Marcha Patriotica: «Siamo in un momento determinante»

di Geraldina Colotti – il manifesto

16dic2015.- “Siamo in momento determinante della vita politica colombiana”, dice al manifesto Jorge Freytter, membro dell’organizzazione politico-sociale Marcha Patriotica.

Freytter è anche uno dei fondatori della Costituente degli esiliati e perseguitati dallo stato colombiano. Attualmente vive da rifugiato nello Stato Basco.

Perché ha dovuto lasciare il paese?
Sono figlio di un professore e avvocato colombiano assassinato dal paramilitarismo del “bloque norte” e da agenti delle forze militari dello stato. Una vittima del terrorismo di stato. Nel 2014 abbiamo pubblicato il libro “Presente y futuro de Colombia en tiempos de esperanzas” nel quale si raccolgono opinioni di importanti accademici e leader politici colombiani e viene descritta la situazione di violenza politica che soffrono le università pubbliche a causa dell’infiltrazione paramilitare e della persecuzione del pensiero critico in Colombia. Ho ottenuto lo status di rifugiato nel Paese Basco.

Quale lavoro svolge la Costituente degli esiliati?
Principalmente quello di sostenere la soluzione politica del conflitto colombiano con gli esiliati politici e generare solidarietà verso l’insieme del movimento sociale e politico che, in Colombia, lotta per il proprio riconoscimento. Lavoriamo per rendere visibili le rivendicazioni del popolo colombiano nell’agenda internazionale.

Qual è la situazione in Colombia, oggi?
Stiamo vivendo un momento molto importante in cui si sta costruendo un potere popolare basato su grandi mobilitazioni organizzate dai contadini, dalle donne, dagli studenti: per esigere un’Assemblea Nazionale Costituente per la rifondazione dello stato. Questo porterebbe a un cambio del sistema politico, un cambio nel sistema giuridico, una vera partecipazione e garanzie politiche per l’insorgenza. Il percorso attuale mostra le responsabilità dello stato colombiano nello sterminio dell’opposizione politica nel paese. In queste nuove conversazioni di pace possiamo parlare di questioni che il regime colombiano non ha mai permesso che si potessero trattare, come quelle riguardanti le vittime del conflitto, la condizione della donna nel conflitto colombiano. Un altro elemento estremamente rilevante del processo di pace è la possibilità di smantellare le strutture politiche ed economiche del paramilitarismo colombiano.

Quanto pesa negli accordi di pace il tema dei prigionieri politici, in Colombia e negli Stati uniti?
La situazione dei prigionieri negli Usa è di totale isolamento, manca ogni garanzia e riconoscimento della loro condizione di prigionieri politici, come nel caso di Simón Trinidad e di Sonia: che sono reclusi in condizioni subumane, senza la possibilità di vedere il sole, senza diritto a una difesa effettiva di fronte agli stati colombiano e nordamericano. Questi casi riassumono un tema importante in Colombia, che è quello dell’ingerenza degli Stati uniti nei nostri affari interni e la permanente violazione della sovranità. L’insieme del movimento carcerario e del movimento politico in Colombia, richiede immediatamente la loro libertà e l’amnistia, dato che questi due compagni apporteranno concetti ed esperienze chiave nella soluzione politica, nella costruzione della democrazia con giustizia sociale, per l’accordo che si delinea all’Avana. In Colombia, i prigionieri politici da una parte subiscono violazioni costanti ai loro diritti (tortura, mancanza di assistenza medica, impossibilità di visite familiari e dispersione sul territorio colombiano), dall’altra devono assumere lo scontro diretto con lo stato: ci sono mobilitazioni (recentemente c’è stato lo sciopero della fame dei prigionieri in varie carceri colombiane). I prigionieri esigono una partecipazione diretta e attiva nelle conversazioni di pace. Per questo a livello internazionale noi mettiamo l’accento sull’amnistia per tutti i compagni. Infine bisogna ricordare che la popolazione dei prigionieri è di circa 9.500 persone. Voglio citare tre casi di rilievo, che il regime cerca di mettere sotto silenzio: il leader agrario e contadino Huber Ballesteros, ilprofessor Miguel Angel Beltrán, e il caso della sindacalista Liliany Obando. Un aspetto importante della problematica riguarda il fatto che in molte regioni l’esercito e la magistratura realizzano montature giudiziarie contro i dirigenti contadini, gli studenti, i sindacalisti, ilavoratori e i difensori dei diritti umani. Questa situazione è in aumento e le carceri in Colombia sono sovraffollate, in una cella per due detenuti ce ne possono stare otto. E’ importante sottolineare che gli stessi impiegati dell’ente che amministra la sicurezza nelle carceri sono allo stesso tempo dei repressori e dei repressi nelle loro condizioni di lavoro, cosicché è importante far capire che vivono un po’ la stessa condizione dei soldati, allo steso tempo vittime e carnefici. Le carceri colombiane sono gestite a distanza dagli Stati uniti nel quadro del Plan Colombia-Plan Patriota.

I negoziati dell’Avana sembrano giunti a un punto di non ritorno, la soluzione politica sembra più vicina. La sconfitta elettorale in Argentina e quella più pesante in Venezuela – uno dei principali garanti della pace – possono deviarne il corso?
I tavoli dell’Avana devono essere letti nel contesto geopolitico dell’America latina: la Colombia è il paese della regione che riceve più assistenza militare dagli Usa, e gioca un ruolo destabilizzante verso i paesi integranti dell’Alba, e tuttavia non può rimanere isolata di fronte ai processi di decolonizzazione ed emancipazione continentale, per cui la pace della Colombia è la pace del continente americano. Il ritorno della destra in Venezuela rappresenta un forte condizionamento per le conversazioni di pace, è a rischio tutto il paradigma libertario e antimperialista di costruzione di un potere popolare, e può portare a un gigantesco arretramento della cooperazione sud-sud (Cuba, Venezuela, Ecuador, il progetto Alba) e nella creazione di nuovi spazi di integrazione delle politiche di sicurezza sociale per l’insieme dei paesi latinoamericani e del Caribe. Per questo la Nuestra America, la sinistra latinoamericana e la sinistra di altre latitudini, deve esprimere forte appoggio al popolo e al governo bolivariano e venezuelano: la sua è una lotta di resistenza contro le oligarchie di tutta l’America latina e dei Caraibi.

Quali obiettivi concreti si pongono le forze della trasformazione nel breve e medio periodo?
Dare soluzione politica al conflitto colombiano, unire tutte le organizzazioni popolari e la sinistra rivoluzionaria, dare all’insorgenza la possibilità di partecipare alla vita politica. Nel breve periodo, aumentare le mobilitazioni per arrivare a un’Assemblea Costituente.

(FOTO) Roma 16dic2015: La sfida del Potere Popolare contro il fascismo

di Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

Dopo le elezioni del 6 dicembre, la Repubblica Bolivariana del Venezuela vive una fase determinante per lo sviluppo del progetto rivoluzionario portato avanti dalle classe popolari, dai movimenti sociali e dal governo di Nicolás Maduro.

Un progetto, quello della Rivoluzione Bolivariana, che ha superato i confini nazionali e si è trasformato nel centro nevralgico di tutti gli equilibri regionali. Infatti, oggi il Venezuela socialista è il nucleo duro della resistenza latinoamericana contro le ingerenze imperiali promosse dagli Stati Uniti e dagli organismi economici e finanziari internazionali. Sul piano internazionale, il fronte chavista ha saputo sconfiggere l’egemonia statunitense in America Latina, mentre a livello nazionale le comuni – organi di governo basati sulla partecipazione protagonista delle comunità urbane e rurali – sono un prezioso esempio di democrazia diretta e popolare, che supera le logiche burocratiche e alienanti dello Stato liberale capitalista.

