Hezbollah: da gruppo guerrigliero ad esercito regolare

da al manar

Hezbollah ha cominciato a sperimentare un cambiamento nella sua natura, passando dall’essere un gruppo di guerriglieri fino a formare un esercito regolare. Il motivo di questo cambiamento è stato imposto dalle caratteristiche delle azioni militari di Hezbollah in Siria.

Non vi è alcun dubbio che Hezbollah ha cambiato le sue tattiche in Siria adottando un atteggiamento offensivo, lontano dallo stile difensivo che ha sviluppato con grande successo durante il suo scontro con l’occupazione israeliana fra 1982-2000. Invece di attacchi rapidi e il ritiro delle truppe contro le avanzate dei nemici, in Siria Hezbollah ha effettuato operazioni offensive per prendere il territorio ed è stato impegnato per lungo tempo in ampie operazioni.

Non c’è dubbio che Hezbollah ha sviluppato con successo nuove tattiche per la sua lotta in Siria. I risultati parlano da soli. Durante le operazioni in Siria a sostegno dell’esercito del paese arabo, Hezbollah è riuscito a liberare un gran numero di città e villaggi, realizzando un cambio di dottrina militare, sviluppando uno nuovo stile,  simile a quello dei guerriglieri cubani che sono riusciti a vincere la rivoluzione nel 1959.

Secondo questa nuova tattica, Hezbollah ha lanciato attacchi su tutti i fronti con nuove armi: carri armati, artiglieria e droni. Inoltre, le unità militari hanno effettuato operazioni sono cresciute fino a raggiungere, come nel caso della battaglia di Zabadani, 60 uomini, e nei casi più gravi, fino a 150. Le unità di combattimento militari sono utilizzate come battaglioni, che a loro volta sono composti da diverse brigate. Le brigate sono composti da truppe di terra, unità ingegneristiche, difesa anticarro, difesa aerea.

Hezbollah ha anche condotto una integrazione tra attività militare classica e le prestazioni di una forza di guerriglia per affrontare quella che è stata definita una “guerra ibrida” con l’impiego di vari tipi di lotta adattandosi ai luoghi e situazioni distinte.

Gran parte della trasformazione di Hezbollah si è verificata come risultato l’aiuto della Russia, il cui esercito di Hezbollah ha imparato molto sia in termini di tattiche che nell’uso di certe armi.

Vi è ora un rapporto di completa coordinamento tra la Siria, l’Iran, la Russia e gli Hezbollah. Allo stesso tempo, l’interdipendenza diretta di Russia e Hezbollah nel campo di battaglia siriano è in crescita.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria: il Venezuela condanna il massacro di Deir Ezzor

da sana.sy

La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha fortemente condannato il massacro perpetrato dal gruppo terroristico ISIS contro civili innocenti nella provincia nord-orientale della Siria, a  Deir Ezzor.

In una dichiarazione, il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, ha espresso a nome suo, del popolo e del governo, la condanna del suo paese di queste azioni disumane e, rivolgendosi alla comunità internazionale, ha chiesto di porre fine al terrorismo e di tagliare il sostegno finanziario e logistico alle organizzazioni terroristiche.

La dichiarazione rilasciata dal Ministero del Potere Popolare per gli Affari Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela:

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, a nome del popolo e del governo venezuelano, scioccato dalla barbarie criminale commessa dal cosiddetto “Stato islamico” contro la città siriana di Deir el-Zou, dove sono rimaste uccise 300 persone tra cui anziani, donne e bambini, oltre al sequestro di 400 abitanti della città, a gran voce esprime il rifiuto totale di queste azioni del terrorismo organizzato, che continua nei suoi atti disumani con l’oscuro obiettivo di disarticolare un paese che fino a cinque anni fa viveva in pace e sviluppo, fino a quando l’ingerenza delle potenze straniere, ha creato una situazione strutturale di guerra e di assedio.

Il Venezuela, coerente alla dottrina della pace e della nonviolenza, ribadisce ancora una volta la sua inequivocabile condanna del terrorismo in tutte le sue forme fa appello a tutte le nazioni e alle organizzazioni di buona volontà affinché si trovi il modo di superare questo flagello criminale.

La Repubblica Bolivariana del Venezuela chiede la fine definitiva di qualsiasi sostegno finanziario e logistico al terrorismo, per il bene e la difesa della vita di milioni di persone nelle regioni martoriate da parte di gruppi terroristici e mercenari, e per preservare l’integrità degli stati situati in tali regioni.

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, in nome del popolo venezuelano e del suo governo, ribadisce la sua speranza per l’immediata liberazione dei cittadini rapiti a Deir el-Zour, ed esprime i suoi sentimenti di dolore e solidarietà alle famiglie delle vittime, al popolo e al governo della Repubblica araba siriana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Roma 21gen2016: Potere Popolare, le fabbriche recuperate e le comuni

Cuba rinnova il suo sostegno alla Siria

da sana.sy

Il presidente cubano Raul Castro, in un messaggio di congratulazioni per il 50° anniversario della fondazione dell’Organizzazione di Solidarietà con i Popoli dell’Africa, Asia e America Latina (OSPAAL) ha confermato il sostegno al popolo siriano nella guerra contro il terrorismo.

Lourdes Cervantes(foto) segretario generale dell’organizzazione ha sottolineato la continuità del sostegno per i diritti dei popoli a scegliere il loro sistema politico e sociale senza alcun intervento esterno.

Il Segretario dell’OSPAAL ha rinnovato l’appoggio dell’organizzazione alla Siria nel suo scontro con il nemico sionista e imperialista che dura da quattro anni.

«Fin dall’inizio dell’aggressione alla Siria, l’OSPAAL ha espresso la sua solidarietà con il popolo siriano che difende la sua sovranità, la sua dignità, la sua indipendenza e l’integrità territoriale», ha dichiarato Cervantes.

Cervantes ha condannato gli atti di terrorismo contro i civili in Siria ed ha espresso la sua gratitudine al Partito arabo socialista Baath che ha inviato un messaggio all’organizzazione, nonostante le attuali difficoltà e sofferenze vissute dalla Siria.

Nel suo messaggio il partito Baath si è congratulato con l’OSPAAL ed ha ribadito le sue posizioni contro l’imperialismo, il sionismo ed i suoi alleati.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformaizone di Francesco Guadagni]

Venezuela: la Mud abbassa la cresta

di Geraldina Colotti – il manifesto 

16gen2016.- Caracas. Le destre rinunciano a tre deputati sospesi dal Tsj

«Una vittoria della democrazia». Così, i deputati chavisti, in Venezuela, hanno commentato la decisione delle destre — maggioritarie in Parlamento — di accettare la sanzione emessa dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) e di rinunciare a tre dei loro parlamentari. I deputati, eletti nello Stato Amazonas alle legislative del 6 dicembre erano stati sospesi dal Tsj a seguito di una denuncia per brogli e compravendita di voti presentata da una deputata del Partito socialista unito (Psuv). Altre sei denunce potrebbero essere accolte dal Tribunale, e portare a nuove elezioni nei circuiti incriminati. Sospeso anche un eletto chavista, che non si era quindi presentato in parlamento per il giuramento annuale, il 5 gennaio. Invece, i sospesi della Mesa de la Unidad Democratica (Mud) avevano ignorato la sentenza, appoggiati dal presidente dell’Assemblea nazionale, Henry Ramos Allup. Il Tsj aveva allora dichiarato incostituzionale l’intero parlamento, rendendo illegittima ogni sua decisione.

