Roma: l’incontro con l’Ambasciatore Isaías Rodríguez al CSOA Spartaco

di Davide Angelilli – Rete Caracas ChiAma

Lo scorso 16 di dicembre, come Rete Caracas ChiAma, abbiamo organizzato un importante confronto tra l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Julián Isaías Rodríguez Díaz, e le realtà sociali e politiche che sostengono il processo socialista nel paese caraibico. Ovviamente, l’incontro pubblico era incentrato sulle ultime elezioni che hanno sancito la prima vera sconfitta elettorale del fronte rivoluzionario chavista, dopo il referendum del 2007 perso di misura.

Oltre alla grande partecipazione al dibattito, bisogna evidenziare che l’incontro si è svolto al Centro Sociale Spartaco, nel quartiere Quadraro, periferia Sud della capitale. La borgata ribelle del Quadraro rappresenta il “centro storico della periferia romana”, barricata popolare ai tempi del fascismo, fu chiamato il “nido di vespe” dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale che non riuscivano a domare l’opposizione del quartiere, nonostante vi organizzarono uno dei loro più crudeli e infami rastrellamenti.

Al di là della storia del quartiere, il Centro Sociale Spartaco continua ad essere uno dei punti di riferimenti del movimento popolare romano. Molto di più che quattro mura e una stanza, Spartaco è oggi un’importante risorsa per tutta la periferia meridionale della città, per i lavoratori, le lavoratrici, le persone migranti, per tutti e tutte quelle che nel territorio non s’arrendono all’individualismo e la rassegnazione, costruendo invece spazi di dignità e orgoglio popolare.

In un momento così delicato per il processo, è allora significativo che l’ambasciatore di un paese come la Repubblica Bolivariana del Venezuela: tra i più importanti nell’economia latinoamericana, abbia scelto un contesto come il Centro Sociale Spartaco per confrontarsi con le realtà solidali alla Rivoluzione Bolivariana.

Significa, in primo luogo, che il governo e la diplomazia venezuelana hanno le idee chiare su quali sono i suoi veri alleati politici in questa strana globalizzazione neoliberista: i subalterni, i movimenti popolari, le forze anticapitaliste e antifasciste, nonostante queste non siano attualmente egemoni nel nostro paese.

Inoltre, conferma che i paesi dell’ALBA, e in particolare il Venezuela, stanno rivoluzionando il senso stesso della diplomazia: smarcandosi da una visione stato-centrica e puntando su una diplomazia dal basso, dei popoli, basata e costruita attorno alla solidarietà internazionalista.

Chiarito questo, ed entrando nel merito del dibattito, il discorso dell’Ambasciatore – figlio di operai, luchador instancabile e attore chiave nella Rivoluzione Bolivariana, oltre che avvocato costituzionalista – s’è concentrato su due questioni d’importanza cruciale.

Nella prima parte del suo intervento, il compagno Isaías ha chiarito che la sconfitta elettorale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) ha dato alle forze controrivoluzionarie la maggioranza al parlamento, ma questo non vuol dire che il potere politico è passato nelle mani dell’opposizione. Al contrario, il modello presidenzialista della Repubblica Bolivariana, e in generale la sua costituzione prodotta dal potere costituente messo in moto da Hugo Chávez, continuano a garantire al fronte chavista una forte agibilità politica, anche sul piano istituzionale.

La Costituzione stessa – ha spiegato l’Ambasciatore – non potrà essere facilmente modificata dalle oligarchie, nonostante la maggioranza dei partiti d’opposizione. Infatti, la Costituzione del Venezuela, oltre ad essere un corpo di leggi che protegge il popolo dall’assalto neoliberista, può essere modificata e riscritta solamente a seguito di un processo sociale potente, capace di generare un potere costituente incisivo e popolare, come quello chavista e bolivariano che l’ha prodotta. E, ovviamente, la controrivoluzione non è minimamente in grado di poter generare un processo popolare ampio e determinato politicamente. D’altronde, la sconfitta del PSUV alle ultime elezioni non è altro che il risultato del malcontento generato dalla guerra economica e dai limiti e le contraddizioni interne al processo rivoluzionario.

Nella seconda parte del suo intervento, e specialmente nel dibattito con le realtà presenti, Isaías ha invece stimolato una riflessione collettiva sulla necessità di pensare al processo socialista in Venezuela e in generale alla primavera che sta vivendo il continente latinoamericano come un doppio movimento liberatorio. Una transizione dal capitalismo al socialismo che si articola dialetticamente con una ricerca dell’identità rubata ai popoli del continente dal colonialismo e dall’imperialismo.

La ricerca di un’identità popolare propria è un baluardo del progetto socialista in Venezuela e dei movimenti sociali in America Latina, ma molto spesso non impedisce alle realtà europee di guardare erroneamente ai processi latinoamericani con le lenti dell’eurocentrismo. Como ha spiegato Isaías, non si può interpretare il voto venezuelano come lo si fa in un paese europeo.

La sociologia dei popoli è chiaramente distinta in ogni paese, ma lo è ancora di più se si paragonano i movimenti delle società latinoamericane e di quelle del resto dell’Occidente. Quindi, anche un esercizio politico, che pare non avere molto di rivoluzionario, come il voto elettorale nella cornice di una democrazia borghese, non dev’essere letto e interpretato in un’ottica eurocentrica. La sconfitta elettorale del PSUV non vuol dire un allontanamento reale delle basi sociali che hanno rappresentato il vero motore della trasformazione sociale, ma indica sicuramente un malcontento tutto interno al chavismo.

Chi si è astenuto dal votare i candidati chavisti non ha votato per l’opposizione, e non accetterebbe mai di partecipare a un eventuale (perché ancora non esiste) programma politico dell’opposizione volto a modificare la Costituzione rivoluzionaria.

In chiusura, il dibattito si è spostato più nettamente sulla strategia del potere popolare per affrontare la nuova congiuntura aperta dall’elezioni. Isaías ha chiarito che continuerà ancora a lungo il conflitto tra il potere politico – gestito dalle forze popolari – e la struttura economica nelle mani delle vecchie oligarchie, che ancora gestiscono in buona misura la sfera commerciale della società venezuelana.

Ovviamente, la complessità del tema e il poco tempo a disposizione non hanno permesso di sviscerare in profondità la questione. L’Ambasciatore ha comunque avuto il tempo di spiegare come il Partito sta vivendo un vivace e costruttivo dibattito interno per correggere gli errori commessi.

L’organizzazione di meccanismi democratici alternativi alle logiche alienanti dello Stato capitalista e coloniale, lo sviluppo di ulteriori strategie popolari di comunicazione dal basso e la partecipazione sempre più da protagonisti dei movimenti sociali, sono alcuni tra i punti nevralgici su cui si stanno concentrando le assemblee popolari.

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