Isaías Rodríguez: «L’alternativa al capitalismo è viva e praticabile»

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Roma, 26 ottobre 2015.- Julián Isaías Rodríguez Díaz: «Ecco perché il Socialismo Bolivariano fa paura agli Usa». Intervista all’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana. 

Il 6 dicembre si terranno le elezioni politiche in Venezuela. Quale importanza avrà l’esito di queste elezioni per il Venezuela e per tutta l’America Latina?

Cominciamo dal Venezuela e poi dall’America Latina. Sarà scelto il parlamento venezuelano. In tutti i paesi del mondo si tratta di elezioni fondamentali, perché il Parlamento è il potere sovrano che legifera e a cui spetta gran parte delle decisioni politiche. In questo momento il governo venezuelano detiene la maggioranza parlamentare. In queste elezioni si deciderà se questa maggioranza verrà confermata o meno. Noi crediamo che questa maggioranza verrà confermata. Questa è la cosa più importante, rafforzare il potere legislativo del paese.

Che stabilità dà al paese mantenere un parlamento che sia conseguente con il processo  venezuelano? In primo luogo tutte le decisioni di natura economica si prendono qui, gli accordi  economici del paese si prendono qui,  i trattati internazionali si ratificano qui e le leggi venezuelane si decidono fondamentalmente qui. In determinati casi il Presidente della Repubblica o il potere esecutivo possono avere la facoltà di emanare leggi, ma questa facoltà deve essere autorizzata dal potere legislativo. Se non è autorizza, il potere legislativo spetta interamente al parlamento.

Quindi queste elezioni sono fondamentali a che il processo venezuelano continui ad essere un processo socialista, consentendo ai poteri essenziali, che sono il parlamento e il potere esecutivo, di andare avanti di pari passo.

In questo momento, le aspettative su questo processo elettorale non sono solo per il Venezuela, ma anche per l’America Latina. E io direi anche per il mondo intero. Tutte le campagne che attualmente sono portate avanti  in Venezuela  da parte dell’opposizione nazionale e internazionale, hanno il fine di fare in modo che il processo elettorale si risolva in favore dell’opposizione. Per questo è stata scatenata una guerra economica, una guerra diplomatica, una guerra di disinformazione e indubbiamente una guerra politica da parte degli Stati Uniti e dell’UE nei confronti del Venezuela.

Perché tutto questo? Il Venezuela in questo momento è un’enclave anti neo-liberale. Tanto l’Unione Europea quanto gli Stati Uniti vogliono un mondo guidato dal neoliberalismo e dalla globalizzazione. Il Venezuela ha un progetto di società alternativa non soltanto rispetto a quella degli Stati Uniti, ma alternativa al neoliberalismo e al capitalismo. Da questo punto di vista il processo elettorale venezuelano ha un’importanza mondiale.

C’è anche un’altra ragione per cui è il risultato di queste elezioni è importante per l’America Latina. L’America Latina, in particolare il Sud America costituisce un blocco. Un blocco di paesi che si configura come società alternativa al capitalismo. Sono  direttamente coinvolti in questo processo Ecuador, Venezuela e gli altri paesi dell’ALBA. Inoltre le decisioni che sono state prese contro  l’Alca, l’area guidata dagli Stati Uniti, sono state adottate non solo da questi paesi, ma anche Argentina, Brasile e Uruguay, che per l’America Latina non sono importanti solo per ALBA ma anche perché fanno parte del Mercosur. Quindi l’idea è che il nostro processo sia una strategia per l’America Latina come blocco, per prendere decisioni in maniera congiunta. Per questa ragione è fondamentale per l’America Latina il trionfo del nostro progetto in queste elezioni parlamentari.

12283297_10207419594481073_1984839649_nDopo la vittoria delle ultime elezioni abbiamo visto l’opposizione scatenare  violente rivolte finalizzate a rovesciare il governo. Queste azioni di destabilizzazione hanno avuto il sostegno mediatico e politico di USA e UE. Ritiene che anche adesso ci siano pressioni esterne volte a condizionare l’esito elettorale? Di quale natura?

Sono di molteplice natura: mediatiche, economiche, diplomatiche, politiche, inclusa anche la via della cospirazione, attentano direttamente contro lo Stato. Non si tratta di pressioni legittime, ma illegittime e illegali, che vengono mosse contro il Venezuela. Tutte hanno come quinta colonna l’opposizione venezuelana, ma fuori dal paese l’Unione Europea, gli Stati Uniti e l’informazione del mondo globalizzato in genere, costituiscono il cannone puntato contro il Venezuela, esercitando pressioni di ogni natura.

