Ucraina: muore Igor Astakhof prigioniero politico antifascista

Ucraina: gli antifascisti “uccisi” dal carceredi Enrico Vigna

28 aprile 2016.- Igor Astakhov, prigioniero politico e attivista antifascista di Odessa, è morto in carcere, ucciso dalla mancanza di cure delle autorità ucraine.                  

Nella tarda serata del 23 aprile 2016 è morto nel carcere di Odessa il prigioniero politico Igor Astakhov, ucciso dalla illegalità e dalla mancanza di cure, oltreché per le torture e violenze subite in detenzione. Il cuore malato dell’uomo si è fermato. Era il giorno del suo compleanno.

Il regime di Kiev ha comunicato che “è morto per insufficienza cardiaca“.

Igor Astakhov era nato 48 anni fa, era stato arrestato il 20 gennaio 2015, accusato per i fatti del 2 maggio ad Odessa; era stato accusato per il sospetto coinvolgimento nell’uccisione di un noto esponente neonazista dei Battaglioni ATO, Yanu Shishman, e delle sue due guardie del corpo.                                                                                           
Secondo le informazioni disponibili e i documenti video e fotografici, Shishman era uno dei capi dell’assalto neonazista alla Casa del Sindacati, dove il 2 maggio furono assassinate 48 persone e oltre 200 rimasero mutilate e ferite; questi era uno di quelli che lanciarono le molotov alla Casa dei Sindacati a Odessa il 2 maggio, e che avevano personalmente bruciato persone lì rifugiate.

Astakhov era stato accusato sulla base del codice penale ucraino, dell’articolo 115 parte 2: uccisione di diverse persone; dell’articolo 263 parte 1: possesso illegale di armi e dell’articolo 294: parte 2, partecipazione a disordini di massa il 2 maggio. Egli fin dall’inizio era stato membro attivo delle milizie di autodifesa popolare contro i nazisti di Odessa e contro il golpe di EuroMaidan. Un vero patriota ucraino antifascista, come si definiva.

Il suo avvocato in questi sedici mesi ha denunciato e documentato le orribili torture e violenze a cui è stato sottoposto, non solo all’inizio della detenzione, ma anche pochi mesi fa.                                                         

Astakhov a partire dal primo giorno della sua detenzione è stato sottoposto a torture terribili. Ogni giorno è stato sottoposto a metodi illegali di interrogatorio. E ‘stato picchiato, torturato con scosse elettriche, unghie strappate, dita schiacciate, costole rotte, chiedendogli di ammettere le accuse e deporre contro i suoi compagni. Igor aveva una valvola artificiale nel cuore e dopo le torture stava sempre peggio, di recente aveva avuto un attacco di cuore e la richiesta di chiamare un medico non aveva avuto risposta“, ha denunciato il suo avvocato. 

Persino la sua famiglia poteva incontrarlo solo saltuariamente e solo a molti mesi dal suo arresto. 

Anche le continue richieste di maggiori cure e assistenza sono state negate, tutte cadute in un letale silenzio. Tutto Invano. Attese, rinvii e tutto è rimaso in attesa, mese dopo mese, anno dopo anno. Hanno aspettato e sperato: ma la Giunta di Kiev è sorda ai diritti umani ed alla legalità internazionale.

I suoi avvocati hanno anche coinvolto le parti che partecipano agli “Accordi di Minsk”, Ucraina, Russia, Bielorussia, L/DNR, UE, fornendo le documentazioni relative alle bestiali violenze e torture a cui era sottoposto e chiedendo che fosse incluso negli scambi di prigionieri di guerra tra le parti.

Igor Astakhov non tornerà più, né dalla sua famiglia, né tra il suo popolo, in nome del quale ha donato la vita. Uomo buono, altruista, che secondo le testimonianze degli altri prigionieri usciti dal carcere, anche nel buio delle segrete del regime di Kiev riusciva a contribuire a mantenere alto il morale dei prigionieri politici e di guerra.

Ad Memoriam Igor Astakhov!

 

“Da sotto la copertura delle tenebre della notte

Dal buco nero dei terribili tormenti

Ringrazio tutti gli dèi

Per il mio spirito inviolato.

Ed io, caduto nella morsa della disgrazia

Non ho tremato e non ho gemuto

E sotto i colpi del destino

Sono stato ferito, ma non sono caduto.

Passa un sentiero tra il male e le lacrime

Anche se la strada da fare non è chiara

Di difficoltà e disgrazie

Io, come prima, non ho paura.