In questo contesto, le ultime elezioni hanno evidenziato importanti problemi interni al processo, oltre all’efficacia della strategia destabilizzante promossa dalle oligarchie venezuelane. Oligarchie che continuano ad avere in mano buona fetta del potere economico e mediatico, e a godere dell’appoggio delle forze reazionarie che dominano la globalizzazione neoliberista.

Il governo e i movimenti popolari hanno accettato l’esito del voto, confermandosi l’unica garanzia per la democrazia in Venezuela. Ma il fronte chavista ha anche reagito alla sconfitta elettorale in maniera forte e determinata: già sono iniziate le assemblee di strada in tutti i quartieri popolari ed è partito un vivace dibattito tra le forze rivoluzionarie che manifesta ancora una volta l’incredibile partecipazione politica che ha saputo generare il processo bolivariano. Le questioni essenziali del dibattito girano attorno a due assi cruciali: la strategia della destra fascista; e l’autocritica rivoluzionaria per rigenerare il processo democratico e popolare, per consolidare il potere popolare e avanzare nel cammino verso un Venezuela socialista e bolivariano, speranza di pace e giustizia sociale.

Anche noi, in questo delicato momento, ci uniamo alle molteplici manifestazioni di solidarietà e complicità con la Rivoluzione Bolivariana, promosse in tutto il mondo dai movimenti anticapitalisti e dalle forze progressiste. Con la convinzione che -oggi più che mai- è impossibile pensare un processo di trasformazione sociale senza mettere la solidarietà internazionale e l’antimperialismo al centro dell’azione, inivitiamo tutti e tutte a partecipare al dibattito:

VENEZUELA. LA SFIDA DEL POTERE POPOLARE CONTRO LA STRATEGIA FASCISTA.

Con l’ambasciatore Julián Isaías Rodríguez Díaz.

Introduce la Rete-Solidarietà-Rivoluzione-Bolivaria “Caracas ChiAma”

DOPO L’INIZIATIVA, CENA INTERNAZIONALISTA A PREZZI POPOLARI.

PER RAGGIUNGERE IL CENTRO SOCIALE SPARTACO (VIA SELINUNTE, 57, quartiere QUADRARO):

BUS 557
METRO A, fermata NUMIDIO QUADRATO

Per informazioni e prenotare la cena: 3349915666

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Foto dell’evento: Roma, Italia, 16dic2015.- Centro Sociale Spartaco.

 

(FOTO) Isaías Rodríguez: “El pueblo advirtió y nos dio una lección”

Isaías Rodríguezpor Aporrea

Luisana Colomine R.

15dic2015.-“El pueblo eligió un parlamento no una dictadura parlamentaria”

El embajador de Venezuela en Italia, constituyente Isaías Rodríguez, aclara que la Asamblea Nacional no puede convocar el referendo revocatorio del mandato presidencial y advierte que sobre esto se ha hecho una interpretación interesada
Para anular la LOTTT tendrán primero que derogar la Constitución pues Chávez reprodujo en ella las mismas normas
El actual embajador de Venezuela en Italia, constituyente Isaías Rodríguez, advierte que el 6 de diciembre el pueblo votó para elegir uno de los cinco poderes públicos, es decir, un parlamento y no una “dictadura parlamentaria”.

Motivado por las recientes declaraciones de los más conspicuos dirigentes opositores, Rodríguez acepta conversar sobre algo que él conoce mucho porque ayudó a “parirla”: la Constitución Bolivariana, aprobada en referendo consultivo el 15 de diciembre de 1999. Pareciera, a juzgar por ciertas amenazas, que no solo algunas leyes están en la mira de la “nueva mayoría” electa sino que también la Carta Magna corre el peligro de desaparecer. Además, se atribuye a la Asamblea Nacional, y así ha sido difundido, más poder que el que le consagra el texto constitucional y qe trascendería al del propio Presidente de la República. La desinformación huelga y la confusión está a la orden del día.

¿Hasta dónde llega el poder de una mayoría calificada en el actual escenario? ¿Realmente pueden hacer lo que les venga en gana?

– La oposición puede tener no solo mayoría calificada, sino los 167 asientos de la Asamblea Nacional y no puede hacer sino lo que le está permitido. De lo contrario sus actos son nulos. Dentro de las facultades que le otorga el artículo 187 de la Constitución puede a través del voto de censura, ajustándose al procedimiento establecido destituir ministros y hasta al Vicepresidente Ejecutivo. Puede dictar una Ley de Amnistía, autorizar el nombramiento del Procurador (si aún no ha sido designado) y a los jefes de las Misiones Diplomáticas (si no han sido designados) autorizar la salida del Presidente cuando su ausencia fuere mayor de cinco días consecutivos, pero aunque quiera no puede destituirlo. Un sistema político constitucional implica la interacción del conjunto de instituciones y procesos que permitan en forma coordinada tomar las decisiones del Estado a través de sus Poderes Públicos sin que ninguno de ellos prevalezca u obstaculice el desarrollo o funciones de los otros. No solo no pueden hacer lo que les dé la gana sino que están sujetos al control de la Sala Constitucional del Tribunal Supremo de Justicia y al famoso 350 de la Constitución tan invocado por la oposición contra el Presidente Chávez.

Henry Ramos Allup ya asomó volver a la Constitución de 1961 porque la considera “más decente”

– La reforma de la Constitución de 1999 bien pudiera iniciarla el Parlamento que acaba de ser elegido. Tiene los votos para ello, pero luego deberá someterla a un referéndum aprobatorio por parte del pueblo venezolano. Entiendo, sin embargo, que la pregunta va más allá de la reforma de la Constitución. Entiendo que lo que se quiere es ir a la Constitución de 1961. Para ello tienen los votos correspondientes a “la iniciativa de convocar la Asamblea Nacional Constituyente”, óigase bien “la iniciativa”, pero el “depositario del poder constituyente originario” es el pueblo de Venezuela y no la Asamblea Nacional. Por esta razón aprobada la Constitución “más decente” tendrá que ser sometida a un referendo aprobatorio y será el pueblo quien tome la decisión definitiva. En caso de que al pueblo le dé vergüenza lo que ha aprobado esta Asamblea Nacional no les quedará más remedio que aceptar con recato y modestia el “impudor” de la Constitución de 1999.

Derogar, reformar, modificar, pulverizar leyes

¿Cómo puede el Presidente de la República blindar las leyes que ya fueron sancionadas y promulgadas como la Ley Orgánica del Trabajo o la Ley de precios justos?

– El Presidente no tiene competencia constitucional para blindar ninguna ley. Esta competencia es de la Asamblea Nacional quien podrá modificarla porque legislar es una de sus funciones. En el caso de la LOTTT la situación es más compleja para el Parlamento, porque la Asamblea Constituyente de 1999 cuando aprobó la Constitución previó esta circunstancia y la blindó. ¿De qué manera? Colocó en la Constitución la mayoría de las disposiciones contenidas en dicha ley y, en este caso, si se pretenden dejar sin efecto normas de ella que están presentes en la Constitución y que la LOTTT solo reproduce, tendría la Asamblea Nacional que modificar la Constitución y someter a referendo popular la aprobación de la nueva ley que fuere sancionada por el neoliberalismo.

Sobre el tema de la frontera y del estado de excepción decretado por el presidente Maduro, el diplomático venezolano considera que la decisión será de carácter político aunque admite que prolongar la medida en el tiempo restringe derechos. En su opinión, los parlamentarios opositores tendrán la oportunidad de demostrar si están o no dispuestos a resolver los problemas fronterizos que han afectado al país desde el punto de vista económico, social y de seguridad ciudadana.

