Lecce 16apr2016: Potere Popolare e femminismo rivoluzionario

testo a cura di Isabella Lorusso e Clara Statello

Terzo Tavolo tematico del Quarto Incontro di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana della Rete Caracas ChiAma – 15, 16, 17 Aprile 2016 – Caracas ChiAma: il Salento Risponde!

Sin mujeres no hay revolución
Donne in lotta a confronto
Tavolo sul femminismo rivoluzionario

Facilita il tavolo: Isabella Lorusso, autrice del libro “Donne Contro”

Introduce Clara Statello (Rete Nazionale Noi Saremo Tutto)
Interverranno nel dibattio:
Maddalena Celano, ricercatrice: “femminismo cubano e intersezionalità: genere, classe etnia”.
Maria Elena Uzzo, ministra consigliera dell’ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia: “Donne e potere popolare”.
Amarilys Gutierrez Graffe, console generale del Venezuela a Napoli: “Le donne nella rivoluzione bolivariana”.
Florence Torres, Forum de las Mujeres Latinoamerianas: “Il movimento femminista nei principali paesi andini (Ecuador, Perù, Bolivia)”
Sandra Villanueva Romero: “Il movimento femminista in Messico”.
Geraldina Colotti, scrittrice e giornalista de Il Manifesto: Donne in Lotta: “I movimenti femministi degli anni ’70 in Italia”.
Gaia Barletta, associazione LeA-Liberamente e Apertamente (Associazione lgbtqi Lecce)
Irene Strazzeri, sociologa e ricercatrice: “Patriarcato e post-patriarcato nei nostri giorni”.
Ines Rielli, Progetto “libera” per le donne vittime di tratta
Rosalba Nestore, Casa delle donne di Lecce

La questione di genere pone necessariamente delle domande sulla trasformazione dei processi storico-sociali. In che relazione si pongono i movimenti femministi e LGBTQI nei processi di cambiamento sociale? In che modo le rivoluzioni sociali hanno liberato le donne dalla condizione di subalternità all’uomo e quale ruolo hanno conquistato all’interno delle relazioni sociali?

Qual è la portata liberatoria dei movimenti di genere sull’intera società? Come conquistare i diritti civili effettivi, in società strutturate su processi sociali che riproducono gli stessi ruoli di subalternità tipiche del patriarcato e del capitalismo?
In poche parole: come si interseca la questione di genere con la domanda di trasformazione radicale della società?
In Italia, i diritti conquistati dalle donne, dalla lotta partigiana ai movimenti femministi, rivoluzionari e di operaie degli anni ’70, vengono svuotati e arretrano di pari passo con i diritti sociali, mentre movimenti LGTBQI stentano a veder riconosciuti i più basilari diritti civili.

Al contrario, in America Latina, le trasformazioni sociali in cui le donne si sono rese protagoniste, hanno apportato radicali cambiamenti all’interno di società profondamente “machiste”, in cui adesso si sperimentano nuove forme di democrazie dal basso e potere popolare. Cambiamenti in cui le donne hanno avuto un ruolo tanto necessario quanto decisivo e che hanno determinato la costruzione di una società più equa, in cui le differenze di genere non sono una condanna alla marginalità, ma una ricchezza, che consente la fuoriuscita da una condizione di subalternità. In questa prospettiva, i diritti civili cominciano ad avanzare, di pari passo ai diritti sociali.

Lecce 16apr2016: Potere Popolare ed ecosocialismo

testo a cura di Marinella Correggia

Secondo Tavolo tematico del Quarto Incontro di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana della Rete Caracas ChiAma – 15, 16, 17 Aprile 2016 – Caracas ChiAma: il Salento Risponde!

L’ecosocialismo, arma pacifica contro la guerra economica

Quale volto, quale mente, quali mani e quali gambe avrebbe (avrà?) un ecosocialismo bolivariano? Il socialismo del XXI secolo, annunciato dal presidente Hugo Chávez il 30 gennaio 2005, negli anni successivi è stato declinato anche in termini di nuovo modello di sviluppo sociale, economico ed ecologico con vocazione internazionalista. Insomma, l’internazionalismo ecosocialista modello ALBA (Alleanza Bolivariana per la Nostra America) che sfida il turbocapitalismo globalizzato e speculativo a trazione occidentale.

Per ragioni internazionali e interne, questo obiettivo è una sfida da titani e di certo non è stato raggiunto. Sia perché i Caraibi sono sempre stati il «mare chiuso di casa» degli Stati uniti (un’area, cioè, nella quale l’egemonia degli Usa non può essere messa in discussione). Sia perché il Venezuela, a differenza di Cuba, è un fornitore petrolifero di importanza strategica per l’impero. Sia perché, infine, la transizione da una monocoltura estrattivista e iniqua (dunque antiecologica e antisocialista) potrebbe rischiare di bloccarsi alla fase che si può definire «socialismo petrolifero solidale con il mondo» – una fase di enorme portata concreta e simbolica, ma pur sempre intermedia, alla luce degli imperativi climatici e ambientali.