Non importa che la porta è stretta

Il pericolo non mi spaventa

Io sono padrone del mio destino

Io sono capitano della mia anima”

Igor Astakhov

 

“E  sorridendomi mi spezzavano le ali

La mia voce rauca a volte sembrava un ululato.

Io diventavo muto dal dolore e dalla fiacchezza

E solo sussurravo: Grazie che sono vivo”

Igor Astakhov

“IN MEMORIA DI IGOR ASTAKHOV ucciso nel carcere di ODESSA il 23 aprile 2016 giorno del suo ultimo compleanno”                          

– di Sergey Barkovskii
Volontariamente ho messo la testa sul ceppo,
Non aspettare!, No, no, io voglio metterla !
Io, combattente antifascista Igor Astakhov,
Io disprezzo le autorità di Kiev,
Forza, cattiveria, meschinità, l’inganno
regnano in Ucraina!

“Così ho deciso: non starò in silenzio!
Ma la mia lotta non sarà un mistero.
Ho combattuto per la libertà, con volontà,
Ho cercato di spazzare tutto lo sporco.
E il giorno della battaglia di Kulikovo
Ho camminato eretto  e apertamente!
C’erano canaglie
Con tante forze,
La povertà morale galoppa furiosamente.
Negli ultimi due anni, questi idioti
Volevano insegnami ad “amare la patria!”
Sono in carcere sotto tortura, ma non mi arrendo,
Nessuno che ha donato agli altri, può angosciarsi per la sua lotta.
Pur in un orrore misterioso, non mi spezzano,
E io continuo a combattere fino alla morte!
E ora, in piedi sul bordo della tomba,
Alla fine dei miei giorni di vita,
Chiedo a Dio di dare ancora più forza
No, non a me, ma alla mia Patria!
L’oscurità scomparirà. Nella nostra casa la luce vincerà!

Tornerà il paese in cui regna la felicità.
Per i nazisti sarà finita
Allora l’Ucraina rinascerà!”

 

 

Esprimendo le nostre condoglianze alla famiglia, agli amici, ai suoi compagni di lotta, riteniamo che la cosa più importante da fare è mantenere vivo il suo ricordo con un impegno attento alla sorte degli altri prigionieri politici e di guerra, contro l’illegalità della Giunta Ucraina di Kiev, con la convinzione che:

 NULLA E’ DIMENTICATO. NESSUNO DIMENTICA!

Hebe de Bonafini: «Ancora in piazza per rinnovare il sogno dei nostri figli»

30est1f01-hebe-bonanfinidi Geraldina Colotti – il manifesto

«I nostri figli hanno dato la vita per un sogno e noi lo rinnoviamo ogni giorno». Non tradisce il peso degli anni, la voce di Hebe de Bonafini, storica dirigente delle Madres de Plaza de Mayo, classe 1928. Oggi, l’organizzazione che ha contribuito a fondare, il 30 aprile del 1977, compie 39 anni. Il 24 marzo dell’anno prima, una giunta militare aveva preso il potere in Argentina, scatenando una repressione che, in sei anni, provocherà circa 30.000 scomparsi.

Sfidando il pericolo, quel 30 aprile le Madres lanciano al mondo un simbolo di resistenza, come una bandiera: un fazzoletto bianco con su scritto il nome dei loro figli scomparsi, un pannolino di tela con cui li hanno fasciati da piccoli. Donne semplici, via via sempre più coscienti e organizzate, consapevoli del rischio e disposte a continuare a prezzo della vita. Il 10 dicembre del 1977, nella giornata internazionale dei Diritti umani, il giornale delle Madres pubblica l’elenco dei ragazzi desaparecidos.

Quella notte, l’operaia Azucena Villaflor, una delle fondatrici viene sequestrata da uno squadrone della morte e condotta in uno dei campi di sterminio, probabilmente l’Esma. I suoi resti sono ritrovati l’8 luglio del 2005, durante la stagione dei processi ai responsabili della dittatura. Le ceneri vengono sepolte ai piedi della Piramide di Maggio, al centro della Plaza de Mayo, l’8 dicembre del 2005, a conclusione della 25ma marcia di resistenza delle Madres.

Oggi, il pañuelo è diventato un simbolo nazionale dell’Argentina «e per tutti i popoli del mondo rappresenta la lotta, la resistenza, la trasformazione collettiva», scrive Kabawil, il gruppo di appoggio italiano alle Madres. Per il loro 39mo compleanno, Kabawil ha organizzato una carovana, che si conclude oggi a Mar del Plata.