Objetivo: Nicolás Maduro

Si durante 16 años el presidente Hugo Chávez debió gobernar ante una oposición hostil, con Nicolás Maduro la situación no ha sido diferente. Por esta razón la elección parlamentaria se convirtió en un símbolo para romper ataduras del “castro-comunismo” y la Mesa de la Unidad logró para ello un importante apoyo internacional.

Se ha difundido la idea de que la Asamblea Nacional también puede convocar un referéndum revocatorio del mandato presidencial ¿esto es correcto?

– En el artículo 187 no hay ninguna atribución que autorice a la Asamblea Nacional a convocar referéndum revocatorio. Posiblemente, con el propósito de burlar la Constitución o de hacer una interesada interpretación de la norma, con el peligro de incurrir en lo que técnicamente se conoce como “desviación de poder”, quien haya hecho tal afirmación le da al referéndum revocatorio una analogía con lo previsto en el artículo 233 de la Constitución. Son situaciones distintas. Esta norma ubica la falta absoluta del Presidente de la República y el tratamiento que la Asamblea debe darle, pero nada tiene que ver con el referéndum revocatorio. Los órganos o Poderes Públicos solo pueden hacer lo que les está permitido. A nuestro juicio solo puede revocar quien elige y la revocatoria de mandato es un instrumento de control popular, no de control legislativo. La legitimidad de origen o cualidad para revocar es de quienes eligieron. Aquí no es aplicable el aforismo de “quien puede lo más puede lo menos”. Si se accede al poder por la vía del voto se pierde el mandato por la misma vía. Es más, el constituyente se cuidó de diferenciar mandato del funcionario de un cuerpo colegiado y de un cuerpo no colegiado. Por lo demás el artículo 72 es demasiado claro se refiere a “electoras o electores”. Mantiene la coherencia de lo que técnicamente se llama “cualidad jurídica”. La revocatoria del mandato, igualmente está definida por este artículo 72 “como un mecanismo de democracia directa” orientado a la consulta de los electores o electoras a opinar sobre la interrupción del mandato de una autoridad electa por ellos. Es clara la norma cuando expresa que la ciudadanía lo activa a través de la recolección de firmas. No habla, por ninguna `parte la Constitución de que se trata de un acto de “democracia indirecta” que permita la activación de la solicitud de revocatoria a través de cuerpo deliberante o legislativo. El derecho es lógico 2 y 2 son cuatro, no 22.

Hay quienes proponen que Maduro puede disolver la AN. ¿Qué opina de esto? ¿Cuáles serían las ventajas y desventajas?

– El presidente tiene dispositivos de control que están unos en el Parlamento y otros en el Judicial. Cada Poder está sujeto a funciones perfectamente determinadas en la Constitución. No hay, en consecuencia, el ejercicio del poder por un solo órgano y más lo sería pretender desviar el régimen presidencial hacia el parlamentarismo. Yendo a tu pregunta el caso es que además del presidencial y del parlamentario existe un “sistema mixto”, mezcla francesa del parlamentario y del presidencial. Tuvo su origen en una reacción socio política contra “el asambleísmo francés” y la “partidocracia”. En la Quinta República francesa lo impusieron como “un sistema para la cohabitación política”. En el diseño y modo de funcionamiento de las instituciones políticas juega un papel determinante la situación histórica de cada república, la idiosincrasia y la cultura política.

Explica el también ex fiscal general de la República que en este sistema mixto el Presidente se elige por votación directa y el Parlamento no debe obstruirlo. “El Presidente en este sistema tiene facultades para disolver el Parlamento. La disolución es una forma de evitar la obstrucción por parte de los partidos. Su propósito es propiciar mayorías parlamentarias coherentes. El presidente debe garantizar el funcionamiento de las instituciones y cuidar la estructura institucional y su funcionamiento sin obstrucciones. En dos ocasiones Francois Mitterrand disolvió la Asamblea Nacional francesa. Lo hizo porque en anteriores elecciones la mayoría de los escaños los detentaba una coalición de la derecha”.

El pueblo nos dio una lección

Isaías Rodríguez analiza los resultados electorales desde una perspectiva crítica teniendo el cuidado de no juzgar a quien en esta ocasión no respondió como se esperaba, es decir, al pueblo.

Palabras como “castigo” “traición” “lección” minan el discurso de dirigentes chavistas para buscar una explicación a lo ocurrido.

¿Qué fue, entonces? ¿castigo? ¿lección?

– A mi juicio las dos cosas. O tres: Advirtió, castigó y nos dio una lección. Nos preguntó si se nos olvidó el socialismo. Nos puso contra la pared. Nos castigó como lo hace un buen padre o madre de familia con un hijo para que aprenda por las malas o por las buenas (la metáfora es una expresión romana del derecho que crearon). Pero si el propósito de la pregunta es indagar la diferencia entre uno y otro vocablo. Nos impuso una sanción y prisioneros de esa sanción nos ha dado una clase sobre lo que es “consciencia” y de cómo hay que luchar para derrotar las hegemonías y construir una verdadera sociedad alterna al capitalismo.

En su opinión ese pueblo “no se cambió de traje ni ha brincado la talanquera” y rechaza de manera contundente que se le tilde de “traidor” a quien, según dice, “ha sido demasiado leal”.

– Veo – remata Rodríguez- a un pueblo indignado ante tanto maltrato, tanta indolencia y tanta traición que nos dice Chávez nos enseñó a leer, a escribir, a pensar, a reflexionar, a ser y con esa personalidad que nos ha dado el chavismo queremos preguntarles a ustedes si siguen siendo chavistas con nosotros o contra nosotros. El comandante nos enseñó a ser leales, pero también nos dijo que no nos dejáramos utilizar por nadie y que ante una situación confusa o de incertidumbre fuésemos leales con nosotros mismos. Vendrán más Chávez y si tenemos que hacerlos los vamos a hacer con aciertos y equivocaciones como Simón Rodríguez se lo enseñó al Libertador.

Lo que falló

Formación y construcción de una identidad consciente con la revolución

Ni el gobierno ni el PSUV dieron un debate de ideas, todo se concretó a culpar de la crisis a la llamada “guerra económica”

No hubo un plan estratégico contra esa guerra donde se involucrara toda la estructura revolucionaria para confrontar el sabotaje, la escasez y el acaparamiento

La impunidad contra los grandes beneficiarios de la corrupción (Caso Cadivi denunciado por una ministra que fue destituida por denunciarlo y la ineficaz lentitud de la Fiscalía en esta investigación) – La ineficiencia en el manejo de la economía

La torpe gestión comunicacional que optó por comprar medios y hacer propaganda panfletaria en lugar de crear consciencia política e informativa

La escogencia de candidatos y candidatas pasando muchas veces por encima de la voluntad popular y las primarias para colocar familiares cercanos a los gobernadores en las primeras opciones

La burocratización y el visto bueno del PSUV a esta peligrosa complacencia que desmoralizó la dirigencia de base y le restó autoridad a la hora de exigir organización y compromiso político

El irrespeto al comandante Chávez al tratar de hacer con su credo y su legado una religión política que lo dejó en su mausoleo y no lo colocó codo a codo con la acción revolucionaria y popular

¿Murió la revolución? ¿Murió el chavismo?

– Están una y otro más vivos que nunca gracias a ese pueblo que nos ha sacudido con este revolcón. Nos ha sacado de la comodidad y del individualismo con que muchos ven su futuro personal y el de su familia y sus amigotes sin mirar hacia abajo. Hay que ser humildes y autocríticos, dejar la borrachera de poder, la arrogancia, la soberbia, el empoderamiento personal y el afán de prestigio mal habido, de ambiciones desmedidas, del desprecio a todo cuanto signifique solidaridad o sacrificio. A pesar de ellos, de quienes han tratado de matar con su ejemplo y su conducta a la revolución y al chavismo casi seis millones de chavistas, con muy pocos argumentos convincentes para hacerlo, muchos con un pañuelo en la nariz han votado por las listas que les han impuesto. Hay Chavismo y revolución para rato.

