Le fazioni militariste al potere negli USA

Obama nethanyau

di James Petras – 11.19.2015

Introduzione: Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti sono stati impegnati in una serie di guerre, che hanno portato molti autori a fare riferimento all’ascesa del militarismo’ – la crescita di un impero, costruito principalmente da e per la proiezione del potere militare – e solo secondariamente, dall’avanzata dell’imperialismo economico.

L’ascesa di un impero basato sul militare, tuttavia, non esclude la comparsa di configurazioni di potere concorrenti, confliggenti e convergenti all’interno dello stato imperiale. Queste fazioni dell’élite di Washington definiscono gli scopi e gli obiettivi della guerra imperiale, spesso alle loro condizioni.

Avendo dichiarato l’ovvio fatto generale del potere del militarismo all’interno dello stato imperiale, è necessario riconoscere che i responsabili politici chiave, che dirigono le guerre e la politica militare, variano a seconda del Paese di destinazione, del tipo di guerra ingaggiata e della loro concezione della guerra. In altre parole, mentre la politica degli Stati Uniti è imperialista e altamente militarista, i politici chiave, il loro approccio e gli esiti delle loro politiche risultano diversi. Non esiste una strategia fissa ideata da un coerente élite politica di Washington, guidata da una visione strategica unitaria dell’impero statunitense.

Al fine di comprendere le attuali guerre, all’apparenza infinite, dobbiamo esaminare le mutevoli coalizioni mutevoli delle élite, che prendono le decisioni a Washington, ma non sempre in primo luogo per Washington. Alcune fazioni dell’élite politica hanno chiare concezioni dell’impero americano, ma altri improvvisano e si affidano a un superiore potere ‘politico’ o di ‘lobby’ per portare avanti con successo il loro ordine del giorno a fronte di ripetuti fallimenti e senza subirne le conseguenze o i costi.

Inizieremo elencando le guerre imperiali degli U.S.A. nel corso dell’ultimo decennio e mezzo. Quindi identificheremo la principale fazione politica, che è stata la forza motrice in ogni guerra. Discuteremo dei loro successi e fallimenti come responsabili della politica imperiale e concluderemo con una valutazione dello “stato dell’impero” e del suo futuro. 

Le guerre imperiali: dal 2001 al 2015

Il ciclo attuale di guerra è iniziato alla fine del 2001, con l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan. A esso ha fatto seguito l’invasione e l’occupazione dell’Iraq nel marzo del 2003, la fornitura di armi da parte degli Stati Uniti per l’invasione israeliana del Libano nel 2006, l’invasione su delega della Somalia nel 2006/7; la massiccia recrudescenza della guerra in Iraq e in Afghanistan nel 2007 – 2009; il bombardamento, l’invasione e il ‘cambio di regime’ in Libia nel 2011; la guerra in corso, su delega -mercenaria, contro la Siria (dal 2012), e l’invasione/distruzione dello Yemen a firma saudita-U.S. del 2015, ancora in corso. In Europa, gli Stati Uniti sono stati dietro il putsch su delega del 2014 e il violento ‘cambio di regime’ in Ucraina, che ha portato a una guerra, tuttora in corso, contro le etnie russofone del sud-est dell’Ucraina, soprattutto del cuore industriale della popolosa regione del Donbass.

Negli ultimi 15 anni, ci sono stati interventi militari palesi e segreti, accompagnati da un intenso, provocatorio rafforzamento militare lungo i confini della Russia nei paesi baltici, nell’Europa dell’Est (in particolare la Polonia), nei Balcani (Bulgaria e Romania) e nella gigantesca base U.S.A. in Kosovo; in Europa centrale con i missili nucleari in Germania e, naturalmente, con l’annessione dell’ Ucraina e della Georgia come clienti U.S.A.-NATO.

Parallelamente alle provocazioni militari che circondano la Russia, Washington ha lanciato un’importante offensiva militare, politica, economica e diplomatica, volta a isolare la Cina e ad affermare la supremazia U.S.A. nel Pacifico.

In South American, US military intervention found expression via Washington-orchestrated business-military coup attempts in Venezuela in 2002 and Bolivia in 2008, and a successful ‘regime change’ in Honduras in 2009, overthrowing its elected president and installing a US puppet.

In Sud America, l’intervento militare U.S.A. ha trovato espressione attraverso tentativi di golpe affaristico-militari orchestrati da Washington, nel Venezuela nel 2002 e in Bolivia nel 2008, e un riuscito ‘cambio di regime’ in Honduras nel 2009, che ha rovesciato il presidente eletto e ha installato una marionetta degli Stati Uniti.

In sintesi, gli Stati Uniti sono stati impegnati in due, tre o più guerre dal 2001, a definire un impero quasi esclusivamente militarista, gestito da uno stato imperiale, diretto da funzionari civili e militari in cerca di incontrastato dominio globale attraverso la violenza.


Washington: il laboratorio militare del mondo

Guerre e cambiamenti violenti di regime sono gli unici mezzi attraverso i quali gli Stati Uniti ora avanzano la loro politica estera. Tuttavia, i vari guerrafondai dell’élite di potere di Washington non formano un blocco unico con priorità comuni. Washington fornisce le armi, i soldati e i finanziamenti per qualsiasi configurazione di potere o fazione interna all’élite risultante in posizione tale, per disegno o per difetto, da prendere l’iniziativa e portare avanti la propria agenda di guerra.

L’invasione dell’Afghanistan è stata significativa, in quanto è stata vista da tutti i settori dell’élite militarista, come la prima di una serie di guerre. L’Afghanistan doveva predisporre il terreno per il lancio di guerre ad alta priorità altrove.