La tensione era subito salita alle stelle, attizzata dall’atteggiamento barricadero di Allup, un vecchio politico del centro-sinistra della IV Repubblica (Ad) che ha poi partecipato al golpe contro Hugo Chavez nel 2002. Allup ha fatto togliere dall’assemblea tutti i quadri del defunto presidente Chavez e anche quelli del Libertador Simon Bolivar, suscitando un’ondata d’indignazione. Per respingere l’affronto, sono scesi in campo anche i vertici delle Forze armate, che hanno ripetutamente espresso lealtà al presidente Maduro. Da allora, ogni deputato chavista ha messo sul banco i ritratti dei due «padri della patria», in un crescendo di scontri tra poteri e tra simboli. L’opposizione promette di far cadere il governo e di cacciare il presidente Nicolas Maduro entro sei mesi. Intanto, ha messo in piedi un progetto di amnistia per i suoi politici detenuti e per il ritorno di banchieri fraudolenti e golpisti latitanti. A seguire, un pacchetto di misure neoliberiste per azzerare le conquiste sociali reggiunte in quasi 17 anni di socialismo bolivariano.

Il sistema venezuelano è però una repubblica presidenziale che, come negli Stati uniti, concede ampie prerogative al presidente ed è inoltre basato sull’equilibrio di 5 poteri in cui il Tsj (nominato dal vecchio Parlamento), è un perno centrale. Già con la maggioranza qualificata, ottenuta dalla Mud con i suoi 112 deputati contro i 55 del Psuv, sarebbe stato complicato per le destre procedere sulla linea di Macri in Argentina. Ma ora, senza i 3 sospesi, viene meno la maggioranza dei 2/3: imprenditori, commercianti e istituzioni internazionali, grandi finanziatori della Mud, dovranno ancora mordere il freno.

Dopo la presa d’atto delle destre, giovedì il Tsj ha tolto la sanzione di incostituzionalità all’Assemblea: per consentire a Maduro di illustrare in Parlamento il bilancio annuale, come prevede la costituzione. Ieri, è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale il decreto presidenziale che dichiara lo stato d’emergenza economica su tutto il territorio nazionale: per 60 giorni prorogabili per altri due mesi. Basandosi sull’articolo 338 della Costituzione, Maduro intende così dettare nuove linee direttive: per contrastare la guerra economica dei grandi gruppi privati, l’accaparramento e la caduta del prezzo del petrolio, che evidenzia la vulnerabilità di un modello ancora troppo basato sulla rendita petrolifera e dipendente dalle esportazioni.

Ieri, il Banco Central de Venezuela ha pubblicato le cifre dell’inflazione: 141% fino a settembre 2015. Cifre determinate da perversioni accumulate nel secolo scorso e ora influenzate dalla drastica caduta del prezzo del barile, sceso ai minimi storici.

Dopo aver ascoltato tutti i settori popolari, Maduro ha scelto un nuovo gabinetto, molto spostato verso la sinistra marxista e la costruzione del nuovo stato comunale: un progetto sostenuto dai «soviet bolivariani», organi legislativi proposti per essere paralleli e antagonisti al parlamento ufficiale. «Per costruire un modello socioeconomico socialista — ha detto il ministro del Commercio e investimenti esteri, Jesus Faria — dobbiamo rompere la dipendenza dalla rendita petrolifera. Occorre cambiare il modello, mantenendo però sempre l’economia al servizio del popolo e continuando a difendere la sovranità nazionale dagli interessi delle grandi potenze straniere e dal Fondo monetario internazionale». Ma la destra ha annunciato battaglia.

Al momento per noi di andare in stampa, in attesa dell’arrivo di Maduro, in Piazza Bolivar si stavano concentrando i manifestanti, arrivati da tutto il paese per «accompagnare il presidente».

Entrevista a Alí Rodríguez Araque en Mesa Redonda

asambleapor Cubadebate

En el contexto de las nuevas realidades que estremecen a Venezuela a partir de la instalación de la nueva Asamblea Nacional en ese país, el Embajador de la República Bolivariana de Venezuela en Cuba, Alí Rodríguez Araque, participa en un programa en vivo de la Mesa Redonda.

Desde los estudios de la televisión cubana un equipo de Cubadebate, la Mesa Redonda y la Facultad de Comunicación les cuenta en directo cada detalle.

 

En la Asamblea Nacional tomaron posesión 112 diputados de oposición, lo que ha removido el panorama venezolano y ha trazado nuevos desafíos para la Revolución Bolivariana. Quizás una de las imágenes más simbólicas de los nuevos tiempos que se abren fuera la que protagonizara el presidente electo de la Asamblea, Henry Ramos Allup, al ordenar el retiro de imágenes de Simón Bolívar y el Comandante Hugo Chávez del Parlamento venezolano.

ali rodriguez cdLa oposición va a recibir justa respuesta

“El rencor, el odio y el rechazo a Simón Bolívar es históricamente conocido desde los tiempos de Santander y la gran colonia, lamentablemente esos rencores han tenidos herederos de generación en generación”, comenzó su intervención el Embajador venezolano en el programa que conduce y dirige Randy Alonso.

La encarnación de todo ese odio está en lo que acabamos de ver, añadió. “Podemos imaginar por donde van las cosas, viene de una parte de la posición de la Asamblea. Están confundiendo una parte del asunto con otra. El Estado está bajo control de las fuerzas populares, y lo más importante es que el sentimiento chavista esta enraizado. Si siguen en ese punto van a recibir la justa respuesta del pueblo venezolano”, afirmó.

Conflictos internos de la oposición

Esa alianza opositora tiene muchos conflictos internos porque representa muchos intereses y tendencias, no representan un todo. Por el momento vemos arrogancia de la Asamblea Nacional, pero hay que esperar un tiempo para ver cuál es la realidad de esa alianza, aseguró Rodríguez Araque, al comentar el acto de desprecio de Ramos Allup, quien retiró imágenes del Presidente Hugo Chávez y de Simón Bolívar del recinto parlamentario.

“De alguna manera ahí hay muchas negociaciones que uno no conoce”, y añadió el político venezolano: “Lo que no cabe la más mínima duda es que es el resultado de una negociación de la MUD, de la oposición política venezolana”.

Es un componente más de todo ese desarrollo que ha venido desplegando la oposición. Detrás de la oposición hay un poder económico y político. Lo que uno puede observar es que se ha desplegado una gran contraofensiva para recuperar las posiciones que perdieron en décadas pasadas, así es en el caso de Argentina y en esto que estamos viviendo en Venezuela.

“No es una disputa por la presidencia del Parlamento; el objetivo es Maduro“, aseguró.

Vendrán nuevos conflictos

Van a venir sucesivos conflictos por las distintas posiciones de poder que se enfrentan en Venezuela, es un episodio de la guerra que se inició en Venezuela desde la derrota que sufrieron. Esos conflictos están ahora muy avivados, aseveró.