Cosa ricorda Hebe di quel 30 aprile di 39 anni fa? Com’è cominciata quella battaglia?
Da mesi, ci incontravamo al ministero degli Interni, nelle caserme, tutte alla ricerca dei nostri figli scomparsi. Un giorno, che può essere considerato il punto d’avvio, eravamo andate alla chiesa della marina Stella Maris, dal vescovo Emilio Gracelli che poteva avere notizie. E Azucena Villaflor ha detto: basta, andiamo in piazza. Eravamo stufe di girare a vuoto. Così ci rechiamo a Plaza de Mayo, di fronte alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale argentino, con una lettera per il generale Videla. Era un sabato, e lì non c’era nessuno, mentre noi volevamo essere visibili. Qualcuna suggerisce di tornare il venerdì, ma c’è chi dice: no, venerdi è il giorno delle streghe. Così cominciamo a girare in piazza il giovedì alle 15,30: per rientrare prima del buio, perché eravamo seguite e perseguitate.

Quanti figli ha perso?
Due, più mia nuora, sposata al maggiore. Ma per le Madres la maternità è collettiva, abbiamo deciso di socializzarla, parliamo dei nostri figli per parlare della storia di questo paese, dei molti giovani coraggiosi che le famiglie non hanno voluto ricordare. Loro hanno dato la vita per un sogno, noi abbiamo deciso di condividerlo e di rinnovarlo, ogni giorno da allora. Per noi, non sono né vittime – perché hanno lottato, anche con le armi per i propri ideali – né tantomeno terroristi. Nessun terrorista dà la vita per amore degli altri. La rivoluzione è un atto politico d’amore: perché sempre i popoli hanno motivo di lottare e di guardare a quelli che lo hanno fatto prima di loro per costruire una speranza. In Argentina abbiamo avuto 12 anni meravigliosi con il kirchnerismo, la casa del governo era aperta, era parte della nostra vita. Con Nestor e Cristina, l’Argentina ha aperto la scatola nera del passato, ci sono stati i processi, si sono rimesse in moto le energie.

Ma adesso è tornata la destra…
E siamo tutti responsabili. Certo, ci sono stati errori di tipo diverso: candidati che non sono stati all’altezza, la corruzione, ma il più grave è stato l’aver dato le cose per acquisite. Non abbiamo capito cosa sia davvero la lotta di classe. Abbiamo dimenticato che, senza un adeguato lavoro politico, la gente più umile quando ottiene dei benefici si rivolge verso l’alto e non verso il basso, pensa che chi sta più in alto possa darle ancora di più, senza capire che quello che ha avuto è perché se lo è conquistato. E così è arrivata la destra con le sue promesse megagalattiche di lavoro, felicità, parole vuote e demagogiche dirette agli strati più umili. Macri ha promesso di tutto, salvo quello che sta mettendo in atto: licenziamenti, pallottole per chi protesta, chiusura delle università popolari e delle mense scolastiche per i bambini poveri…

Le Madres sono nuovamente a rischio?
Sì, ci hanno minacciato di morte, telefonate continue in cui dicevano che ci avrebbero uccise. Quattro tizi armati sono entrati nella sede della nostra radio, hanno sfondato la porta, ferito un compagno. Io sono stata citata tre volte in giudizio per incitamento alla violenza. Una prima volta mi chiama il giudice e mi dice di andare a deporre. Rifiuto. Mi manda una citazione. Non vado. Mi dice: mandi il suo avvocato. Rispondo: non nomino nessun avvocato perché non ho commesso alcun reato. Se volete arrestarmi, fate. Sto aspettando. Un giorno ci hanno impedito di entrare in piazza, una camionetta di polizia proibiva l’entrata. Ma sono arrivati i compagni, insieme a 40 deputati.

La deputata Milagro Sala è in carcere per presunte irregolarità amministrative.
Sì, purtroppo. Mi ricordo che anni fa lavoravamo a un progetto di case popolari chiamato Il sogno condiviso. Con quello abbiamo fatto uscire dal carcere due detenuti e due emarginati che si trovavano in un ospizio. E questi, con la complicità di funzionari governativi hanno messo su una truffa con cui hanno cercato di screditarci. E un giudice ci ha obbligato a pagare i danni. Abbiamo capito che la politica non va mischiata con il denaro, con il capitalismo che non puoi controllare perché stimola solo gli interessi individuali, la politica va intesa nel suo senso più alto, come la migliore azione collettiva. Per questo, a differenza delle altre associazioni, abbiamo rifiutato risarcimenti economici per i nostri figli. Non c’è prezzo per la vita e non serve dedicare una strada a qualcuno degli scomparsi. I nostri figli non sono morti, vogliamo che vivano nelle lotte presenti insieme a tutti i 30.000 scomparsi. Per via dell’età, siamo sempre di meno, ma il nostro impegno è lo stesso: mostrare ai giovani che la lotta non è inutile, neanche il sangue versato è inutile e che non bisogna sentirsi vittime.

