazione delle Ostilità in Siria del 17 febbraio 2016), gruppi terroristici vari hanno continuato a bombardare alcuni quartieri di Aleppo, in particolare quelli abitati in prevalenza da curdi (Şêx Meqsûd, Efrîn…).
    Quartieri, va detto, che rappresentano spesso un luogo sicuro anche per molte persone non curde in fuga dalla guerra.
    Da qualsiasi parte provengano, Isis o esercito siriano, i bombardamenti rappresentano comunque una violazione delle Convenzioni internazionali sulla protezione dei civili. Ultimamente si erano intensificati; forse una rappresaglia per le proposte politiche (l’autonomia democratica, l’autogoverno) avanzate dall’amministrazione del Rojava.

    Appoggiati dalla Coalizione nazionale siriana, e da quello che rimane del Consiglio nazionale curdo, alcuni gruppi terroristici (Jabhet Al Nusra, Ahrar Al Sham, la brigata Sultan Murad , la brigata di Al Fatah Brigade, Divisione 16, Esercito di Mujahedeen, Fastaqim Kama Umirt Group, la brigata islamica Nour al-Din al-Zanki e la Divisione del Nord) hanno utilizzato ogni genere di armi letali, comprese quelle vietate internazionalmente, per costringere la popolazione a lasciare le proprie abitazioni.

    In particolare, negli attacchi contro il quartiere di Sheikh Maqsoud sono stati utilizzati gas chimici provocando sia il ferimento che l’intossicazione di alcuni abitanti.
    (vedi il rapporto dell’Agenzia Hawar News).
    Nel corso dell’attacco il quartiere appariva coperto da un fumo giallo.

    In un altro quartiere di Aleppo ripetutamente sotto attacco, le vittime civili sarebbero 25 e oltre cento i feriti.

    A seguito di tali eventi il Consiglio generale del Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha rivolto un invito a “tutti i paesi del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria di assumersi le loro responsabilità e di fermare queste organizzazioni terroristiche e di proteggere i civili secondo le leggi e le convenzioni internazionali” invitando anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU “a esercitare pressione sui sostenitori di questi gruppi terroristici, in modo particolare nei confronti del Partito della giustizia e dello sviluppo,che è diventato una fonte globale del terrorismo, che minaccia la pace e la sicurezza globale”.

    Gianni Sartori

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