All’Afghanistan ha fatto seguito il famigerato discorso sull’’asse del male’, dettato da Tel Aviv, scritto dallo scrittore di discorsi presidenziali David Fromm e pronunciato dal derecebrato presidente Bush II. La ‘guerra globale al terrore’ era lo slogan appena velato per le guerre seriali in giro per il mondo. Washington ha misurato la fedeltà dei suoi vassalli fra le nazioni di Europa, Asia, Africa e Latino-America sulla base del loro sostegno all’invasione e all’occupazione dell’Afghanistan. L’invasione afghana ha fornito il modello per le guerre future. Essa ha portato ad un aumento senza precedenti del budget militare e ha inaugurato per il Presidente poteri dittatoriali ‘cesareschi’, come l’ordinare ed eseguire le guerre, far tacere i critici interni e inviare decine di migliaia di truppe U.S.A. e N.A.T.O. all’’Hindu Kush’.

Di per sé, l’Afghanistan non è mai stato una minaccia e di certo non ha rappresentato una preda economica, dal punto di vista del saccheggio e del profitto. I Talebani non avevano attaccato gli Stati Uniti. Osama Bin Laden avrebbe potuto essere consegnato a un tribunale giudiziario – come i Talebani al governo avevano insistito.

L’esercito U.S.A. (con la sua ‘Coalizione dei volenterosi’ o COW) ha invaso con successo e occupato l’Afghanistan e ha istituito un regime vassallo a Kabul. Ha costruito decine di basi militari e ha tentato di formare un esercito coloniale obbediente. Nel frattempo, l’élite militarista di Washington si era spostata su obiettivi più ambiziosi e, per l’élite sionista ruotante intorno a Israele, su guerre di più alta priorità, vale a dire l’Iraq.

La decisione di invadere l’Afghanistan non è stata contestata da nessuna delle fazioni dell’élite militarista di Washington. Tutte hanno condiviso l’idea di utilizzare un blitz militare di successo o una ‘passeggiata alla torta’, contro l’abissalmente impoverito Afghanistan come un modo di risvegliare canagliescamente le masse americane, affinché accettassero un lungo periodo di intensa e costosa guerra globale in tutto il mondo.

Le élites militariste di Washington hanno realizzato il ​​collegamento tra gli attacchi del 09/11/2001, i Talebani governanti l’Afghanistan e la presenza del signore della guerra saudita Osama Bin Laden. Nonostante il ‘fatto’ che la maggior parte dei ‘dirottatori’ erano del regno dell’Arabia Saudita e nessuno era afghano, invadere e distruggere l’Afghanistan doveva essere il test iniziale per valutare la volontà del pubblico americano, altamente manipolata e spaventata, di farsi carico di un enorme nuovo ciclo di guerre imperiali. Questo è stato l’unico aspetto dell’invasione dell’Afghanistan che potrebbe essere visto come un successo della politica – ha reso i costi delle guerre senza fine ‘accettabili’ a un pubblico inesorabilmente vittima di propaganda.

Confortati dalle loro vittorie militari nell’Hindu Kush, i militaristi di Washington si sono rivolti all’ Iraq e hanno fabbricato una serie di pretesti sempre più improponibili per la guerra: associando i dirottatori del 9/11 ‘jihadisti’ con il regime laico di Saddam Hussein, la cui intolleranza per gli Islamici violenti (soprattutto la varietà saudita) è stata ben documentata, e inventando un intero tessuto di menzogne ​​sulle armi irachene di distruzione di massa, che hanno fornito la base alla propaganda per invadere un già disarmato, bloccato e affamato Iraq nel marzo 2003.

A guidare i militaristi di Washington nella progettazione della guerra per distruggere l’Iraq sono stati i Sionisti, tra cui Paul Wolfowitz, Elliot Abrams, Richard Perle, e un paio di militaristi ‘gentili’ legati a Israele, come il vice-presidente Cheney, il segretario di Stato Colin Powell e il segretario alla Difesa Rumsfeld. I Sionisti avevano un potente entourage in posizioni chiave al Dipartimento di Stato, al Tesoro e al Pentagono.

C’erano gli ‘esterni’ – non sionisti e militaristi all’interno di queste istituzioni, in particolare il Pentagono – che hanno espresso riserve, ma sono stati messi da parte, non consultati e ‘invitati’ ad andare in pensione.

Nessuno delle ‘vecchia guardia’ del Dipartimento di Stato o del Pentagono ha condiviso l’isteria sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, ma dare voce a riserve significava mettere a rischio la propria carriera. La fabbricazione e la diffusione dei pretesti per l’invasione dell’Iraq è stata orchestrata da un piccolo gruppo di agenti che collegava Tel Aviv e l’‘Office of Special Plans’ del vice-segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, un ristretto gruppo di Sionisti e alcuni Israeliani guidati da Abram Shulsky (settembre 2002 – giugno 2003).

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq è stata una parte importante dell’agenda di Israele volta a ‘rifare il Medio Oriente’, allo scopo di stabilire la sua incontrastata egemonia regionale e mettere in atto una ‘soluzione finale’ per il suo fastidioso ‘problema (palestinese autoctono) arabo’: essa è stata resa operativa dalla potente fazione sionista all’interno dell’Esecutivo (la Casa Bianca), che aveva assunto quasi poteri dittatoriali dopo l’attacco del 9/11/2001. I Sionisti hanno pianificato la guerra, hanno progettato la ‘politica di occupazione’ e sono ‘risultati selvaggiamente vittoriosi’ nell’eventuale spartizione di uno stato arabo un tempo moderno e nazionalista laico.

Al fine di distruggere lo Stato iracheno – la politica di occupazione statunitense è stata quella di eliminare (attraverso fucilazioni di massa, incarcerazioni e assassinii), tutto il personale iracheno civile, militare e scientifico di alto livello e con esperienza – fino ai presidi delle scuole superiori. Hanno smantellato qualsiasi infrastruttura vitale (che non fosse stata già distrutta da decenni di sanzioni degli Stati Uniti e dai bombardamenti durante la presidenza Clinton) e hanno ridotto un Iraq avanzato in campo agricolo in una terra desolata, che avrebbe richiesto secoli per riprendersi e non avrebbe mai potuto contestare la colonizzazione israeliana della Palestina, per non parlare della sua supremazia militare in Medio Oriente. Naturalmente, la grande popolazione di rifugiati palestinesi della diaspora in Iraq è stata fatta oggetto di ‘trattamento speciale’.