Lei è tornata in piazza per difendere il socialismo bolivariano e ha denunciato i golpe istituzionali in marcia in America latina.
Sì, bisogna difendere Nicolas, Dilma… Prima, per eliminare i presidenti le destre usavano l’esercito, oggi si servono dei giudici, dei grandi media e degli imprenditori. Nel governo Macri sono quasi tutti imprenditori, schierati per riconsegnare il paese ai fondi avvoltoio. E la sinistra non capisce che deve riformulare il proprio pensiero politico. Ma il popolo, durante gli anni del kirchnerismo ha imparato a scendere in piazza. Macri ha fatto un decreto per impedirci di scendere in piazza, ma il 24 marzo eravamo un milione di persone a rendere carta straccia il suo decreto. Uno tsunami. Il popolo è uno tsunami e uno tsunami non si ferma per decreto. In America latina si è aperta una speranza, dobbiamo lottare perché diventi realtà, senza delegare tutto ai politici. Loro fanno il possibile, il popolo deve fare l’impossibile e lì stanno le Madres.

 

Diga di Mossul: geologia e geopolitica

di Francesco Cecchini

Intervistato lo scorso marzo 
dal giornalista di Al Monitor Wilson Fache, che si era recato nell’area della diga per un reportage, un abitante della parte di hinterland di Mosul sotto il controllo dei peshmerga curdi (come la diga), ha usato le parole del condottiero berbero Tariq Ibn Ziyad per descrive la situazione degli abitanti dell’area: “Ora ci troviamo con il nemico davanti a noi e il mare profondo dietro di noi”.

LA GEOLOGIA

La diga di Mosul, originalmente conosciuta come Saddam Dam, sul fiume Tigri, nel governatorato occidentale iracheno di Ninawa, si trova circa 50 chilometri a nord della città di Mosul, controllata dall’Isis, meglio detto, capitale del Califfato. La sua costruzione, cominciata nel 1980, fu decisa da Saddam Hussein, nel quadro di un piano di “arabizzazione” del nord curdo dell’Iraq. Fu costruita da un consorzio italo-tedesco HochtierAktiengesellschaft – Impregilo, che la completò nel 1984.Lo sbarramento è lungo 3,2 chilometri per un’altezza di 131 metri.Ė la quarta diga più grande del Medio Oriente e la più grande dell’Iraq. Componente chiave dell’energia elettrica nazionale: 4200 megawatt di turbine generano 320 MW di elettricità al giorno.

I lavori di impermeabilizzazione e di consolidamento furono eseguiti dall’impresa italiana Ing. Rodio S.p.A. di Milano. Fin dai lavori di indagine geologica, eseguiti sempre dalla Rodio, e che compresero anche lo scavo di un tunnel esplorativo si sapeva che il suolo di fondazione, argilla e gesso carsico, non era adatto alla struttura. Il consorzio non si curò delle caratteristiche non idonee del suolo del territorio scelto per la “grande opera” del governo di Saddam Hussein. I lavori furono completati nel 1984.

La diga ha sofferto fin dall’inizio problemi, che resero, quasi immediatamente, necessarie iniezioni di cemento microfine. Una stima parla di circa 90 milioni di chili di cemento iniettato che però furono inefficaci e non hanno risolto il problema. Anzi sembra abbiano causato ulteriori deterioramenti agli strati di gesso carsico di fondazioni e alla struttura. Le continue iniezioni di cemento hanno fatto si che le aperture nel gesso si aprissero sempre più, lasciando cavità al posto del dissolto gesso, movimenti di ingenti quantità di cemento e in superfice sussidenze tutt’intorno alla diga. 