El diplomático dijo a Randy Alonso, director de la Mesa Redonda, que la oposición va a utilizar ese poder que lograron en la Asamblea y desde ahí van a cañonear el poder. “La Asamblea Nacional puede colocar muchos obstáculos para la buena marcha y puede generar un conflicto de poder que llevaría al chavismo a movilizar al pueblo que está en la calle. No ha sido necesario hacer un llamamiento a movilización, pero estoy completamente seguro que la circunstancia lo exige”, dijo.

Estamos en un proceso de ajuste de la situación pero lo fundamental es que la inmensa mayoría del pueblo es chavista.

La guerra económica se va a acentuar

La guerra económica se va a acentuar este año, aseguró Alí, que recordó la reducción de los precios petroleros y la demanda creciente de la población, en comparación con el auge que vivimos hace veinte años. Venezuela ha sido desde 1940 un país importador de alimentos, y en este momento enfrentamos por un lado la caída del ingreso en dólares, que afecta la importación de alimentos.

Todo esto ha generado problemas de abastecimiento e inflación en un terreno tan sensible como el de alimentos. El escenario es superable, pero el proceso se enlentece en comparación con 15 años atrás, dijo.

Recordó la presencia en este escenario de la hostilidad de Estados Unidos y su apoyo a los sectores de oposición. A todo esto se añade, que el poder legislativo tiene un conjunto de competencias para aprobar créditos y maniobrar con el presupuesto, y en consecuencia puede ser un factor obstaculizador de la gestión del presidente Maduro.

“Nuestra fuerza ha radicado siempre en el pueblo, en los jóvenes campesinos y sectores productivos, de tal manera que de ser necesario habría que apelar a la movilización de estos sectores”, concluyó.

La fuerza está en el pueblo

En el contexto actual del país, el Presidente Nicolás Maduro debe apostar, en primer lugar, a la fuerza, que está en el pueblo.

“La fuerza natural de nosotros, de la izquierda venezolana y del proceso revolucionario tiene que estar en el pueblo. No por gusto la apuesta más importante que hizo Hugo Chávez en el orden estratégico fue que la estructura del Estado venezolano fuera comunal”, recordó.

En buena medida, todavía el pueblo venezolano es la base de la República y por ello ahora cambió el Gobierno, pero no el Estado. El gobierno no es el Estado. El Estado sigue siendo comunal, aseveró Alí.

“Las antiguas instituciones deben presentarse con un nuevo rostro y tienen que desarrollarse en el nuevo contexto. Si no, ya vimos lo que pasó en el Parlamento. Eventos similares pueden suceder. Por lo tanto, los nuevos cambios apuntan hacia el énfasis en las misiones fundamentales de la Revolución, pero esto debe ir de la mano con la movilización del poder comunal, y en esa capacidad de movilización está el destino de la revolución venezolana.”

Sin movilizar al poder comunal es muy fácil predecir que el proceso revolucionario fracasará, enfatizó el Embajador. Y añadió:

Mientras no se integre al pueblo en el ejercicio real y diario de la política, no se les haga saber su protagonismo, será muy difícil llegar a alguna parte. En la dirección política ya hubo un balance de lo que ha ocurrido, un balance general de la gestión bolivariana. En este momento el proceso exige una serie de correcciones. Se debe colocar el énfasis de la movilización política no solamente desde el gobierno, sino desde el partido, y tiene que haber una movilización muy profunda entre la unidades básicas de lucha, el partido y la izquierda.”

Crisis del petróleo

Al comentar las prioridades en la economía doméstica, el Embajador venezolano aseguró que si cae el ingreso en un 30 por ciento, como ocurrió en Venezuela, “hay que ver de qué vas a prescindir para concentrar el gasto en lo que es indispensable para el desempeño normal de la vida cotidiana. Hay que establecer un orden de prioridades: lo primero en la sociedad es la alimentación”.

Teníamos un déficit de 3 millones de viviendas y se ha reducido a 800 mil, un esfuerzo que se va a enlentecer, porque la primera prioridad es la alimentación, el transporte y todo aquello que es indispensable para el desarrollo de la economía y el pueblo: “Lo que hay que establecer es estricto orden de prioridades del gasto. Un uso eficiente del ingreso. Esto va a ser bueno como pedagogía para nosotros, después de una época de abundancia en los precios del petróleo”.

Para los próximos 10 años el petróleo va a oscilar entre 35 y 40 años y quizás 50 dólares. Con el petróleo es muy difícil hacer un pronóstico de precios porque están mediados por factores extraeconómicos, y no dependen solo de la oferta y la demanda. “Vamos a estar oscilando entre 35 y 40 dólares, pero tenemos que manejarnos en el caso de Venezuela con un presupuesto pequeño y, como decía, con un orden de prioridades”, enfatizó.

Maduro no está aislado

El primer gran error es pensar que Maduro es una persona aislada del quehacer político de Venezuela, ignorar que Maduro está ahí. Hay una fuerza organizada que todavía no se ha desplegado en el país y es lo que ellos están subestimando, dijo Alí.

En segundo lugar, (han subestimado) la relación entre Maduro y el pueblo.Maduro es la continuación de lo que ha significado la transformación del país en el chavismo. El chavismo acató unánimemente la propuesta de Chávez”, dijo el diplomático.

Reconoció como un hecho muy importante la cohesión interna del chavismo. No se han expresado tensiones, hay debates en el seno de una coalición democrática. Se mantiene el liderazgo de Maduro y del equipo que lo acompaña.

Iniciar esta realidad económica delicada implica una caída del ingreso y un sacrificio de un grupo, implica ciertas redefiniciones en el orden social, económico y político, aseveró.

Sectores populares en Venezuela

La política de ingresos de la Revolución ha elevado los niveles de vida de una parte de la población venezolana, recordó.

El cambio de estatus económico genera posiciones ideológicas. No es igual lo que piensa quien vive en un rancho propio que tiene que pensar en la alimentación diaria, a quien tiene un trabajo, ingresos y requerimientos de salud cubiertos por el Estado. Eso hay que entenderlo y estudiarlo, porque la realidad social y económica del país ha cambiado por la Revolución bolivariana. Eso conduce a redefiniciones en la política, no para renunciar a lo revolucionario, sino para tener en cuenta esas realidades y avanzar al objetivo de transformación, añadió Alí.

Es fundamental el Poder Popular, los consejos populares, las comunas. Gobernar desde abajo, porque si no se va colocando una separación entre el Estado y el pueblo, y la sociedad se puede ir burocratizando, aseveró.

Buscan la división del pueblo

El trabajo constante de las fuerzas de oposición interna, que intenta dividir al pueblo, se centra lógicamente hacia la búsqueda de división en el seno de la Fuerza Armada. “No dudo que haya conspiraciones allí -añadió-. Pero lo que uno siente en la Fuerza Armada es mucha cohesión… Debemos tener en cuenta la identidad que hay entre los militares y el pueblo. Hoy es común ver en Venezuela que las fuerzas armadas trabajen conjuntamente con el pueblo en disimiles tareas”, dijo.

Vivimos en medio de un conflicto, de una guerra del poder político en Venezuela, la Cuarta República busca restauración y la Revolución intenta seguir su proceso social:

“Uno puede imaginarse a los expertos estadounidense desplegando movimientos en una sala de mapas. Venezuela guarda en este mapa un lugar privilegiado por su reserva petrolera. Recordemos que el mundo se mueve por energía y dentro de ella el petróleo es un elemento fundamental, por eso Venezuela está allí en la sala de mapas bajo el análisis constante del capitalismo. Todos los esfuerzos que hay por revertir el proceso revolucionario en Venezuela, Ecuador, como ya lo lograron en Argentina. Para ello destinan esfuerzos económicos y políticos enormes.”

