Colotti: «Abbiamo lasciato il Venezuela in balia dei pescecani»

Collegamento permanente dell'immagine integratadi Alessandro Bianchi – l’AntiDiplomatico

L’inviata a Caracas de il Manifesto all’AntiDiplomatico: «Le destre hanno già mostrato il loro vero volto, il popolo è tornato nelle piazze, pronto a chiedere al chavismo un profondo rinnovamento. E a resistere.»

Da Caracas l’inviata de il Manifesto Geraldina Colotti sta raccontando in modo impeccabile la transizione in atto in Venezuela con la sconfitta storica del chavismo alle elezioni del 6 dicembre scorso e il ritorno di quel Washington Consensus da cui il paese si pensava depurato. Dopo l’intervista in esclusiva al presidente Nicolás Maduro pubblicata questa settimana, abbiamo chiesto a Geraldina Colotti di raccontarci la sua testimonianza diretta e una sua previsione sulla cosiddetta rivoluzione bolivariana iniziata da Chávez, vista da molti in Europa come un seme di speranza per il futuro e un esempio in un continente distrutto da quella Troika che il Venezuela aveva dimostrato di poter sconfiggere.

– Molti commentatori in Italia oggi parlano della fine del chavismo e in modo sorprendente per il trionfo di un’opposizione golpista e violenta di «ritorno della democrazia» dopo le elezioni del 6 dicembre in Venezuela. Da testimone diretta in Venezuela della maggior sconfitta elettorale della Rivoluzione bolivariana, quali sono le sue riflessioni?

Gli Stati uniti e i loro alleati appoggiano, foraggiano e lodano sistemi  repressivi, coloniali e neocoloniali presentandoli come campioni di democrazia: da Israele all’Arabia Saudita, passando per l’Africa e l’America latina. Con il sostegno dei grandi media, si costruisce un discorso adatto a coprire la natura dei veri “stati canaglia”: ai quali non tocca mai l’epiteto di “regimi” che serve invece a definire i governi non subalterni. A quasi trent’anni dalla caduta del campo socialista, l’ossessione novecentesca per “il pericolo rosso” resta ancora un format attivabile. «Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana», ha detto ai tempi il presidente Usa Delano Roosevelt riferendosi al dittatore nicaraguense Anastasio Somoza.

Una logica che ha segnato il ciclo mortifero delle dittature latinoamericane del secolo scorso e che, fatte le debite proporzioni, non è cambiata. Ma questo presente dell’informazione usa e getta, della storia ridotta a questione da tribunale o guardata dal buco della serratura, ha la memoria corta. Le facce che vedremo nel parlamento venezuelano, tronfie della maggioranza qualificata dei seggi, sono vecchi figuri della IV Repubblica, golpisti inveterati e ripetitori degli Stati uniti. E il loro tavolo di rappresentanza, tristemente al maschile. Gli “esuli” di cui chiedono il ritorno, sono banchieri fraudolenti o finanziatori di piani destabilizzanti. Ma di questo, non si parla. Delle grandi conquiste sociali realizzate nei 17 anni di socialismo bolivariano, non si parla, e non a caso: occorre evitare che agli altri popoli venga l’acquolina in bocca e che richiedano gli stessi diritti (quelli basici di cui, per inciso, parla anche il papa argentino e che sono diventati privilegi da noi).

Anche la dilagante retorica sui diritti umani – quantomai incongrua in bocca a coloro che più li hanno calpestati, quei diritti -, serve a stendere meglio il velo di maya. Così, i golpisti che hanno lasciato un saldo di 43 morti e oltre 800 feriti per cacciare con la forza dal governo il presidente eletto, diventano poveri perseguitati, mentre le vittime delle loro violenze non vengono ricevute in nessun consesso internazionale. E la rivolta dei ricchi diventa la ribellione di “pacifici” studenti contro un’insopportabile dittatura. Che il Venezuela, preda dell’analfabetismo nella IV Repubblica, sia diventato secondo in America latina per matricole universitarie e il quinto al mondo, non ha menzione sui media. Le classi dominanti tutelano con ogni mezzo i propri interessi e tentano di riprendersi i privilegi persi con la rivoluzione bolivariana: la più avanti in America latina, dopo Cuba, che però – avendo portato a termine una rivoluzione completa – ha almeno il vantaggio di non dormire con il nemico in casa.  

– Dopo la sconfitta del 6 dicembre, non si può non partire da un’analisi profonda degli errori del governo Maduro e probabilmente dall’ultima fase di Chávez. Quali secondo lei hanno pesato di più?

Il laboratorio bolivariano non segue propriamente un modello, inventa giorno per giorno, seguendo una rotta indicata dai principali cardini della costituzione, accentuati in senso socialista nel corso degli anni: riduzione del latifondo terriero e mediatico, nazionalizzazioni, economia statale e comunale, antimperialismo e nuove relazioni solidali col sud. Il Venezuela resta però un paese basato sulla rendita petrolifera, che stenta a diversificare la propria economia dopo mezzo secolo di subalternità economica e tecnologica verso l’esterno.Una situazione complicata dalla ferma intenzione dei grandi poteri transnazionali di riprendersi tutta la torta (il Venezuela custodisce le più grandi riserve di petrolio al mondo, è ricco di gas, oro e altri preziosi minerali ed è uno dei 17 paesi in cui maggiore è il patrimonio in biodiversità) pervertendo l’economia e rendendo ardua una vera programmazione economico-finanziaria. Il socialismo bolivariano, inoltre, non bandisce la proprietà privata. E così in mezzo a tanto popolo che ne definisce la cifra principale, nel chavismo si vedono anche molti dirigenti che stanno bene, e altri che bene non stavano, ma che hanno acquisito privilegi entrando nei posti giusti, in modo legale o contorto. Oppure, nei ministeri, si vedono antichavisti dichiarati accaparrarsi i benefici di cui non hanno bisogno, a scapito di lavoratori impegnati e fedeli al proceso.

Niente di nuovo sotto il sole. Il socialismo bolivariano si basa sulle tre radici (il pensiero di Simon Bolivar, Simón Rodríguez e Ezequiél Zamora) ingloba lo spirito del cristianesimo originario, del buen vivir indigeno, della teologia della Liberazione, e spruzza il tutto con una buona dose di gramscismo, senza disdegnare altre felici referenze, leniniste o mutualiste, provenienti dall’Europa o dal continente; è la sua forza e la sua debolezza. Un’alchimia che ha funzionato per la felice combinazione tra masse e leader, in una percezione quasi mistica com’è nelle culture latinoamericane. Un leader che ha inventato e deciso, fidando più sul suo intuito, sull’empatia e la capacità di ascolto, che sulla formazione di una direzione collegiale.

– Come colmare questo deficit che lei sottolinea della rivoluzione bolivariana?

Anche qui, niente di nuovo sotto il sole, come ben sanno le sinistre europee. Un deficit che però ha pesato dopo la morte di Chávez, quando il popolo abbattuto non voleva vedere nessuno sedersi al posto dello scomparso e non è riuscito a recarsi in massa a votare per Maduro. Inoltre, per tutta una prima fase, Chávez ha puntato a risolvere problemi di sostanza, mettendo le basi per un cambiamento strutturale che dura ancora. Ma le tarme, dai contorni – le tarme della corruzione, del burocratismo, della criminalità alimentata dal paramilitarismo, del nepotismo e dell’inefficienza – stavano intaccando il bulbo.

Non che gli avversari siano del campioni di etica e di buona gestione, possono però contare su uno schema applicato altrove e di cui le classi popolari venezuelane rischiano di pagare lo scotto.  Niente di nuovo sotto il sole. Finora, tutti hanno guardato ai fatti, a un progetto di trasformazione che ha dato indubbie prove della sua scelta di campo. Ma ora ecco arrivare la batosta: più pesante perché le tornate elettorali, per il chavismo, sono tutt’altro che rituali, e si basano sulla “democrazia partecipata e protagonista”. Data come premessa l’inevitabile usura di chi amministra il potere (e fermo restando che potere e governo non si equivalgono), si può avanzare allora qualche altro elemento: la macchina elettorale ha progressivamente esaurito le energie di un partito non coeso da una forte identità politica (manca la formazione ideologica, si sente dire dai più avvertiti).

L’impronta gestionaria dei governatori ha affievolito l’inventiva e la militanza, togliendo fiato alla base e all’innovazione. Il nepotismo ha favorito una corruzione endemica, in linea con quella esistente nel resto del continente e da cui l’Europa non è certo esente.

–  Il governo di Caracas controlla poco dell’economia del paese e le grandi corporazioni e agglomerati economici riescono a condizionare e ricattare la rivoluzione bolivariana in qualunque momento come abbiamo visto con le code dei mesi scorsi. Non bisognerebbe partire da qui?

Durante la guerra economica, le grandi imprese hanno fatto mancare farmaci essenziali e alimenti e pervertito i prezzi e l’inflazione. Ora sono ricomparsi i prodotti – scaduti o quasi in scadenza – nei supermercati: a riprova che i piani denunciati dal governo non erano paranoia. Una strategia volta a minare il morale della base imponendole code chilometriche per comprare prodotti sussidiati: per poi magari vederseli scippati dal poliziotto o dal funzionario corrotto, nell’inefficienza o nell’assenza dei propri rappresentanti locali. Il governo, impegnato su più fronti anche a livello internazionale, ha dato l’impressione di annaspare, provocando il voto-castigo dei quartieri popolari.

La disaffezione alle urne è stata probabilmente quella del militante stremato. Poi, dev’essere mancato il voto giovanile a fronte di un’opposizione che si è presentata come cambiamento, nascondendo con la menzogna il capestro. Detto questo, appena le destre hanno mostrato il loro vero volto, il popolo è tornato nelle piazze, pronto a chiedere al chavismo un profondo rinnovamento. E a resistere.
 
– Lei ha recentemente intervistato il presidente Maduro. Le è sembrato consapevole della necessità di dare una nuova linfa alla rivoluzione bolivariana o abbattuto e sulla difensiva?
Assolutamente consapevole e deciso. E attento a cogliere la voce della base. Così lo abbiamo visto rispondere alla manifestazione spontanea dei movimenti a Miraflores. Quanto a cavarsela nelle acque putride del capitalismo internazionale, nel gioco di regole sfavorevoli e non decise da lui, è tutto un altro paio di maniche. Una parte del popolo gli chiede di premere sull’acceleratore, e di ricreare inedite alchimie, fuori e dentro il governo: partendo da questa “sberla salutare”, come il presidente l’ha definita per promettere “una rinascita della rivoluzione”.
– Dopo la sconfitta del kirchnerismo in Argentina, i problemi del socialismo in Brasile e ora la sconfitta nelle elezioni parlamentari del bolivarismo in Venezuela, cosa accadrà al processo di integrazione dell’America latina. Gli Stati uniti torneranno alla carica con il famigerato Alca?
 
All’interno del ciclo recessivo che interessa l’economia cinese e si ripercuote sull’America latina, ad accompagnare il ritorno in forze delle destre c’è la firma del trattato Tpp e dell’Alleanza del Pacifico, realizzati dagli Stati uniti. Dopo la sconfitta dell’Argentina e quella ben più pesante del Venezuela, ora si tratta di distruggere le alleanze solidali alternative, facendo gravitare il continente nell’orbita dei paesi neoliberisti a guida Usa (Messico, Colombia, Perù). Occorre riportare in Venezuela le basi militari, spazzare via l’unione civico-militare. In questo ambito si vedranno subito gli effetti devastanti e la tenuta delle solidarietà continentali.
 
– L’Alba bolivariana, l’organizzazione creata da Chávez e Castro in totale antitesi con i dogmi neo-liberisti tipici del Nafta e dell’Ue, resta un modello per esempio per un continente come l’Europa che sta calpestando le democrazie e i diritti delle popolazioni?
 
Direi di sì, la suggestione resta, anche in queste difficoltà. Resta un laboratorio di sperimentazione antimperialista che ha prodotto cambiamenti di rilievo, a livello economico, sociale, culturale, e che invita a riflettere e a osare. E a sentirci responsabili per aver lasciato il Venezuela socialista in balia dei pescecani.
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