Nel 2007 la diga di Mosul fu oggetto di due rapporti dei tecnici dell’americano Corp of Engineers (USACE) che misero in luce caratteristiche e pericolosità:

Geologic Setting of Mosul Dam and Its Engineering Implications

http://el.erdc.usace.army.mil/elpubs/pdf/tr07-10.pdf

e

GeologicConceptual Model of Mosul Dam.

http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a472031.pdf

Martedì 19 e mercoledì 20 aprile scorsi il Centro studi americani, in collaborazione con l’Ispi, ha ospitato l’Iraq Crisis Conference, un ciclo di conferenze promosso dal Pafi (Peace Ambassadors for Iraq). Nadhir al-Ansari, docente presso la facoltà di ingegneria del Politecnico di Lulea alla costruzione della diga ha preso parte in prima persona,ha fornito un quadro completo dei numerosi problemi geotecnici.

GLI ALLARMI

A fine febbraio 2016, Il governo iracheno e l’ambasciata Usa a Baghdad hanno messo in guardia i residenti lungo il fiume Tigri su un possibile cedimento della diga di Mosul. Hanno affermato che Il rischio di caduta è “serio e senza precedenti. Un’evacuazione rapida rappresenta lo strumento più efficace per salvare vite di centinaia di migliaia di iracheni”.

Ultimamente anche l’ONU ha lanciato l’allarme: “Rischio catastrofe, fatepresto” Secondo gli analisti, il cedimento della diga potrebbe travolgere tra i 500mila e l’1,4 milioni di iracheni che vivono lungo le rive del fiume Tigri.In una riunione, il 10 marzo scorso, presieduta dall’ambasciatrice Usa Samantha Power e dall’ambasciatore iracheno Mohamed Alhakim si è fatto un appello alla comunità internazionale di “effettuare al più presto i lavorinecessari” e di istruire la popolazione sulle vie di fuga in caso di inondazione. Il cedimento della struttura potrebbe avvenire anche con scarsissimo preavviso e le conseguenze sarebbero devastanti: “se si dovesse aprire una falla – ha detto la Power – l’onda raggiungerebbe i 14 metri di altezza, spazzando via ogni cosa, persone, auto, case, ordigni inesplosi, scorie e altro materiale pericoloso”. La città di Mosul, che conta oltre 600 mila abitanti, sarebbe sommersa dalle acque in meno di quattro ore. “La posta in gioco è altissima –ha sottolineato l’ambasciatrice Usa – e le conseguenze possibili devastanti per non affrontare immediatamente il problema”L’onda potrebbe anche raggiungere la città di Baghdad.

Nel recente ciclo di conferenze a Roma, menzionato prima, al-Ansari si è unito al coro di allarmi affermando che “la diga cederà di certo”.

RENZI, PINOTTI E LA DIGA

Le truppe italiane in Iraq supereranno tra pochi mesi il migliaio di effettivi con l’arrivo di un battaglione destinato a presidiare la diga sul fiume Tigri a nord di Mosul, contesa aspramente nell’estate del 2014 dalle milizie dell’Isis e dai curdi che la riconquistarono con l’appoggio aereo statunitense.

La nuova missione militare è stata annunciata dal Presidente del Consiglio  Matteo Renzi a una  trasmissione televisiva Porta a Porta del dicembre 2015: “siamo in Iraq per l’addestramento ma anche con un’operazione importante nella diga di Mosul, cuore di un’area molto pericolosa al confine con lo Stato Islamico: è seriamente danneggiata e se crollasse Baghdad sarebbe distrutta.L’appalto è stato vinto da un’azienda italiana, noi metteremo 450 nostri uomini insieme agli americani e la sistemeremo”. Il nuovo impegno dell’Italia era stato anticipato da Barack Obama, che aveva dichiarato che “l’Italia è pronta a fare di più nella lotta al Califfato”.

Roberta Pinotti, ministro della Difesa  ha affermato al programma televisivo Agorà:  Non andiamo a combattere bensì a compiere interventi per preservare la diga, un’infrastruttura fondamentale per il futuro dell’Iraq, che se abbandonata rischia di provocare un grave danno ambientale. Quella di Mosul è una missione nuova e importante, in una zona molto calda perché la città è considerata la capitale del califfato in Iraq, città centrale anche per i collegamenti con la Siria”. La Pinotti inoltre ha parlato di 500 soldati  coinvolti nell’iniziativa oltre a dire: “bombardare non è un tabù”.

