Rodríguez: «Venezuela assediato, è guerra di bassa intensità»

di Geraldina Colotti – il Manifesto

11dic2015.- Erick Rodríguez a il Manifesto: “Le destre non hanno progetto, ma cercano di influenzare l’opinione pubblica per screditare le elezioni. Disprezzano il popolo sulla cui maturità noi confidiamo”

“Il Venezuela è sotto assedio, è in atto una guerra di bassa intensità per minare il morale della popolazione e aizzarla contro quello che viene descritto come un governo allo sbando”. Così dice al manifesto Erick Rodríguez. Medico, ex ministro della salute, analista dei media e volto noto della tv, nel 2006 Rodríguez ha fatto parte della Commissione antimonopolio dell’Assemblea nazionale.
 
Prezzi impazziti, scarsità di prodotti, code chilometriche, inchieste per narcotraffico aperte dalla Dea. Cosa sta succedendo?
Intanto, occorre inquadrare la situazione in prospettiva storica. Ogni processo rivoluzionario che intenda mantenersi nel tempo deve mettere in conto attacchi costanti a diversi livelli, più raffinati ancora di quelli organizzati contro il comunismo del Novecento. Il primo obiettivo è squalificare il socialismo, associando alla parola autoritarismo, corruzione e inefficienza per attaccarlo con interventi esterni, utilizzando gli elementi di debolezza interni: per nascondere la prospettiva emancipatrice che contiene. Di Cuba si è detto che esportava il terrorismo, che perseguiva l’opposizione, si è imposto un blocco economico micidiale che dura ancora. In Nicaragua si sono utilizzati gli indigeni mosquitos per creare conflitti alla frontiera.
 
Lo schema più evidente per noi è quel che è successo con il Cile di Allende, quando gli strateghi di Washington hanno deciso di “far urlare l’economia cilena”: hanno provocato scarsità di alimenti, usato i settori della destra, imprenditoriali ed ecclesiastici, per minare le istituzioni fino al colpo di stato militare del ’73.  Per questo non possiamo aver fiducia nello schema della democrazia borghese.
 
La destra, qui, riconosce le elezioni solo quando le vince, seppure per un pugno di voti. Ma noi abbiamo scelto la democrazia partecipata e protagonica, basata sul potere popolare che legittima i propri leader e i programmi permanentemente, non solo una volta ogni cinque anni. Oggi è in atto una guerra che definiamo di quarta generazione che coniuga diverse strategie, usando i media e le reti sociali come apripista per costruire attacchi militari. Per applicarla a modello di paese, le grandi agenzie militari internazionali studiano i contesti storici, la costruzione dell’identità nazionale, la psicologia sociale. Pervertendo l’economia e introducendo nella criminalità organizzata il paramilitarismo, agiscono sul cervello primitivo dell’individuo, sulla parte emozionale, per risvegliare pregiudizi e paura. Un elemento chiave è quello dei rumors, la circolazioni di false notizie e montature internazionali, per intossicare la popolazione, generare dubbi e far perdere l’orientamento.
Se destra e sinistra sono uguali, a chi rivolgersi? E se ogni giorno c’è un problema diverso che ti avvelena la vita e di cui non capisci bene il perché, di chi è la colpa? Del vicino, del migrante e, naturalmente, del governo che non sa amministrare. La guerra economica crea malumore e instabilità, dubbi e disaffezione. Perché andare a votare se sono tutti uguali? Uno dei punti principali è la demolizione dei leader attraverso l’uso dei sondaggi: lo si è visto in Ecuador, Bolivar, in Argentina e soprattutto in Brasile con Dilma Rousseff: se pure non si è riusciti a coinvolgerla a livello giudiziario, si è minata la sua credibilità. La guerra di bassa intensità può avere diversi picchi, essere a tratti sommersa e evidente, come un raggio radioattivo, che può indurti il cancro subito o a più lungo termine. La delegittimazione di Chávez è cominciata quando è apparso chiaro che voleva davvero cambiare le cose. Contro Maduro, si è visto di tutto.
 
All’interno del chavismo, però, molti lamentano un’assenza di pianificazione. Perché non si trova il caffè se è prodotto in una impresa nazionalizzata?
 
Anche qui, permettimi un riferimento storico. L’oligarchia parassitaria, industriale e commerciale, che ha gestito la rendita petrolifera nella IV Repubblica, lo ha fatto per conto terzi e per intascare gli utili, rendendo il paese dipendente dalle importazioni e dalla tecnologia esterna. A tutt’oggi, noi non controlliamo la struttura economica, la controllano loro attraverso le grandi corporazioni che hanno creato: Fedecamara, Confindustria… Considera che noi non abbiamo espropriato, ma prevalentemente nazionalizzato e compensato con risarcimenti. Alcune compagnie venezuelane hanno terminali interni, ma sono transnazionali, come la Polar, che gestisce non solo la birra, ma oltre cento prodotti di consumo giornalieri. Le corporazioni impongono i costi di mercato, impediscono l’accesso a chi non è gradito: perché controllano la catena di commercializzazione degli alimenti e la pervertono, per provocare la liberalizzazione dei prezzi attraverso un’inflazione galoppante che li fa salire tutti i giorni senza apparente logica, provocare la corsa all’accaparramento, la coazione al consumo, l’insicurezza costante nella popolazione. Avrai visto che, per esempio, manca il latte, ma si trovano tutti i derivati del latte che non sono calmierati e che costano a seconda del posto. Manca lo zucchero, ma biscotti, dolci e bibite zuccherate si vendono, e cari. 
 