Fortalecer la unidad latinoamericana

En el contexto de hoy, hay que revitalizar todas esas estructuras que surgieron para fomentar y fortalecer la unidad de los pueblos latinoamericanos, aseguró Alí en los últimos minutos del programa.

Aunque no se puede decir que haya desaparecido ni mucho menos esa unidad, se empieza a notar que han perdido algo de su impulso y su vigor: “Ninguno de nuestros países puede sobrevivir aislándose del resto de América Latina, porque esta es una gran nación, fragmentada, pero una gran nación. La capacidad de andar todos juntos va a definir esta batalla.”

Dijo que “estos procesos no son una línea recta, son ondulados, con avances y retrocesos. Pero en el balance general que podríamos hacer en este punto del desarrollo, los avances han estado por encima de los pequeños retrocesos. Sin embargo, ahora más que nunca hay que garantizar la unidad de las fuerzas progresistas”.

Recordó que “América Latina ha vivido un gran cambio: ya no es el patio trasero de los Estados Unidos y eso difícilmente tenga marcha atrás. Pero hay que revitalizar eso cambios y avanzar hacias nuevos logros, hacia la integración, hacia la independencia total política y económica. Por ahí va la lucha del hoy”, concluyó.

Más información en el sitio de la Mesa Redonda.

Il Venezuela denuncia la campagna mediatica contro la Siria

da al manar

Il Venezuela ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di cessare di politicizzare la crisi umanitaria in Siria, uno scenario che ha guadagnato slancio negli ultimi giorni con la situazione Madaya e di altre zone assediate.

L’ambasciatore del Venezuela presso le Nazioni Unite, Rafael Ramirez, ha sostenuto la necessità di equilibrio nell’affrontare la questione, data la complessità e i diversi attori del conflitto nel paese arabo in cui l’Occidente ed i suoi alleati arabi cercano di imporre un cambiamento di regime.

Secondo il diplomatico, il governo siriano ha mostrato un impegno per l’assistenza umanitaria alle vittime, ma ha ricordato che parte del territorio nazionale, è sotto il controllo di gruppi terroristici con i quali è impossibile negoziare.

A questo proposito, ha esortato le Nazioni Unite a prendere in considerazione uno scenario avverso tale, che colpisce circa 200.000 persone.

Risultano ricorrenti le accuse contro Damasco di violazione dei diritti umani ed di impedire l’accesso degli aiuti umanitari ai bisognosi.

Tale situazione è peggiorata di recente, da immagini trasmesse da alcuni media sulla fame e la mancanza di assistenza medica nel piccolo paese di montagna di Madaya, controllata da forze di opposizione, il governo siriano ha denunciato il saccheggio degli aiuti e l’uso di scudi umani.

Ramirez ha ricordato al Consiglio che altre città colpite da carenze non ricevono la stessa attenzione mediatica, come Kafraya e Fouaa a Idlib, sotto l’assedio dell’Isis e di  altre organizzazioni estremiste.

L’ambasciatore del Venezuela ha ribadito la condanna del suo paese alla pratica di assedio persone innocenti come una violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, qualificati come crimini di guerra.

Egli ha anche auspicato una soluzione politica al conflitto, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza, e ha insistito che i principali nemici della Siria sono l’Isis ed altri gruppi terroristici.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il mio Iraq e quello degli altri: 25 anni dall’inizio dell’olocausto

da fulviogrimaldi.blogspot.it

In Siria e in Iraq le forze patriottiche sono all’offensiva.

“Quando racconto la verità, non è tanto per convincere coloro che non la conoscono, quanto per difendere quelli che la sanno”. (William Blake)

E finché facevano guerre, il loro potere veniva preservato, ma quando ottennero l’impero, caddero. Perché dell’arte della pace non sapevano niente e non si erano mai dedicati a nulla che fosse meglio della guerra”. (Aristotele. Gli Usa, dalla nascita, hanno fatto in media una guerra all’anno)

Una partita con tre campi da gioco

In tutte le guerre, rivoluzioni, aggressioni che ho vissuto e ho provato a raccontare, si configuravano sempre tre schieramenti. Il primo stava sul campo “Realtà” ed era costituito dal popolo sotto attacco e dai suoi amici in giro per il mondo; il secondo stava sul lato opposto, in un campo chiamato “Menzogna” ed erano le armate e le parole di soldati, politici, banchieri, industriali colonizzatori. In mezzo, con una gamba di qua e una di là, in un campetto di nome “Né-Né”, ciondolavano gli Astenuti. Ho sempre pensato che, per primi, dovevano essere tolti di mezzo questi qua. Confondevano sia la vista, sia i suoni  dello scontro, che quelli della “Realtà” si sforzavano di percepire. Spargevano, anche all’occhio di chi guardava dalla finestra, una nebbiolina che offuscava i contorni. Per me combattere quelli del campo “Menzogna” significa far piazza pulita degli “Astenuti”.  Dopo, si sarebbero potuti affrontare i nemici, meglio identificati grazie alla scomparsa dei mistificatori. Con gli Astenuti, va detto, gli irreali non se la sono mai presa.

Sono parecchi i luoghi dove ho visto questi soggetti manifestarsi, sempre nella formazione appena descritta: Palestina 1967, Irlanda 1969-1990, Jugoslavia 1999-2001, Iraq 1977-2003, Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador 2002-2006, Cuba 1995-2005, Libano 1997-2006, Libia 2011, Siria dal 2012. Non mi sono mai potuto privare della scoperta di trovare, in tutti questi campi, immancabilmente gli Astenuti o “Né-Né”. In Palestina, pur biasimando il regime sionista, predicano la nonviolenza a coloro cui andavano sfasciando la testa le SS sioniste e arrivano a dare del “terrorista” a quelli a cui orde di robocop trovano (o mettono) un coltello addosso. Pur alzando il ciglio sull’occupazione  britannico-fascista dell’Irlanda del Nord, rampognavano la risposta dei repubblicani, troppo dura, e ne festeggiarono la resa, come trionfo della pace, con l’Accordo del Venerdì Santo (1998). In Palestina il “diritto dello Stato di Israele di esistere” si confonde con i pat-pat sulle spalle degli espropriati e genocidati. Fino a inebriarsi della truffa di Oslo e dei “Due Stati”.e caldeggiare marcette pacifiste di 10 palestinesi e 4 israeliani.

Con la Jugoslavia, l’epistemologia sulla natura di cosa andava succedendo e chi erano gli attori in scena ha visto la prima manifestazione della sindrome schizofrenica che colpisce gli Astenuti. Nato cattiva, ma Milosevic dittatore. Dunque, eticamente, né-né. Tra chi bombardava televisioni, ospedali, case, ponti, treni, scuole, fabbriche petrolchimiche, per ridurre in frantumi e contaminare un paese e chi questo trattamento lo subiva, fiorì rigoglioso il né-né. Né con la Nato, né con Milosevic. Ma in fondo, un po’ meno di meno, con quei ipernazionalisti del dittatore serbo. E così, succhiando linfa dall’informazione totalitaria e oligarchica, lastricavano di buone intenzioni la strada per l’inferno.

