L’esplosione del Potere Popolare

di Geraldina Colotti

Per inquadrare il tema – potere popolare e governo partecipato dei comuni – occorre partire da una elementare considerazione di fondo: che l’esperimento socialista bolivariano si mette in moto a seguito di un cambiamento strutturale nelle relazioni societarie e di potere. Una premessa utile per evitare equivoci o paragoni inopinati con la situazione italiana ove anche il comune più “virtuoso” e “partecipato” deve fare i conti con gli indirizzi e i colori del governo centrale. Andare al governo, d’altronde, non significa prendere il potere. Tuttavia, siamo un paese di forti tradizioni comunali, e il territorio è oggi il luogo dove s’incontrano e si scontrano tensioni e progetti, vecchie e nuove articolazioni produttive e sociali. Guardare alle esperienze partecipate del Venezuela, che hanno portato a sintesi le indicazioni più avanzate emerse dai forum sociali mondiali – prima di tutto quello di Porto Alegre, in Brasile – consente anche di riflettere su limiti e meriti delle esperienze che, durante l’ultimo governo di centro-sinistra, in Italia, hanno cercato di proporre un modello “partecipato” di gestione comunale, articolandolo tra conflitto e consenso, fra contro-potere locale e indicazioni generali. Significa riflettere, soprattutto, sul ruolo dei movimenti e delle organizzazioni popolari nell’amministrazione e nel governo dei territori quando si inaridiscono la luce prospettica e il contropotere reale. Significa riflettere, insomma, sull’articolazione tra locale e globale: sul nesso che c’è – a partire dalla critica del capitalismo e del suo modello di sviluppo – tra la fontana, gli ulivi, il caporalato o le fabbriche di morte del nostro territorio, e quel che accade nei sud più lontani, perché il costo (e i costi) di lavoro e non lavoro si decidono a livello globale. Potremmo dire che, pur nelle sue “complesse ingenuità”, l’esperimento bolivariano sta tentando di ripartire dai punti di frattura determinatasi nel Novecento tra municipalismo e centralismo, riprendendone i momenti più alti e fecondi: dalla Spagna libertaria al comunismo sovietico, alla Jugoslavia dei tempi migliori.

La partecipazione sociale e politica delle comunità organizzate, in Venezuela, si sperimenta dai primi agglomerati urbani degli anni ’30. Da forme organizzative nate per risolvere problemi contingenti, si trasformano in organizzazioni popolari che hanno la capacità di mobilitare le comunità facendo pressione sui governi per far cambiare leggi considerate ingiuste. Durante i governi nati dal Patto di Punto Fijo, seguiti alla cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez, accompagnano, con alterne vicende, la scena politica, andando spesso oltre le rivendicazioni territoriali. Quando i progetti assistenzialistici dei governi di Accion Democratica (Ad, il centro-sinistra di allora) riescono a cooptare le organizzazioni popolari per garantire la governabilità e depotenziare l’influenza delle forze rivoluzionarie escluse dal Patto di Punto Fijo, la loro spinta rifluisce: lo stato permea le organizzazioni comunitarie, che diventano cinghie di trasmissione di Ad e strumenti di consenso per le elite. Quando, invece, l’esperienza le spinge a trascendere la natura puramente rivendicativa e contingente, esse accompagnano le lotte di resistenza e propongono embrioni di trasformazione politica della società venezuelana.

Le organizzazioni comunitarie, sia contadine che urbane, che occupavano le terre e le case, i collettivi, le cooperative, le radio comunitarie (allora illegali), hanno appoggiato e sostenuto le ribellioni civico-militari del 4 febbraio e del 27 novembre del 1992, e poi il progetto di Chavez.

Dopo la vittoria di Chavez alle elezioni del 1998, l’approvazione dell’Assemblea costituente prefigura l’articolazione di un doppio movimento, dal basso e dall’alto per modificare dall’interno l’architrave del vecchio stato borghese che non è stato sepolto da una rivoluzione di stampo novecentesco.

La nuova Costituzione, approvata nel 1999, contiene almeno 70 articoli che promuovono la partecipazione cittadina in diversi settori del paese e molti fanno riferimento alla partecipazione popolare. Si individua il quadro che porterà all’istituzione dei Consigli comunali: l’articolo 62 si riferisce alla partecipazione popolare nella gestione pubblica. L’articolo 70 stabilisce le forme di partecipazione in campo economico, sociale e politico. L’articolo 182 riguarda la creazione del Consiglio locale di pianificazione pubblica. Il presidente Chavez, prima e dopo essere eletto, ha sempre messo l’accento sull’importanza della partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica.

Il 7 aprile del 2006, il Parlamento promulga la legge dei Consigli comunali. L’articolo 30 crea la Commissione nazionale presidenziale del Potere popolare, designata dal presidente della Repubblica, e così si stabilisce un legame diretto con lo Stato. La legge definisce i Consigli comunali come “istanze di partecipazione, articolazione e integrazione tra le diverse organizzazioni comunitarie, gruppi sociali, cittadine e cittadini, che consentono al popolo organizzato di esercitare direttamente la gestione delle politiche pubbliche e i progetti orientati a rispondere alle necessità e alle aspirazioni delle comunità nella costruzione di una società di equità e giustizia sociale”.

Prima di questa legge, organizzazioni analoghe facevano riferimento alla Legge dei Consigli locali di pianificazione pubblica. Ora, i Consigli comunali possono maneggiare fondi pubblici per realizzare progetti comunitari attraverso l’Unità di gestione finanziaria, composta da 5 abitanti della comunità, eletti dall’assemblea per amministrare le risorse in forma di cooperativa, denominata dalla legge Banca comunale. Le risorse vengono trasferite dalle varie istanze di governo: dal centro, dalle governaciones, dai comuni.

