Scarsità, estrattivismo ed ecosocialismo

20160323114637di Miguel Angel Núñez 

La crisi alimentare che il Venezuela si trova ad affrontare non è nuova. Per certi versi è la stessa crisi che abbiamo ereditato dal secolo scorso, e affonda le sue radici nel boom del petrolio. Abbiamo abbandonato le campagne. L ragioni di questo fenomeno sono molteplici; ricerca di nuovi tipi di attività con redditi più elevati, maggiori opportunità di studio e lavoro; e poi, elemento di fondo, le popolazioni rurali non avevano accesso a servizi sanitari ed educatici adeguati; le terre erano in mano a latifondisti; i servizi di assistenza agri agricoltori erano precari quando non inesistenti. Emigrare in città era un tentativo di alimentare almeno la speranza.

Malgrado gli sforzi straordinari del nostro comandante supremo Hugo Chávez e le quantità incalcolabili di risorse finanziarie destinate all’agricoltura nazionale, l’85% della popolazione venezuelana vive attualmente nelle principali città del paese, soprattutto nella zona settentrionale costiera. Una sproporzione che dà luogo anche a grandi tensioni sociali e ambientali.

Al presidente NicolásMaduro è toccato un compito difficilissimo. Alla crisi delle campagne e quindi della produzione agricola del paese, si uniscono gli sforzi della destra venezuelana per farlo cadere a qualunque costo, con il sabotaggio economico e la congiuntura dovuta ai livelli critici dei prezzi del petrolio.

In questa situazione, l’agroecologia deve diventare la turbina che dà impulso al motore agroalimentare, il numero 3 dei 14 motori per lo sviluppo produttivo del Venezuela. Un motore che deve promuovere la sovranità alimentare, dalla produzione nelle campagne allo sviluppo dell’agricoltura urbana e dell’industria agroalimentare.  L’agroecologia è la nuova scienza con coscienza e pertinenza territoriale, culturale e ambientale.

La creazione di un ministero per l’agricoltura urbana, con innumerevoli attività produttive in diverse città, assume l’agroecologia come guida di base per il piano dei 100 giorni dell’agricoltura urbana, che cercherà di coprire 1.200 ettari. A livello di educazione media e di base, si riprende il programma Todaslasmanos en la siembra, che può contare su oltre 1.500 tecnici in questa nuova scienza agroecologica; appoggeranno la formazione, la produzione e la ricerca in tutti questi nuovi spazi.

Ricordiamo anche il centro Insai dove si sta ampliando la produzione di biofertilizzanti e preparati biologici destinati alle diverse iniziative agroecologiche. Si sta andando avanti nel passaggio alla produzione di caffè biologico e nella raccolta dell’acqua piovana. Ci sono progetti di ricerca nel campo della produzione delle sementi e del recupero dei suoli. Altri ministeri come quello della gioventù e dello sport, dell’educazione, delle comunas e delle forze armate nazionali bolivariane stanno partecipando al piano nazionale agroalimentare Zamora.

Su altri livelli di produzione, in diverse università crescono le attività agroecologiche e la produzione di alimenti sani. Si tratta di azioni irreversibili, che cercano di consolidare le eco-reti agroalimentari, nelle eco-comuni in costruzione.

In tutti questi spazi produttivi e negli altri, non si tratta solo di coniugare la necessità di produrre alimenti sani e quella di non arrecare pregiudizio agli ecosistemi, ma anche di reagire alla carenza di fertilizzanti azotati – dovuta alla mancanza di valuta straniera per acquistarli, per non dire della progressiva penuria di elementi come il fosforo (P), e il potassio (K) che mette a repentaglio la produzione di fertilizzanti azotati. Per questa ragione la ristrutturazione del Ministero dell’agricoltura, della produzione e delle terre, nei suoi piani, progetti e programmi deve necessariamente fare una selezione accurata degli agrosistemi produttivi, e di dove distribuire i fertilizzanti detti NPK. L’esaurimento mondiale degli elementi fondamentali nella produzione agricola come il complesso NPK, implica che dobbiamo rafforzare il sostegno ai diversi processi di innovazione scientifica e tecnologica nell’area dell’agroecologia.  Le università e i centri di ricerca devono rapidamente farsi carico di questa situazione critica: scarsità di risorse minerali, alee climatiche, mancanza di valuta.