¡Los que aprenden vencerán!  

por nuovopci.it

¡Los que se dejan abatir por las derrotas, están vencidos!
¡Los que aprenden, lucháran mejor y vencerán!

El éxito de la elecciones parlamentarias que se desarrollaron en Venezuela el domingo pasado 6 de diciembre han metido alas a los pies de los reaccionarios venezolanos y a sus padrinos y patrones de la Comunidad Internacional (CI) da los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, en particular a los bisontes del complejo financiero-industrial-militar que de hecho gobierna a EEUU. La gran mayoría (más de dos tercios) de los curules del nuevo Parlamento venezolano (entrará en sus cargos el próximo 5 de enero) está asignada a la mezcla de retazos de los partidos, grupos y bandas, fragmentos y herederos del viejo sistema político que ha gobernado a Venezuela hasta 1998: una mezcla de retazos que los padrinos norteamericanos han logrado reunir con fines electorales en la MUD (Mesa de la Unidad Democrática), cuando han decidido de tentar la vía electoral porque la desestabilización y la subversión le andaban mal.

Ahora la derecha venezolana y sus padrinos y patrones de la Comunidad Internacional se han adjudicado una nueva arma en la guerra que sin ahorro de medios están conduciendo desde 17 años hasta ahora para demoler la Revolución Bolivariana y el proceso puesto en marcha en Venezuela, en América Latina y a nivel internacional desde la victoria de Hugo Chávez y de su unión cívico-militar en las elecciones presidenciales del 6 de diciembre de 1998.

Los cabecillas de la MUD (uno entre todos: Ramos Allup de Acción Democrática) han anunciado ya fuego y llamas gracias a la nueva arma. El Secretario de Estado (ministro del exterior) de USA John Kerry ha hecho eco y el alto representante de la UE (Unión Europea) para la política exterior y la seguridad (Federica Mogherini) felicitó calurosamente los vencedores de las elecciones. No sabemos si también monseñor Pietro Parolin, Secretario de Estado del Vaticano (y nuncio apostólico en Venezuela desde el 2009 hasta el 2013) se ha congratulado a nombre del papa Bergoglio con los vencedores entre los cuales brillan los mayores exponentes de la Iglesia Católica en Venezuela.

Qué sucederá ahora? Imposible decirlo con precisión, porque en definitiva depende de la línea que seguirán los dirigentes de la Revolución Bolivariana y las masas populares que ellos movilizan. 

Los dirigentes de la Revolución Bolivariana han sostenido siempre de ser en grado de proseguir la revolución hacia el socialismo [lo llaman humanista y socialismo del siglo XXI, algunos con alusiones denigrantes al socialismo construido en la URSS bajo la dirección de Stalin (que no distinguen de la corrupción y desintegración promovida desde Kruscev a Breznev)] siguiendo un camino que a un observador externo pareciera tener muchos puntos comunes con experiencias que en otra época (por ejemplo el Chile en los años ‘70) han terminado con la sangre de los revolucionarios.

Después de haberse apoderado del Estado Burgués, sin demolerlo, la Revolución Bolivariana ha nacionalizado la industria petrolera expulsando (en el 2002) a los dirigentes corruptos y saboteadores (que ahora reclaman al nuevo parlamento la reintegración) y han empleado gran parte de la renta petrolera (los provenientes de la venta del petróleo) para elevar las condiciones de vida (alimentación, vivienda, educación, salud, pensiones, salarios, etc.) de la masa de la población, para promover la movilización y la formación política y cultural. Pero los capitalistas y el clero continúan siendo los patrones de gran parte de las empresas del sector comercial (incluso el comercio exterior), industrial y agrícola, de los bancos, también de la prensa, de la televisión, de los medios de comunicación, de la escuela privada y de otros medios de formación y canales de influencia sobre las masas.

El nuevo sistema político ha introducido en varios campos leyes e medidas favorables a las masas populares. Su violación se considera un delito penal ordinario (los violadores o infractores si el poder judicial recoge pruebas se persiguen de forma individual, en función del hecho delictivo y las responsabilidades individuales, independientemente de su clase social: el pequeño que lo hace por ignorancia, embrutecimiento o necesidad en el mismo plano del rico que lo hace por profesión o vocación). Por otra parte promueve la formación cooperativa y otras formas no capitalistas de empresas en la agricultura y en la industria y ha comenzado a crear estructuras comerciales públicas (al por mayor y al por menor) en competencia con aquellas capitalistas.

Muchos individuos, organismos y partidos comunistas de Venezuela y de otros países critican “la vía al socialismo” de la Revolución Bolivariana. Pero hasta ahora no han realizado algo mejor y en los 17 años transcurridos de la victoria electoral de 1998, primero bajo el liderazgo de Hugo Chávez (fallecido el 05 de marzo 2013, un evento al que nos referimos en el CC 9/2013 – 5 de marzo de 2013) y luego con Nicolás Maduro (sobre su elección a Presidente el 13 de abril 2013 y a propósito de su obra se lea el CC 16/2013 – 18 de abril de 2013, el CC 12/2014 – 18 de marzo 2014 y el CC 8/2015 – 5 de marzo de 2015), la Revolución Bolivariana ha resistido con éxito a un golpe de Estado, a las tentativas de subversión y a la guerra importada, en varias otras formas y sobre diversos terrenos y por diversos motivos, por la burguesía y el clero venezolano, por el Estado Colombiano (principalmente a través de organizaciones no oficiales y paramilitares) y por la Comunidad Internacional de los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, y ha avanzado poco a poco pero de forma continua a lo largo de su camino.

Por otra parte ni en el tiempo de Hugo Chávez ni bajo la dirección de Nicolás Maduro los dirigentes de la Revolución Bolivariana han dicho que los comunistas de otros países deben en sus propios países “hacer como en Venezuela”. No han pretendido nunca que la vía de Venezuela fuese la vía universal.

Nosotros combatimos y despreciamos a los personajes y organismos italianos que proponen en Italia hacer “el Alba mediterránea” o sin embargo hacer los simios de Venezuela, pero, por lo que hemos dicho antes, respetamos y admiramos los promotores y los combatientes de la Revolución Bolivariana por su trabajo en favor de las masas en Venezuela, el apoyo de la resistencia anti-imperialista en Cuba, del movimiento progresista y antiimperialista en América Latina y el mundo y tratamos de aprender de ellos, de sus victorias y sus derrotas, para avanzar en la revolución socialista en Italia. 

El objetivo, el comunismo, es el mismo para todos los países porque es dictado por el desarrollo que la humanidad ha hecho, ha recorrido desde sus orígenes lejanos hasta hoy y del resultado que ha alcanzado en su evolución aunque las vías para alcanzarlo son diversas dado que diversos son los puntos de partida. Recordamos todavía los documentos de  triste memoria cuando en los años ‘80 algunos compañeros italianos revisaban país por país para mostrar la forma en que la revolución debía seguir. Los comunistas deben cada uno “traducir en la lengua de su propio país” la común concepción comunista del mundo: hay cuestiones universales y cuestiones particulares como bien lo explica Mao en el escrito Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (Todavía sobre las divergencias entre el compañero Togliatti y nosotros, febrero 1963).

Los comunistas de varios países deben meter en común la experiencia de la lucha de clases y los aprendizajes de valor universal que traen, apoyarse, colaborar, ser solidarios y practicar la autonomía y el respeto reciproco. Entonces nos auguramos y auspiciamos que los promotores y combatientes de la Revolución Bolivariana hagan frente con éxito a los eventos y acontecimientos de estos días y tenemos la certeza que la mejor parte de ellos estará a la altura de su papel. Perder las elecciones es una derrota, pero en la historia del movimiento comunista ha habido derrotas muy graves a las cuales los comunistas han sabido reaccionar conquistando grandes victorias. Pensamos a las repetidas agresiones de las grandes potencias imperialistas en los años inmediatos después a la Revolución de octubre en 1917 y la agresión de Hitler en 1941 con el apoyo de gran parte de la burguesía imperialista de todo el mundo y del Vaticano.