L’IRAQ E LA DIGA

Non tutti in Iraq sono d’accordo con Renzi, perché finora il governo iracheno ha mostrato poca disponibilità ad accogliere forze straniere da combattimento sul territorio nazionale.Recentemente il premier al-Abadi ha criticato il dispiegamento di forze speciali statunitensi in Iraq e ha condannato l‘arrivo di un reggimento meccanizzato turco a nord di Mosul, penetrato in Iraq col via libera dei curdi ma non di Baghdad. Il direttore iracheno della diga di Mosul, Riad Ezziddine intervistato dall’emittente tv irachena al-Sumaria news ha affermato riguardo l’invio di soldati italiani alla diga di Mosul: “Chiacchere che mirano a creare confusione. Alcune dichiarazioni diffuse ultimamente circa un imminente crollo della diga non si basano sulla realtà”

Perché gli iracheni dovrebbero accettare che truppe italiane presidino un obiettivo sensibile di quel valore? Non è un caso che le notizie sull’invio dei soldati italiani alla diga vengano definite “chiacchere che mirano a creare confusione” dal direttore iracheno della diga di Mosul, Riad Ezziddine intervistato dall’emittente tv irachena al-Sumaria news.Il ministro delle Risorse idriche, Mushsin Al Shammary, ò il 20 dicembre scorso, ha dichiarato che l’Iraq “non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora”

Anche le potenti milizie sciite irachene hanno reso noto che qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata come una forza occupante, compresi gli italiani. Ė l’avvertimento lanciato dal portavoce delle Brigate sciite irachene Hezbollah, Jaafar al Husseini. “La nostra posizione è chiara: qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata una potenza occupante a cui dobbiamo resistere”. Il leader radicale scita Moqtada Sadr, uno dei protagonisti dell’insurrezione contro le truppe alleate d’occupazione nel 2004 (sue milizie uccisero e ferirono anche molti militari italiani nell’area di Nassiryah “tra il 2004 e il 2006) ha affermato che “l’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali”. Oltre ai miliziani sunniti del Califfato, i nostri militari dovranno guardarsi anche dalle milizie sciite filo iraniane che combattono a sud di Mosul e che sono poi le stesse che hanno ucciso o ferito tanti militari italiani a Nassiryah durante l’Operazione Antica Babilonia tra il 2003 e il 2006.

Per Baghdad anche l’urgenza dei lavori di ristrutturazione della diga non sembra essere poi così urgente. A fronte dei continui allarmi per il possibile cedimento dell’infrastruttura lanciati dagli americani, vedi i citati rapporti dell’Army Corps of Engineers, il ministro al-Shammary ha affermato che  “Tali previsioni sarebbero corrette se la quantità di acqua nel bacino fosse al massimo, mentre attualmente è solo a un quarto”. Una situazione dovuta alla carenza di piogge e alla riduzione della quantità di acqua lasciata passare dalla Turchia negli ultimi due anni.Sulla base dei risultati raccolti al-Shammary e altri quattro ministri hanno presentato al governo un rapporto in cui non si fa alcun riferimento a un possibile imminente crollo e ha confermato che l’appalto assegnato alla Trevi prevede di “aumentare e rafforzare” le iniezioni di cemento nelle fondamenta e di riparare un’apertura di scarico che serve a ridurre la pressione dell’acqua sulla diga in caso di emergenza. Quindi lavori limitati.

L’APPALTO

La Farnesina ha informato il 2 marzo che è stato firmato il contratto tra la società Trevi S.p.A. di Cesena con le autorità irachene, Ministero delle Risorse Idriche, per i lavori di consolidamento della diga di Mosul. Il progetto prevede due interventi da svolgere in contemporanea. Il primo riguarda il rafforzamento delle fondamenta con iniezioni di cemento. Il secondo la riparazione di una delle due paratoie, cioè le aperture a monte che vengono azionate quando è necessario scaricare acqua per diminuire la pressione sulla diga.

La tv di Stato irachena, che ha diffuso per prima la notizia, ha indicato in 273 milioni di euro il valore del contratto. Nella versione originale il valore dell’intero progetto era di circa a 1,9 miliardi di dollari da realizzare in 5-7 anni.L’impatto di questa commessa sul conto economico di Trevi è stato positivo, A Piazza Affari il titolo Trevi ha avuto un aumento del 5,26% .In un’intervista al Quotidiano Nazionale Stefano Trevisani AD della Trevi da dichiarato: “I lavori dureranno un anno e mezzo, fino a ottobre dell’anno prossimo. Gli italiani saranno una settantina, i locali almeno 250. Poi stranieri di altre nazionalità. Il cantiere sarà pienamente operativo da metà settembre e e riprenderemo la manutenzione che si faceva prima, certo con tecnologie più all’avanguardia”.Carlo Crippa, area manager per l’Iraq ha spiegato sempre a QN che “bisogna intervenire con perforazioni e iniezioni di miscele cementizie”.