Sono aumentate, soprattutto nell’ultimo periodo, le pressioni diplomatiche da parte di alcune istituzioni degli Stati Uniti e di organismi internazionali, che hanno cercato di utilizzare la OSA e stanno utilizzando alcuni paesi dell’America Latina integrati nell’area di influenza statunitense. Le pressioni, a livello internazionale, arrivano principalmente dai mezzi di comunicazione e dal mondo diplomatico. Ad esempio molte decisioni del parlamento europeo sono condizionate dagli Stati Uniti. L’Europa obbedisce alla linea strategica degli Stati Uniti nei confronti di un paese come il Venezuela, che non ha motivo di trovarsi nell’agenda di una potenza come l’Unione Europea. Si trova nell’agenda degli Stati Uniti per le ragioni che indicavo prima: stiamo costruendo una società alternativa al capitalismo. Non credo che dovrebbe far parte dell’agenda dell’UE.

Insisto che in questo momento le pressioni più importanti sono di natura diplomatica e economica. Se contro Cuba esiste un blocco di diritto, contro il Venezuela si è costituito un blocco di fatto, ossia un blocco definito all’interno di un contesto di relazioni internazionali. Un blocco di fatto che evidentemente ha conseguenze interne. Questo blocco ha fatto schizzare l’inflazione interna al Venezuela, ha determinato la difficoltà nel reperire alcuni prodotti necessari alla vita quotidiana, sta ponendo il paese in una situazione economica che, non fosse stato per le alleanze internazionali costruite dal presidente Chávez prima della sua dipartita fisica, avrebbe travolto il Venezuela.

Ci si trova senza dubbio dinnanzi a una guerra di sanzioni contro Russia e Venezuela. Ma non è soltanto questo. Si sta anche costruendo un mercato parallelo al mercato sud americano, l’alleanza del Pacifico  collegata all’alleanza con l’Unione Europea (il TTIP). Fortunatamente per noi, e sfortunatamente per gli Stati Uniti, la base economica di questi accordi è messa in dubbio anche dai paesi europei, come si evince da alcune dichiarazioni di Francia e Germania. Si può dire che in questo momento c’è una guerra in atto, che è fondamentalmente una guerra diplomatica ed economica.

Ma c’è una guerra mediatica, una guerra di disinformazione, la cosiddetta guerra di IV generazione, che mira a dare al mondo un’idea distorta di ciò che accade dentro il paese, tanto dal punto di vista politico, quanto sociale ed economico. Questa guerra è volta a mostrare il paese come una dittatura, senza democrazia interna e senza solidità economica. Un paese che ha i maggiori giacimenti petroliferi del mondo, anche quando viene ridotto il prezzo del greggio a livello nazionale, non può comunque versare in una situazione di debolezza economica. Basti ricordare che quando il Comandante Chávez è diventato presidente il prezzo del petrolio si aggirava sui 9 dollari al barile mentre in questo momento è a 40 dollari. Quindi abbiamo di che vivere!

Il Venezuela non è nuovo a ingerenze esterne. Nel  2002 il governo neocon di Bush aveva sostenuto un colpo di stato militare contro Chávez, e da allora ha sempre esercitato pressioni esterne, il cosiddetto Golpe Continuado. Perché il socialismo bolivariano fa così tanta paura agli Usa?

Il socialismo bolivariano è dichiarato dal  presidente Chávez nel 2005. Il chavismo non arriva al potere in Venezuela come un progetto esplicitamente socialista, ma come progetto nazionalista. Chávez viene eletto presidente nel 1999. In questi cinque anni il presidente Chávez si rende conto che il progetto bolivariano deve essere inscritto in qualcosa che va molto più in là del nazionalismo, che deve essere organico a un progetto socio-politico, un progetto ideologico con una teoria determinata. Assume quindi la definizione di progetto socialista, il cosiddetto socialismo del XXI secolo, così definito per  distinguerlo etimologicamente dal cosiddetto “socialismo reale”, il socialismo instaurato nella Russia Sovietica nel 1917 che si concluse con la caduta del muro di Berlino e la fine del blocco sovietico. La guerra dell’imperialismo contro questo progetto, che aveva configurato due  modelli alternativi per l’umanità, ha effettivamente raggiunto i suoi propositi. Li ha raggiunti perché è riuscito a screditarlo davanti al mondo. In Europa per esempio il socialismo è visto come un progetto atroce e orribile. La grande macchina mediatica dei mezzi di comunicazione controllati dagli Stati Uniti ha mostrato il progetto sovietico simile a quello hitleriano, se non peggiore.

