Tania Díaz: «La parola al potere popolare»

di Geraldina Colotti – il manifesto

22dic2015.- «In Venezuela, il potere reale è quello del popolo costituente, la palla adesso passa nel campo della democrazia popolare», dice al manifesto Tania Diaz, la voce rauca a causa di comizi e assemblee. Ex giornalista televisiva, vicepresidente del Parlamento venezuelano, Diaz è stata rieletta nelle fila del Partito socialista unito del Venezuela alle legislative del 6 Dicembre, dove il chavismo ha subito una pesante sconfitta.

Il Psuv è in assemblea permanente, tutti i militanti si sono dimessi dagli incarichi. Quali sono state le responsabilità del partito nella sconfitta?
Stiamo analizzando a fondo le responsabilità, questa sconfitta è un’occasione per fare pulizia in casa, per liberarci dal burocratismo e dalla corruzione che ci stavano minando dall’interno. Aver scelto il cammino democratico, quello di una rivoluzione pacifica in uno schema ancora borghese rende più esposti alla strategia del campo avverso che lavora per minare le fondamenta di un nuovo progetto. Sono problemi già visti in altre circostanze storiche. Abbiamo perso un’elezione, ma — e lo dico senza inutili trionfalismi — abbiamo vinto una doppia battaglia democratica, sul piano interno e internazionale. Nel paese è arrivata una decina di ex presidenti, contrattati dalle destre per gridare alla frode insieme a un’altra trentina di parlamentari stranieri. Abbiamo subito una brutale campagna internazionale per disconoscere tutte le istituzioni: prima hanno sostenuto che il presidente Maduro era nato in Colombia, poi hanno attaccato il presidente dell’Assemblea con accuse di narcotraffico, e così hanno fatto con i vertici delle Forze armate, poi sono arrivati gli attacchi dalla Colombia per dichiararci uno stato fuorilegge. Ora che hanno vinto e che noi abbiamo riconosciuto subito la sconfitta, non possono dire che siamo una dittatura che non rispetta la costituzione. La destra aveva pronto un piano per disconoscere i risultati e le istituzioni democratiche. Ha portato avanti una campagna di asfissia economica ed emotiva senza un indirizzo preciso di programma. A Caracas ha presentato un deputato del Zulia che non conosce il territorio. Con la Mud è stata eletta una transgender che ha partecipato alla stesura di un testo trasversale per il matrimonio ugualitario che dev’essere discusso in Parlamento dopo la raccolta di 220.000 firme. E’ senza dubbio un’innovazione, ma la candidata è stata praticamente nascosta, l’hanno resa invisibile per paura di perdere l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche e dei settori ultraconservatori. Come si è visto dalla prima uscita pubblica dei neo-eletti, il programma che intendono applicare è quello dettato da Washington e dalle grandi istituzioni internazionali. Lo stesso che sta attuando Macri in Argentina. Adesso la destra è a nudo e si vedrà che volto intende dare al paese.

E che farete ora? Le destre hanno la maggioranza qualificata, hanno già annunciato di voler rimuovere le principali cariche istituzionali e considerano illegale il Parlamento comunale
La situazione è difficile ma si apre uno scenario inedito e anche interessante. Il parlamento comunale è contemplato nella legge delle Comunas. E non dimentichiamo che il chavismo governa 20 dei 22 governatorati. I Consigli legislativi dello stato sono a maggioranza chavista, anche in alcuni stati come Miranda o Falcon dove i governatori sono di opposizione. La nostra costituzione prevede un equilibrio di cinque poteri che non consente a nessuno di loro di prevalere. Determinante è il potere costituente che come vedi si sta manifestando ogni giorno nelle strade e nelle piazze. Dopo il golpe militare del 2002, l’imperialismo ha pensato che sequestrando Chávez e cacciandolo da Miraflores l’avrebbe fatta finita con la rivoluzione e avrebbe potuto rimettere la mano sulle nostre ricchezze. Ma si sbagliava: perché il potere non stava lì, ma in ognuno di noi, e così ha dovuto vedersela con lo stesso potere costituente che oggi è nel parlamento comunale. Quando il popolo ha riscattato il presidente che aveva eletto, Chávez è tornato brandendo non la vendetta ma il crocifisso e la costituzione. E siamo andati avanti nel cammino di una rivoluzione pacifica, evitando conflitti fratricidi. Nove mesi dopo, però, le destre ci hanno riprovato con la serrata petrolifera, hanno bloccato la quinta impresa petrolifera del mondo, la raffineria più grande del pianeta come il complesso del Paraguanà. Un trauma che ci ha permesso di ricostruire difesa e motivazioni, di fare pulizia nell’impresa petrolifera di stato Pdvsa, e di costruire le misiones. Le misiones sono state il tentativo di bypassare il vecchio stato borghese, che va sempre più depontenziato dall’interno. Così abbiamo tre milioni di pensionati, zero analfabeti, abbiamo incluso milioni di stranieri e di venezuelani dimenticati dal sistema. Siamo il partito delle difficoltà. Nelle difficoltà sono nati i media comunitari, le organizzazioni di autogoverno. Questa può essere una nuova grande occasione. Insieme al popolo legislatore, che ha facoltà di promulgare leggi, difenderemo le nostre conquiste con le unghie e coi denti. Dal punto di vista legislativo le cose sono già in marcia con i consigli locali di pianificazione pubblica nelle governazioni che integrano le altre forme di potere. Ora andremo avanti verso la costruzione dello stato comunale con la consegna: Comuna o nada.

La congiuntura internazionale, però, non aiuta. La destra dice che nelle casse del governo non ci sono più soldi. Si potranno evitare i piani di aggiustamento strutturale modello Fmi?
La situazione del Venezuela va inquadrata a livello globale. Siamo di fronte a una voracità inedita dell’imperialismo per sottrarre ricchezza petrolifera nel mondo, incurante di tutte le regole internazionali. Le destre si sono alleate con le mafie e con il governo colombiano per distruggere la nostra moneta, il bolivar, che negli uffici di cambio al nero di frontiera ha un valore diverso da quello esistente nella Banca centrale di Colombia. Un saccheggio brutale che, seppur non ci esime dal valutare i nostri errori, evidenzia una strategia comune, dal Venezuela all’Ecuador, all’Argentina.

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