Circola l’ipotesi che la Trevi abbia una relazione importante con il governo  di Renzi. Ipotesi che potrebbe essere provata anche dalla presenza nel Consiglio d’Amministrazione di Marta Dassù come consigliere non esecutivo e indipendente. Esperta di politica internazionale di area PD già sottosegretario e viceministro degli Esteri con i governi Monti e Letta, la Dassù è stata consigliere di Massimo D’Alema e recentemente è stata voluta da Renzi all’interno del cda di Finmeccanica, che a differenza della Trevi però è un’azienda pubblica.

Il contratto è del tipo ‘cost plus’: la quantità dei finanziamenti sarà calibrata passo dopo passo secondo quelli che saranno i costi e il profitto dell’impresa è garantito.

Per finanziare il progetto Baghdad ha chiesto e ottenuto un prestito alla Banca Mondiale.

SITUAZIONE ATTUALE

L’agenzia di notizie Il Velino, riprendendo fonti curde, ha diffuso la notizia Il 10 aprile ha inviato nel Kurdistan iracheno a Erbil, distante da Mosul un’ottantina di chilometri, nuovo contingente di soldati e mezzi nel quadro della lotta contro lo Stato Islamico.Questo contingente, composto da 130 soldati e 8 elicotteri, ha sostituito un reparto americano privo di elicotteri d’attacco. Negli stessi giorni l’ANSA, sempre da fonti locali ha informato che militari italiani hanno effettuato un’ispezione in diga e perso contatto con i peshmerga che la presidiano per organizzare le truppe,450 soldati, che saranno addette alla sicurezza del cantiere e dei lavoratori della Trevi.

L’ Associated Press ha scritto che il primo team di tecnici italiani della ditta Trevi è arrivato giovedì 14 aprile a Mosul per iniziare la preparazione del campo in cui sarà posizionato il resto della squadra che si occuperà dei lavori di sistemazione della grande diga. Fonti italiane ben informate dicono che, in realtà, si tratta di un solo responsabile, inviato momentaneamente per seguire l’avvio dei lavori per la realizzazione del compound che ospiterà i lavoratori. Dunque se ne occuperanno gli iracheni della realizzazione del campo che ospiterà i tecnici della Trevi previsti per metà, fine giugno. I militari italiani forniranno la sicurezza all’intera area della diga mentre la protezione ravvicinata al personale italiano della Trevi sarà affidata a contractors della società britannica Pilgrims, presente da ben 12 anni in Iraq e che ha il 27 febbraio scorso ha visto rinnovata la sua licenza operativa dal Ministero degli Interni di Baghdad.

RIFLESSIONI

Durante L’Iraq Crisis Conference tenutasi a Roma il 19 e 20 aprile scorsoJamal al-Dhari Presidente del Pafi e partigiano del principio di autodeterminazione dei popoli in Iraq, ha ben raccontato l’Iraq di oggi che ha descritto come un paese “schiavo dell’occupazione ed esportatore del terrorismo” ed non ben compreso. L’origine della situazione sono gli Stati Uniti, che hanno invaso l’Iraq pur non avendo ottenuto alcuna legittimazione dalle Nazioni Unitee hanno contribuito a creare un sistema politico che con il tempo si è rivelato fatale per la stabilità del Paese. Tale sistema non ha fatto altro che alimentare il settarismo, perché fondato su una spartizione del potere su base etnico-religiosa. Al-Dhari ha accusato gli americani anche di “essersi ritirati dall’Iraq lasciando i suoi confini aperti”, il che non ha fatto altro che facilitare “l’ingerenza iraniana e l’insorgenza della guerra civile”. Al-Dhari ha avuto parole dure anche per la classe politica irachena, corrotta e inetta, in cui figurano un Parlamento, “che a oggi non ha mai svolto le sue mansioni”, e “dei ministri che sono al servizio delle diverse fazioni ideologiche, piuttosto che del popolo iracheno”. Da qui, la piaga del terrorismo, di cui l’Iraq è esportatore, che nasce dalla corruzione e che spinge, a sua volta, i cittadini, insoddisfatti della gestione della res publica, a radicalizzarsi e a sostenere quelle organizzazioni terroristiche.

Questo è il quadro generale dove si inserisce l’ulteriore invio di soldati italiani.