In Venezuela, le organizzazioni popolari crescono in modo esponenziale. Per farsi un’idea della consistenza di organizzazioni sociali e comitati, basta scorrere un elenco ufficiale del 2009: si contavano 3.600 banche comunali, 6.740 comitati di Terra urbana, 27.872 Consigli comunali, 485 media comunitari, 7.800 comitati per la salute, 6.600 Tavoli tecnici per l’acqua…. Lo sforzo del governo bolivariano, del Partito socialista unito (Psuv) e di quelle strutture, come il Partito comunista, che hanno mantenuto un’influenza nelle organizzazioni popolari – attraverso cooperative e comitati – fin dalla IV repubblica, è stato ed è quello di trasformare la cosiddetta “società civile” (come si dice in Italia) in “società politica” partecipe e consapevole.

Nel 2010, la Ley organica del Poder Popular stabilirà il quadro dei diritti, delle finalità e delle relazioni del Potere popolare con gli altri poteri della Repubblica. Le istanze del Potere popolare per l’esercizio di autogoverno, sono: il consiglio comunale, la comuna, la città comunale, i sistemi di aggregazione comunali.

Il Consiglio comunale è definito “un’istanza di partecipazione, articolazione e integrazione tra i cittadini, le cittadine e le diverse organizzazioni comunitarie, movimenti sociali e popolari, che consentono al popolo organizzato di esercitare il governo comunitario e la gestione diretta delle politiche pubbliche e i progetti orientati a rispondere alle necessità, potenzialità e aspirazioni delle comunità, nella costruzione del nuovo modello di società socialista di uguaglianza, equità e giustizia sociale”. La comuna, regolata da un’apposita e concomitante legge e dal ministero delle Comunas, è: “uno spazio socialista che come entità locale è definita dall’integrazione di comunità contigue con una memoria storica condivisa, tratti culturali, usi e costumi che si riconoscono nel territorio che occupano e nelle attività produttive che servono al loro sostentamento e sul quale esercitano principi di sovranità e partecipazione protagonista come espressione del Potere popolare, in concordanza con un regime di produzione sociale e con il modello di sviluppo endogeno e sostenibile contemplato dal Piano di sviluppo economico e sociale della Nazione”. La città comunale si costituisce per iniziativa popolare mediante l’aggregazione di varie comunas in un ambito territoriale determinato. I sistemi di aggregazione comunale sono quelli che sorgono per iniziativa popolare tra consigli comunali e tra le comunas.

Tutti i portavoce di tutte le istanze del Potere popolare, elette per votazione popolare, sono revocabili a metà mandato, come stabilisce la legge. Il testo stabilisce che verrà applicato alle comunità indigene in base ai loro usi, costumi e tradizioni.

Diversi articoli della legge definiscono le competenze finanziarie, giuridiche e amministrative del Potere popolare, nonché l’esenzione da tasse e tributi nazionali “a tutte le istanze e alle organizzazioni di base”. Centrale, la funzione di Controllo sociale, stabilita dall’articolo 19, che consente alle organizzazioni del Potere popolare il controllo dal basso della gestione del Potere pubblico.

Una funzione che collettivi e comitati hanno esercitato spesso durante la guerra economica, che si è fatta più intensa dopo l’elezione di Nicolas Maduro e che ancora persiste.

“Sono qui, con il popolo organizzato e con Elías Jaua, vicepresidente di una nuova area di governo. Stiamo creando la quinta rivoluzione, quella dell’ecosocialismo. La rivoluzione delle Comunas, la rivoluzione del socialismo territoriale”. Con queste parole, il 16 settembre del 2014, Maduro si è rivolto al Consiglio presidenziale del Governo comunale in cui ha accolto le proposte elaborate dalle Comunas. All’inizio di quel settembre, Maduro aveva annunciato la necessità di costruire “cinque rivoluzioni nella rivoluzione”, e di creare una struttura di interlocuzione diretta tra il governo e le organizzazioni del Potere popolare.

Il quinto obiettivo era per l’appunto “la rivoluzione del socialismo territoriale”, teso a consolidare “il modo di vita comunale”. Oggi sono 1509 le comunas registrate. Dopo la vittoria delle destre all’Assemblea, Maduro ha contrapposto un’altra volta il “popolo legislatore” e il suo organo di autogoverno – il Parlamento comunale, che richiama il soviet bolscevico – alle modalità di gestione delle élite: per una nuova articolazione tra Potere popolare e Potere esecutivo. “Dobbiamo rifare lo Stato, uno dei compiti principali analizzati da Lenin in Stato e rivoluzione. – aveva detto Maduro a settembre del 2014 – Senza una rivoluzione dello Stato continueremo ad assorbire il veleno inoculato dalle antiche classi dominanti, dal capitalismo e dalla borghesia. I problemi di inefficienza, di indolenza, di burocratismo e di corruzione – aveva aggiunto – hanno a che vedere con questi mali dello Stato borghese che sono rimasti intatti. E così capita che quando mettiamo un compagno che è un ottimo militante di base in un posto di governo, egli finisce per soccombere alle tentazioni del potere corrotto borghese, del capitalismo. Crede di essere in una nuvola, si dimentica che è popolo. Quindi dobbiamo andare verso uno Stato di tipo nuovo, dare il potere al popolo organizzato: non solo il potere politico, ma economico, educativo, sociale, solo così si costruisce la vera democrazia. E il presidente deve essere il recettore delle proposte provenienti dalle comunità”.

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