La guerra economico-politica in corso contro il Venezuela potrebbe essere addirittura una chance per un nuovo modello, come da tempo spiega l’esperto di agroecologia e di ecosocialismo Miguel Angel Nuñez.

L’ecosocialismo si può ben articolare con il vivir bien o buen vivir andino che, diventato politica statale in altri due paesi dell’Alleanza Alba, Ecuador e Bolivia, pratica un ripensamento del paradigma di civiltà e dei modelli di vita per riunificare natura e cultura ed equilibrare il rapporto fra esseri umani e Madre terra. Il Sumak kawsay (in lingua quechua), come il sarvodaya gandhiano (semplice benessere per tutti) interroga le basi della civiltà industriale capitalista, criticando il modello estrattivista e il consumismo; e invita a pensare alla vita buona.

Questa, a differenza della felicità (un concetto privato e
psicologico), si basa su elementi di base che lo Stato deve promuovere e i cittadini devono sviluppare: salute, sicurezza, rispetto, autonomia, armonia con la natura.

Secondo Matthieu Le Quang, autore di Ecosocialismo y buen vivir, queste due alternative al capitalismo possono mutualmente arricchirsi, con l’apporto biocentrico del vivir bien e quello ecosocialista della critica al capitalismo – con ciò che essa comporta sul piano dei rapporti sociali e del controllo dei mezzi di produzione.

D’altro canto, per André Bansart l’ecosocialismo che parte dalle lotte e dalle esperienze dei popoli indigeni, afrodiscendenti e meticci che vivono in Abya Yala, si può definire socialismo di autogestione, un sistema politico e sociale basato sulla partecipazione dei circoli di base. Come le comunas venezuelane e le altre articolazioni di democrazia
partecipativa.

Su queste basi di riferimento, il lavoro concreto del presidente Chávez, che fu il primo firmatario del Manifesto per le Americhe – una denuncia del degrado ambientale del continente e un appello in difesa della sua diversità biologica e culturale -, è parso con sempre maggiore decisione e visione una sinergia fra diverse sperimentazioni: a) il cammino verso il socialismo del XXI secolo che mette al primo posto la morale («el primer rasgo es la moral» disse egli più di una volta); b) il buen vivir dei popoli andini; c) lo sviluppo delle comunas; d) quello che potremmo chiamare «ecosocialismo pratico especial de Cuba». Il tutto in un paese petrolifero che in pochi anni è riuscito sul piano internazionale a inventare rapporti fraterni non basati sul mercato, sulla competizione esulla speculazione, ma sulla solidarietà, complementarietà e perfino sul baratto, “el trueque” che è il modello ALBA; e sul piano interno a imporre la sovranità statale sulle risorse naturali prima espropriate, trasfigurando la renta petrolera in ogni genere di misiones per il soddisfacimento dei bisogni essenziali, la generalizzazione dei diritti di base, la coscientizzazione e partecipazione popolare.

Con il quinto grande obiettivo del Plan de la Patria 2013-2019, dichiarato legge nazionale ed eredità del comandante Chávez, il modello di sviluppo ecologico e socialista, e del vivir bien, è diventato responsabilità nazionale. Il quinto obiettivo del Plan formula la siguiente propuesta ecológica y socialista: « (…) la República Bolivariana de Venezuela, de acuerdo con los principios éticos del socialismo, alza la bandera de una lucha necesaria para adoptar, en el ámbito nacional y en el ámbito global, un esfuerzo por cambiar el modelo de desarrollo depredador que el capitalismo le ha impuesto al mundo (…) Este nuevo modelo alternativo de desarrollo socialista requiere un rol protagónico de hombres y mujeres con los nuevos valores del vivir bien que apoyen una economía ecológica y socialmente sustentable. Esto solo será posible desde el socialismo como única alternativa al modelo depredador capitalista que ya ha fracasado (…) Nuestro país luchará en aquellos temas sensibles en materia ambiental en todos los ámbitos (nacional, regional y multilateral) con especial énfasis en la lucha contra el cambio climático, la transformación de los modelos de producción y de consumo insostenibles y la defensa de un nuevo modelo de desarrollo social, ecológico y socialista, como la única alternativa planetaria para garantizar la vida.

In “Para comprender y querer a Venezuela”, lo scrittore e attivista Luis Britto García esalta i timoto-cuicas; sulle Ande venezuelane furono i protagonisti della più avanzata civiltà precolombiana della regione. Costruivano muri di pietra per l’agricoltura terrazzata, ricorrevano a canali e pozzi per irrigare mais, papa, yuca, cotone; tessevano e producevano ceramiche; commerciavano in forma di “trueque”, baratto con altri popoli. Erano «laboriosi, pacifici, sedentari». Ecco tre aggettivi che saranno preziosi in un futuro di socialismo verde. Saggezze del mondo unitevi!