Le tecniche colturali agroecologiche che non usano fitofarmaci di sintesi né altre sostanze nocive per l’ambiente e gli alimenti consentono un importante risparmio di valuta, e non pregiudicano la qualità dei suoli, la biodiversità e le risorse idriche. Di fatto, l’agroecologia agisce come un antidoto di fronte a ogni attività estrattivista rispetto alle risorse naturali. E’ così che l’ecosocialismo si nutre e si rafforza, con l’applicazione pratica dei suoi principi; le nuove proposte economiche devono puntare tutto sul vero benessere della popolazione e sulla preservazione degli ecosistemi nazionali.

Così come l’agricoltura basata sui fitofarmaci di sintesi, l’estrattivismo danneggia l’ambiente. A volte lo fa in modo evidente e più radicale. Una volta di più possiamo renderci conto di come l’estrattivismo sia un ostacolo per l’ecosocialismo, cfr TatuyTV (https://www.youtube.com/watch?v=9ybAXQSqA2I).

Da decenni l’ecosocialismo invita a una riflessione sul futuro dell’economia fondata sull’estrattivismo minerario e petrolifero. L’idea è che a partire da queste riflessioni ci si soffermi sull’enorme quantità di risorse biologiche ed energetiche che si perdono nell’attività estrattiva, che porta inoltre al definitivo esaurimento dei minerali utilizzati. Per esempio: diverse ricerche indicano che ci avviciniamo sempre di più al momento in cui per ottenere una tonnellata di petrolio occorrerà consumare altrettanta energia…

In questo senso, non è di nessun aiuto il sapere degli economisti secondo i quali tutto è una questione di prezzi, dal momento che il prezzo deve essere pagato nell’unica valuta forte di questo mondo, cioè l’energia (Scuthze 1991). Pensiamo anche all’oro: un metallo di grande valore per tutte le civiltà; gli esseri umani nei tempi lo hanno tesaurizzato e conservato (anche riciclandolo) come nessun altro materiale nella storia umana. Nonostante ciò, solo poco più della metà di tutto l’oro estratto nella storia umana è tuttora disponibile.

Indipendentemente dal fatto che la nostra economia nazionale ha un grande bisogno di ottenere valuta estera, e che per questo subiamo una pressione per consolidare politiche neoestrattiviste, come la recente decisione di sviluppare la zona strategica nazionale dell’arco minerario, da un punto di vista strategico non crediamo che questa scelta sia la più vantaggiosa per il futuro della nostra economia nazionale. Ci sono alternative ben più valide da promuovere.

La limitatezza delle risorse che possiamo destinare all’annunciato sfruttamento dei minerali; l’utilizzo di altri elementi che scarseggiano; le incalcolabili risorse biologiche che si perderanno; il grave impatto ambientale e sociale che è all’orizzonte, tutto ci porta alla domanda: ne vale la pena?

Aggiungiamo che tutte le attività di estrazione saranno sotto il controllo e il coordinamento tecnico di oltre 130 imprese di vari paesi, con tutte le implicazioni che questo comporta. Qualche capacità di controllo ambientale potremmo avere, di fronte a tanta devastazione?

Per ora, e viste le condizioni sociali ed economiche critiche che la nostra patria è oggi costretta ad affrontare, non intendo svalutare il lavoro degli specialisti del governo, né il governo stesso: queste valutazioni sono il frutto delle mie convinzioni; sto semplicemente esponendo una preoccupazione molto personale. Ma non mi sento solo in queste idee e principi, nel lavoro per in nuovo modello di civiltà. Nel novembre 1998, nella riunione politica del Caracas Hilton, discutendo della civiltà mineraria sviluppata dal capitalismo fossile e redditiero, Hugo Chávez espresse in modo chiarissimo l’idea: “Preferisco l’albero all’oro”. Queste parole risuonano nel mio cuore e mi accompagnano nelle mie lotte.

Ndt. Anche nel 2007, il presidente disse: “Fra la foresta e il carbone scelgo la foresta”, e bloccò i piani di espansione delle miniere di carbonio nello Stato di Zulia (da L’Alba dell’avvenire, Punto rosso 2007).

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

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