Ma i politici sionisti avevano un ordine del giorno molto più grande del cancellare l’Iraq in quanto paese vitale: avevano una lista di obiettivi più lunga: la Siria, l’Iran, il Libano e la Libia, la cui distruzione dovevano essere svolte con il sangue e le risorse degli Stati Uniti e della N.A.T.O. (e non di un singolo soldato israeliano).

Nonostante il fatto che l’Iraq non possedesse nemmeno una forza aerea o navale funzionante nel marzo 2003 e che l’Afghanistan alla fine del 2001 fosse piuttosto primitivo, le invasioni dei due paesi si sono rivelate molto costose per gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno completamente fallito nel beneficiare della loro ‘vittoria e occupazione’, sebbene Paul Wolfowitz si vantasse che il saccheggio dei giacimenti petroliferi iracheni avrebbe pagato per l’intero progetto ‘in pochi mesi’. Questo perché il vero piano sionista era quello di distruggere queste nazioni – al di là di ogni possibilità di un veloce o conveniente profitto economico imperialista. Bruciare la terra e inacidire i campi non è una politica molto redditizia per i costruttori dell’impero.

Israele è stato il grande vincitore, senza alcun costo per lo ‘Stato ebraico’. L’élite politica sionista americana ha letteralmente consegnato loro i servizi delle forze armate più grandi e più ricche della storia: gli U.S.A. I ‘pro-Israeliani’ hanno svolto un ruolo decisivo tra i responsabili politici di Washington e Tel Aviv ha celebrato per le strade! Sono venuti, hanno dominato la politica e hanno compiuto la loro missione: l’Iraq (e milioni dei suoi abitanti) è stato distrutto.

Gli Stati Uniti hanno guadagnato un’inaffidabile colonia distrutta, con un’economia devastata e un’infra-struttura sistematicamente distrutta, senza la burocrazia funzionante necessaria a uno stato moderno. Per pagare il casino suddetto, il popolo americano ha fatto fronte a un deficit di bilancio esponenziale, a decine di migliaia di vittime di guerra americane e a massicci tagli nei propri programmi sociali. A coronamento della vittoria dei guerrafondai di Washington c’è stata poi la disarticolazione dei diritti e delle libertà civili e costituzionali americane e la costruzione di un enorme stato di polizia nazionale.

Dopo il disastro in Iraq, la stessa influente fazione sionista di Washington non ha perso tempo nel chiedere una nuova guerra contro il più grande nemico di Israele – vale a dire l’Iran. Negli anni successivi, non sono riusciti a spingere gli Stati Uniti ad attaccare Teheran, ma sono riusciti a imporre sanzioni paralizzanti contro l’Iran. La fazione sionista ha assicurato il massiccio sostegno militare degli Stati Uniti all’invasione israeliana fallita del Libano e alla sua devastante serie di blitzkrieg contro il popolo impoverito e intrappolato di Gaza.

La fazione sionista ha dato forma con successo a interventi militari statunitensi per soddisfare le ambizioni regionali di Israele contro tre paesi arabi: lo Yemen, la Siria e la Libia .. I Sionisti non erano in grado di manipolare gli Stati Uniti per attaccare l’Iran, perché la fazione militarista tradizionale di Washington ha esitato: con l’instabilità in Afghanistan e in Iraq, gli Stati Uniti non erano ben posizionati per affrontare un’importante deflagrazione in tutto il Medio Oriente, in Asia meridionale e oltre – tutto ciò che comporterebbe una guerra di terra e di aria con l’Iran. Tuttavia, le fazioni sioniste si sono assicurate sanzioni economiche brutali e la nomina di funzionari chiave legati a Israele all’interno del Tesoro degli Stati Uniti. Il Segretario Stuart Levey, all’inizio del regime di Obama, e David Cohen in seguito, sono stati nominati per far rispettare le sanzioni.

Anche prima dell’ascesa del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, gli obiettivi militari di Tel Aviv dopo l’Iraq, compreso l’Iran, la Siria, il Libano, la Libia e lo Yemen hanno dovuto essere distanziati nel tempo, perché le fazioni non-sioniste interne all’élite di Washington non sono state in grado di integrare l’Afghanistan e l’Iraq occupati nell’impero.

Resistenza, conflitti armati e progressi militari sia in Afghanistan che in Iraq non cessavano e stanno continuando nella loro seconda decade. Non appena gli Stati Uniti si fossero ritirati da una regione, dichiarandola ‘pacificata’, la resistenza armata sarebbe tornata e i sepoys locali avrebbero disertato verso i ribelli o preso il volo per Londra o Washington con i milioni del bottino saccheggiato.

‘Guerre incompiute’, aumento di vittime e costi esponenziali, con nessun termine in vista, hanno minato l’accordo tra le fazioni militarista e sionista nel ramo esecutivo. Tuttavia, la massiccia e potente presenza sionista nel Congresso degli Stati Uniti ha fornito una piattaforma per ragliare di nuove e ancora più grandi guerre.

L’infelice invasione israeliana del Libano nel 2006, è stata sconfitta, nonostante l’invio di massicce forniture di armi da parte degli Stati Uniti, il sistema missilistico di difesa ‘Iron Dome’ e l’assistenza di intelligence finanziata dagli U.S.A. Tel Aviv non ha potuto sconfiggere gli altamente disciplinati e motivati combattenti di ​Hezbollah nel Libano meridionale, nonostante il ricorso ai bombardamenti a tappeto dei quartieri civili con milioni di munizioni a grappolo vietate e il prendere di mira le ambulanze e le chiese ospitanti i rifugiati. Gli Israeliani sono stati molto più vittoriosi nell’uccidere i combattenti della resistenza palestinese armati alla leggera e i bambini che lanciano pietre.

La Libia: una guerra multi-fazione per i militaristi (senza il Grande Petrolio)

La guerra contro la Libia è stato il risultato di molteplici fazioni tra l’élite militarista di Washington, tra cui i sionisti, che si sono uniti ai militaristi francesi, inglesi e tedeschi per distruggere il più moderno stato laico e indipendente in Africa, sotto la presidenza di Muammar Gheddafi.