Lecce 16apr2016: Potere Popolare e lotta di classe

testo a cura di Giuliano Granato

Primo Tavolo tematico del Quarto Incontro di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana della Rete Caracas ChiAma – 15, 16, 17 Aprile 2016 – Caracas ChiAma: il Salento Risponde!

Tutte e tutti siamo immersi fino al collo nel mondo del lavoro. Che ce l’abbiamo o che ne siamo alla ricerca, non cambia troppo; lavoro e disoccupazione sono i due poli di una relazione dialettica con la quale siamo costretti a fare i conti. Chi un lavoro non ce l’ha si sforza di trovarne uno, si arrangia… Ma non è che chi un lavoro ce l’ha se la passi poi troppo meglio: salari bassi, instabilità assoluta e livelli di sfruttamento che aumentano di anno in anno, di governo in governo, di pari passo con una restrizione dei diritti che, proprio negli ultimi giorni, è tornata a toccare quello che molti – illusi – davano per garantito: il diritto di sciopero. E con la minaccia di privatizzazione, chiusura, licenziamenti che incombe e che spesso diventa tristemente realtà.

Nonostante un quadro che non è per nulla roseo, la resistenza di migliaia di lavoratori e lavoratrici, per quanto sottorappresentata mediaticamente, ha prodotto decine di momenti di lotta. L’elenco delle realtà aziendali coinvolte permette di tracciare una mappa che copre praticamente tutto il territorio nazionale ed ogni settore merceologico. Tuttavia, per quanto coraggio abbiano mostrato tante lavoratrici e tanti lavoratori, non si è per ora prodotta un’inversione di tendenza. Continuiamo a soffrire, ad arrabbattarci.

Ci si muove in maniera generosa, ma spesso pare che patiamo l’assenza di un qualsivoglia tipo di orizzonte. Ed ecco che ci viene in aiuto l’esperienza in atto in Venezuela. A migliaia di kilometri di distanza dalle nostre terre il processo bolivariano ha prodotto quella discontinuità di cui avremmo bisogno anche noi. Non parliamo solo dell’aumento del salario minimo, del blocco delle privatizzazioni, del miglioramento complessivo delle condizioni di chi lavora.

Tutte cose importanti, fondamentali, per chi non riusciva a sbarcare il lunario. Ma che non restituiscono la complessità di un processo che invece tira in ballo ben più delle condizioni materiali di esistenza. Controllo operaio, fabbriche autogestite, sistemi di gestione della produzione che coinvolgono direttamente le comunità in qualità di attori e non solo di spettatori e spesso vittime passive di ciò che si crea, parlano anche a noi, ci forniscono un orizzonte da esplorare.

Non per copiare meccanicamente ciò che avviene ad un’altra latitudine ed in un altro contesto, ma per trovare stimoli che ci permettano di tradurre ciò che in Venezuela è diventato realtà, pur con tanti limiti e con contraddizioni tuttora non risolte, in pratiche quotidiane e nostre, qui ed ora. L’esempio del Venezuela ci dice che non è vero che non esiste alternativa, che il capitalismo in cui viviamo non è l’unico dei mondi possibili. Qualcosa si può fare, qualcosa possiamo tentare. Si tratta di una strada per tanti versi ancora non battuta e per questo i momenti di confronto e di riflessione sono fondamentali. Purché si accompagnino alla sperimentazione pratica, ricostruendo quel nesso prassi-teoria-prassi che è assolutamente necessario se vogliamo trasformare lo stato di cose presenti. Sabato a Lecce avremo occasione di dibattere di tutto questo, di ragionare e di aprire dei sentieri che poi andranno percorsi.

Costruiamo il potere popolare!

Avanti tutta!

La guerra mediatica contro il Venezuela prosegue

«Maduro chiude il Parlamento». La guerra mediatica contro il Venezuela proseguedi Geraldina Colotti – il Manifesto (9 aprile)

Per gli Stati uniti, il Venezuela bolivariano è «una minaccia inusuale e straordinaria»: la minaccia dell’esempio.

Maduro come Lenin? Maduro come il marinaio bolscevico Zelezniakov che sciolse l’Assemblea Costituente per accelerare il corso della rivoluzione d’Ottobre? «La guardia è stanca, spegnete le luci», disse il marinaio, interpretando il volere di Lenin.
 
Così si poteva pensare leggendo ieri la notizia d’agenzia: «Maduro chiude il Parlamento». Che poi la notizia fosse stata estrapolata da una frase pronunciata dal costituzionalista Escarra (che non è sempre stato chavista) nell’ambito di una discussione sullo scontro di poteri in corso nel paese, al lettore non era dato sapere.
 