Ma lo stato ha le sue catene di distribuzione. Perché mancano i prodotti anche nei supermercati regolati?
In Venezuela ci sono 171.000 punti vendita, quelli del governo arrivano appena a 22.000. E chi detta legge resta l’Associazione nazionale di supermercati e affini, la Cavidea. Perché i prodotti arrivino negli scaffali dei supermercati, c’è bisogno di punti di refrigerazione, di trasporti reticolari coi relativi intermediari e altrettanti rischi di corruzione.
 
La destra dice che nelle imprese statali i lavoratori sono troppo tutelati e i gerenti sono burocrati incapaci.
 
Il vero problema è il ritardo tecnologico.
 
Nelle fabbriche recuperate o statali, il controllo operaio si scontra col controllo internazionale di quegli stessi che sono stati cacciati che posseggono la tecnologia e te la vendono a prezzi stellari o cercano di condizionarti perché tu non possa essere autonomo. Ammettendo che ci riesci, entri nel meccanismo della distribuzione che loro possono pervertire. Ci stiamo scontrando frontalmente con un modello economico che non ammette alternative. In una rivoluzione, se non cambi la struttura economica e quella della riproduzione del pensiero dominante, non stai facendo una rivoluzione.
 
Per capire cosa c’è in gioco, basta pensare a quello che significavano, per le oligarchie, i proventi della rendita petrolifera in un paese che possiede le più grandi riserve al mondo dei circa 95mila milioni di dollari che entravano nel paese, si appropriavano di 45-55mila  milioni di dollari, usandoli per portarli all’estero insieme ai sussidi alle importazioni decisi dallo stato.
 
Un prodotto che gli costava qualche centesimo, lo vendevano a due dollari, in una triangolazione proficua con i loro terminali locali. Il capitale gioca sporco perché è nella sua natura.
 
E anche se nazionalizzi, trova modo di continuare a controllare per via indiretta. Le imprese del latte sono una succursale della Nestlé, legate a grandi gruppi neozelandesi, francesi, belgi che hanno il controllo di quasi il 70% del mercato. Abbiamo 52 imprese di torrefazione, prima c’era un duopolio che controllava il 72% del caffè. Ora, la Nestlè controlla per via indiretta il mercato del caffè aromatizzato. Di più. Da quando il governo ha nazionalizzato, i produttori vengono finanziati. Solo che, se noi gli compriamo un quintale a un dollaro, la grande compagnia arriva e gliene propone 10 in anticipo a patto di tenerle da parte la produzione dell’anno, e offre tutta l’assistenza tecnica necessaria. Un’altra strategia è quella di comprare la materia prima, il grano verde, e smistarlo attraverso una rete di contrabbando verso la Colombia. Se ne va così circa il 38% del mercato.
Il grano verde è facile da trasportare, può andare nel fiume ma quando poi lo secchi non cambia sapore. Oltre ai 120.000 dollari che perdiamo nel contrabbando di benzina e a quello del denaro, c’è soprattutto quello degli alimenti. Per quello abbiamo cercato di chiudere le frontiere, ma è un problema molto complicato. Una “mula”, un contrabbandiere proveniente dalla Colombia, in una sola giornata di trasporto guadagna più dello stipendio di un mese.
 
Quando, nel 2006, abbiamo cominciato a studiare a fondo i problemi derivati dal modello basato sulla rendita, ci siamo resi conto che dovevamo agire in modo graduale, anche per non rovinare delle persone oneste, piccoli imprenditori che avevano lavorato tutta la vita per il paese.
Nell’industria petrolifera, a livello tecnologico non eravamo in grado di gestire neanche una torre di perforazione, tutto era contrattato con le imprese internazionali. Se non controlli la tecnica, il know-how, il tuo processo può essere una grande allegria per qualche mese, ma poi ti arriva il conto.
 

Oggi siamo sottoposti a un assedio permanente a diversi livelli. A livello internazionale, si deve aggiungere la campagna condotta attraverso i tribunali di arbitraggio, a cui si rivolgono le imprese nazionalizzate come Exxon Mobil, e che hanno sede a Washington, e per la Camera internazionale di commercio che ha sede a Parigi: vale per noi come per l’Argentina, l’Ecuador, la Bolivia. Con loro agiscono le grandi imprese di qualificazione del rischio, come Standard & Poor’s: per sviluppare i programmi sociali, dobbiamo farci anticipare il denaro, ma basta dire che uno stato è insolvente, anche se possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo, per imporre prestiti condizionati o interessi altissimi o rimborsi a cortissimo tempo. Ricostruire un paese in simili condizioni di assedio è un’impresa improba.

 

Ma perché altri paesi dell’Alba come Bolivia e Ecuador vanno meglio?
Ovviamente, ognuno ha la sua storia e il suo percorso. Noi abbiamo cominciato per primi, sperimentando fin da subito ogni genere di attacco e con l’eredita pesante di un modello complicato da anni di gestione clientelare e di crisi del socialismo. Il popolo non voleva più promesse e parole, ma fatti che lo portassero nuovamente a credere in qualcosa. Per questo, abbiamo cominciato a costruire le misiones per aggirare un cambiamento nella struttura dello stato che non era possibile fare in quelle condizioni. Abbiamo cominciato a pagare l’enorme debito sociale contratto verso il nostro popolo in centinaia di anni di colonialismo. Nel 2007, abbiamo cercato di accelerare con la riforma istituzionale, ma abbiamo perso, anche se per pochissimo. Le forze accomodate in una idea di gestione socialdemocratica, se non peggio, sono ancora molte. E intanto il campo avverso cerca di corrompere il processo dall’interno, agendo sui nostri punti deboli, sugli intermediari o sui dirigenti incapaci. Le destre non hanno progetto, ma cercano di influenzare l’opinione pubblica per screditare le elezioni. Disprezzano il popolo sulla cui maturità noi confidiamo: per abbracciare di più questa nostra rivoluzione.
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