La campagna aerea contro il regime di Gheddafi non aveva praticamente nessun sostegno organizzato dentro la Libia a partire dal quale ricostruire un accettabile stato neo-coloniale maturo per il saccheggio. Questo era un altro ‘smembramento pianificato’ di una repubblica complessa e moderna che era stata indipendente dall’impero U.S.A.

La guerra è riuscita selvaggiamente a frantumare l’economia, lo stato e la società libici. Ha scatenato decine di gruppi terroristici armati, (che si sono appropriati delle moderne armi dell’esercito e della polizia di Gheddafi) e hanno sradicato due milioni di lavoratori a contratto a nero e di cittadini libici di origine sud-sahariana, costringendoli a fuggire le imperversanti milizie razziste verso i campi profughi in Europa. Innumerevoli migliaia sono morti in barche traballanti nel Mar Mediterraneo.

L’intera guerra è stata condotta per la pubblica euforica gioia del Segretario di Stato Hillary Clinton e dei suoi luogotenenti ‘umanitari e interventisti’ (Susan Rice e Samantha Power), che erano del tutto ignoranti su chi e cosa l’’opposizione’ libica rappresentasse. Alla fine, anche il proprio Ambasciatore di Hillary in Libia sarebbe stato massacrato da. . . gli stessi vittoriosi ‘ribelli’ (sic!), sostenuti dagli U.S.A., nella Bengasi appena liberata!

La fazione sionista ha distrutto Gheddafi (la cui cattura, grottesca tortura e assassinio sono stati girati e ampiamente diffusi), eliminando un altro reale avversario di Israele e sostenitore dei diritti dei Palestinesi. La fazione militarista degli Stati Uniti, che ha condotto la guerra, non ha ottenuto nulla di positivo – nemmeno una base navale, aerea o di formazione sicura – solo un ambasciatore morto, milioni di profughi disperati che hanno inondato l’Europa e migliaia di jihadisti addestrati e armati per il prossimo obiettivo: la Siria.

Per un po’, la Libia è diventata la principale linea di alimentazione per i mercenari e le armi islamiche che dovevano invadere la Siria e combattere il governo nazionalista laico a Damasco.

Ancora una volta, la fazione meno influente a Washington si è rivelata essere l’industria del petrolio e del gas, che ha perso i lucrosi contratti che aveva già firmato con il regime di Gheddafi. Migliaia di lavoratori stranieri altamente qualificati sono stati ritirati. Dopo l’Iraq, avrebbe dovuto essere ovvio che queste guerre non erano ‘per il petrolio’! 

L’Ucraina: colpi di stato, guerre e il ‘ventre molle’ della Russia

Con il colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti e l’intervento in Ucraina, le fazioni militariste ancora una volta hanno preso l’iniziativa, istituendo un regime fantoccio a Kiev e individuando strategicamente il ‘ventre molle’ della Russia. Il piano era stato quello di prendere in consegna basi militari strategiche della Russia in Crimea e tagliare la Russia dai vitali complessi militari-industriali della regione del Donbass, con le sue vaste riserve di ferro e di carbone.

La meccanica della presa di potere era relativamente ben pianificata, i clienti politici sono stati messi al potere, ma i militaristi americani non avevano preso alcuna misura per puntellare l’economia ucraina e staccare la spina dal suo principale partner commerciale e fornitore di petrolio e gas, la Russia.

Il colpo di stato ha portato a una ‘guerra per procura’ nelle regioni a maggioranza etnico-russa nel sud-est (Donbas) con quattro ‘conseguenze impreviste’: 1) un paese diviso tra est e ovest, lungo linee etnico-linguistiche; (2) un’economia in bancarotta resa ancora peggiore dall’imposizione di un programma di austerità dell’FMI; (3) una corrotta élite capitalista fatta di compari, che è stata ‘pro-occidentale in base al conto bancario’ (4) e, dopo due anni, la disaffezione di massa tra gli elettori verso il regime fantoccio degli Stati Uniti.

I militaristi di Washington e Bruxelles sono riusciti a ingegnerizzare il colpo di stato in Ucraina, ma sono mancati gli alleati nazionali, i piani e le preparazioni per governare il paese e per annetterlo con successo alla U.E. e alla N.A.T.O. come un paese affidabile.

A quanto pare, le fazioni militariste del Dipartimento di Stato e del Pentagono sono molto più abili nel gestire colpi di stato e invasioni che nello stabilire un regime stabile, come parte di un Nuovo Ordine Mondiale. Riescono nella prima parte e mancano ripetutamente in quest’ultima.

Il Pivot per l’Asia e la Pirouette in Siria

Durante la maggior parte del decennio precedente, gli strateghi globali tradizionali a Washington hanno sempre contestato il dominio della fazione sionista e la direzione delle politiche di guerra degli Stati Uniti incentrate sul Medio Oriente a favore di Israele, invece di rispondere alla crescente sfida della nuova superpotenza economica mondiale in Asia, la Cina.

La supremazia economica degli Stati Uniti supremazia economica in Asia è stata profondamente erosa, mentre l’economia cinese cresceva a doppie cifre. Pechino stava soppiantando gli Stati Uniti come principale partner commerciale sui mercati latino-americani e africani. Nel frattempo, la crema delle 500 multinazionali USA hanno pesantemente investito in Cina. Tre anni dal primo mandato del presidente Obama, la ‘fazione militarista anti-Cina’ ha annunciato il passaggio dal Medio Oriente e dall’agenda israelo-centrica a un ‘pivot per l’Asia’, la fonte del 40% della produzione industriale mondiale.

Ma non erano i profitti e i mercati a motivare la fazione ‘asiatica’ di Washington tra le élites militariste – era il potere militare. Anche gli accordi commerciali, come il Partenariato Transpacifico (TPP), erano visti come strumenti per accerchiare e indebolire la Cina militarmente e minare la sua influenza regionale.

Guidata dall’isterico boss del Pentagono Ashton Carter, Washington ha predisposto una serie di importanti sfide militari con Pechino al largo delle coste della Cina.