Con una coerenza invidiata da tutti noi, in Libia si incupirono più degli inesistenti “bombardamenti di Gheddafi sulla propria gente” degli spavaldamente esistenti missili a pioggia. E rivestirono di panni sgargianti di arcobaleno invasati terroristi che decollavano e scuoiavano civili e prigionieri. Spettacolino ripetuto per Iraq e Siria. Su un popolo cui per 25 anni hanno riservato un destino mostruoso, paragonabile a quello palestinese solo perché questo dura da settant’anni, hanno fatto pendere, e continuano a farlo, la spada di Damocle del dittatore Saddam. Ha sterminato 200mila curdi (sono ancora tutti lì e si mangiano pezzi di Iraq su mandato USraeliano), divorato il Kuweit (provincia irachena rescissa dai britannici), represso il suo popolo, sterminato 5000 comunisti (mai successo). E in fondo, ignominia!, anche amico degli Americani che lo hanno armato (mai amico, mai armato, se non dall’URSS). Così ha potuto essere tranquillamente preso a calci e appeso.

Oggi si esercitano con passione sulla Siria dove, con un copia-incolla dal Pentagono, trascrivono e diffondono  l’anatema contro “i governi che fanno la guerra ai propri popoli” (si sa quali) e l’auspicio, con un’ occhiata al “dittatore Assad”, “per la pace e la democrazia in ogni paese” (dove si sa cos’è questa democrazia e chi la esporta). Ma ovviamente, pur condividendone la ragioni, sono contro le guerre Nato. Né-né. Un messaggio che fa facile presa su gente che non vuole problemi.

Il 12 maggio del 1977, mio genetliaco,  un candelotto centrò il mio ginocchio. Mi inseguirono e fotografarono. Era la manifestazione pro-divorzio nella quale, anche sotto i miei di occhi, a Ponte Garibaldi di Roma, i “Falchi” omicidi di Cossiga ammazzarono Giorgiana Masi. La notte e il giorno dopo, rastrellamenti. Ne avevo viste e subite abbastanza per togliere il disturbo. Il compagno medico, Giorgio Alpi, papà della mia collega Ilaria, mi fece avere un certificato medico per il lavoro. Arrivai nello Yemen. Fu nell’estate di quell’anno che, dallo Yemen, il mio settimanale, “The Middle East”, mi spedì in missione a Baghdad.

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Il centro del terrorismo nel mondo dopo gli USA è l’Arabia

Arabia and Obama

di James Petras – La Haine

06gen2016

Il chierico che hanno ucciso, lo sciita Nimr Bager Al Nimr, era una persona che non ha mai brandito un’arma. Era difensore della democrazia e dei diritti di tutti i cittadini.

Efraín Chury Iribarne: Dobbiamo cominciare con il tema dell’Arabia Saudita, che abbiamo notizia uccide “i suoi mercenari in Yemen, una volta completate le missioni, per impedire la fuga di informazioni militari riservate”; a ciò si aggiunge “l’esecuzione di un religioso, che riaccende le tensioni nella regione.” Come vedi questa situazione?

JP: L’Arabia Saudita è la più grande violatrice dei diritti umani e delle libertà in Medio Oriente, senza eccezioni. Vi sono molte violazioni in Turchia, Israele e altri paesi; ma il re Salmán bin Abdulaziz è uno dei principali responsabili nel mondo: è lui che ha ucciso 45 persone, decapitate qualche giorno fa, anche il religioso che hai menzionato.

E soprattutto sono solo persone che sono state critiche del regime, alcuni semplicemente hanno alzato la voce per chiedere più democrazia; il religioso che è stato ucciso, lo sciita Al Nimr Bager Nimr, era una persona che non ha mai alzato un’arma. Era un chierico che aveva posizioni critiche, ma è stato un difensore della democrazia e ha sostenuto i diritti di tutti i cittadini, compresi i suoi correligionari sciiti.

L’Arabia Saudita ha un regime che concentra i miliardi di dollari del petrolio solo nella famiglia (reale), e non riuscirebbe a mantenere questa concentrazione di ricchezza, se ci fosse più democrazia. Se la famiglia reale perde il potere, perdono i propri privilegi e la loro gran concentrazione di ricchezza. Ecco perché il paese non ha una propria difesa, dipendono dagli USA e da eserciti mercenari, compresi quelli reclutati in Colombia e paramilitari latino-americani.

Non c’è una persona minimamente decente che sostenga l’Arabia Saudita. È un governo che manca di qualsiasi sostegno, al di là di quelli che gli vendono armi in Europa, Francia e Inghilterra, e degli Stati Uniti. Sono gli unici che sostengono l’Arabia Saudita, sebbene privatamente questi governanti abbiano un atteggiamento molto negativo, però di fronte agli affari rimangono in silenzio.

EChI: Il Ministro della Difesa della Colombia, Luis Carlos Villegas, si è lamentato che seducono i soldati colombiani per portarseli, ma in realtà sostiene che si dovrebbe fare tra i governi. Questo è grave, no?

JP: Sì, Sì, perché l’Arabia Saudita paga salari abbastanza alti, e i governanti desiderano impostare un contratto, per riscuotere le commissioni. Vale a dire, per ogni mercenario colombiano, il governo pretende ricevere una percentuale di quello che paga l’Arabia Saudita. Lo vedono come un business milionario, una collaborazione commerciale tra i leaders della Colombia e dell’Arabia Saudita.

Ma dobbiamo approfondire qualcosa sull’Arabia Saudita, perché è il centro di tutti i terroristi in Medio Oriente e oltre. L’Arabia Saudita finanzia e arma terroristi in Afghanistan; finanzia terroristi in Libia, continua a finanziare i terroristi in Siria insieme con i Turchi; ha invaso lo Yemen; e ora abbiamo di nuovo il caso del Pakistan, dove i terroristi wahabiti dei gruppi estremisti ricevono sussidi dall’Arabia Saudita.

Dunque, bisogna dire che il centro del terrorismo nel mondo, oltre agli Stati Uniti, è l’Arabia Saudita. E dovremmo notare un fatto: durante l’Hajj – che è il pellegrinaggio musulmano – sono morti 450 Iraniani per mancanza di organizzazione e si sospetta che i Sauditi avessero fatto piani perché questo evento portasse a questo tragico risultato.

EChI: La Siria sembra stare combattendo il terrorismo con fermezza e con il sostegno russo.

JP: L’invito alla Russia ha avuto un effetto enorme, perché hanno attaccato i terroristi dell’ISIS, hanno fatto molti danni alle loro fonti di finanziamento, ai camion che trasportavano il petrolio dalla Siria e dall’Iraq verso la Turchia, che ricavava un milione di dollari al giorno con tale attività. E quando la Russia ha cominciato a intervenire e bombardare il trasporto, le entrate dell’ISIS sono enormemente ribassate e ciò ha indebolito la loro capacità di mobilitare truppe e derrate per portare avanti altre offensive.

