Gli USA hanno fallito, in tutto!

di Manlio Di Stefano

Pensate quanto se la sarà risa Fidel Castro quando Raúl, dopo la ripartenza di Obama per gli U.S.A., gli ha raccontato la scena “dopo 40 anni è venuto a stringerci la mano senza ottenere nulla e ho pure risposto male a uno yankee!”.

Il riferimento, satirico ma mica tanto, è a quanto accaduto durante la storica visita ufficiale del presidente americano a L’Avana del
21 marzo quando, alla domanda provocatoria di una giornalista nordamericana, il presidente cubano ha risposto così:

“Lei lo sa quanti sono i diritti umani identificati dalle organizzazioni internazionali? 61. Lo sa quanti paesi li rispettano tutti? Lo sa? Glielo dico io: nessuno. Cuba di questi 61 ne rispetta 47. Altri molti meno. Noi ad esempio rispettiamo i diritti umani del garantire la salute a tutti quanti, così come l’istruzione libera e gratuita. Lei trova giusto che una donna guadagni meno di un uomo? Non è anche questo un diritto umano? Potrei farle molti esempi di paesi che non rispettano questi diritti. Venire qui a parlare di prigionieri politici e di diritti umani non è proprio giusto, è scorretto.”.


Insomma, la si veda come si vuole ma la risposta di Castro ha un significato profondo e preciso, nessuno ha più il diritto di andare in America Latina con lo spirito del colonialista che deve evangelizzare terre di barbari.


Gli U.S.A. lo hanno sempre fatto, senza poterselo permettere, e ora pagano la loro spocchia a Cuba come, drammaticamente, in Medio Oriente e nei Balcani.

La storia della politica estera a stelle e strisce è segnata da fallimenti clamorosi e oggi ce ne accorgiamo dolorosamente, dal Cile al Kosovo passando per Iraq, Afganistan, Libia e Siria.

Chissà, forse Obama se n’è reso conto e con questo gesto l’ha certificato pubblicamente, o forse no, forse è solo la mano passata sullo specchio per togliere la polvere e ripulire l’immagine prima di consegnare il Paese a uno tra Clinton e Trump, due che peggio non si potrebbe se non con un Bush.


Una cosa è certa, che a Washington lo vogliano o meno, la storia li ha sorpassati e adesso devono rincorrerla.

ps: da domani con Alessandro Di Battista inizieremo una serie di incontri istituzionali in Russia con esponenti del Parlamento e del Governo. Mentre in Italia provano ad oscurarci all’estero ci vedono già come credibili per governare, ce lo leggono negli occhi.Vi terrò aggiornati.

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1 Commento

  1. Gianni Sartori

     /  marzo 26, 2016

    IL “CHE” E’ VIVO!

    Intervista con
    Harry Antonio Villegas Tamayo (“POMBO”)

    Gianni Sartori

    Premessa. Non ho alcuna intenzione di stare ad aspettare il 50° anniversario per ricordare la figura del “CHE”. Prima di tutto perché “non si sa mai”…e poi perché sinceramente mi ricorderebbe troppo l’età, ormai quasi venerabile, del sottoscritto.
    Tra l’altro (coincidenza sincronica ?) l’8 ottobre 1967, giorno della cattura del Che*, rappresenta anche il mio “battesimo del fuoco”, diciamo così. Quel giorno infatti, quindicenne, partecipai (forse l’intenzione iniziale era soltanto di assistere, per curiosità) alla mia prima manifestazione con cariche, durissime, della Celere 2 di Padova. L’immagine di alcune ragazze scaraventate e terra e picchiate con i manganelli (non ricordo più se sul cavalcavia di San Pio X o addirittura già allo stadio Menti, a un paio di chilometri quindi dalla base statunitense) è rimasta nella memoria, indelebile. Era soltanto l’inizio…ma prometteva bene.
    Di Ernesto Guevara avevo già letto un libriccino pubblicato da qualche gruppo m-l (“Creare due, tre, molti Vietnam…copertina rossa, costava, ricordo, 50 lire)** e quindi non mi era del tutto sconosciuto. Ma sicuramente non potevo immaginare che mentre correvamo per le vie periferiche di Vicenza gridando contro l’imperialismo statunitense, a migliaia di chilometri di distanza, in Bolivia, quello stesso imperialismo stava portava a segno uno dei suoi colpi più azzeccati: mettere definitivamente a tacere una voce autorevole che parlava a nome dei dannati della terra (dannati nel senso di esclusi, chiaro).
    Avevo incontrato Harry Antonio Villegas Tamayo (nome di battaglia “Pombo”) negli anni novanta durante un giro di conferenze organizzate, mi pare, dall’editore Roberto Massari. Il nome di Pombo, uno dei pochi sopravvissuti alla disfatta boliviana, è citato spesso nel “Diario del Che in Bolivia”, in particolare quando venne ferito in combattimento il 26 giugno 1967.
    Nato nel 1940 a Yara (Sierra Maestra) da una famiglia di contadini poveri, conobbe il Che ed entrò nella guerriglia cubana a soli 14 anni. Da allora non smise mai di lottare. Seguì Guevara in Congo al fianco di Mulele (già ministro di Lumumba, assassinato su richiesta del colonialismo) e perfino di un giovanissimo Laurent Desiré Kabila (di cui il Che un po’ diffidava…), in anni più recenti a capo del paese paese africano (dopo la sconfitta del dittatore Mobutu) e in seguito morto in un poco chiaro incidente.
    Pombo partecipò al tentativo boliviano e, dopo la morte del Che, andò a combattere in Angola contro il colonialismo portoghese. Poi in Namibia contro l’esercito sudafricano. Una lotta questa che, in quanto afrocubano, sentiva particolarmente sua dato che Pretoria aveva introdotto anche in Namibia l’apartheid.