Gli Stati Uniti hanno firmato estesi accordi per basi militari con le Filippine, il Giappone e l’Australia; ha partecipato a esercitazioni militari con il Vietnam, la Corea del Sud e la Malesia; ha inviato corazzate e portaerei nelle acque territoriali cinesi.

La politica commerciale U.S.A. di sfida è stata formulata dal seguente trio sionista: il Segretario del Commercio Penny Pritzer, il Negoziatore di Commercio Michael Froman (che lavora sia per entrambi le fazioni militarista asiatica e quella sionista) e il Segretario al Tesoro Jake Lew. Il risultato è stato la Trans-Pacific Partnership (TPP), che coinvolge 12 paesi del Pacifico, deliberatamente escludendo la Cina. La fazione militarista asiatica di Washington ha previsto di militarizzare l’intero bacino del Pacifico, per dominare le rotte commerciali marittime e, in un solo momento di preavviso, strozzare tutti i mercati e i fornitori d’oltremare della Cina – simili alla serie di provocazioni a firma Stati Uniti contro il Giappone che portarono all’entrata degli U.S.A. nella WW2.

La ‘fazione asiatico-militarista’ ha chiesto con successo un bilancio militare maggiore, per rispondere alla sua posizione molto più aggressiva nei confronti della Cina.

Com’era prevedibile, la Cina ha insistito sulla difesa delle sue rotte marittime e ha aumentato la costruzione di basi navali e aeree e le pattuglie marittime e aeree. Inoltre, com’era prevedibile, la Cina ha contrastato il TPP dominato dagli Stati Uniti attraverso la creazione di un’Asia Infrastructure Investment Bank (AIIB) per il valore di cento miliardi di dollare, contribuendo al tempo stesso con molti miliardi di dollari alla Banca dei BRICS. Nel frattempo, la Cina ha anche firmato un accordo commerciale separato di $ 30.000.000.000 di dollari con lo strategico ‘compagno’ di Washington, la Gran Bretagna. In realtà, la Gran Bretagna ha seguito il resto dell’U.E. e si è unita all’Asia Infrastructure Investment Bank – nonostante le obiezioni della ‘fazione asiatica’ di Washington.

Mentre gli Stati Uniti dipendono pesantemente dai loro patti militari con la Corea del Sud e il Giappone, queste ultime nazioni si sono incontrate con la Cina – il loro più importante partner commerciale – per lavorare sull’ampliamento e approfondimento dei legami economici.

Fino al 2014, la ‘fazione del business-con-la Cina’ dell’élite di Washington ha svolto un ruolo chiave nella realizzazione della politica degli Stati Uniti in Asia. Tuttavia, essa è stata eclissata dalla fazione asiatico-militarista, che sta portando la politica statunitense in una direzione totalmente diversa: sfidare la Cina come superpotenza economica dell’Asia e verso un crescente confronto militare con Pechino sono ora le priorità dell’agenda di Washington.

Ashton Carter, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha la Cina, la seconda economia più importante del mondo, nel ‘mirino’ del Pentagono. Quando il TPP è fallito nel limitare l’espansione della Cina, la fazione militarista ha portato Washington verso un corso militare ad alto rischio, che potrebbe destabilizzare la regione e rischiare un confronto nucleare.

La pirouette: Cina e Siria

Nel frattempo, nel Levante, la fazione sionista di Washington è stata occupata nell’esecuzione di una guerra per procura in Siria. Il pivot (perno) in Asia ha dovuto competere con la piroetta in Siria e in Yemen.

Gli Stati Uniti si sono uniti all’Arabia Saudita, alla Turchia, agli Emirati del Golfo e all’Unione Europea per sponsorizzare un replay del ‘cambio di regime’ libico – sponsorizzare i terroristi su procura da tutto il mondo per invadere e devastare la Siria. Damasco è stata attaccata da tutte le parti per il ‘delitto’ di essere laica e multi-etnica; per essere pro-palestinese; per essere alleata con l’Iran e il Libano; per avere una politica estera indipendente; e per il mantenimento di un governo di rappresentanza limitata (ma non necessariamente democratico). Per questi crimini, l’Occidente, Israele ed i Sauditi avrebbero ridotto la Siria in brandelli con la pulizia etnica al rango di uno ‘stato tribale’ – qualcosa che avevano compiuto in Iraq e in Libia.

La fazione militarista degli Stati Uniti (impersonata dal Segretario della Difesa Carter e dai senatori McCain e Graham) ha finanziato, addestrato ed equipaggiato i terroristi, che chiamano ‘moderati’ e di certo si aspettavano che la loro progenie seguisse le indicazioni di Washington. L’emergere dell’ISIS ha mostrato quanto da vicino questi “moderati” seguissero il copione di Washington.

Inizialmente, la tradizionale ala militarista dell’élite di Washington ha resistito alla richiesta della fazione sionista di un intervento militare statunitense diretto (gli ‘stivali americani sul terreno’). Il che sta cambiando con i recenti (molto convenienti) eventi di Parigi.

Lo stato di guerra: da interventi frammentari al confronto nucleare

I militaristi di Washington hanno di nuovo richiesto più soldati americani per l’Iraq e l’Afghanistan; aerei da combattimento americani e forze speciali sono in Siria e nello Yemen. Nel frattempo, le aggressive armate navali U.S.A. pattugliano le coste della Cina e dell’Iran. Il ‘compromesso’ militarista – sionista sulla Siria comprendeva un primo contingente di 50 forze speciali U.S.A. per partecipare a ruoli di combattimento ‘limitato’ con (i ‘leali’, sic!) mercenari islamici – i cosiddetti ‘moderati’. Ci sono impegni per un maggiore e più pesante armamentario a venire, tra cui missili terra-aria, capaci di abbattere jet militari russi e siriani.

La politica delle élites fazionali: una panoramica

In che modo si compone il quadro di queste fazioni in competizione, che formulano le politiche di guerra imperiale degli Stati Uniti in Medio Oriente nel corso degli ultimi 15 anni? Evidentemente, non c’è stata alcuna strategia economica imperiale coerente.

