Alcuni insegnamenti dalle elezioni in Venezuela

venezuela rtx1wqu6di Atilio Boron* – www.alainet.org

La trappola

“Fino a che punto si possono organizzare “elezioni libere” nelle condizioni esistenti in Venezuela?”

Le elezioni parlamentari in Venezuela forniscono vari insegnamenti che credo necessario sottolineare. In primo luogo che, contrariamente a tutte le predizioni degli sfacciati della destra, la consultazione si è svolta, come tutte quelle che l’hanno preceduta, in un modo impeccabile.

Non ci sono state denunce di alcun tipo, salvo le insolenze di tre ex presidenti latinoamericani, che alle quattro del pomeriggio (due ore prima della conclusione dell’atto elettorale) già avevano annunciato il vincitore della contesa. Al di fuori di questo episodio, la “dittatura chavista” ha ancora dimostrato la trasparenza e l’onestà di una consultazione elettorale che si vorrebbe avere in  molti altri paesi dentro e fuori l’America Latina, a cominciare dagli Stati Uniti.

Il riconoscimento fatto dal presidente Maduro, ancora prima che fossero resi noti i risultati ufficiali, contrasta con il comportamento dell’opposizione, che in passato si affrettò a disconoscere il verdetto delle urne. Lo stesso occorre dire di Washington, che ancora oggi non riconosce la vittoria di Maduro nelle presidenziali del 2013. Gli uni sono democratici veri, gli altri grandi simulatori.

Secondo, far risaltare il fatto importante che dopo quasi 17 anni di governi chavisti e in mezzo alle durissime vicissitudini che caratterizzano il Venezuela, il governo continua a conservare il quaranta per cento dell’elettorato in un’elezione parlamentare.

Terzo, il risultato può rimuovere l’opposizione dalla sua posizione comoda e dal suo frenetico attivismo protestatario perché ora, contando su una grande maggioranza parlamentare, condividerà la responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Non sarà più solo il governo responsabile delle difficoltà che affliggono la cittadinanza. Tale responsabilità sarà ora più condivisa.

Come quarta e ultima considerazione, una riflessione più di fondo. Fino a che punto si possono organizzare “elezioni libere” nelle condizioni esistenti in Venezuela? Nel Regno Unito si sarebbero dovute svolgere le elezioni generali nel 1940. Ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale obbligò a spostarle al 1945. L’argomento utilizzato fu che il disordine occasionato dalla guerra impediva che l’elettorato potesse esercitare la sua libertà in maniera cosciente e responsabile. I continui attacchi dei tedeschi e le enormi difficoltà della vita quotidiana, tra cui l’ottenimento degli elementi indispensabili per la stessa, colpivano a tal punto i cittadini da impedire l’esercizio in pieno godimento della libertà.

Sono state molto diverse le condizioni in cui si sono svolte le elezioni in Venezuela? Non del tutto. Ci sono importanti somiglianze. In marzo la Casa Bianca aveva dichiarato che il Venezuela era una “inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”, il che equivaleva a una dichiarazione di guerra contro la nazione sudamericana.

D’altra parte, da molti anni Washington destina ingenti risorse finanziarie per “dare potere alla società civile” in Venezuela e contribuire alla formazione di nuove leadership politiche, eufemismi che hanno la pretesa di occultare i piani di ingerenza della potenza egemone e la sua fretta di rovesciare il governo di Nicolas Maduro.

La insistente guerra economica lanciata dall’impero insieme alla sua incessante campagna diplomatica e mediatica sono riuscite a scalfire la lealtà della base sociale del chavismo, spossata e infuriata per anni di penuria pianificata, di aumento incontenibile dei prezzi e di crescita  dell’insicurezza dei cittadini.

In queste condizioni, a cui senza dubbio occorre aggiungere i grossolani errori nella gestione macroeconomica dell’entourage ufficiale e i danni prodotti dalla corruzione, mai combattuta seriamente dal governo, era ovvio che le ultime elezioni sarebbero finite come sono finite.

Purtroppo, l’ “ordine mondiale” ereditato dalla Seconda Guerra Mondiale, che un recente documento di Washington riconosce che “sia servito molto bene” agli interessi degli Stati Uniti, non  è stato ugualmente utile per proteggere i paesi della periferia dalla prepotenza imperiale, dal suo sfacciato interventismo e dai suoi sinistri progetti autoritari.

Il Venezuela è l’ultima vittima della scandalosa immoralità dell’ “ordine mondiale” attuale che assiste imperterrito a un’aggressione non convenzionale a un paese terzo con il proposito di rovesciare un governo demonizzato come un nemico.

Se ciò continuerà ad essere accettato dalla comunità internazionale e dai suoi organi di governo globale, quale paese sarà in grado di garantire “elezioni libere” per i suoi cittadini? Del resto negli anni settanta del secolo scorso i paesi del capitalismo avanzato bloccarono l’iniziativa promossa in seno all’ONU che chiedeva di definire “aggressione internazionale” un qualcosa che non si limitasse alla nozione di intervento armato.

Prendendo in considerazione l’esperienza del Cile di Allende, alcuni paesi cercarono di promuovere una definizione che comprendesse anche la guerra economica e mediatica come quella che è stata scatenata contro il Venezuela bolivariano, ma furono sconfitti.

E’ ora di riprendere questa argomento, se vogliamo che la malconcia democrazia, spianata poche settimane fa in Grecia e qualche giorno fa in Venezuela, sopravviva alla controffensiva dell’impero. Se tale pratica non potesse essere rimossa dal sistema internazionale, se si continuasse consentendo che un paese potente intervenga in modo vergognoso e impunemente su un altro, le elezioni rappresenteranno una trappola che servirà solo a legittimare i progetti reazionari degli Stati Uniti e dei loro luogotenenti regionali. E potrebbe capitare che molta gente cominci a pensare che forse altre strade di accesso al potere o di sua conservazione siano più efficaci e affidabili delle elezioni.

>>>Traduzione di Marx21.it>>>

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