Quindi, le nuove armi e il supporto da parte russa che riceve il governo di Bashar Al Assad, hanno facilitato l’avanzata delle truppe e la sconfitta dei terroristi. Una combinazione di stabilità e di mancanza di supporto per l’ISIS, perché prima gli Stati Uniti dicevano che erano contro i terroristi, ma non hanno toccato i proventi del petrolio. Potremmo spiegarlo col fatto che gli Stati Uniti erano più contro Bashar Al Assad che contro l’ISIS, nonostante quello che dice il presidente Barack Obama.

EChI: Il Secretario della OSA, Luis Almagro, è tornato ad attaccare il Venezuela. Si intensifica l’ azione dell’OSA contro il Venezuela?

JP: Sì, perché c’è un coordinamento qui e dobbiamo affrontare questo argomento. In Venezuela, in questo momento c’è un gran conflitto tra il Potere Giudiziario e la nuova Assemblea Legislativa. L’opposizione vuole imporre alcuni candidati eletti con tangenti e corruzione. Vale a dire, la magistratura venezuelana ha impugnato quattro deputati eletti, tre dell’opposizione e uno che sostiene il governo. Questo conflitto tra il Potere Giudiziario e quello Legislativo può avere enormi conseguenze, perché l’opposizione non accetterà la decisione della corte. Infatti, se l’opposizione perde tre deputati non avrà la maggioranza qualificata dei 2/3, necessaria a impugnare la Presidenza di Nicolás Maduro.

Così, stanno chiamando a manifestazioni di piazza per oggi, cercando di provocare violenza nelle strade. È una situazione molto grave, quella che c’è in Venezuela. C’è un coordinamento americano, con una campagna sui media, che, condanna la sentenza. Le dichiarazioni di Almagro sono parte di questo piano per destabilizzare il governo, contestare la decisione del tribunale, cercare di incoraggiare una rivolta violenta, e forse trovare il modo di provocare un colpo di Stato.

Quindi, Almagro fa parte di questa cospirazione contro la magistratura e il governo di Maduro, che cercando di evitare un processo giudiziario che si pronunci su se gli eletti nell’Amazonas sono stati eletti liberamente o con l’acquisto di voti.

EChI: Sembrerebbe che Almagro lavori per gli USA?

JP: Sta lavorando con gli Stati Uniti contro l’autodeterminazione dei paesi dell’America Latina. Sta cercando di riprodurre la politica delle colonie nordamericane che agiscono per conto degli Stati Uniti e dei paesi imperiali e penso che deve essere smascherato in questo senso, perché, in questo momento in cui stiamo parlando, cresce la tensione in Venezuela. C’è una tremenda crisi, nessuno sa che cosa stanno progettando. Stanno cercando di mobilitare la gente, per evitare il processo giudiziario. E l’attuale presidente dell’Assemblea non accetterà i contestati, ma l’opposizione dice che è determinata ad ammetterli al Congresso. Così, forse, il Congresso stesso sarà una miccia per un conflitto enorme, un incendio violento.

EChI: Ci sono altri argomenti che vorresti commentare oggi?

JP: Sì, due questioni. C’è allarme per gli arresti di immigrati clandestini negli Stati Uniti questa settimana, quando inizia il nuovo anno. Diverse famiglie hanno denunciato che le autorità degli Stati Uniti irrompono violentemente, sgombrano le famiglie, e questo ha causato grande incertezza a Los Angeles e in altri centri dove sono concentrati gli immigrati, perché la Polizia Federale sta adottando misure in quanto Polizia Segreta di qualsiasi paese. Si tratta di una questione che deve essere analizzata.

L’altra questione è che il presidente argentino Macri si comporta come un dittatore del tempo del Proceso, come si dice in Argentina. Comanda per decreto. Sta cercando di licenziare migliaia di dipendenti, vuole nominare i membri della Corte Suprema, anche se non spetta al Presidente decidere in modo indipendente dal Congresso.

Sta cambiando l’economia, c’è svalutazione della moneta, abbassa il reddito reale dei lavoratori tra un 25 e un 30%; Macri pensa di poter imporre le proprie politiche a prescindere dal Congresso, dove è minoranza ed è minoranza nei sindacati e in tutte le organizzazioni sociali, deliberando per decreto con i metodi della dittatura. Le elezioni sono state solo un trampolino di lancio per conquistare il potere e quindi agire come un dittatore.

Non so come andrà a finire la questione in Argentina, perché si comincia con conflitti istituzionali e quindi si potrebbe passare in piazza con conflitti violenti tra il dittatore Macri e la società civile. Si è conclusa la stabilità e la pace e siamo entrati in un periodo di violenza e repressione.

 Estratto da La Haine

Testo completo in: http://www.lahaine.org/el-eje-del-terrorismo-en77

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Con il Venezuela bolivariano in tutte le manifestazioni “NO war”

L'altra Lombardia - SU LA TESTAda L’Altra Lombardia

In tutte le manifestazioni contro la guerra che ci saranno nel prossimo futuro esprimiamo solidarietà militante al popolo venezuelano e a Maduro che stanno cercando di impedire un golpe strisciante appoggiato dagli USA.

Di fatto in Venezuela esistono due poteri: quello del presidente Maduro appoggiato dal popolo e da tutto il variegato proletariato, l’altro pseudo potere è quello dell’Assemblea legislativa appoggiato dalla grande borghesia filo-USA che odiava il comandante Chávez e che odia il suo legittimo successore Maduro.

L’esercito nella sua maggioranza e le Milizie Popolari volute da Chávez stanno cercando di difendere un’esperienza originale di costruzione del socialismo. Chi oggi in Italia e in Europa non appoggia Maduro e le milizie popolari è di fatto a fianco degli imperialisti USA e della borghesia reazionaria e golpista che vuole rimettere le mani sull’industria petrolifera nazionalizzata dal governo di Chávez.

Milano, 8 gennaio 2016.

SU LA TESTA per il CONTROPOTERE.

DIFFONDERE! per favore.

 

Entrevista a Adel El Zabayar: el “diputado-soldado”

por aporrea

Adel El Zabayar sigue en la trinchera. Parlamentario chavista por el estado Bolívar hasta el 4 de enero y actual presidente de la Federación Venezolano-Árabe, El Zabayar señala que los “carteles” del control de cambio minan la revolución y asegura que en este país la corrupción destituye ministros.

Sobrevivió a la guerra en Siria, pero no al filtro del gobernador del estado Bolívar, Francisco Rangel Gómez. Adel El Zabayar fue diputado del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) hasta el pasado 4 de enero. Recordado por unirse a las “brigadas de resistencia populares” que defendían al presidente sirio, Bashar al Assad, en agosto de 2013, El Zabayar tuvo que soportar desde su curul los ataques de Rangel Gómez, quien movió sus fichas para evitar que continuara en la Asamblea Nacional.

Luego de la derrota sufrida por el chavismo el 6 de diciembre, el también presidente de la Federación Venezolano-Árabe llama a la reflexión en las filas rojas. Denuncia la existencia de “cómplices” dentro del Gobierno que buscan perjudicar la marcha de la revolución, critica a la cúpula del PSUV, alerta sobre el avance de la corrupción y advierte que ignorar a las bases pone en peligro la unidad del oficialismo.

–          Usted señaló que en el seno de la revolución el “imperio” tiene “cómplices” que atentan contra el Gobierno. ¿Quiénes son esos cómplices? ¿Son los ministros y altos funcionarios que no cumplen con su trabajo?