La politica verso l’Afghanistan è notevole per la sua incapacità di porre fine alla guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti – più di 14 anni di occupazione! I recenti tentativi di ritiro da parte dei clienti degli Stati Uniti, le forze della N.A.T.O. sono stati immediatamente seguiti da progressi militari da parte della resistenza delle milizie nazional-islamiste – i Talebani, che controllano gran parte dell’interno. La possibilità di un crollo del fantoccio di Kabul ha costretto i militaristi di Washington a mantenere le basi U.S.A. – circondate da popolazioni rurali completamente ostili.

L’aspetto iniziale di successo della guerra afghana ha innescato nuove guerre – inter alia, l’Iraq. Ma, sul lungo termine, la guerra in Afghanistan è stato un miserabile fallimento, nei termini dell’obiettivo strategico dichiarato di creare uno stabile governo cliente. L’economia afghana è crollata: la produzione di oppio (che era stato soppressa significativamente dalla campagna di eradicazione del papavero intrapresa dai Talebani nel 2000-2001) è la coltura ora predominante – con l’eroina a buon mercato che inonda l’Europa e non solo. Sotto il peso di una massiccia e onni-pervadente corruzione da parte dei funzionari clienti ‘fedeli’ – il tesoro afghano è vuoto. I governanti fantoccio sono totalmente scollegati dai più importanti clans e associazioni regionali, etniche, religiose e familiari.

Washington non ha potuto ‘trovare’ nessuna classe economica utilizzabile in Afghanistan a cui ancorare una strategia di sviluppo. Non sono venuti a patti con la coscienza etnico-religiosa profondamente radicata nelle comunità rurali e hanno combattuto la forza politica più popolare tra i pashtu maggioritari, i Talebani, che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco del ‘9/11’.

Hanno artificialmente raffazzonato un esercito di massa di analfabeti scontrosi sotto il comando imperiale occidentale e l’hanno guardato cadere a pezzi, disertare verso i Talebani o volgere le proprie armi contro le truppe di occupazione straniera. Questi ‘errori’, che rappresentano il fallimento della fazione militarista nella guerra in Afghanistan sono dovuti, in gran parte, alla pressione e all’influenza della fazione sionista, che voleva muoversi rapidamente verso la loro massima priorità, una guerra degli Stati Uniti contro il primo nemico di Israele – l’Iraq – senza consolidare il controllo degli Stati Uniti in Afghanistan. Per i Sionisti, l’Afghanistan (immaginato come una ‘fumata di sigaretta’ o una rapida vittoria) era solo uno strumento per preparare il terreno per una molto più grande sequenza di guerre U.S.A., contro gli avversari arabi e persiani regionali di Israele.

Prima che i militaristi avessero potuto stabilire un ordine vitale e una struttura governativa duratura in Afghanistan, l’attenzione si spostò a una guerra sionista incentrata contro l’Iraq.
La preparazione della guerra USA contro l’Iraq deve essere intesa come un progetto interamente realizzato da e per lo stato di Israele, per lo più attraverso i suoi agenti all’interno del governo degli Stati Uniti e l’élite politica di Washington. L’obiettivo era quello di stabilire Israele come l’incontrastato potere politico-militare nella regione usando le truppe e il denaro americano e preparando il terreno per ‘la soluzione finale’ di Tel Aviv nei confronti del ‘problema’ palestinese; l’espulsione totale…

La campagna militare e l’occupazione degli Stati Uniti comprendeva la vendita all’ingrosso e la sistematica distruzione dell’Iraq: la sua legge e l’ordine, la sua cultura, l’economia e la società – così che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di recupero. Tale feroce campagna non ha risonanza con nessun settore produttivo dell’economia degli Stati Uniti (o, in quest’ottica, con nessun interesse economico di Israele).

La fazione sionista di Washington si è accinta a una parodia del ‘bagno di sangue dei Khmer di Pol Pot’, nell’individuare ed eliminare qualsiasi professionista competente e con esperienza, funzionario, scienziato, intellettuale, o ufficiale militare in grado di ri-organizzare e ri-costruire il tessuto sociale uscito devastato dalla guerra. Sono stati assassinati, arrestati, torturati o cacciati in esilio. L’occupazione ha deliberatamente incoraggiato i partiti religiosi e le tribù tradizionali a impegnarsi in massacri inter-comunali e nella pulizia etnica. In altre parole, la fazione sionista non ha perseguito la politica, tradizionalmente intesa, di costruzione di un impero, che riutilizza i funzionari di secondo livello di uno stato conquistato, per formare un regime clientelare competente e utilizzare la grande ricchezza di petrolio e gas dell’Iraq per ri-costruire la sua economia. Invece, hanno scelto di imporre una politica della terra bruciata; dando briglia sciolta a organizzati eserciti settari, imponendo il dominio di espatriati grottescamente corrotti e mettendo i più venali e settari clienti in posizione di potere. L’effetto è stato quello di trasformare il paese arabo laico più avanzato in un ‘Afghanistan’ e in meno di 15 anni distruggere secoli di cultura e comunità.

L’obiettivo della ‘strategia sionista’ era quello di distruggere l’Iraq come rivale regionale di Israele. Il costo di oltre un milione di Iracheni morti e di molti milioni rifugiati non ha rimorso nessuna coscienza a Washington e a Tel Aviv.

Dopo tutto, la tradizionale ‘fazione militarista’ di Washington ha ricevuto il conto (che è costato centinaia di miliardi), e lo ha trasferito ai contribuenti americani (ben più di un trilione di dollari) e ha usato le morti e le sofferenze di decine di migliaia di soldati americani per fornire un pretesto per diffondere più caos. Il risultato del loro casino comprende lo spettro dell’’Isis’, che essi possono considerare come un successo – dal momento che l’isteria verso l’’Isis’ spinge l’Occidente ‘più vicino a Israele’.