Pensamos en la derrota sufrida en el 1927 por la revolución China y tantas otras. Aunque frente a un golpe de Estado, la respuesta fue diferente en España en 1936 y en Chile en 1973. La revolución socialista avanza no porque la burguesía y las otras clases reaccionarias la dejan avanzar, son amables, se atienen a las leyes y códigos de conducta establecidos de respetar los “derechos humanos” y su propia democracia burguesa. En los años ‘80 del siglo pasado criticamos aquellos miembros y simpatizantes de las Organizaciones Comunistas Combatientes (OCC) y en particular de las Brigadas Rojas que atribuían la derrota a la ferocidad de la burguesía, a la perversión de los revisionistas e la cínica astucia del clero, antes que atribuirla a los limites de los dirigentes de las OCC en la comprensión de las condiciones, de las formas e los resultados de la lucha de clase.

La revolución socialista y la revolución de nueva democracia avanzan porque los comunistas saben hacer frente a la violencia, a las intrigas, a las maniobras y a la ferocidad a la cual las clases reaccionarias recurren sin escrúpulo y limite, porque saben hacer frente al prestigio y la influencia que ellas heredan de la historia y que la usan contra la revolución, porque saben conducir las masas populares para liberarse de la ignorancia, del atraso e del embrutecimiento que heredan de la historia en los cuales son impulsados con nueva riqueza de medios y formas por el régimen de contrarrevolución preventiva que la burguesía imperialista y su clero extienden a todo el mundo.

En Venezuela la derecha endogena y sus padrinos y patrones imperialistas hasta ahora han conducido la guerra con todas las armas que tenian a sus alcance. Nunca ahorraron fraudes, chantajes, violencias, sabotaje economico, contrabando, manipulación financiera, corupción, subversión, terrorismo.

Ahora tienen a su disposición un arma más: el nuevo Parlamento electo en el ámbito de las elecciones previstas en la Constitución Bolivariana y organizadas por el gobierno bolivariano. Como han tomado esta mueva arma? Han enroscado a su ventaja algunos resultados de los progresos cumplidos en el país gracias a la Revolución Bolivariana (como en Italia en el 1948 los reaccionarios aprovecharon el derecho al voto de las mujeres conquistado gracias a la victoria de la Resistencia) y la han distorsionado a su propio interés aprovechándose de los límites de la Revolución Bolivariana en el movilizar, organizar y formar las masas populares.

Los electores registrados en las elecciones del domingo eran un poco más de 19,54 millones, mientras al tiempo de las primeras elecciones de Hugo Chávez en el 1988 eran apenas 11 millones. Incluso respecto a las precedentes elecciones parlamentarias del 2010, los electores inscritos para las elecciones del domingo 6 de diciembre eran por otra parte dos millones más, además las abstenciones disminuyeron y como resultado los votos válidos aumentaron en casi 2,5 millones respeto al 2010, hasta un poco más de 13,74 millones. Gracias a las intrigas, a las maniobras, a la intimidación y eliminación de notables irreductibles y a los chantajes realizados por los reaccionarios, los votos dispersos en listas menores han disminuido y la MUD ha tenido cerca de 2,65 millones de votos más respecto a las precedentes elecciones del 2010: ha pasado de 5.077.043 a 7.726.066 votos. Al mismo tiempo la lista de los partidarios de la Revolución Bolivariana, PSUV e sus aliados, ha tenido de más sólo cerca de 350 mil votos. Ha pasado de 5.268.939 a 5.622.844 (entonces no hubo debacle electoral como lo proclamaron los periodistas maliciosos y comentaristas burgueses, incluso los burgueses de izquierda). La composición del Parlamento ha pasado de 96 del PSUV contra 64 de la MUD del 2010 a 55 del PSUV contra 112 de la MUD en la futura Asamblea Nacional.

De acuerdo a la Constitución, Venezuela tiene un sistema político presidencial y el presidente Maduro, heredero de Chávez, ha declarado que la Revolución Bolivariana ha perdido una batalla, pero no la guerra. Al contrario ha dicho que la derrota será el punto para reforzar las filas de los revolucionarios depurándolas de corruptos, infiltrados, desmoralizados y derrotistas y llevar la revolución a un nivel superior.

Nosotros hemos saludado con ardor desde hace tiempo y hemos hecho conocer entre las masas populares italianas los sucesos de la Revolución Bolivariana, los beneficios económicos, intelectuales y sociales que ella ha portado a las masas populares venezolanas, la ayuda que ha dado en tantos terrenos al movimiento progresista en América Latina y en el mundo, la contribución que ha dado al renacimiento del movimiento comunista en el mundo. Nacionalizando el petróleo y usándolo ya sea para sostener los países progresista de la zona y en particular Cuba y destinando gran parte de la renta petrolera al mejoramiento de las condiciones de vida de las masas populares venezolanas, la Revolución Bolivariana ha dado con gran prisa un gran aprendizaje. Se trata ahora de movilizar y dirigir las masas populares e defender las conquistas y reforzar el poder popular.

Qué deben hacer el presidente Maduro y los dirigentes de la Revolución Bolivariana? No somos nosotros que lo podemos decir. Como arriba hemos dicho, la revolución socialista es un proceso universal, que se refiere a todo el mundo, pero ella avanza en cada país haciendo palanca sobre las condiciones concretas del país y sus relaciones con el contexto internacional. Nosotros podemos y debemos conducir la revolución socialista en nuestro país y estamos seguros que cuando rompamos las cadenas con las cuales hoy los vértices de la República Pontificia lo tienen amarrado a la Comunidad Internacional (CI) de los grupos imperialistas europeos, americanos y sionistas, con esto daremos una gran contribución a la nueva oleada de la revolución proletaria que en todo el mundo avanza haciendo frente al desastroso curso que la Comunidad Internacional (CI) impone a la humanidad entera.

No corremos con los italianos expertos en Revolución Bolivariana del género del Prof. Luciano Vasapollo que enseñan que cosa deben hacer los venezolanos y a nosotros dicen que debemos hacer como los venezolanos. La capacidad de hacer frente a la derrota electoral y a lo que ella implica y de transformarla en una contraofensiva victoriosa será la prueba de la concepción del mundo y del análisis de las situaciones internacionales y nacionales que conducen los comunistas venezolanos. La lucha llevará a un superior desarrollo intelectual y moral en primer lugar a los promotores y combatientes de la Revolución en curso. A ellos va nuestra simpatía y a el éxito de la causa común vamos a contribuir  principalmente haciendo la revolución socialista en Italia.

Además de las elecciones en Venezuela, son para nosotros importantes y ricas de enseñanzas las elecciones regionales que se celebraron en Francia el mismo domingo 6 de diciembre. Han enseñado un nuevo paso adelante en la crisis del sistema político francés burgués y de la unión de los grupos imperialistas franco-alemanes: entonces han creado una situación favorable hasta para nosotros, si sabemos aprovecharlos, así como una experiencia rica de enseñanzas sobre la dialéctica entre movilización revolucionaria y movilización reaccionaria, sobre la dialéctica entre la guerra imperialista y guerra popular revolucionaria.

En la Francia metropolitana (no consideramos entonces las ex colonias de ultramar, hoy englobadas en la Republica Francesa) en los últimos meses el gobierno ha reducido las regiones a 13, agrupando las 22 regiones precedentes. En Francia el gobierno central esta imponiendo a los entes locales (regiones, provincia y alcaldias) una transformación análogo a aquella en curso en Italia. Reduce su número (fundiendo o reagrupando), disminuye sus recursos, royendo de derecho y de hecho su autonomía.