–          Desestabilizar o sabotear a un país por parte del imperio no se hace con una varita mágica desde el exterior. Necesita, sin duda alguna, de múltiples factores. Cuando hablamos de los factores internos, no podemos referirnos únicamente a los grupos opositores. A estos se les añade los colaboradores externos e internos, incluso, dentro del Gobierno.

Desde el primer momento en que convertimos el dólar en objetivo económico, se dio pie a la creación de carteles que engendraron tentáculos en todos los niveles. Puede verse a elementos económicos que apoyan tanto al Gobierno como a la oposición fascista que aprovechan esta circunstancia creada por nuestro Gobierno, pero que no fue monitoreada, manejada y orientada hacia el cuidado de nuestro aparato productivo. Al tratarse del parasitismo, todos se convirtieron en socios del mismo pozo. De este modo, convertimos a muchos productores en importadores.

Me siento orgulloso de que nuestro Gobierno sea laborista y firme defensor de los trabajadores, pero cuando nos sentemos a hablar con los productores tenemos que analizar con atención sus propuestas y lograr cierto equilibrio. La gran verdad se demostró incluso en nuestras fallidas experiencias, donde los mismos trabajadores se repartieron los fondos destinados para la mejora de la fábrica en bonos y salarios. En conclusión, un productor no va a producir si no ve el estímulo, la ganancia y protección efectiva por parte del Estado a su producción.

Creo que se nos fue la mano, creándose una burocracia caníbal estrechamente ligada al capital parasitario que, a la vez, ha estado financiando al fascismo en Venezuela con el propio dinero del Estado y del país. La construcción del socialismo se logra consolidando el aparato productivo del país y avanzando hacia una independencia verdadera. Lenin señala que en un mundo de lobos se debe aprender a aullar como lobos. Creamos múltiples instituciones y misiones que requerían inmensos fondos y esto lo garantizaba el alto precio petrolero, no una estructura productiva y financiera que pueda resistir los embates de la crisis económica mundial del capitalismo.

–          ¿Hasta qué punto los gobernadores son responsables de la derrota sufrida por el chavismo el 6 de diciembre? De cara a las elecciones regionales de 2016, ¿el PSUV debería evaluar la posibilidad de buscarles sustitutos y frenar sus ambiciones reeleccionistas?

–          Donde no se lograron diputados nominales, se demostró la falta de credibilidad y liderazgo. Lo peor es que a estos (gobernadores) se les ha reforzado con mayores poderes, como nombrar a los directores regionales de los ministerios. Los directores regionales deben responder al Presidente de la República y su gestión, por lo tanto, no podemos poner la gestión del Presidente a merced del capricho y la mala gestión de un gobernador que ha sido señalado en el caso de las cabillas, y al que le han decomisado alimentos acaparados en bolsas que llevan su imagen. Imagínate un gobernador así colocando a jueces y fiscales de su propia manada.

Creo que por respeto a la militancia, deberían de renunciar ya a ser coordinadores del partido en las regiones. Las bases critican que los gobernadores sean a la vez coordinadores. Encima de todo esto, no respetaron las elecciones de base de 2009 de los directores regionales, ya que la mayoría de los gobernadores crearon su propia dirección regional, situación que lamentablemente fue aprobada por la dirección nacional. Fui electo por las bases en 2009 para la dirección regional con un gran caudal de votos que le pasó por encima a las marramuncias, y esto no se respetó. Esto generó anarquía, rechazo y malestar. El PSUV existe en el corazón de la gente, mas no como estructura real, y esto debe cambiar.

–          Usted advierte que es un error llamar “traidores” a quienes no votaron por el PSUV. Otros creen que los verdaderos “traidores” están en la dirección del PSUV y en los ministerios, que se han olvidado del pueblo. ¿Qué opina de ese cuestionamiento que ha emergido desde algunos sectores del chavismo?

–          En primer lugar, más del 70% del país se manifestó por las instituciones y la democracia, enviando un claro mensaje al fascismo y al anarquismo. En elecciones parlamentarias esto es muy significante. En segundo lugar, no todo el país es militante, y tampoco lo son todos los que se inscriben en el PSUV. Considero que el mensaje presidencial debió ser agradeciendo a todos por la activa participación y en paz, solo esto es un gran triunfo para la revolución y el país en general.

En tercer lugar, el pueblo es sabio. Los revolucionarios tenemos la obligación de sentarnos a analizar y reflexionar el mensaje de nuestro pueblo y qué nos quiso decir. En eso quiero ser enfático, la misma oposición sabe que hubo un voto castigo que en gran parte sigue siendo del chavismo y que podría retornar dependiendo de cómo reaccione la alta dirigencia del chavismo al respecto.

Esto lo digo con mucha base, soy presidente de la Federación Venezolano-Árabe y conozco muchos detalles de cada rincón del país, nuestra estructura representa casi 2 millones de personas y 46 entidades e instituciones árabes que están muy interconectadas con los distintos sectores de la vida nacional.

–          Usted ha denunciado que la corrupción amenaza o dificulta el avance de la revolución. ¿El Presidente, la dirección del PSUV, los ministros y los gobernadores no se han dado cuenta de esto? ¿Hay incapacidad para combatir ese mal o complicidad?

–          La corrupción se ha hecho aliada del capital parasitario, además, se ha convertido en un cartel que en ocasiones ha logrado destituir a ministros producto de una amplia complicidad como ocurrió con el hermano Eduardo Samán, quien, por cierto, creo que hasta los momentos sigue pagando su apartamento de casi 20 años. El que botó a Samán fue Heber García Plaza, quien huyó del país supuestamente con una bolsa considerable. Todo lo que dejó García Plaza sigue intacto, y Samán y sus muchachos fuera.

El Gobierno debe tomar una decisión al respecto, algunos gobernadores han creado peligrosas estructuras convirtiéndose en un terror tanto para la población como para las instituciones que buscan cumplir con su deber, un verdadero terrorismo de Estado que trae y sigue trayendo tragedias que están siendo atendidas con mucho horror por parte de los tribunales como en el estado Bolívar. Hay violaciones a los derechos humanos, en las zonas mineras ya no hay Estado de Derecho, y lo más peligroso es que estamos perdiendo la independencia sobre el sur del país.

Los cuerpos de seguridad, nuestra Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) tiene claro todo un plan para retomar el control en el sur, azotado por las mafias mineras y el paramilitarismo. Algunos grupos cuentan con 200 hombres en armas, en Bolívar fueron sacados por cumplir su deber generales patriotas y funcionarios de inteligencia de alto rango. El principal obstáculo está en la complacencia de falsos líderes regionales, que son solo mafias disfrazadas de bolivarianismo.

–          En la línea de un tuit que usted publicó, el periodista Eleazar Díaz Rangel escribió un artículo en el que criticó el silencio del PSUV tras la derrota del 6 de diciembre y apuntó que la organización “no está jugando el rol que le corresponde como partido revolucionario”. ¿Por qué ocurre esto y qué debe hacer el PSUV para superar esta situación?

–          Podría ser que algunos que dirigen el partido no creen en el carácter organizativo del PSUV. Independientemente de todo esto, creo que si la dirigencia nacional no da ese paso, lo darán las bases, y ya se han visto ciertas iniciativas que las considero por un lado positivas pero a la vez peligrosas, porque podrían desmembrar internamente a la organización.