La profonda portata di morte e distruzione inflitti alla popolazione irachena dalla fazione sionista ha portato migliaia di ufficiali baathisti altamente competenti, che erano sopravvissuti allo Shock and Awe e ai massacri settari, a unirsi agli armati Islamisti Sunniti e, infine, a formare lo Stato Islamico in Iraq e in Siria (ISIS). Questo gruppo di ufficiali militari iracheni esperti ha costituito il nucleo tecnico strategico dell’Isis, che ha lanciato un’offensiva devastante in Iraq nel 2014 – prendendo importanti città del nord e facendo fuori completamente l’esercito fantoccio, addestrato dagli Stati Uniti, del ‘governo’ di Baghdad. Da lì si sono trasferiti in Siria e oltre. È fondamentale per comprendere le radici dell’ISIS: la fazione sionista, tra i politici militaristi U.S.A., ha imposto una deliberata politica di occupazione ‘da terra bruciata’, che ha unito gli altamente qualificati ufficiali militari baathisti nazionalisti ai giovani combattenti sunniti, mercenari jihadisti sia locali che sempre più stranieri. Questi membri sradicati della tradizionale élite militare-nazionalista irachena avevano perso le loro famiglie nelle stragi settarie; sono stati perseguitati, torturati, spinti alla clandestinità e molto motivati. Letteralmente, non avevano nulla da perdere!

Questo nucleo della leadership dell’ISIS si trova in netto contrasto con il coloniale, corrotto e demoralizzato esercito messo insieme dai militari degli Stati Uniti con più denaro che morale. L’ISIS ha rapidamente spopolato attraverso la metà dell’Iraq ed è arrivato entro 40 miglia da Baghdad.

La fazione militarista degli Stati Uniti ha fronteggiato la sconfitta militare dopo otto anni di guerra. Hanno mobilitato, finanziato e armato i loro clienti mercenari curdi nel nord dell’Iraq e hanno reclutato lo sciita Ayatollah Ali al-Sistani per fare appello alla milizia sciita.
L’ISIS ha sfruttato la rivolta islamica filo-occidentale in Siria – e ha ampliato il proprio dominio ben oltre il confine. La Siria aveva accettato un milione di profughi iracheni dall’invasione degli Stati Uniti, tra cui molti della superstite esperta élite amministrativa nazionalista dell’Iraq. I militaristi americani si trovano in un dilemma – un’altra guerra su vasta scala non sarebbe politicamente fattibile, e il suo esito militare incerto … Inoltre, gli Stati Uniti erano avevano alleati dubbi – specialmente i Sauditi – che avevano le loro ambizioni regionali.

La Turchia e l’Arabia Saudita, Israele e i Curdi erano tutti desiderosi di espandere il loro potere territorialmente e politicamente.

In mezzo a tutto ciò, i tradizionali militaristi di Washington sono stati lasciati senza una strategia imperialista globale praticabile. Invece, essi improvvisano con finti ‘ribelli’, che affermano di essere moderati e democratici mentre prendono le armi e i dollari U.S.A. e, in ultima analisi, si uniscono ai più potenti gruppi islamici – come l’ISIS.

Lanciando una chiave nel meccanismo di ambizioni egemoniche israelo-saudite, la Russia, l’Iran e gli Hezbollah si sono schierati con il governo siriano laico. La Russia, infine, si è decisa a bombardare le roccaforti dell’ISIS – dopo aver identificato un significativo contingente di militanti ceceni dell’ISIS, i cui scopi sono in ultima analisi portare la guerra e il terrore in Russia.

La guerra U.S.A.-U.E. contro la Libia ha scatenato tutte le forze mercenarie retrograde da tre continenti (Africa, Asia ed Europa) e Washington si ritrova senza i mezzi per controllarle. Washington non ha potuto nemmeno proteggere il proprio consolato nella loro capitale regionale ‘liberata’, Bengasi – l’ambasciatore americano e due aiutanti dell’intelligence sono stati uccisi dagli stessi ‘ribelli’ di Washington. Le fazioni concorrenti e cooperanti dell’élite militarista di Washington hanno collocato la Libia su di un piatto fumante: promuovendo l’invasione, il regicidio e le centinaia di migliaia di profughi, che non si sono preoccupati neanche di ‘prevedere’ con un qualsiasi piano o strategia – solo, pura terra bruciata contro un altro avversario del Sionismo. E una strategica neo-colonia, potenzialmente lucrativa, nel Nord Africa è stata perso con nessuna responsabilità da parte degli architetti di Washington per una tale barbarie.

L’America Latina: l’ultimo avamposto delle multinazionali

Come abbiamo visto, i maggiori teatri della politica imperiale (il Medio Oriente e l’Asia) sono stati dominati da militaristi, non da diplomatici professionisti legati alle multinazionali. America Latina si pone come una sorta di eccezione. In America Latina, i politici statunitensi sono stati guidati da grandi interessi economici. Il loro obiettivo principale è stato portare avanti l’agenda neo-liberista. Alla fine, questo ha significato la promozione di accordi di ‘libero scambio’ incentrati sugli U.S.A., su esercitazioni militari congiunte, basi militari condivise e sostegno politico all’agenda militare globale degli Stati Uniti.

La ‘fazione militarista’ di Washington ha lavorato con la fazione di business tradizionale a sostegno dei colpi di stato militari falliti in Venezuela (2002 e 2014), il tentato colpo di stato in Bolivia del 2008, e un cambiamento di regime riuscito in Honduras (2010).

Per molestare il governo argentino indipendente, che stava sviluppando più stretti rapporti diplomatici e commerciali con l’Iran, un settore dell’élite finanziaria degli Stati Uniti (il magnate del ‘fondo avvoltoio’ Paul Singer) ha unito le proprie forze con quelle della fazione militarista sionista, nel sollevare accuse isteriche contro il presidente Cristina Kirchner per il suicidio ‘misterioso’ di un pubblico ministero argentino legato a Israele. Il pubblico ministero, Alberto Nisman, aveva dedicato la sua carriera a ‘mettere in piedi un caso’ contro l’Iran, con l’aiuto del Mossad e della C.I.A., per l’ irrisolto attacco bomba contro il centro della comunità ebraica di Buenos Aires nel 1994. Varie indagini avevano assolto l’Iran e l’’Affaire Nisman’ è stato un intenso sforzo per mantenere l’Argentina fuori dagli affari con l’Iran.

