Il Venezuela nel consiglio ONU per i Diritti Umani grazie al voto africano

Chavez-Africadi Marco Nieli

L’elezione del Venezuela e dell’Ecuador a membri del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, avvenuta con il voto favorevole di 131 paesi (molti dei quali africani) lo scorso 28 ottobre a Ginevra, dà adito a importanti riflessioni sulle trasformazioni in tempo reale del quadro geo-politico contemporaneo e sul ruolo dell’ONU come istituzione sovra-nazionale ancora squilibrata sullo strapotere dei soliti noti.

Pochi sanno, perché l’informazione strumentalmente non è passata sui media main-stream (almeno non nella stessa misura degli attacchi per le presunte violazioni venezuelani dei diritti umani), che a presiedere questo Consiglio dell’ONU è, dal passato settembre, l’Ambasciatore saudita a Ginevra, Faisal Trad. L’Arabia Saudita, che ha evidentemente forti sponsors all’interno dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è un paese che pratica correntemente la fustigazione per le donne o gli oppositori che rivendicano diritti civili e politici (si tratta di una monarchia assoluta). L’anno passato, l’alleato occidentale chiamato Arabia ha decapitato pubblicamente un numero di dissidenti politici e detenuti comuni maggiore di quelli passati per le mani dell’ISIS, ma nessuno sembra sconvolgersi per queste pratiche e nemmeno Obama, che nell’agosto 2014 era in visita di stato a Rijhad, sembra essersene accorto. Qualche malpensante potrebbe insinuare che non erano teste di cittadini USA.

Sorvolando anche sulle atrocità commesse sui ribelli Houthi (di culto sciita) nello Yemen (costati ad oggi circa 2300 vittime tra la popolazione civile), l’Arabia Saudita doveva sembrare agli USA e all’UE il candidato ideale per ricoprire questa carica, almeno per come intendono loro i diritti umani, cioè a senso unico e quando conviene a loro. Recentemente, un cable rivelato da Wikileaks ha informato di una trattativa segreta tra l’Arabia e il governo britannico di Cameron per l’elezione di questo imprescindibile alleato del Medio Oriente, tra l’altro tra i maggiori finanziatori dell’ISIS. Evidentemente, l’elezione dell’Arabia Saudita a presiedere il Consiglio serviva a ribaltare una tendenza alla condanna di Israele per le violazioni dei diritti umani dei Palestinesi (ben 62 dal 2006, anno di nascita dell’organismo): inondando di petrol-dollari quest’istituzione dell’ONU, ci si sarebbe concentrati un po’ di più sull’Iran e sulla Siria per i prossimi tre anni, avranno pensato gli apprendisti stregoni del caso. Inutile dirlo, nessuno, ovviamente, ha fatto sentire la propria voce contro questa decisione: dalla Mogherini, Commissario esteri dell’UE al Segretario Generale dell’Assemblea delle Nazioni Unite, Bank-I-Mun. Poche le organizzazioni per i diritti umani che hanno fanno notare l’assurdità di questa nomina, tra cui la UN Watch, che metteva in guardia contro un possibile screditamento dell’istituzione.

Quando si trattava di votare i 7 membri mancanti dello stesso Consiglio (per un totale di 47), sul finire del mese di ottobre, sulla candidatura del Venezuela si sono invece scatenati gli strali della campagna disinformativa globale, orchestrata dai poteri forti dell’imperialismo occidentale, a guida yankee. Diverse le organizzazioni, quasi tutte a guida USA, per lo più finanziate dai vari organismi di manipolazione NED e USAID, che hanno denunciato questa candidatura come incompatibile con i valori delle Nazioni Unite (interpretati in salsa occidentale, ovviamente). Per fortuna, l’elezione del Venezuela è passata, insieme a quella di altri 6 paesi (gli Emirati Arabi Uniti, il Burundi, l’Ecuador, l’Etiopia, il Kirghizistan e il Togo), anche grazie ai voti di numerosi paesi africani.

In un posteriore intervento a Ginevra, l’11 novembre, davanti al Consiglio, il Presidente della Repubblica Bolivariana di Venezuela, Maduro, ha testualmente detto: “La questione dei diritti umani, disegnata dai media, è il tentativo occidentale concepito per screditarci, per tentare di isolare il nostro paese e proteggere coloro che cospirano per distruggere il sistema dei diritti umani e della democrazia che abbiamo costruito nel corso degli ultimi 17 anni“.

Evidentemente, i diritti umani interpretati in ottica sudamericana (e bolivariana), proprio non coincidono con la vulgata superficiale del “siamo tutti Charlie Hebdo”. Semplificando volutamente questioni di grande complessità, si potrebbe dire, diritto alla libera espressione contro diritti elementari come il non morire di fame, il curarsi, avere una casa e un lavoro degni. Proprio in questi giorni, infatti, a un forum organizzato dallo stesso Consiglio, sempre a Ginevra, sulle violazioni dei diritti umani promosse dalle imprese, il delegato venezuelano Larry Devoe ha ricordato come, nel caso del Venezuela, si sia assistito, nel 2015, a una vera e propria guerra economica, in cui il paese ha dovuto confrontarsi con”gli effetti causati dall’azione di settori imprenditoriali che hanno deciso di attentare contro la nostra economia, con l’obiettivo di desestabilizzare la democrazia” e ha aggiunto che “le imprese, in modo deliberato, hanno colpito la distribuzione e disponibilità di alimenti e articoli di consumo personale, sottomettendo il nostro popolo a difficoltà per accedere a beni di base”.