En consecuencia los servicios empeoran, la marginación social aumenta y las masas populares son alejadas del teatro de la política burguesa. La guerra de exterminio no declarada arrecia y destruye sus víctimas como en Italia. El gobierno central está dirigido por dos grandes “familias” políticas (actualmente hacen referencia una, que se define de izquierda a François Hollande, el presidente de la República y la otra, que se define de derecha, a Nicolás Sarkozy, el ex presidente) que se alternan haciendo la misma política salvo matices y palabras diferentes: un régimen análogo al régimen de las “Larghe Intese” (Anchos Acuerdos) que benefician al sistema financiero mundial y oprime, exprime, aprieta y devasta nuestro país.

En este contexto los resultados de las elecciones regionales del domingo presentan rasgos significativos.

En ninguna de las 13 regiones ha tenido la mayoría absoluta de una lista. Por consiguiente todas las 13 regiones mañana 13 de diciembre van a la segunda vuelta que sólo se le permitirán a las listas que en la primera vuelta tuvieron al menos 10% de votos validos. Inútil será esperar los resultados de la segunda vuelta para entender cuál ha sido el estado de ánimo de las masas populares que se expresan en las elecciones regionales.

La segunda vuelta decide solo aquel, que a los órdenes del gobierno central, deberá gobernar cada una de las 13 regiones en base a las combinaciones de vértices, a las agregaciones y a las renuncias de las listas de la primera ronda con quienes el sistema de las dos “familias” políticas busca de perpetuar su feroces impresas contra las masas populares francesas, mientras a causa de su impotencia de ver a jefe de la crisis económica y social, las dos “familias” hacen competencia de quien promueve mejor la guerra imperialista en curso y preparan desastres más graves para las masas populares francesas y para los pueblos de los países oprimidos.

Pero al primer turno de las elecciones han estado dos señales, dos signos de ruptura de este curso de las cosas:

– la abstención disminuyó; los votos validos eran 19.47 millones (44.6% de los 43.64 millones de inscritos) en las elecciones precedentes regionales del 2010 y aumentaron a 21.7 millones (47.9% de los 45.30 millones de inscritos) domingo 6 diciembre 2015: hubo 2.32 millones de votos válidos más.

– El aumento de los votos válidos fue exclusivamente a favor de la lista que las dos “familias” excluyen de su sistema político, el Frente Nacional (FN) que por otra parte ha quitado votos a todas las dos “familias” y sus votos han pasado de 2.22 millones en el 2010 a 6.02 millones el domingo pasado: cerca de 3.79 millones de más.

Una mala noticia, ciertamente porque el FN proclama abiertamente la política racista y belicista que las dos “familias” se limitan a practicar: rechazos, cierre de las fronteras, persecución de los musulmanes, campos de concentración son ya en acto. Es aleado a Liga Norte de Matteo Salvini y como causa del marasmo social no puede indicar otra cosa que la inmigración y la sumisión a la UE y el BCE. Pero contra la combinación de los grupos imperialistas franco-alemanes el FN no se da los medios para practicar la política que proclama y los grupos imperialistas americanos hoy no pueden dar nada a las masas populares francesas: entonces el solo resultado real de la afirmación del FN, tanto más se debería tomar en mano cualquier región (está presente en buena posición al segundo turno en todas las 13 regiones, mientras en el 2010 lo era en 12 sobre 22 y en medida estrecha) es la ruptura del sistema político existente.

Qué sucederá entonces? Después de la afirmación del FN, el portavoz del Frente de Izquierda, Jean Luc Mélenchon, partidario de François Hollande al segundo turno de las últimas elecciones presidenciales, ha declarado “que seguiendo la política del menos peor, va de mal en peor” y además “El FN ha tomado los votos que son nuestros: de los obreros y jóvenes que el sistema aplasta. Debemos preguntarnos por qué no los hemos recojidos nosotros y buscar remedio”.

Nosotros no estamos en la posibilidad de garantizar que Jean Luc Mélenchon hará aquello que ha dicho que necesita hacer. Más bien vistos sus recorridos, creemos que es más fácil que en Italia Maurizio Landini (o Giorgio Cremaschi) se convierta presidente del Gobierno de Bloque Popular por el cual nosotros promovemos la constitución y no que Jean Luc Mélenchon se haga promotor del renacimiento del movimiento comunista en Francia. Pero la vía es esta y antes o después alguno la embocará. Por parte nuestra combatiendo nuestra batalla, contribuimos al mejor de nuestras posibilidades en este inicio.

A la batalla nuestra entonces se abren perspectivas más favorables. A ella llamamos a todos los individuos y los organismos avanzados de nuestro país. Hoy en nuestro país la lucha para avanzar en el renacimiento del movimiento comunista y en la revolución socialista es la creación de las condiciones para construir el Gobierno de Bloque Popular.

(VIDEO) Sindicatos piden Ley de los Consejos de los Trabajadores

Pedro Eusse, Coordinador Nacional de la Corriente Clasista de Trabajadortes "Cruz Villegas"por prensa Partido comunista de Venezuela

Pedro Eusse puntualizó que ya la corriente “Cruz Villegas”, del PCV, así como otras organizaciones sindicales han introducido proyectos de la Ley desde 2007.

Caracas, 15 dic. 2015, Tribuna Popular TP/Crédito LUN – Beatriz Caripa.- El secretario de la dirección sindical del Partido Comunista de Venezuela (PCV) y dirigente del Frente Nacional de Lucha de la Clase Trabajadora (Fnlct), Pedro Eusse, dijo que los movimientos obreros y sindicales clasistas, solicitan al presidente Nicolás Maduro que apruebe la Ley de Consejo de Trabajadores, por vía de la Ley Habilitante que aún está vigente y faculta al primer mandatario a usar poderes especiales para aprobación de leyes.

“Pedimos al presidente Maduro que en lo inmediato proceda a aprobar esta ley especial, pues sabemos que la nueva Asamblea Nacional, se opondrá a este instrumento, pues ya lo han adelantado con la amenaza de derogar la Ley Orgánica del Trabajo, porque ya se los ha ordenado Fedecámaras, quien les financió la campaña”.

 

La Ley Especial de Consejo de Trabajadores o Ley de Control Obrero (como también se le conoce), está contemplada en la Ley Orgánica del Trabajo, las Trabajadoras y los Trabajadores (Lottt), como uno de los regímenes especiales que se deberá desarrollarse, a fin de que la clase trabajadora encabece tareas de control y supervisión de los diversos procesos en las empresas y centros de trabajo.

En la Lottt también están contempladas otras leyes especiales, como la de los trabajadores de vigilancia, que deberá someterse a discusión con el consenso del parlamento.Eusse puntualiza que ya la corriente “Cruz Villegas”, del PCV, así como otras organizaciones sindicales han introducido proyectos de la Ley de Consejos de Trabajadores. “El trabajo ya está adelantado, hay proyectos elaborados”.Pedro Eusse, quien también quedó electo como diputado suplente del Gran Polo Patriótico, por el estado Portuguesa, enfatizó que se oponen a una derogatoria de la Ley del Trabajo. “La clase obrera no lo permitirá. Haremos sentir el peso de toda la clase obrera en la calle, en la asamblea y en cualquier escenario, pero no nos dejaremos quitar nuestras conquistas, que no nos benefician a nosotros nada más, benefician a todo el pueblo trabajador, a los que votaron en contra del proceso revolucionario de orientación popular”.

Eusse mostró su rechazo contundente a la solicitud de una amnistía laboral, para los 22 mil ex trabajadores que intervinieron en el paro de 2002, “paralizando procesos vitales a Pdvsa y la industria petrolera”. Puntualizó que esta acción “no se debe permitir bajo ningún criterio, ellos cometieron un delito contra la industria petrolera, que afectó a todo un país. Ya es mucho beneficio decir, que no están presos”.