    Domanda: Cosa pensi del fatto che a distanza di tanti anni (l’intervista risale agli anni novanta nda) la memoria del Che sia ancora viva “nella mente e nel cuore” di tante persone, non solo in America Latina?

    Pombo: Per noi latinoamericani il persistere del ricordo del Che a tanti anni dalla sua scomparsa non è motivo di sorpresa, dato che le ragioni per cui Guevara lottò sono ancora uguali nella sostanza. In America Latina, malgrado si vada pagando il debito estero, la miseria non diminuisce ma aumenta. Le nuove strategie adottate dai governi consistono nel trasferire nelle casse delle multinazionali il patrimonio, le risorse dei popoli latino-americani.

    Domanda: A tuo avviso ci sono state precise responsabilità da parte di alcune componenti della sinistra latino-americana nella morte e sconfitta del Che (mi riferisco in particolare al ruolo del partito comunista boliviano di Mario Monje)?

    Pombo: Naturalmente non si può accusare di responsabilità la sinistra in generale. Personalmente non ho elementi precisi per spiegare le ragioni per cui Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano, non fu coerente con gli impegni presi. La sua scelta di non partecipare alla guerriglia ha avuto conseguenze disastrose. Secondo gli accordi avrebbero dovuto integrarsi nella guerriglia più di trentamila uomini (militanti del Partito Comunista Boliviano nda) e questo avrebbe creato le condizioni per poter veramente fare delle Ande la nuova Sierra Maestra, come pensava il Che. Poi le cose, come ben sai, sono andate diversamente.

    Domanda: Come sei riuscito a salvarti dalla tragedia dell’8 ottobre ’67?

    Pombo: Solo in cinque del gruppo di Guevara riuscimmo a sganciarci e, se pur feriti, sfuggire ai rangers (al momento dell’intervista solo tre erano ancora in vita nda). Io ero rimasto con la mitragliatrice nella parte alta del canalone per tenere occupati i militari mentre gli altri potevano allontanarsi. Quando cercai di riunirmi al gruppo erano già stati uccisi o catturati. Prima di riuscire ad arrivare in Cile ci toccò sostenere almeno una cinquantina di scontri con l’esercito boliviano. Infine ci consegnammo ai soldati cileni, ad un posto di frontiera. Avrebbero potuto fucilarci sul posto o anche consegnarci ai boliviani, che quasi certamente ci avrebbero fucilato come fecero con gli altri nostri compagni catturati. Per nostra fortuna in quel momento c’erano attriti tra Cile e Bolivia e il tenente che comandava il posto di frontiera decise di consegnare quei cinque disperati alle autorità cilene. Ci portarono a Santiago e, successivamente, con un aereo a Thaiti, poi a Parigi e quindi a Cuba…

    Domanda: Quello che francamente stupisce è pensare che, dopo tutte queste traversie, sei tornato a combattere in Africa…

    Pombo: Personalmente sono felice di aver contribuito alla lotta di liberazione anticoloniale del popolo dell’Angola; è per me motivo d’orgoglio che oggi l’Angola sia indipendente, con frontiere riconosciute a livello internazionale. Lo stesso vale per la Namibia che ha potuto liberarsi dal giogo del Sudafrica e dell’apartheid.

    Gianni Sartori

    * L’8 ottobre sarebbe poi diventato il “Giorno del Guerrigliero eroico” pensando, erroneamente, che quel giorno il Che fosse stato ucciso in combattimento (o per le ferite riportate). Solo dopo qualche tempo si apprese con certezza che, catturato vivo l’8, era stato assassinato il giorno seguente, il 9 ottobre.

    **Doveva invece passare ancora qualche mese prima che mettessi le mani su “La guerra per bande”, una ristampa dell’ottobre 1967 della Mondadori (Oscar settimanali 132 bis, lire 350) di una introvabile edizione del 1961 (Edizioni del Gallo). Da segnalare che la traduzione era di Adele Faccio. Quanto al “Diario del Che in Bolivia”, quello con la prefazione di Fidel Castro, arrivò dopo (prima edizione: luglio 1968, prima edizione nell’Universale Economica: febbraio 1969) grazie al compagno editore Giangiacomo Feltrinelli.

    ***Nell’Esercito cubano, Pombo raggiunse il grado di generale di Brigata e venne decorato come “Héroe de la revolucion”. Il suo libro di memorie (“Pombo, un hombre dela guerrilla del Che”) venne pubblicato nel 1996.

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