La fazione del business di Washington ha operato in una Latino-America lievemente ostile per la maggior parte degli ultimi dieci anni. Tuttavia, è stata in grado di recuperare influenza, attraverso una serie di accordi di libero scambio bilaterali e ha approfittato della fine del ciclo delle materie prime. Quest’ultimo ha indebolito i regimi di centro-sinistra e li ha riavvicinati a Washington.
The ‘excesses’ committed by the US backed military dictatorships during the nineteen sixties through eighties, and the crisis of the neo-liberal nineties, set the stage for the rise of a relatively moderate business-diplomatic faction to come to the fore in Washington. It is also the case that the various militarist and Zionist factions in Washington were focused elsewhere (Europe, Middle East and Asia). In any case the US political elite operates in Latin America mostly via political and business proxies, for the time being.

Gli ‘eccessi’ commessi dalle dittature militari sostenute dagli U.S.A. nel corso degli anni Sessanta fino agli ottanta, e la crisi dei neo-liberisti anni novanta, hanno posto le basi perché una fazione diplomatico-affaristica relativamente moderata venisse alla ribalta a Washington. Il caso ha voluto che le varie fazioni militariste e sioniste di Washington si siano concentrate altrove (Europa, Medio Oriente e Asia). In ogni caso, l’élite politica U.S.A. gestisce in America Latina per lo più tramite procura politica ed economica, per il momento.

Conclusione

Dalla nostra breve panoramica, è chiaro che le guerre hanno un ruolo chiave nella politica estera degli Stati Uniti nella maggior parte delle regioni del mondo. Tuttavia, le politiche di guerra nelle diverse regioni rispondono a diverse fazioni nella élite di governo.

La fazione militarista tradizionale predomina nella creazione di scontri in Ucraina, Asia e lungo il confine con la Russia. In tale contesto, l’esercito degli Stati Uniti, l’Aeronautica e le forze speciali svolgono un ruolo leader e abbastanza convenzionale. In Estremo Oriente, la Marina e l’Aeronautica Militare predominano.

In Medio Oriente e in Asia meridionale, le fazioni militari (Esercito e Aeronautica) condividono il potere con la fazione sionista. Fondamentalmente, i Sionisti dettano la politica sull’Iraq, in Libano e in Palestina e i militaristi seguono.

Le due fazioni si sono sovrapposte nella creazione della débacle in Libia.

Le fazioni formano coalizioni mutevoli, sostenendo guerre di interesse per i rispettivi centri di potere. I militaristi e i Sionisti hanno lavorato insieme nel lanciare la guerra in Afghanistan; ma una volta lanciata, i Sionisti hanno abbandonato Kabul e si sono concentrati sulla preparazione dell’invasione e l’occupazione dell’Iraq, che era di gran lunga il maggior interesse di Israele.

Va notato che in nessun momento l’élite del petrolio e del business ha giocato un ruolo significativo nella politica di guerra. La fazione sionista ha spinto duramente per garantire un intervento a terra diretto degli Stati Uniti in Libia e Siria, ma non è stata in grado di costringere gli Stati Uniti a inviare grandi contingenti di truppe a terra, a causa dell’opposizione dei Russi, nonché di un settore in crescita dell’elettorato statunitense. Allo stesso modo, i Sionisti hanno svolto un ruolo di primo piano nell’ imporre con successo sanzioni contro l’Iran e un ruolo importante nel perseguire le banche di tutto il mondo accusate di violare le sanzioni. Tuttavia, essi non sono stati in grado di bloccare la fazione militare nel garantire un accordo diplomatico con l’Iran sul suo programma di arricchimento dell’uranio – senza andare in guerra.

Chiaramente, la fazione del business svolge un ruolo importante nella promozione degli accordi commerciali degli Stati Uniti e cerca di abolire o evitare le sanzioni nei confronti di importanti partners commerciali, reali e potenziali, come la Cina, l’Iran e Cuba.

La fazione dei Sionisti, tra i responsabili politici dell’élite di Washington, prende posizioni che spingono costantemente per le guerre e le politiche aggressive contro ogni regime nel mirino di Israele. Le differenze tra la fazione militarista tradizionale e quella sionista sono offuscate dalla maggior parte degli autori, che evitano scrupolosamente di identificare i decision-makers sionisti, ma non importa chi ci guadagna e chi perde.

Il tipo di guerra che i Sionisti promuovono e realizzano – la totale distruzione dei paesi nemici – mina i progetti della tradizionale fazione militarista e impedisce ai militari di consolidare il potere in un paese occupato e incorporarlo in un impero stabile.

È un grave errore confondere queste fazioni: il business, le varie fazioni militariste e quella sionista dell’élite politica di Washington non sono un gruppo omogeneo. Esse possono sovrapporsi a volte, ma differiscono anche per gli interessi, le debolezze, l’ideologia e l’affiliazione. Esse differiscono anche nelle loro alleanze istituzionali.

L’ideologia militarista generale, che permea la politica estera imperiale U.S.A. nasconde una debolezza profonda e ricorrente – i politici statunitensi padroneggiano i meccanismi della guerra, ma non hanno alcuna strategia per governare dopo l’intervento. Questo è stato evidente in tutte le guerre recenti: Iraq, Siria, Libia, Ucraina, etc. L’improvvisazione ha più volte portato a fallimenti monumentali: dal finanziamento di eserciti fantasma al sanguinamento di miliardi per sostenere regimi fantoccio incompetenti e cleptocratici. Nonostante le centinaia di miliardi di denaro pubblico sprecato in questi disastri in serie, nessun politico è stato ritenuto responsabile

Guerre lunghe e memorie brevi sono la norma per i governanti militaristi di Washington, che non perdono il sonno per i loro errori. I Sionisti, dal canto loro, non hanno nemmeno bisogno di una strategia per il dominio. Spingono gli Stati Uniti in guerra per conto d’Israele, e una volta che hanno distrutto “il paese nemico” lasciano un vuoto da riempire con il caos. Il pubblico americano fornisce l’oro e il sangue per queste disavventure e non raccoglie altro che degrado interno e un maggiore conflitto internazionale.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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