Ancor meno emergeva il fatto che il costituzionalista, molto presente nei dibattiti dopo la vittoria delle destre in Parlamento, avesse detto che, qualora l’opposizione volesse votare leggi retroattive per abbreviare il periodo del mandato presidenziale truffando gli elettori, come ha promesso di fare, anche il presidente ha fra le sue prerogative quella di accorciare il mandato dei deputati, in base alla costituzione.
 
Dichiarazioni emerse dopo l’approvazione dell’amnistia che farebbe uscire dal carcere golpisti e faccendieri, rigettata da oltre 2 milioni e 500.00 firme. Le leggi finora approvate dalle destre e quelle in cantiere mirano a riportare il paese ai “fasti” del neoliberismo come sta facendo Macri in Argentina, e si fanno beffe del fatto che il meccanismo costituzionale, in Venezuela, si basa sull’equilibrio di cinque poteri, di cui è al centro il Tribunal Supremo de Justicia. La legge consente di indire un referendum di revoca di tutte le cariche a metà mandato, sempreché si raccolgano le firme del 20% degli aventi diritto al voto. Ma le destre hanno fretta di rispondere ai loro padrini e le leggi vogliono cambiarle.
 
Di motivi per essere stanca di una destra pasticciona e spocchiosa, golpista e affarista, che ha vinto la maggioranza in parlamento a seguito di un sabotaggio feroce (e anche per demeriti del campo avverso), la «guardia bolivariana» ne avrebbe tuttavia parecchi. E una grossa fetta di movimenti e organizzazioni popolari – sia fra quelli che hanno appoggiato con il 46% dei voti il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv, il più grande del paese), sia fra quelli che gli hanno riservato un «voto-castigo» o l’astensione lo scorso 6 dicembre – senza dubbio spinge per accelerare la «rivoluzione».
 
Ma, intanto, personaggi come il presidente del Parlamento venezuelano, Ramos Allup (che è anche vicepresidente dell’Internazionale socialista), non valgono neanche un’unghia dei Martov e dei menscevichi che proponevano una linea parlamentare per l’Urss di allora. Il partito di Allup, Accion Democratica (Ad), un tempo è stato di centrosinistra, e ha gestito gli anni della IV Repubblica in un’alternanza di potere con il centro-destra Copei: un balletto sancito da Washington dopo la cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez (

 

23 gennaio 1958), che avrebbe potuto dare il potere a un’alleanza gestita dal Partito comunista, che invece venne escluso dal gioco politico.

 
Nel 1998, Chavez ha raccolto l’eredità di quella «resistenza tradita» che in molti avevano voluto riscattare anche con le armi (nel Venezuela “democratico”, primo a buttare gli oppositori dagli aerei, è scoppiata la prima guerriglia latinoamericana, dopo la rivoluzione cubana).
 
L’irruzione del progetto bolivariano (un’alchimia fra nazionalismo latinoamericano, socialismo gramsciano, Teologia della Liberazione, femminismo e democrazia partecipata) e l’Assemblea costituente che ha prodotto la Carta magna bolivariana con l’apporto di tutti i settori sociali, ha riconfigurato termini e categorie in base agli indirizzi e ai referenti concreti: da una parte un progetto di paese che, in pochi anni, ha tirato fuori dalla miseria e dall’analfabetismo persone che prima non avevano né mezzi né voce; dall’altra, un agglomerato litigioso e rancoroso che ha risposto con i colpi di stato e con l’ossessione di riprendersi i propri privilegi cacciando prima Chavez e poi l’insopportabile ex operaio del metro, Nicolas Maduro.
 
Un progetto che ha spaccato alleanze e partiti, ricreando una nuova sinistra con nuove modulazioni. Un disegno che ha portato a sintesi le istanze più avanzate emerse dai movimenti «altermondialisti» di Porto Alegre dove, non a caso, Chavez è stato allora sempre invitato. Movimenti che da allora non sono più contorno ai grandi vertici, ma determinano le proposte dei presidenti che si richiamano al «socialismo del XXI secolo» (formula utilizzata per riscattare tutto il buono del grande Novecento e seppellirne le zavorre).
 
Un progetto che tende verso una nuova muta, e che sta dando qualche spinta persino a chi vuole trovare la strada del cambiamento anche in Europa: ma che non assomiglia alle rivoluzioni novecentesche, non avendo messo fuori legge le classi dominanti che, per questo, continuano a sabotare dall’interno «la transizione al socialismo», e che vorrebbero provocare una guerra civile. Per gli Stati uniti, il Venezuela bolivariano è «una minaccia inusuale e straordinaria»: la minaccia dell’esempio.
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