Nuestra militancia es una inmensa mezcla de criterios de todo tipo. En 2014 en las bases se sintió que se intentó desaparecer paulatinamente a Chávez como imagen. Quienes aconsejaron esa vía se equivocaron, ya que desconocen la esencia del PSUV. Creo que se debe respetar a Chávez y a sus militantes, asumiendo los errores cometidos, explicando con detalles lo ocurrido. Tomar en consideración las reflexiones de base con los correctivos respectivos de cada una de las regiones, que las bases del PSUV se conviertan en verdaderos contralores de las instancias gubernamentales estadales y municipales. Un ministro no puede ser miembro de la dirección nacional del PSUV, estos hermanos y compatriotas ministros deben dedicarse a cumplir su tarea como ministros y rendirle cuentas al partido.

Como militante del PSUV te aseguro que en la organización siempre prevaleció el espíritu de paz. Yo sí te puedo hablar de la paz porque conocí de cerca el horror de la guerra en el Líbano de 1982, cuando me incorporé a la resistencia en contra de la invasión de Israel, y en la guerra de Siria hemos perdido familiares y muchos amigos. Y te puedo asegurar, por ejemplo, que muchos impulsores de los movimientos de paz en Estados Unidos son ex combatientes en Irak, Vietnam, Corea y Afganistán. Apostemos en todo momento a la paz y no permitamos que anarquistas y fascistas nos impongan sus agendas de guerra. La revolución es apoyada por ser una esperanza, y eso ha permitido una paz de 16 años, así que no juguemos con candela.

El motor del mundo

Luis Britto Garcíapor Luis Britto García

1

Petróleo, motor del mundo. Sin él no funcionarían automóviles, ni aeroplanos, ni maquinarias cultivadoras y cosechadoras de alimentos, ni plásticos ni la mayoría de los insecticidas y fertilizantes. Una población mundial que sobrepasa los 7.000 millones de seres ya no puede regresar a la producción artesanal. Según la Energy Information Agency de Estados Unidos, para 2014 el mundo produce diariamente 91,4 millones de barriles de petróleo. En esta carrera para 2015 descuellan Estados Unidos, con 13.973.000 barriles diarios; Arabia Saudita, con 11.624.000; Rusia, con 10.853,000; China, con 4.572.000; Canadá, con 4.383.000; los Emiratos Árabes Unidos, con 3.471.000; Irán, con 3.375.000; Irak, con 3.371.000; Brasil, con 2.950.000; México, con 2.812.000; Kuwait, con 2.780.000; y Venezuela, con 2.689.000 barriles por día. Trece de los países productores están en la OPEP e intentan limitar su producción para obtener mejores precios y mantener sus reservas; el resto no tiene otra ley que la de extraer el máximo para el mayor beneficio inmediato. Entre unos y otros hay una Guerra Mundial permanente por el control del motor del mundo, o sea, del mundo.

2

Bajo el capitalismo el precio del motor del mundo sube con auges y guerras y se precipita con crisis. En 1973 revienta la Guerra del Yon Kippur, y la OPEP decreta restricciones de exportación hacia los países que apoyaron a Israel contra Egipto: los precios del petróleo se cuadruplican, y muchos países productores nacionalizan las empresas. Estados Unidos raciona la energía y reduce el tamaño de sus autos. En 1979 Irán derroca al entreguista rey Pahlevi y sufre un bloqueo contra sus exportaciones. En 1990 repuntan los precios con la Guerra del Golfo y el embargo a la producción de Irak. En 2001 arranca la guerra contra Afganistán e Irak y el petróleo asciende vertiginosamente hasta los cien dólares por barril. Irak y Libia intentan disociar su petróleo del desvalorizado dólar, asociándolo al euro o a posibles divisas propias, y son bárbaramente aniquilados, y sus presidentes linchados. Irán convierte la mitad de las reservas de su Banco Central a euros, y es sancionado en 2012 con restricciones a la compra de su petróleo. La economía venezolana refleja traumáticamente estos altibajos. Nuestros medios de servicio público han omitido explicar que con un precio de los hidrocarburos que baja de los cien dólares por barril a menos de 40, los ingresos en divisas merman en la misma proporción, y con ellos decrecen nuestras posibilidades de importar bienes de consumo.

3

Durante mucho tiempo asumí que cuando las multinacionales restablecieran la producción del devastado Irak, inundarían el mercado para hacer caer los precios y quebrar a la OPEP. A este diluvio de crudo en el mercado mundial se suman otros torrentes. Estados Unidos desarrolla frenéticamente su producción local y los hidrocarburos de esquistos, hasta figurar hoy como primer productor mundial. Arabia Saudita viola las cuotas de la OPEP para pagar compras de armamentos, equilibrar su castigado presupuesto y aliviar sus exhaustas reservas financieras. Se retiran las sanciones contra Irán, y éste lanza al mercado cuantiosas reservas. El Daesh vende a precio de gallina flaca el aceite de los pozos saqueados en Libia, Irak y Siria. Así cayó vertiginosamente el barril venezolano de $100 en 2005 a $43 en 2015, y sigue en su picada, y no por culpa de un mandatario o partido vernáculo, sino de la oscilante economía capitalista.

4

No sólo aumenta la oferta global de hidrocarburos: también disminuye su demanda. Con la crisis mundial, desde 2009 decrece el consumo de la energía. China, que adquiría más de 5 millones de barriles diarios y era gran cliente de Rusia y Venezuela, decelera su economía. Los planes de privatización de PEMEX quedan en suspenso. La inversión en hidrocarburos se estanca o retrocede. Sería el momento para que las transnacionales inundaran el mundo de petróleo barato para arruinar a las empresas nacionalizadas, quebrar a sus Estados y comprarlas a precio de gallina flaca.

5

Pero la baja en los precios tiene límites precisos: el costo de producción. Al Reino Unido le cuesta producir un barril de petróleo $52,50; a Canadá $41; a Estados Unidos $36,20, y el costo de la energía de esquistos es mucho mayor (Paul Ausick, www.247st.com 25-11-2015). Para los países desarrollados, jugar a la baja quebraría sus empresas antes que las del Tercer Mundo. Pues las compañías de Kuwait lo producen a $8,50 por barril, las de Arabia Saudita a $9,90, las de Irak a $10,70, las de los Emiratos Árabes Unidos a $12,30, la de Irán a $12,30, las de Rusia a $17,20, la de Venezuela a $23,50, con una ganancia actual sobre el precio de venta de menos de 20 dólares.

6

Ello explica en parte las actuales dificultades económicas en Venezuela y en los países productores de energía. ¿Durarán para siempre? La transitoria reducción del consumo acarrea reducción de las inversiones en la producción de combustible fósil, y esta traerá a corto plazo una escasez que disparará de nuevo los precios. Sobrepasamos el llamado pico de Hubbert: hemos consumido más de la mitad de todas las reservas de hidrocarburos del planeta. En Venezuela está la quinta parte lo que resta de ellas. En otras palabras, somos dueños del futuro. La actual arremetida política de la derecha no tiene otra meta que quitarle al pueblo el control de esas inmensas reservas energéticas y transferírselo a las transnacionales. No nos las dejemos quitar de las manos.

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