Sul ruolo avuto da diversi paesi africani nella cruciale votazione del 28 ottobre, va fatta un’ulteriore riflessione. Se oggi a decidere realmente le sorti del mondo fosse l’Assemblea dell’ONU, ci troveremmo di fronte a una situazione internazionale per lo meno più equilibrata, rispecchiante almeno in parte il multipolarismo che si è di fatto creato con l’avvento dei BRICS, dell’ALBA e dell’asse Russia-Cina sullo scenario globale.

Parecchi paesi africani in via di sviluppo sono, infatti, molto interessati al modello autenticamente e fattivamente cooperativo offerto dal Venezuela in questo continente. Di questo aspetto della politica estera venezuelana si parla poco o niente, mentre il dibattito sull’Africa da parte dei media main-stream occidentali è tutto concentrato sulle ricette (fallimentari) dell’FMI e dei trattati di libero commercio firmati con l’UE e gli USA, ovviamente in chiave anti-cinese.

Qualcuno forse ricorderà che l’immortale Presidente Chávez, dal 2004-2005 stava invitando e promuovendo l’intensificazione strategica dell’attenzione per i problemi dell’Africa e dei popoli afro-discendenti (per esempio, con l’Agenda Africa, l’istituzione nel 2005 di un Vice-ministerio de Relaciones Exteriores para el África (VREA) e nel 2007 il festival culturale dei Popoli Africani a Caracas, seguito da periodici vertici africano-latino-americani, i cosiddetti ASA). Ricordiamo anche il programma di aiuto agli afro-americani di Harlem per riscaldarsi con i derivati del petrolio durante i rigidi inverni new-yorchesi.

In conseguenza di questa proiezione verso la “madre Africa”, oggi, all’epoca del presidente Maduro, la cooperazione economica della Republica Bolívariana de Venezuela con i paesi africani è vastissima. La lista delle iniziative promosse dalla VREA e da altri organismi è amplia e quanto mai sconosciuta da noi in Occidente:

-più di 100 accordi di cooperazione nel quadro dell’agricultura, della comunicazione, dell’energia e della cultura, con paesi africani negli ultimi anni;

-contributo da parte del Venezuela di US$ 500.000  destinati al programma malense di sviluppo delle piccole imprese;

-sviluppo in Mali di programmi di salute ed educazione, con la collaborazione di Cuba;

-cooperazione con l’Etiopia in materia di sfruttamento ed estrazione di petrolio e gas, salute ed educazione;

-creazione della Liga de la Amistad y Solidaridad entre los Pueblos de Angola y Venezuela, la quale ha come obiettivo quello di contribuire al sistema educativo attraverso la fornitura di materiali scolastici e la creazione della Camera di Commercio e di Industria Angolano-Venezuelana;

-accordi di cooperazione energetica tra la PDSVA del Venezuela e la sua omologa energetica dell’Angola;

-implementazione, da parte del Venezuela, per mezzo del Programma
Mondiale di Alimenti dell’ONU, di uno schema di Cooperazione con l’Africa, in special modo nell’area dell’aiuto alimentare volto a paesi come
il Burkina Faso, il Gambia, il Mali, la Mauritania e il Niger, oltre a un programma di aiuti emergenziali non rimborsabili per il Kenia, il Gambia, la Repubblica del Saharawi e la Somalia;

-cooperazioni avviate in materia di desertificazione, specie nel bacino del fiume Niger e in quello del fiume Congo;

-dichiarazione congiunta con il Benin, che spiana il cammino per lo scambio in materia energetica, agricola, culturale ed economica;

-11 protocolli con il Sudafrica;

-programma “sponsorizza una scuola in Africa”, che fino a oggi conta con l’appoggio di diverse istituzioni dello Stato venezuelano e che beneficia 125.000 studenti di vari paesi africani;

-ingresso del Venezuela come osservatore nella Commissione Economica dell’Africa Australe (SADC) e nella Commissione Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS).

E la lista potrebbe continuare a lungo. Tutti esempi di contributi allo sviluppo e/o all’interscambio assolutamente paritetico e orizzontale, nell’ottica solidaria della politica estera ispirata all’anti-imperialismo e alla cooperazione, inaugurati dall’ALBA voluta da Chávez.

Sarà forse per questo, almeno in parte, che oggi i paesi africani ringraziano, con il loro appoggio all’Assemblea dell’ONU, il paese che ha loro mostrato una via diversa, forse più difficile, ma anche più solida e meno effimera, allo sviluppo.

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