 
Rectificaciones
 
Respecto al resultado electoral adverso al proceso revolucionario, el dirigente pecevista sostuvo que, además de la “guerra económica  por parte del sector privado que no hacía despachos de alimentos o los hacía de manera intermitente en los supermercados para provocar una reacción adversa al Gobierno”,  también  “fue medular las ineficiencias que se venían acumulando por parte del Gobierno”.
 
Eusse dijo que por parte del Frente Nacional de Lucha de la Clase Trabajadora  proponen al Gobierno que se enfoque en hacer rectificaciones, y destacó que  “se debe hacer un debate profundo de autocrítica que lleve a rectificaciones eficaces y efectivas, tomando en cuenta que el enemigo, representado en la derecha que ahora domina el Parlamento, es muy poderoso”.
 
Agregó  que hacia lo interno de la administración del Estado, se deben tomar decisiones  como reformar la política económica y desmontar el monopolio; así como nacionalizar la banca, algo que venimos diciendo en el PCV desde hace un tiempo,  pero  no solo para que el Estado se convierta en propietario de bancos”.
 
Eusse citó otras rectificaciones que deberán hacerse, como  la  estatización del comercio exterior. “Que el Estado tome el control de las importaciones,  que adquiera en el exterior lo que necesite y  que se revisen en profundidad las empresas nacionalizadas improductivas”, precisó el dirigente laboral.

Por ahora

por Luis Britto García

No hubo derrota popular más dura que el 27 de febrero de 1989. Al rebelarse contra el Paquete Económico del Fondo Monetario Internacional, millares fueron asesinados en las calles, sin que izquierda ni oficialidad patriótica pudieran coordinar  esfuerzos para defenderlos.

Casi tan grave como la precedente fue la derrota del 4 de febrero de 1992. Ni masas ni  izquierda lograron organizar movilizaciones en su apoyo; decenas de militares patrióticos perdieron  vidas o carreras; el triunfo de la derecha parecía definitivo.

Por ahora.

No nos engañemos. La disputa por el poder político en Venezuela es sólo un medio para el control de la quinta parte de los hidrocarburos del planeta.

En esa lucha la oposición acaba de obtener 112 de 167 escaños en la Asamblea Nacional. Tres de ellos corresponden a representantes indígenas, a quienes el bolivarianismo concedió más derechos que cualquier otro gobierno. Son más de las 2/3 y las 3/5 partes que la Constitución exige para medidas de gravedad extrema. No corresponden a un crecimiento de la derecha, que en la elección presidencial de 2013 obtuvo 7.363.980 sufragios y ahora junta 7.707.322, apenas un 4,22% más. Se trata de una abstención del voto bolivariano ante la inacción del gobierno contra corruptos, acaparadores y especuladores.

En Los cuentos del Arañero narra Hugo Rafael Chávez que Fidel le dijo: “Mira, una conclusión que he sacado, tú dijiste en el discurso…”. Y peló por el discurso, el discurso mío lo tenía completico, y un resumen, y analizado por su propia letra, notas y números. Me dijo: “Tú dijiste en tu discurso una frase, una cifra, que hace diez años había en Venezuela seiscientos mil estudiantes universitarios, hoy hay dos millones cuatrocientos mil”. Eso es cierto, un crecimiento de cuatrocientos por ciento. Pero él tenía una lista larga de avances en educación, de salud, todo lo que hemos logrado, los avances sociales en estos diez años.

Y me dijo: “He sacado una conclusión, Chávez. Ninguna Revolución que yo conozca, ni la cubana, logró tanto por su pueblo en lo social, sobre todo en tan poco tiempo como la Revolución Bolivariana”. ¿Saben cuál es la segunda? Así me lo dijo: “He concluido que ustedes no quieren sacarle provecho político a estos avances sociales”.

Como en tantas otras cosas, Fidel tenía razón. En Venezuela arrastramos una tremenda carencia de formación ideológica. No ha habido experiencias consistentes de escuelas de formación de cuadros. Se ha entregado al pueblo todo: atención médica gratuita, alimentos, medicinas  y combustible subsidiados y 900.000 viviendas equipadas en los últimos años, 350.000 pensiones, millares de taxis nuevos, computadoras para los cursantes de educación Primaria y tablets para los estudiantes de Educación Superior, la cual es casi toda gratuita. Por falta de una campaña educativa, una parte del pueblo ha llegado a creer que todo eso cae del cielo, que no presupone un arduo trabajo ni hay que defenderlo, que podrá superarlo el primer demagogo neoliberal que cambie promesas por votos.

A la abstención del gobierno de combatir corruptos, especuladores y acaparadores correspondió la abstención del pueblo de votar.

Pero la ultraderecha trabaja incesantemente con sus errores a favor de la izquierda. Falta un año para las elecciones de gobernadores y Asambleas Legislativas de los estados.

Durante ese año escaso la derecha proseguirá su ininterrumpida acción de 17 años para la destrucción del poder bolivariano. Alegará que la derrota de los bolivarianos es plebiscito que debe obligar a la renuncia del Presidente; convocará contra éste un referendo revocatorio; destituirá vicepresidentes y ministros mediante votos de censura; negará la sanción para la Ley de Presupuesto y créditos adicionales; derogará la Ley habilitante y todas las  que consagren beneficios sociales; negará la autorización para celebrar contratos de interés nacional; negará permiso para designar a los jefes de las misiones diplomáticas permanentes. Nombrará nuevos miembros del TSJ, nuevos rectores del CNE y nuevos fiscal general, contralor y defensor del pueblo, en cuanto venza el período de los actuales titulares o éstos sean destituidos con cualquier pretexto. Legislará la restitución a sus cargos con salarios caídos de la Nómina Mayor de PDVSA que intentó destruir la empresa. Dispondrá la reprivatización de todas las empresas estratégicas nacionalizadas. Intentará destituir al Presidente con recursos que no detallamos para no darle ideas.

Pero en el año que falta para las elecciones de gobernadores y Asambleas Legislativas estadales, la derecha puede ahuyentar todos los votos que ha obtenido con engaño aplicando de nuevo las medidas neoliberales que le quitaron el poder y que no puede dejar de aplicar. Continuará subiendo los precios hasta hacerlos incosteables, acaparando, desapareciendo bienes, especulando. Oportunas leyes anularán las prestaciones sociales de los trabajadores, consagrarán los despidos a capricho del patrón  y restablecerán los créditos indexados, con intereses sobre los intereses.

Otras normas liberarán precios, alquileres, y tasas de interés, aniquilarán progresivamente la educación gratuita, eliminaran subsidios, dispondrán el fin de las Misiones y reformularán el Presupuesto para reducir en más de la mitad el 61% del egreso público que hoy se dedica a inversión social. Leyes de amnistía devolverán la libertad a terroristas, corruptos, sicarios, delincuentes bancarios y paramilitares. La parapolítica impune pasará a ocupar un sitio normal en el cuadro institucional, lista para crear el cuadro de confrontación violenta que sirva de pretexto para una intervención foránea.

La falta de sanción para corruptos, especuladores y contrabandistas de extracción puede así acarrear la pérdida de Venezuela y la de América Latina. ¡Qué cara, qué incomparablemente costosa nos está saliendo la impunidad de esos compañeritos!

Antes que preguntarnos qué planea la derecha, resolvamos qué deben hacer  las fuerzas progresistas.

Primero que todo, ejercer el derecho de veto presidencial contra leyes que destruyan derechos sociales o instituciones indispensables para la soberanía.

Segundo, terminar con la impunidad de corruptos, acaparadores, especuladores y contrabandistas de extracción, sancionándolos en forma ejemplar e implacable, para probar al electorado que se abstuvo, que no hay complicidad entre esos delincuentes y el gobierno.

Tercero, reformar el aparato comunicacional que está en su poder para explicar de manera eficaz al pueblo el verdadero sentido y las ventajas del socialismo, y hacerle patente lo que el neoliberalismo le arrebatará.

Cuarto, poner en pie de lucha movimientos sociales, sindicatos y otras organizaciones contra la venidera arremetida neoliberal, que se traducirá en despidos masivos, retiro de derechos laborales y de pensiones.

Quinto, hacer valer la disposición constitucional que pauta que las conquistas sociales son irreversibles.

Sexto, extremar las medidas policiales y de seguridad contra el paramilitarismo, que ya se perfila como el brazo armado del neoliberalismo.

Séptimo, iniciar una profunda reestructuración del Partido Socialista Unido de Venezuela y de otras organizaciones del Polo Patriótico, para corregir fallas, ineficiencias, burocratismos y usos ventajistas del poder.

Octavo, desechar radicalmente la idea de pactos o componendas “pragmáticas” con el empresariado y la derecha, en vista de los resultados catastróficos de la convivencia hasta ahora aplicada.

Noveno, reforzar la formación ideológica de los militantes, y la del pueblo en general.

Décimo, predicar con el más convincente de los argumentos: el ejemplo.

FARC-EP: Venezuela requiere solidaridad en lugar de canibalismo

por FARC-EP

Posición oficial sobre la ofensiva imperialista y oligarquica contra la Revolución bolivariana de Venezuela: “Estamos acompañándolos, hasta la victoria final”

Diciembre 14, 2015

El resultado electoral del 6 de diciembre en Venezuela, a todas luces desfavorable al PSUV y a la revolución bolivariana, ha dado para que todo el mundo opine acerca de la situación que se presenta en el país hermano.

Lo primero que cabría señalar es que a la par del triunfo de la coalición temporal de la derecha, apoyada con todo furor desde Washington, Londres y Madrid, y de manera un tanto disimulada desde Colombia y los países latinoamericanos en que gobierna la reacción continental, también parece haberse producido un triunfo de la ideología neoliberal transnacional. De repente se ha puesto de moda irse lanza en ristre contra la obra de Hugo Chávez Frías, achacar la derrota a los fracasos económicos, sociales y políticos de la revolución, considerar como incapaces, ineptos y corruptos a los dirigentes del proceso renovador venezolano, además de pontificar con suficiencia acerca de la tímida posición adoptada contra el capital por el modelo socialista del país vecino.

Es como si de un momento a otro el capitalismo, su voracidad depredadora, el imperialismo y su histórica posición antidemocrática y desestabilizadora se hubieran esfumado del panorama mundial y de la vida de los pueblos de América Latina y el Caribe. Es como si en los últimos diecisiete años y en la hora presente la acción revolucionaria, sus avances y desarrollos no hubiesen encontrado más obstáculos que la negligencia y la descomposición de las vanguardias democráticas. Es como si de un momento a otro se comprendiera que se está cerrando el ciclo durante el cual los revolucionarios lo tuvieron todo fácil sin haberlo aprovechado, y por tanto no cabe más sino reprocharles su incapacidad e incompetencia.

Hay que advertirlo a tiempo e imprimir una rectificación clasista al pensamiento. Lo que se está haciendo y diciendo contra la revolución bolivariana desde variados matices de la izquierda, confundidos o enajenados repentinamente por la avalancha propagandista, mediática e ideológica del gran capital transnacional, constituye ni más ni menos que el más irresponsable acto de canibalismo político. Ni este ni ningún otro es momento para emprender en gavilla un ataque demoledor contra la revolución, amenazada ya seriamente por el imperialismo y la oligarquía venezolana. Eso de caerle al caído para acabar de despedazarlo no tiene nada de revolucionario y por el contrario sirve a los intereses de la derecha internacional.

Que los voceros del orden capitalista mundial estén de fiesta y preparando desde ya su embestida final es comprensible. Se trata de la misma clase que no tuvo piedad con los comuneros de París en 1871, ni contra ninguno de los movimientos democráticos y de avanzada organizados por los trabajadores desde entonces en los más diversos países. Pero que los voceros del movimiento democrático y popular, revolucionario, progresista o de avanzada estén dando la espalda al pueblo de Venezuela, alegando los mismos contenidos de la propaganda imperialista, eso sí que resulta equivocado, incomprensible y vergonzoso.

Los hijos de Simón Bolívar, los hijos de Chávez, el pueblo que a pie llevó libertad a gran parte de la América del Sur, requiere del apoyo cerrado de todos sus hermanos latinoamericanos y caribeños. No fue sino que Chávez ganara las elecciones en 1998 para que de inmediato se pusiera en movimiento el engranaje para impedirle gobernar, para evitar a toda costa la implementación de las transformaciones que anunciaba. Y son casi dos décadas continuas de sabotaje en todas las formas. Corrupción, cooptación, traición, golpe de Estado, golpe petrolero, ataques a la infraestructura, protestas internas financiadas desde fuera, acciones desestabilizadoras, guerra económica, guerra mediática, guerra ideológica, maniobras electorales. Negar la realidad de esos ataques o desconocer sus efectos corrosivos constituye un acto de imperdonable ceguera.

Y lo que es peor, borrar de un plumazo la obra liberadora, las conquistas democráticas alcanzadas, las igualdades étnicas y de género, las innumerables conquistas sociales, la elevación general del nivel de vida de la población más necesitada, el millón de viviendas construidas y entregadas, los visibles desarrollos en salud y educación, la invalorable labor cultural, ideológica y política, la soberanía alcanzada, la integración continental, la solidaridad y el respeto internacional obtenidos por todos nuestros pueblos, entre otras tantas acciones reales de la revolución bolivariana, para reemplazarlas por palabras fáciles como ineficiencia, corrupción y caos, echadas a rodar de manera masiva por las cadenas y redes internacionales al servicio de la explotación y opresión mundial, constituye la demostración más palpable de cuánto terreno se ha perdido en el campo de la batalla ideológica contra el capital y sus políticas totalitarias.

Ninguna obra humana es perfecta ni está completamente terminada. La revolución también es un proceso en construcción, en el que se cometen errores, se producen desviaciones y fallan en consecuencia los resultados esperados. Cuando la intención de la crítica es sana y constructiva, cuando el interés es el de perfeccionar y no destruir, con seguridad que pueden corregirse a tiempo y de manera positiva las deficiencias. Pero otra cosa muy distinta ocurre cuando deliberada o neciamente se engrandecen estas últimas, cuando se las convierte en el todo, cuando se sacan a relucir en los peores momentos sólo para debilitar y echar abajo el sueño de un pueblo. Esta última actitud merece la más abierta condena. Y debe rectificarse con urgencia.

Lo que resulta verdaderamente innegable es que hay en curso una arremetida brutal del imperialismo depredador en todo el planeta, acompañada de una campaña de dominación ideológica sin antecedentes, y del más espantoso despliegue militar y terrorista. Es esa avalancha que amenaza la humanidad entera y que asesina y somete pueblos inermes del modo más salvaje, la que debe ser blanco de todos los ataques, críticas y denuncias permanentes por parte de los movimientos políticos y sociales de avanzada. Es contra ella que deben movilizarse los pueblos, como lo han hecho valiente y heroicamente los revolucionarios venezolanos durante las dos últimas décadas. Ellos, en su sabiduría democrática, encontrarán el modo de superar sus dificultades actuales, para lo cual requieren de nuestra solidaridad y comprensión. Estamos acompañándolos, hasta la victoria final.

La Habana, Cuba, 13 de diciembre de 2015.

Por el Secretariado Nacional de Las FARC-EP

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