Con l’avventura di Matteo Renzi nell’area della diga di Mossul nella divisione dei compiti della coalizione anti Isis, guidata dagli Stati Uniti, l’Italia passa da sostegno militare e fornitura di armi a un ruolo attivo di vero e proprio intervento militare. Il contingente militare con l’invio di 450 militari diventerà il contingente straniero più numeroso in Iraq. Nel cuore poi del confronto armato con l’Isis. L’obiettivo di difendere il cantiere di un’impresa privata con consistenti forze militari, uomini e mezzi, è incongruente. La partenza del contingente è attualmente stimata tra maggio e giugno 2016.

Analisi Difesa un magazine on-line che si occupa tematiche militari in un articolo dal titolo significativo, Roma invia in Iraq forze da combattimento per fare la guerra, fornisce in articolo recente importanti informazioni sulla reale portata dell’operazione.

http://www.analisidifesa.it/2016/04/roma-invia-in-iraq-forze-da-combattimento-per-fare-la-guerra/

I punti dell’articolo sono i seguentiVerso la diga, Perplessità, Quali obiettivi reali? Verso un ruolo “combat” dell’Italia?

Restano tutti gli interrogativi per uno sforzo militare nazionale ancora una volta richiesto dagli Stati Uniti, ad alto rischio per i nostri militari ma che garantirà la sicurezza anche ai lavori di riparazione dell’impresa italiana Trevi.Schierare 500 militari in quell’area comporterà un costo stimabile in almeno 50 milioni annui senza contare le spese logistiche per schierare mezzi, armi ed elicotteri, necessari ad assicurare i collegamenti ed eventuali evacuazioni sanitarie tra Erbil e la base istituita nella diga.

A livello istituzionale la vicenda dovrebbe essere discussa in dettaglio in Parlamento. Lo scorso 16 gennaio Basilio parlamentari M5s presentarono un’interrogazione, ma la riposta del sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano è stata ampiamente insufficiente.

A livello di movimento deve crescere l’opposizione a questa decisione del governo di Matteo Renzi di inviare centinaia di soldati italiani alla diga di Mossul. Vanno cercate delle alternative all’intervento militare a difesa della diga, per esempio il controllato svuotamento del bacino d’acqua, fino a che la riparazione potrà avvenire in una situazione di pace.

Si segnala il link con un articolo pubblicato da Pressenza i primi di marzo 2016 dove si raccontano alcune iniziative di opposizione che vanno sviluppate.

http://www.pressenza.com/it/2016/03/mosul-lintervento-italiano-rischi-delle-grandi-dighe/

Venezuela: la derecha hacia la intervención armada

ebe12985-9491-4bf5-aa60-848eeb2b7a9dpor @arleninaguillon

Medianálisis, 29abr2016.- El escenario en Venezuela está claro: La extrema derecha, nacional e internacional, coordina una insurrección armada. Veamos algunas consideraciones.

1.- El martes, el Ministro de Defensa, Vladimir Padrino López, alertó que la delincuencia organizada formó una alianza con células paramilitares para ejecutar acciones terroristas en el país y tumbar al Presidente Nicolás Maduro. Padrino López, incluso, confirmó una serie de asesinatos selectivos que estos grupos estaban cometiendo;

2.- En abril, se han ejecutado cuatro ataques terroristas a instalaciones eléctricas en el país, confirmó el Ministerio para la Energía Eléctrica;

3.- En Maracaibo, entre lunes y martes, desplegaron una decena de células terroristas que ocasionaron destrozos en varios puntos de la capital zuliana;

4.- Ayer, el director de la Escuela de Inteligencia y Contrainteligencia de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana, Jesús Barrios, alertó que Estados Unidos podría estar tras las reservas del Banco Central de Venezuela. Barrios presentó 5 documentos que confirman su denuncia;

5.- El diputado Diosdado Cabello denunció que, desde EEUU, el mayor general Hebert García Plaza, prófugo de la justicia venezolana, coordina acciones golpistas;

6.- Desde Rusia, el almirante Remigio Caballero, jefe del Estado Mayor Conjunto de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana, confirmó que una Guerra No Convencional se estaba ejecutando en Venezuela;

7.- Parlamentarios opositores estuvieron en Washington cumpliendo una intensa agenda golpista en la OEA y otras instancias;

8.- Senado de EEUU extendió, hasta 2019, las sanciones a Venezuela;

9.- El senador colombiano Iván Cepeda alertó sobre el incremento de la presencia paramilitar en la subregión del Catatumbo, situada en el noreste del país, limítrofe con Venezuela;

10.- Una agenda de diez días en el exterior cumplieron fichas de Voluntad Popular, buscando financiamiento y alianzas políticas.

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: