Chi si lascia abbattere dalle sconfitte è finito! Chi impara vincerà!

da nuovopci.wordpress.com

Comunicato CC 30/2015 – 12 novembre 2015

Venezuela e Francia: importanti e salutari insegnamenti delle elezioni di domenica scorsa

L’esito delle elezioni parlamentari che si sono svolte in Venezuela domenica scorsa 6 dicembre hanno messo le ali ai piedi dei reazionari venezuelani e ai loro padrini e padroni della Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, in particolare ai bisonti del complesso finanziario-industriale-militare che di fatto governa gli USA. La grande maggioranza (più di due terzi) dei seggi del nuovo Parlamento venezuelano (entrerà in carica il prossimo 5 gennaio) è stata assegnata al coacervo di partiti, gruppi e bande, frammenti ed eredi del vecchio sistema politico che ha governato il Venezuela fino al 1998, un coacervo che i padrini americani sono riusciti a unire ai fini elettorali nella MUD (Tavolo di Unità Democratica) quando hanno deciso di tentare la via elettorale perché la destabilizzazione e la sovversione gli andavano male.

Ora la destra venezuelana e i suoi padrini e padroni della CI si sono aggiudicati una nuova arma nella guerra che senza risparmio di mezzi stanno conducendo da 17 anni a questa parte per stroncare la rivoluzione bolivariana e il processo messo in moto in Venezuela, in America Latina e a livello internazionale dalla vittoria di Hugo Chavez e della sua unione civico-militare nelle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998. I caporioni della MUD (uno per tutti: Ramos Allup di Accion Democratica) hanno già annunciato fuoco e fiamme grazie alla nuova arma. Il Segretario di Stato (ministro degli esteri) USA John Kerry ha fatto loro eco e l’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera e la sicurezza (la renziana Federica Mogherini) si è calorosamente congratulata con i vincitori delle elezioni. Non sappiamo se anche monsignor Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano (e nunzio apostolico in Venezuela dal 2009 al 2013), si è congratulato a nome del Papa Bergoglio con i vincitori, tra i quali brillano i maggiori esponenti della Chiesa Cattolica del Venezuela.

Cosa succederà ora? Impossibile dirlo con precisione, perché in definitiva dipende dalla linea che seguiranno i dirigenti della rivoluzione bolivariana e le masse popolari che essi mobilitano.

I dirigenti della rivoluzione bolivariana hanno da sempre sostenuto di essere in grado di proseguire la rivoluzione verso il socialismo (lo chiamano socialismo umanista e socialismo del XXI secolo: alcuni con allusione denigratoria al socialismo costruito in Unione Sovietica sotto la direzione di Stalin che non distinguono dalla sua corruzione e disgregazione promosse da Kruscev e Breznev) seguendo una strada che ad un osservatore esterno parrebbe avere molti punti in comune con esperienze che in un’altra epoca (ad esempio nel Cile negli anni ’70) sono finite nel sangue dei rivoluzionari.

Dopo essersi impadronita della Stato borghese anziché demolirlo, la rivoluzione bolivariana ha nazionalizzato l’industria petrolifera estromettendo (nel 2002) i dirigenti corrotti e sabotatori (che ora reclamano dal nuovo Parlamento la reintegrazione) e ha impiegato gran parte della rendita petrolifera (i proventi netti della vendita del petrolio) per elevare le condizioni di vita (alimentazione, abitazione, istruzione, sanità, pensioni, salari, ecc.) della massa della popolazione, per promuoverne la mobilitazione e la formazione politica e culturale. Ma i capitalisti e il clero continuano a essere padroni di gran parte delle aziende del settore commerciale (compreso il commercio estero), industriale e agricolo, delle banche e inoltre della stampa, delle TV, dei mezzi di comunicazione, delle scuole private e di altri mezzi di formazione e canali di influenza sulle masse. Il nuovo sistema politico ha introdotto in vari campi leggi e misure favorevoli alle masse popolari, ma la loro violazione viene trattata come un reato di diritto comune (i violatori se l’apparato giudiziario raccoglie le prove giuridiche vengono perseguiti individualmente, in base al reato e alle responsabilità individuali, senza distinzione di classe: il piccolo che lo fa per ignoranza, abbrutimento o bisogno, sullo stesso piano del ricco che lo fa per professione e vocazione). Inoltre promuove la formazione di cooperative e di altre forme non capitaliste di imprese nell’agricoltura e nell’industria e ha incominciato a creare strutture commerciali pubbliche (all’ingrosso e al minuto), in concorrenza con quelle capitaliste.

Molti individui, organismi e partiti comunisti venezuelani e di altri paesi criticano la “via al socialismo” della rivoluzione bolivariana. Ma finora non hanno saputo fare di meglio e nei diciassette anni trascorsi dalla vittoria elettorale del 1998, prima sotto la direzione di Hugo Chávez (morto il 5 marzo 2013, evento per cui rimandiamo al Comunicato CC 9/2013 – 5 marzo 2013) e poi di Nicolás Maduro (sulla sua elezione a Presidente il 14 aprile 2013 e a proposito della sua opera rimandiamo al Comunicato CC 16/2013 – 18 aprile 2013, al Comunicato CC 12/2014 – 18 marzo 2014 e al Comunicato CC 8/2015 – 5 marzo 2015) la rivoluzione bolivariana ha resistito con successo a un colpo di Stato, a tentativi di sovversione e alla guerra portata in varie altre forme e su vari terreni dalla borghesia e dal clero venezuelani, dallo Stato della Colombia (soprattutto tramite organizzazioni non ufficiali, i paramilitari) e dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ed è avanzata con gradualità ma continuità lungo la sua strada.

Inoltre né al tempo di Hugo Chávez né sotto la direzione di Nicolás Maduro i dirigenti della rivoluzione bolivariana hanno detto che i comunisti degli altri paesi devono nel proprio paese “fare come il Venezuela”; non hanno mai preteso che la via del Venezuela fosse la via universale. Noi combattiamo e disprezziamo personaggi e organismi italiani che vengono a proporre in Italia di “fare l’Alba mediterranea” o comunque di scimmiottare il Venezuela, ma sulla base sopra indicata rispettiamo e ammiriamo i promotori e combattenti della rivoluzione bolivariana per la loro opera a favore delle masse popolari venezuelane e a sostegno della resistenza antimperialista di Cuba e del movimento progressista e antimperialista in America Latina e nel mondo e cerchiamo di imparare da loro, dalle loro vittorie e dalle loro sconfitte, per far avanzare la rivoluzione socialista in Italia. L’obiettivo del comunismo è lo stesso per tutti i paesi perché è dettato dal percorso che l’umanità ha fatto dalle sue lontane origini a oggi e dal risultato a cui è giunta nella sua evoluzione, ma le vie per raggiungerlo non possono che essere diverse dato che diversi sono i punti di partenza. Ricordiamo ancora i documenti di triste memoria con cui negli anni ’80 alcuni compagni italiani passavano in rassegna decine di paesi e paese per paese indicavano la via che la rivoluzione doveva seguire. I comunisti devono ognuno “tradurre nella lingua del proprio paese” la comune concezione comunista del mondo: vi sono questioni universali e questioni particolari, come ben spiega Mao nello scritto Ancora sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi (febbraio 1963). I comunisti dei vari paesi devono mettere in comune l’esperienza della lotta di classe e gli insegnamenti di valore universale che ne traggono, sostenersi, collaborare, essere solidali e praticare l’autonomia e il rispetto reciproco.

Quindi noi auguriamo e auspichiamo che i promotori e combattenti della rivoluzione bolivariana facciano fronte con successo agli eventi di questi giorni e siamo certi che la parte migliore di essi sarà all’altezza del suo ruolo.

Perdere le elezioni è una sconfitta, ma nella storia del movimento comunista ci sono state sconfitte ben più gravi a cui i comunisti hanno saputo reagire conquistando grandi vittorie. Pensiamo alle ripetute aggressioni delle grandi potenze imperialiste negli anni subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e all’aggressione hitleriana del 1941 sostenuta da gran parte della borghesia imperialista di tutto il mondo e dal Vaticano. Pensiamo alla sconfitta subita nel 1927 dalla rivoluzione in Cina e a tante altre. Anche di fronte a un colpo di Stato, ben diversa fu la risposta nella Spagna del 1936 e nel Cile del 1973. La rivoluzione socialista avanza non perché la borghesia e le altre classi reazionarie la lasciano avanzare, sono gentili, si attengono a leggi e a codici di condotta stabiliti di comune intesa, rispettano i “diritti umani” e la loro stessa “democrazia borghese”. Negli anni ’80 del secolo scorso abbiamo criticato quei membri e simpatizzanti delle Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC) e in particolare delle Brigate Rosse che attribuivano la sconfitta alla ferocia della borghesia, alla perversione dei revisionisti e alla cinica astuzia del clero, anziché attribuirla ai limiti dei dirigenti della OCC nella comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe. La rivoluzione socialista e la rivoluzione di nuova democrazia avanzano perché i comunisti sanno far fronte alla violenza, agli intrighi, alle manovre e alla ferocia a cui le classi reazionarie ricorrono senza scrupolo e limite; perché sanno fare fronte al prestigio e all’influenza che esse ereditano dalla storia e che usano contro la rivoluzione; perché sanno condurre le masse popolari a liberarsi dall’ignoranza, dall’arretratezza e dall’abbrutimento che ereditano dalla storia e in cui sono sospinte con nuova dovizia di mezzi e di forme dal regime di controrivoluzione preventiva che la borghesia imperialista e il suo clero estendono a tutto il mondo.

In Venezuela la destra interna e i suoi padrini e padroni imperialisti hanno finora condotto la guerra con tutte le armi che avevano a disposizione. Non hanno risparmiato imbrogli, ricatti, violenze, il sabotaggio economico, il contrabbando, la manipolazione finanziaria, la corruzione, la sovversione, il terrorismo. Ora hanno a disposizione un’arma in più: il nuovo Parlamento eletto nell’ambito di elezioni previste dalla Costituzione bolivariana e organizzate dal governo bolivariano. Come se la sono presa questa nuova arma?

Hanno sfruttato a loro vantaggio alcuni risultati dei progressi compiuti dal paese grazie alla rivoluzione bolivariana (come in Italia nel 1948 i reazionari approfittarono del diritto di voto alle donne finalmente conquistato grazie alla vittoria della Resistenza) e li hanno distorti a loro vantaggio approfittando dei limiti della rivoluzione bolivariana nel mobilitare, organizzare e formare le masse popolari. Gli elettori registrati nelle elezioni di domenica erano un po’ più di 19.54 milioni mentre al tempo della prima elezione di Hugo Chávez, nel 1998, erano appena 11 milioni. Anche rispetto alle precedenti elezioni parlamentari del 2010, gli elettori iscritti per le elezioni di domenica 6 dicembre erano oltre 2 milioni in più, inoltre gli astenuti sono diminuiti e come risultato i voti validi sono aumentati di quasi 2.5 milioni rispetto al 2010, fino a un po’ più di 13.74 milioni. Grazie agli intrighi, alle manovre, alla intimidazione ed eliminazione di notabili irriducibili e ai ricatti compiuti dai reazionari, i voti dispersi in loro liste minori sono diminuiti e la MUD ha avuto circa 2.65 milioni di voti in più rispetto alle precedenti elezioni del 2010: è passata da 5.077.043 a 7.726.066 voti. Contemporaneamente la lista dei partigiani della rivoluzione bolivariana, PSUV e suoi alleati, ha avuto in più solo circa 350 mila voti: è passata da 5.268.939 a 5.622.844 (quindi non c’è però stato quel “tracollo elettorale” proclamato invece da maligni giornalisti e commentatori borghesi, anche della sinistra borghese). La composizione del Parlamento è passata da 96 PSUV contro 64 MUD del 2010, a 55 PSUV contro 112 MUD del futuro Parlamento.

Ma anche stando alla Costituzione, il Venezuela ha un sistema politico presidenziale e il presidente Maduro, erede di Chávez, ha dichiarato che la rivoluzione bolivariana ha perso una battaglia, ma non la guerra. Anzi ha dichiarato che la sconfitta sarà lo spunto per rafforzare le file dei rivoluzionari epurandole di corrotti, infiltrati, demoralizzati e disfattisti e portare la rivoluzione a un livello superiore.

Noi abbiamo da tempo salutato con calore e abbiamo fatto conoscere tra le masse popolari italiane i successi della rivoluzione bolivariana, i benefici economici, intellettuali e sociali che essa ha portato alle masse popolari venezuelane, l’aiuto che ha dato su tanti terreni al movimento progressista in America Latina e nel mondo, il contributo che ha dato alla rinascita del movimento comunista nel mondo. Nazionalizzando il petrolio e usandolo sia per sostenere i paesi progressisti della zona e in particolare Cuba e destinando gran parte della rendita del petrolio al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari venezuelane, la rivoluzione bolivariana ha dato un grande slancio e un grande insegnamento. Si tratta ora di mobilitare e dirigere le masse popolari a difendere le conquiste e a rafforzare il potere popolare.

Cosa devono fare il presidente Maduro e i dirigenti della rivoluzione bolivariana, non siamo noi che lo possiamo dire. Come sopra detto, la rivoluzione socialista è un processo universale, riguarda tutto il mondo, ma essa avanza in ogni paese facendo leva sulle condizioni concrete del paese e delle sue relazioni con il contesto internazionale. Noi possiamo e dobbiamo condurre la rivoluzione socialista nel nostro paese e siamo sicuri che quando romperemo le catene con cui oggi i vertici della Repubblica Pontificia lo sottomettono alla Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, con questo daremo un grande contributo alla nuova ondata della rivoluzione proletaria che in tutto il mondo avanza facendo fronte al disastroso corso delle cose che la CI impone all’umanità intera. Non gareggiamo quindi con gli italiani esperti in rivoluzione venezuelana del genere del prof. Luciano Vasapollo che ai venezuelani insegnano cosa devono fare e a noi dicono che dobbiamo fare come i venezuelani. La capacità di far fronte alla sconfitta elettorale e a quello che essa implica e di rovesciarla in una controffensiva vittoriosa sarà la prova della concezione del mondo e dell’analisi della situazione internazionale e nazionale che guidano i comunisti venezuelani. La lotta porterà a un superiore sviluppo anche intellettuale e morale in primo luogo i promotori e combattenti della rivoluzione in corso. Ad essi va la nostra simpatia e al successo in Venezuela della comune causa contribuiamo principalmente facendo la rivoluzione socialista in Italia.

>>>continua>>>

Gianni Minà: «La Storia non torna indietro»

di Alessandro Bianchi – L’Antidiplomatico

I suoi film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Maradona e Hugo Chávez sono già storia. Il suo voler essere ostinatamente un uomo libero e amante della verità lo ha costretto ad essere lontano dai riflettori del circo mediatico negli ultimi anni. La sua straordinaria dedizione e amore per il giornalismo, quello vero, quello che in Italia è solo un bieco ricordo, lo hanno recentemente portato di nuovo a Cuba, nella sua Cuba, per assistere da vicino allo storico recente viaggio del Papa più rivoluzionario. Oggi editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Nessuno, in poche parole, più di Gianni Minà può illuminare l’opinione pubblica italiana sulle elezioni in Venezuela e sul futuro di quel processo di integrazione dell’America Latina oggi a rischio per il ritorno del Fondo Monetario Internazionale in paesi che si erano disintossicati.
 
L’AntiDiplomatico lo ha intervistato per voi.
 
Le elezioni del 6 dicembre in Venezuela segnano una brusca frenata per la rivoluzione bolivariana. Quale è stata la sua prima reazione a caldo e quali riflessioni dobbiamo trarne a mente un po’ più fredda? 
 
Bisogna essere molto onesti intellettualmente su questo. Il Venezuela vive nella condizione vissuta già da Cuba 50 anni fa. Una situazione di difficoltà estrema creata ad hoc per far fallire il paese, far fallire la sua idea meravigliosa. Mentre Chávez ha saputo sempre reagire con una saggezza alta, con un istinto politico fuori dalla norma, la rivoluzione bolivariana priva del suo leader è ora all’esame più importante dopo la sconfitta elettorale del 6 dicembre. Con le spalle al muro, Chávez aveva sempre reagito e con Lula era stato il protagonista di quel capolavoro politico che è l’integrazione dell’America Latina. Oggi Maduro e i suoi eredi devono dimostrare di saperlo fare, ma non sarà facile.
 
Devono dimostrare di superare questo momento. Ma per farlo non si può partire da un’analisi seria e obiettiva degli errori commessi. Qual è stato il più grande secondo lei?
 
L’errore più grande è quello di aver accettato lo scontro totale e non aver cercato, come fece Chávez, di negoziare su alcuni fronti. Certo la guerra è stata totale, i mezzi di comunicazione internazionali hanno alzato la posta in gioco mistificando costantemente tutto ed era difficilissimo, ma Maduro non ha saputo reagire con il dovuto calcolo politico al clima internazionale creatosi contro il Venezuela. 

Il clima è stato oggettivamente senza precedenti. Pensiamo ad esempio alla figura di Leopoldo Lopez, in occidente dipinto come prigioniero politico, quando in realtà è un istigatore di violenza e un chiaro eversivo. 
Oggi la moglie è stata dipinta ad hoc come l’immagine di questa opposizione, avamposto del ritorno delle multinazionali occidentali e del Fmi nel paese, quando l’immagine che più ritrae questa famiglia è la famosa fotografia tra George W. Bush e Lopez alla Casa Bianca. Le direttive partivano da lì, sono sempre partite da lì.
  
Lei che l’ha conosciuto di persona e che ha avuto modo di studiare e scrivere come nessuno in Italia sull’America Latina, come avrebbe reagito Chávez?
 
Chávez era un vero democratico, in quel senso di democrazia che noi in occidente non conosciamo più o facciamo finta di non ricordare. Era poi un innovatore incredibile. Chávez subì un colpo di stato nell’aprile del 2012 ed ha reagito con la capacità di chi era in grado di mettere in discussione e di sconfiggere, portando il popolo dalla sua parte, tutte le mistificazioni, bugie e fango creato ad hoc da quelle corporazioni mediatiche che lavorano per gli interessi di chi vuole da sempre far tornare il Venezuela il giardino di casa degli Stati Uniti. E dopo il 6 dicembre Chávez si sarebbe rimboccato le maniche, sarebbe ripartito e avrebbe riportato il popolo dalla parte della rivoluzione bolivariana per la nuova sfida. 
 
E Nicolás Maduro, l’erede scelto da Chávez per proseguire il percorso rivoluzionario, ci riuscirà?
 
Io sono moderatamente ottimista; è vergognosa la congiura internazionale per far cadere un governo democraticamente eletto che fa la politica quella con la P maiuscola, per il popolo e non per tutelare gli interessi delle oligarchie finanziarie degli Stati Uniti, quelle per intenderci che noi in occidente ossequiamo. Io ho fiducia nell’autodeterminazione delle singole popolazioni che lottano contro i colpi di stato morbidi e le guerre economiche. La popolazione del  Venezuela lo capirà presto, ne sono sicuro.
 
Strano come per i commentatori italiani che parlano oggi di trionfo di democrazia in Venezuela, la democrazia è sempre quando vincono i regimi che si chinano alle nostre merci, mentre dittature sono quei governi che perseguono l’emancipazione delle loro popolazioni. Per quegli stessi commentatori il Chavismo è di fatto finito; è d’accordo con questa conclusione?
 

In occidente abbiamo una strana concezione di “democrazia” e “libertà” o di quello di cui il mondo ha bisogno, basti pensare ai disastri che abbiamo creato in Libia e Siria. Il Venezuela non si è ancora fatto fagocitare da questa “democrazia” dove le decisioni spettano agli oligopoli del profitto e non alle popolazioni. 


A differenza di Cuba purtroppo il chavismo non è riuscito a raggiungere una sicurezza nel tempo. Cuba ha resistito perché da subito ha fatto sapere che nell’isola la musica era cambiata per sempre e che il capitalismo più vergognoso non era più ben accetto e non lo sarà mai più per buona pace di chi oggi scrive e dice che Cuba cederà.

In Venezuela al contrario, la rivoluzione bolivariana ha dovuto convivere con quel capitalismo che controlla ancora ampi e importanti settori del paese e quasi tutti i mezzi di comunicazione. Il Venezuela, in poche parole, non è ancora riuscita a far sapere al mondo che la via è quella progressista, di una più equa ridistribuzione delle risorse. Questo sarà il prossimo passo. Sono ottimista che ci riuscirà, nonostante tutto il fango gettato Maduro è ancora il presidente e la popolazione si renderà presto conto che il buio neo-liberista del Fondo Monetario Internazionale non può essere la strada.
 
La vittoria di Macri, i problemi di Dilma in Brasile e l’affermazione della destra (FMI) in Venezuela pongono un serio rischio al processo d’integrazione dell’America Latina, il capolavoro politico di Hugo Chávez e un barlume di speranza per tutta l’umanità.
 

Il seme della rivoluzione bolivariano è stato impiantato e esisterà per sempre. Bisogna sempre ricordare che dalla Rivoluzione cubana, da Chávez non si torna indietro. Bisogna sempre ricordare ai vari commentatori che inondano la stampa italiana sul “ritorno della democrazia in Venezuela” che la storia non ti fa tornare indietro. Chi avrebbe mai potuto pensare che un paese come l’Ecuador avrebbe potuto tenere per anni e anni in protezione nella sua ambasciata a Londra colui che ha smascherato tutti i crimini più recenti dell’occidente? Il mondo è cambiato per sempre e questi signori se ne devono fare una ragione.

Nell’ultima conferenza sul clima le grandi potenze non hanno più potuto mostrare la loro arroganza come nei consessi precedenti. Il mondo è cambiato per sempre, anche grazie alla rivoluzione bolivariana.

Venezuela expondrá conquistas de la Mujer en Matera

por Consulado General en Nápoles

Simposio Internacional “Matera: Capital Europea”, Sur de Italia

Italia. 09 de diciembre de 2015 (Prensa Consulado General. Nápoles). La ciudad de Matera de la Región Basilicata del Sur de Italia, fue declarada “Capital Europea de la Cultura 2019”. Con tal motivo, asociaciones sociales y culturales, vinculadas a la divulgación y al intercambio cultural, han proyectado una amplia agenda de eventos de aproximación al 2019, que tienen como objetivo acercarse a las experiencias de diversos países del mundo.

En el día de ayer la ciudad de Cava de Tirreni abrió las puertas de la asociación “Mundo Todo Nuevo” para la realización de la primera mesa de trabajo dedicada a recordar el Día de la Mujer, el próximo 8 de marzo de 2016. Para la ocasión la Asociación Independiente Mujeres Europeas (AIDE) dirigida por Anna Selvaggi, Emilio Lambiase Presidente de ANROS-Italia y el Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles, intercambiaron sobre los objetivos de la actividad.

Como acuerdo, Venezuela será país invitado y a su vez servirá de intermediario para sumar al resto de los países de América Latina y el Caribe, para exponer sobre la situación actual de la Mujer, así como las leyes vigentes que la tutelan.

El Comité organizador felicitó a la República Bolivariana por haber fundado el Ministerio del Poder Popular para la Mujer y la Igualdad de Género, así como por la creación del Instituto Nacional de la Mujer (INAMUJER) y el Banco de Desarrollo de la Mujer (BanMUJER).

Anna Selvaggi se mostró interesada en difundir la experiencia venezolana del Centro de Atención y Formación Integral, que permite la capacitación personal y la insersión laboral femenina, así como su independencia económica.

Para la cita serán convocados artistas plásticos, poetas, intelectuales y diplomáticos de diversas naciones del mudo, para lograr un amaplio intercambio de experiencia.

Gutiérrez Graffe señaló que “la Mujer en Venezuela es activa socialmente y que se empeña en la lucha de una sociedad justa, humana y pacífica. Hizo alución a la experiencia del Movimiento de Mujeres por la Paz y la Vida, que agrupa una serie de asociaciones cuyo objetivo es la erradicación de la violencia contra la mujer, hacer valer la Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, identificado la violencia en cualquiera de sus manifestaciones, dando así acompañamiento, orientación, atención y prevención de estos delitos , se empeñan en la contraloría social de los entes receptores de denuncia, en la consolidación de los comités de igualdad de género en los consejos comunales como espacios para la organización, formación y movilización de las mujeres”

Maduro: «Il Venezuela non s’arrende»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Intervista. Il presidente chavista dopo la dura sconfitta elettorale del governo: «Per difendere le nostre conquiste metto in gioco la mia vita. Certo abbiamo commesso degli errori, ma noi siamo da una parte sola: nella trincea comune di tutto il continente latinoamericano»

Abbiamo incontrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro per rivolgergli alcune domande dopo la sconfitta elettorale del governo.

Presidente, tanti gli interrogativi dopo il tracollo del voto e 17 anni di governo di sinistra. Questo è l’unico paese del sud del mondo in cui l’esercito — qui nella formula politica di “unione civico-militare” — è andato oltre il nazionalismo, coniugandosi al socialismo umanista. Nel nuovo quadro, che faranno le Forze armate? Torneranno a sparare sulla folla che protesta come nella IV Repubblica?

L’unione civico-militare si rafforza ogni volta che si presenta una difficoltà. È stato così durante il colpo di stato contro Chávez, nel 2002 e durante la serrata petrolifera padronale che ha cercato di mettere in ginocchio la rivoluzione bolivariana. E molta gente del popolo, che aveva marciato contro Chávez senza capire che la stavano portando verso un golpe, ha poi manifestato per riportare al governo il suo presidente, il 13 aprile.

Qui ci sono i protagonisti, Vladimir Padrino Lopez, attuale ministro della Difesa che nel 2002 era comandante del Batallon Bolívar, qui ci sono i ragazzi di quell’11,12 e 13 di aprile. Siamo quelli del 4 febbraio ’92, del Caracazo del febbraio ’89, e del 13 aprile del 2002. Ad ogni 11, segue il 13.

Siamo un 13 aprile permanente, una unione civico-militare per la Patria, figli di Chávez, eredi di Bolívar… e di Lenin. Anche di Trotsky, perché no? Non aggiungo Stalin altrimenti qualche compagno mi strozza… Il tempo in cui determinati corpi armati della Repubblica erano al servizio di interessi esterni, dei piani dell’Fmi, della privatizzazione, del saccheggio delle nostre risorse non ha più legittimità storica.

Che ne sarà ora delle alleanze strategiche solidali a cui il Venezuela ha dato impulso in America latina? Si distruggerà l’Alba e Petrocaribe?

Dobbiamo prepararci a un terremoto di proporzioni devastanti, già annunciato dall’imprenditore Mauricio Macri in Argentina. La destra venezuelana è governata da Washington e dal Fondo monetario internazionale, che vedremo purtroppo tornare. Vuole distruggere tutti gli accordi di cooperazione con Petrocaribe, provocando una catastrofe umanitaria. Vuole azzerare le relazioni con la Cina, con la Russia e con il resto dell’America latina e dei Caraibi per cancellare la nuova indipendenza del continente. Vogliono snaturare il Mercosur, la Unasur, distruggere l’Alba.

Ma saremo qui ad affrontarla. Siamo il partito della difficoltà. Siamo in una trincea comune tutto il continente.

Il Comando Sud nordamericano ha già annunciato i suoi progetti. Ogni cinquant’anni, i documenti desecretati di Washington mostrano le strategie destabilizzanti messe in campo in altre situazioni storiche: in Guatemala, in Brasile, in Cile, le giovani generazioni vedranno confermato quanto stiamo denunciando sulla guerra economica e sui centri che costruiscono la guerra mediatica. John Kerry si crede il governatore del Venezuela, interviene a ogni piè sospinto nella politica interna e sovrana del nostro paese. Come ha fatto in queste elezioni, anche contro gli interessi del suo stesso popolo, le cui relazioni con il Venezuela bolivariano non sono mai state così strette.

In tutto il mondo, movimenti e sinistre hanno espresso solidarietà al socialismo bolivariano e ora s’interrogano sul destino del processo rivoluzionario ma anche sugli errori commessi.Dove concentrare l’analisi critica e quindi la solidarietà?

Sono infinitamente grato per le manifestazioni di affetto ricevute.

Gli obiettivi della rivoluzione bolivariana sono quelli di tutti i popoli in lotta per la libertà e la pace con giustizia sociale.

Interroghiamoci insieme con maggior determinazione. Abbiamo perso una battaglia. Un’elezione, per quanto importante, è solo una battaglia in un progetto più generale di trasformazione. Continueremo insieme al nostro popolo, cercheremo il dialogo anche e ora soprattutto con quella parte che si è lasciata convincere dalle menzogne della destra e che ora capirà sulla propria pelle di che natura sia quel «cambio» richiesto a gran voce dall’opposizione.

Molti di quelli che non hanno conosciuto il vero volto di queste destre nella IV Repubblica, credono che i diritti conquistati con la rivoluzione bolivariana siano intoccabili. Ma non sarà così e sarà presto evidente. La solidarietà internazionale troverà sempre al suo fianco la rivoluzione bolivariana sui temi che ci accomunano: la libertà delle donne e delle diversità, la libertà di espressione, l’opposizione alla guerra e per l’indipendenza dei popoli.

Siamo qui, non siamo disposti ad arrenderci. Per questo, metto la mia vita in gioco.

Lecciones de la Historia

por Luis Britto García

1

Alejandro Magno conduce a sus macedonios por  impracticables desiertos del Asia Menor. Mueren de sed, un guerrero consigue llenar un casco de agua y lo ofrece a Alejandro.  Éste  contempla a sus hombres exhaustos que lo contemplan, y derrama el agua.  Una ovación confirma que lo seguirán hasta la victoria o la muerte. El sacrificio de la dirigencia construye la lealtad de la base.

2

El 25 de abril de 1815 ancla entre Coche y Cubagua el colosal “San Pedro de Alcántara”, navío almirante con 64 cañones de la flota de 65 velas del Pacificador Pablo Morillo. Dicen que lleva 1.200.000 pesos oro del Tesoro de la Flota, pero al estibarlo se rompió una caja y solo salieron clavos.  Ese día estalla el navío, llevándose al fondo del mar 1.500 fusiles, centenares de hombres, pesadas cajas de clavos y el misterio de quiénes se repartieron el Tesoro antes de partir de Cádiz. Morillo inicia su  Pacificación sin fondos, e impone pesados tributos que redoblarán la resistencia de los patriotas. Por salvar  rateros se pierden Imperios.

3

Termina la Segunda Guerra Mundial. En China combaten el Partido Comunista de Mao Tse Tung y el Kuo Ming Tang del generalísimo Chiang Kai Shek, apoyado por Estados Unidos y las potencias occidentales. El  Kuo Ming Tang se hunde porque los acaparadores esconden  los bienes, especulan, hacen fortunas de la noche en horas. Kung,  hijo predilecto del generalísimo Chiang,  ocupa con la tropa inmensos almacenes de acaparadores. Pero ay, los depósitos pertenecen a otro corrupto hijo del generalísimo, que no puede ser castigado. Esto facilita que los comunistas tomen el poder en 1949. Proteger malos hijos corruptos hace que  buenos hijos honrados pierdan el poder.

4

Acción Democrática perpetra el colosal fraude cambiario de Recadi, sólo presenta un chinito como responsable y pierde por siempre el poder. Quienes no aprenden de la Historia se ven obligados a repetirla, pero a veces no tienen ni esa oportunidad.

America Latina: l’offensiva neo-liberista abortita

Macri-dilmadi James Petras

8dic2015.- Gli esperti e i commentatori della sinistra e della destra si pronunciano sulla ‘fine del ciclo progressista in America Latina’.

Essi citano le recenti elezioni presidenziali:

  1. in Argentina, dove è stato eletto l’estremista di destra Mauricio Macri;
  1. in Brasile, dove la Presidentessa Dilma Rousseff ha nominato un economista neo-liberista, il ‘Chicago Boy’ Joaquin Levy, come ministro delle Finanze e ha lanciato una politica regressiva di adeguamento strutturale nello stile dell’FMI, volta a ridurre le spese sociali e ad attirare speculatori finanziari;
  1. in Venezuela, dove Washington ha incanalato milioni di dollari per i partiti di estrema destra, come anche per gruppi violenti extra-parlamentari e paramilitari, per destabilizzare il governo Maduro e dove la destra della Mesa de Unidad Democratica (MUD) ha vinto le elezioni legislative del dicembre 2015, con un margine maggiore del 2:1 sul chavista Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV).

Senza dubbio, la legislazione sociale progressista ha conosciuto una battuta d’arresto virtuale, prima ancora dei recenti progressi politici dei partiti di destra, sostenuti dagli Stati Uniti con la loro agenda economica neo-liberista.

Ma la paralisi, e persino il riflusso e le sconfitte elettorali dei regimi di centro-sinistra, non significano il ritorno agli anni ‘90 neo-liberisti, un periodo di privatizzazioni, saccheggio e disastri, che avevano sprofondato milioni nella povertà, nella disoccupazione e nella marginalità.

Quali che siano i risultati delle elezioni di oggi, la memoria collettiva del disagio di massa, derivante dalle politiche di “libero mercato”, è impresso a vivo fuoco nella memoria della stragrande maggioranza della popolazione attiva.

Qualsiasi tentativo da parte dei funzionari neo-eletti di ‘disfare e invertire’ i progressi sociali degli ultimi dieci anni incontrerà: 1. la resistenza militante, se non l’aperta guerra di classe; 2. vincoli istituzionali e politici; 3. bassi prezzi delle materie prime, che limiteranno drasticamente i proventi delle esportazioni.

Un’attenta analisi delle politiche proposte dalla destra neo-liberista, la loro implementazione e il loro impatto dimostrerà il loro probabile fallimento e la rapida scomparsa di qualsiasi nuova offensiva della destra. Ciò provocherà l’aborto del ciclo neo-liberista.

L’Argentina: Il presidente Macri e Wall Street – un’eiaculazione precoce

Nei quartieri a reddito superiore di Buenos Aires, si cantava e ballava per le strade, mentre si profilavano i risultati delle elezioni presidenziali e Mauricio Macri veniva dichiarato vincitore. Wall Street, la City di Londra e i loro portavoce finanziari, il Wall Street Journal e il Financial Times, annunciavano l’arrivo di una nuova era e la fine del ‘populismo e del nazionalismo anti-investitori, come anche della disastrosa spesa sociale’, collegata agli aumenti delle pensioni, agli assegni familiari e agli stipendi, approvata dal precedente governo di centro-sinistra.

Mauricio Macri non si limita a rappresentare la plutocrazia: egli è uno dei più ricchi plutocrati in Argentina. Si è vantato non solo di un ‘rapporto carnale’ con Washington nel suo discorso di accettazione, ma ha compiaciuto il Presidente americano Obama, annunciando che avrebbe lavorato per espellere il Venezuela dal MERCOSUR, l’organizzazione di integrazione economica regionale più importante dell’America Latina.

Macri ha annunciato un gabinetto composto di economisti neo-liberisti intransigenti, ex-sostenitori della dittatura militare e persino un rabbioso rabbino di destra. Egli ha poi declinato la sua agenda politica, che era stata abilmente nascosta durante la sua campagna elettorale, quando la sua rauca retorica di ‘cambiamento’, ha parlato a tutti e a nessuno.

Macri promette di: 1. terminare i controlli sui capitali, le tasse sull’esportazione e le trattenute sulle esportazioni dell’agro-business; 2. svalutare il peso; 3. pagare oltre 1,2 miliardi di dollari di denaro pubblico argentino all’avvoltoio-speculatore di Wall Street, Paul Singer, che aveva acquistato 49 milioni di dollari del vecchio debito argentino (un utile di proporzioni astronomiche per l’acquisto di carta straccia); (4) privatizzare e de-nazionalizzare la compagnia aerea statale, la compagnia petrolifera statale e i fondi pensione; 5. firmare accordi di libero scambio con l’UE e gli USA, minando in tal modo i progetti di integrazione dell’America Latina come il MERCOSUR; 6. strappare una nota congiunta di intesa con l’Iran, per quanto riguarda l’indagine sugli attacchi terroristici, come richiesto da Israele; 7. espellere il Venezuela dal MERCOSUR.

In una parola, il multi-milionario presidente playboy pianifica una dura austerità per la classe operaia argentina e dispense abbondanti per l’élite economica.

Il giorno dopo le elezioni, gli speculatori locali e oltre-oceano hanno potenziato i titoli argentini del 40%, anticipando la bonaccia del libero mercato. George Soros e il magnate degli hedge funds Daniel Loeb, hanno ‘accumulato assets argentini’. I gestori dei fondi di investimento hanno esortato Macri ad agire rapidamente, per imporre le sue ‘riforme radicali’, prima che la famosa capacità argentina di resistenza di massa possa essere organizzata contro le sue politiche.

Gli sponsors di Macri a Wall Street e a Washington sono ben consapevoli del fatto che la chiassosa vanteria da grande business dei loro clienti deve affrontare seri ostacoli politici, perché le sue politiche provocheranno gravi difficoltà economiche.

Il Presidente Macri non ha nemmeno la maggioranza in Congresso, per approvare le sue proposte radicali. Il Congresso è controllato da una coalizione di partiti della destra e del centro-sinistra peronisti, che dovranno essere blanditi, comprati o costretti.

Il Congresso argentino esiterà a sostenere tutta la sua agenda neo-liberista. Quando il capo del governo ricorrerà a ‘decreti esecutivi’ per by-passare il Congresso, sarà contestato nei tribunali, nelle piazze e in sede legislativa. Vi sono nutriti dubbi che sarà in grado di neutralizzare tutti i suoi critici e mettere in atto il suo programma neo-liberista radicale.

Il Presidente della Banca Centrale, Alejandro Vanoli, che è stato nominato dal precedente governo di centro-sinistra della Fernández, non è probabile che sia in sintonia con la politica di Macri della borsa stretta, della svalutazione radicale e dell’austerità fiscale. Macri probabilmente cercherà un pretesto per rimuoverlo dalla carica e nominare un intimo sodale del libero mercato. Tuttavia, il danno istituzionale aumenterà il senso generale di un regime senza legge, disposto a calpestare l’ordine costituzionale per imporre il suo dogma del libero mercato.

La promessa di Macri di porre fine alla ‘tassa’ sulle agro-esportazioni diminuirà le entrate del governo, aggravando il deficit fiscale e richiedendo riduzioni più profonde della spesa sociale. Il contrasto tra guadagni più alti per l’élite dell’agro-business e gli standards di vita più bassi per i lavoratori sarà un invito a una maggiore ostilità e lotta di classe. Ancora più decisiva, la ‘strategia di esportazione’ di Macri sarà compromessa dalla scarsa domanda mondiale e dai prezzi delle esportazioni dei prodotti argentini.

La promessa di Macri di porre fine al controllo dei capitali e dei prezzi il suo primo giorno in carica provocherà un’enorme svalutazione del peso, che potrà superare il 60%. Questo si tradurrà automaticamente in gravi aumenti del prezzo dei beni di consumo e nell’aumento dei profitti per le élites legate all’esportazione, provocando proteste di massa in tutto il mondo dell’occupazione.

Macri promette di negoziare con gli speculatori detentori del 7% del vecchio debito argentino (dagli anni saccheggio, i ‘90) che chiedono il pagamento completo con gli interessi, in particolare, i ‘fondi- avvoltoio’ guidati da Paul Singer della Elliott Capital Management di Wall Street. I pagamenti di oltre 1,3 miliardi di dollari, su di un originale acquisto di 49.000.000 $ del debito argentino, agli speculatori di Wall Street provocheranno furore tra i lavoratori argentini e i nazionalisti, che si dovranno accollare l’onere aggiunto, in sopraggiunta all’austerità e ai tagli ai servizi sociali. Inoltre, il 93% dei titolari del debito, che avevano accettato il ‘taglio finanziario’ e scontato il ​​debito al 70%, chiederanno adesso il pagamento completo, moltiplicando di dieci volte le richieste al Tesoro con conseguenze disastrose.

La svalutazione e il declino del potere d’acquisto non attireranno l’ondata di investimenti esteri’, utile a sollevare l’economia e a creare posti di lavoro e la prosperità generale che Macri aveva promesso durante la sua campagna. Il capitale straniero non creerà nuove imprese; si concentrerà sull’acquisto delle imprese pubbliche esistenti, privatizzate a prezzi stracciati. Il capitale in entrata non aumenterà le forze produttive; sposterà solo la direzione del flusso di profitti dalle casse pubbliche alle tasche private, dall’economia nazionale verso gli investitori esteri.

Il Neo-liberismo: allora e adesso

Il clima politico generale, interno ed esterno, è molto diverso oggi da quello del 1990, quando il precedente esperimento neo-liberista è stato lanciato con conseguenze così disastrose. Alla fine degli anni ‘80, l’Argentina era affetta da inflazione acuta, stagnazione e dal calo del reddito. Le organizzazioni operaie si stavano ancora riprendendo dal decennio assassino del regime militare. Inoltre, negli anni ’90, gli Stati Uniti erano al vertice del potere imperiale in America Latina. La Cina era solo all’inizio del suo ciclo di crescita dinamica. L’URSS si era disintegrata e la Russia era uno stato vassallo in difficoltà. L’America Latina era governata da una variegata collezione di cloni neo-liberisti, succubi dell’FMI.

Oggi, Macri affronta una classe operaia organizzata. I sindacati e i movimenti popolari militanti sono intatti e hanno sperimentato un decennio di conquiste sostanziali sotto un governo di centro-sinistra. L’esperienza dell’FMI rimane un ricordo velenoso per centinaia di migliaia di argentini. Centinaia di funzionari militari responsabili di crimini contro l’umanità sono stati arrestati, processati e perseguiti sotto il regime uscente. La minaccia di un colpo di stato militare, sempre presente negli anni ‘80 e ’90, è inesistente. La Cina è diventata il principale mercato per le agro-esportazioni argentine (soia). Macri, nonostante la sua dichiarata passione di servire Washington, è obbligato ad adattarsi al mercato cinese.

Qualsiasi iniziativa di uscita dal MERCOSUR, e verso il Transpacific Trade Agreement, pregiudicherà i rapporti commerciali strategici dell’Argentina con il Brasile, il Venezuela, l’Uruguay e il Paraguay. Oggi, Macri troverà un clima ostile in America Latina, riguardo la sua proposta di alleanza con gli Stati Uniti. La sua promessa di ‘espellere il Venezuela dal MERCOSUR’ è già stata respinta dai suoi membri.

In sintesi, Macri si troverà impossibilitato a replicare le politiche neo-liberiste dei ’90, per tutti i motivi di cui sopra. C’è un ulteriore fattore da prendere in considerazione: la precedente versione dell’esperimento del libero mercato ha portato alla più grave depressione economica della storia argentina, con una crescita negativa a due cifre, la disoccupazione che ha superato il 50% nei quartieri della classe lavoratrice (il 25% a livello nazionale) e la povertà e la miseria estrema in alcune province argentine che superano quelle dell’Africa sub-sahariana.

Se Macri crede di poter ricorrere precipitosamente alla ‘dura medicina’ – e di evitare l’inevitabile protesta di massa, mentre attrae un massiccio afflusso di capitali, con cui far crescere rapidamente l’economia, sta sbagliando gravemente. Dopo gli omaggi iniziali e l’assalto al mercato azionario, gli speculatori alla Soros e Loeb incasseranno i loro profitti e spariranno. Il consumo interno indebolito e il depresso mercato globale delle materie prime non attirano grosse quantità di capitale sul lungo termine.

La vera questione non è (come gli esperti finanziari sostengono) se Macri ‘coglierà l’opportunità’, ma quanto tempo dopo che cercherà di imporre il suo modello di libero mercato il suo regime collasserà tra le rovine di un’economia depressa, di un’inflazione galoppante e degli scioperi generali.

Il Brasile: svolta a destra o opportunità a sinistra

I commentatori, a destra e a sinistra, citano il calo verticale del consenso alla Presidente Dilma Rousseff, da oltre il 50% a meno del 10%, come un segno del ‘declino della sinistra’. Inchieste giudiziarie hanno portato all’arresto e all’incriminazione di decine di leaders del Congresso del cosiddetto ‘Partito dei lavoratori’ (PT) per corruzione all’ingrosso, riciclaggio di denaro e traffico illecito di milioni di dollari!

I pubblici ministeri hanno arrestato decine di funzionari del PT, legislatori e alti dirigenti della gigantesca società del pubblico petrolio, la Petrobras, i direttori delle più grandi imprese di costruzione e delle banche di investimento, che sono stati complici dell’ex-Presidente PT Lula Da Silva. L’ex-leader sindacale, il presidente Lula, si era trasformato in un’icona da manifesto per Wall Street e, più recentemente, in un noto venditore ambulante di favori per le grandi imprese brasiliane.

I pubblici ministeri hanno arrestato 117 funzionari della Petrobras, la gigantesca società petrolifera dello Stato e la più grande società del Brasile. Essi hanno arrestato due dei più potenti capitalisti del Brasile: Marcelo Odebrecht, Presidente della Constructora Norberto Odebrecht e Octavio Marquez de Azevedo, della Andrade Gutierrez Corporation. Entrambi hanno contribuito alla campagna elettorale del Partito dei Lavoratori dell’ex-Presidente Lula Da Silva e dell’attuale Presidente Dilma Rousseff.

Grandi donatori aziendali, attualmente sotto indagine o incarcerati, avevano ricevuto quaranta volte il valore delle loro donazioni politiche, in termini di lucrosi contratti, dal governo del PT (un ritorno del 4.000% sugli investimenti!).

Cause penali e arresti per schemi del tipo ‘tangenti in cambio di contratti’ hanno colpito il settore finanziario, tra cui il finanziere miliardario Andre Esteves, fondatore-Presidente della BTG Pactual, un caro amico e collaboratore di Lula Da Silva.

L’intera élite della classe capitalistica e finanziaria del Brasile è stata incriminata, incarcerata o è sotto inchiesta. Il Tesoriere del PT, leaders del Senato e del Congresso, oltre a consiglieri presidenziali del Partito dei ‘Lavoratori’ sono stati arrestati e incarcerati per tangenti, riciclaggio di denaro e frode, in connessione con la Petrobras e altri scandali di corruzione aziendale.

L’inchiesta giudiziaria dimostra che il PT era diventato un partito dell’élite corporativa. I leaders e i funzionari del PT lavoravano a stretto contatto con le élites economiche per convogliare miliardi nelle casse delle grandi imprese. Invece, il cosiddetto ‘programma contro la povertà’ del PT ha donato $ 60 al mese alle famiglie povere, appena sopra il livello di sussistenza. Questo programma contro la povertà era parte di una grande macchina clientelare, progettata per assicurare voti per eleggere i funzionari corrotti, coinvolti con il grande capitale e i finanzieri!

Se anche i pubblici ministeri non sono esplicitamente anti-capitalisti, le indagini hanno portato alla luce la base corrotta del dominio capitalista. Nel corso di un anno, i pubblici ministeri brasiliani hanno condotto una ricerca più profonda e più completa sull’élite al potere e hanno determinato come governa, sfrutta e saccheggia la ricchezza del paese, rispetto a qualsiasi analisi della stragrande maggioranza degli accademici e giornalisti ‘di sinistra’ sopra i quindici anni del malgoverno del PT.

I pubblici ministeri hanno agito contro l’intera classe dei dirigenti capitalisti e dei loro partners politici nel PT, con maggiore forza e integrità dei leaders della principale centrale sindacale di sinistra (la CUT) e dei movimenti sociali (i lavoratori rurali senza terra MST). I leaders della CUT e del MST hanno garantito concessioni minori da parte del regime, ignorando i collegamenti criminali, su scala di massa e a lungo termine, tra banchieri, uomini dell’agro-business, industriali e il PT.

Mentre i leaders del MST, della CUT e dell’Unione Nazionale degli Studenti hanno dato un sostegno ‘critico’ ai Presidenti Lula e Dilma e al loro entourage di congressisti corrotti, i procuratori hanno esposto anni di frode endemica, di truffe e di tangenti, che avevano permesso ai leaders del PT di comprarsi BMW di lusso, orologi Rolex, ville di milioni di dollari in condomini di lusso e quartieri esclusivi.

Deltano Dallagnol, uno dei pubblici ministeri che conducono l’inchiesta, ha dimostrato che il PT lavora per i capitalisti ricchi e potenti, stranieri e nazionali e inganna i poveri. Le sue indagini dimostrano che il PT non è un partito di ‘centro-sinistra’ – si tratta di un gruppo di cleptocrati che lavorano per i capitalisti.

Una cosa è certa: il PT non è un partito che abbraccia diverse classi popolari; non è un’arena di lotta popolare. È un partito che serve diversi settori capitalisti, tra cui finanze, costruzioni, petrolio e le agro-imprese.

A causa della corruzione, il costo dei progetti governativi è raddoppiato e triplicato. Di conseguenza, i servizi sociali vitali sono rimasti deprivati di fondi e si sono deteriorati; la costruzione delle infra-strutture per il trasporto pubblico è stata ritardata per anni.

In sintesi, il declino e il discredito del PT non è una sconfitta per la sinistra, perché il regime del PT non è mai stato di sinistra. Al contrario, il discredito del PT è una vittoria positiva per le forze anti-capitaliste, che lottano contro la classe dominante e l’élite politica.

Conclusione

La vittoria della dura destra neo-liberista di Mauricio Macri in Argentina e la disintegrazione del PT non augurano un nuovo ciclo di destra in America Latina. Il team economico di Macri si confronterà subito con un’opposizione di massa e, al di fuori dei quartieri di classe superiore, essi non hanno alcun supporto politico di massa. Le loro politiche polarizzeranno il paese e mineranno la sua stabilità, ciò che vogliono gli investitori. Le svalutazioni brutali e la fine dei controlli sui capitali sono formule indirizzate non allo sviluppo economico, ma al provocare scioperi generali. Conflitto, stagnazione e iper-inflazione metteranno fine all’entusiasmo degli investitori locali e stranieri.

Inoltre, Macri non può abbracciare l’agenda di Washington nella sua interezza, perché il naturale partner commerciale dell’Argentina è la Cina.

Il regime di Macri è l’inizio e la fine di un ritorno al disastro neo-liberista, simile a quello che ha avuto luogo alla fine dei ’90.

Il crollo del PT, più un prodotto di procuratori coscienzosi che l’azione dei sindacati e dei movimenti sociali, apre uno spazio politico per le nuove lotte della classe operaia, libera dai vincoli di leaders e burocrati corrotti.

Anche se la destra torna al potere in Brasile, sarà contaminata dalla stessa puzza di corruzione; i suoi partners capitalisti sono in carcere o sotto inchiesta. In altre parole, la caduta del PT è solo una parte del declino e della decadenza di tutti i partiti capitalisti.

Nel corso del tempo, subito dopo il crollo della ‘Nuova Destra’, una nuova autentica sinistra potrebbe emergere, priva di corruzione e di collegamenti con le grandi imprese. La speranza è che si formi un autentico partito della classe operaia, che possa perseguire politiche socio-economiche per porre fine allo sfruttamento del lavoro, al saccheggio del tesoro pubblico e alla distruzione della foresta pluviale amazzonica. Dovrebbe essere una sinistra che sostiene l’ambiente, rispetta la natura e difende i diritti degli Afro-brasiliani, degli indigeni e delle donne.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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