Il Venezuela bolivariano ha riscattato la parola stessa del socialismo. A pochi anni dalla caduta del muro di Berlino, siamo riusciti a riportare nella storia il socialismo come alternativa possibile alle ingiustizie, alla miseria e all’oppressione provocate dal capitalismo, a indicare una strada pacifica verso una società più giusta ed eguale, ad aprire uno spazio di riflessione e speranza a tutte le forze politiche progressiste che si pongono come fine la liberazione dei popoli dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. È una via nazionale al socialismo che si pone in continuazione con l’esperienza cubana e che senza Fidel non sarebbe potuta esistere. È un socialismo scientifico e umanista, ma sarebbe sbagliato pensare che si possa prendere il socialismo reale dell’Unione Sovietica e applicarlo così com’è  in una realtà come il Venezuela di oggi. Sarebbe anti-dialettico credere una cosa del genere. Il cosiddetto socialismo del XXI secolo è arricchito dell’esperienza storica dei nostri Libertadores, di Simón Bolívar, dallo spirito del cristianesimo delle origini e dalla pratica delle teologie della liberazione. È stato raggiunto per via pacifica e democratica, attraverso esperimenti di democrazia partecipativa. Non è un socialismo perfetto: il progetto di eliminazione delle ingiustizie, dell’inclusione sociale,della povertà, è ancora incompleto. È un processo ancora in atto e sono stati commessi errori, ma siamo riusciti a mostrare che esiste ancora la possibilità di creare un modello sociale che garantisca a tutti diritti fondamentali come alimentazione, salute, istruzione e abitazione, che  ponga la lotta alla povertà, e non il profitto privato, come fine, che abbia una visione geopolitica di cooperazione e integrazione e che imponga la proprietà sociale sui mezzi di produzione e sulle risorse strategiche, come noi abbiamo fatto con la nazionalizzazione del petrolio. Tutto ciò fa paura agli Usa  perché dimostra che l’alternativa al capitalismo non è stata sconfitta, ma è nella storia, è viva e praticabile.

Chávez aveva implementato i rapporti con i BRICS. Qual è il ruolo di questo blocco rispetto all’imperialismo Usa, nell’attuale fase storica? 

I BRICS sono le cinque economie emergenti nel secolo XXI. Stiamo parlando di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Nelle condizioni geopolitiche che si presentano nell’attuale fase storica, l’azione di un gruppo di paesi che faccia da contrappeso alla politica economica e internazionale degli Stati Uniti acquisisce sempre più importanza. Questo è ciò che realmente stanno facendo i BRICS. Il G8 e il G20 hanno perso molto della loro solidità perché si limitano a obbedire agli Usa. In questo modo non si può agire per risolvere i problemi del mondo. Per questa ragione si è costituito il gruppo dei BRICS.

I BRICS che proposito hanno? La prevedibilità e la sostenibilità delle relazioni internazionali, la promozione di una nuova architettura di sicurezza e stabilità di sviluppo, fondate su rapporti di uguaglianza e nel rispetto del diritto internazionale, la indivisibilità della sicurezza e il rifiuto di usare la forza o minacciare con la forza gli altri paesi. I BRICS hanno anche una caratteristica molto importante: sono un contrappeso a quello che si definisce il consenso di Washington e cercano un ordine internazionale che sia rispettoso dell’autodeterminazione dei popoli. In questo contesto posso dire che le loro riserve internazionali dispongono di 5 miliardi di dollari, cosa che li rende il primo gruppo di creditori del tesoro degli Stati Uniti. Un terzo del debito che gli Stati Uniti hanno contratto con il mondo. Questo vuol dire che detengono un forte potere. Inoltre riuniscono una popolazione di circa tre miliardi di persone, cioè circa il 40% della popolazione mondiale. Con l’Argentina, che si aggiunge al gruppo dei BRICS, si consolideranno come il grande mercato potenziale del futuro. Cosicché non abbiamo alcun dubbio che quello dei BRICS sia un nuovo potere che si leva in contrapposizione alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.

Ciò permette  ai BRICS un margine di manovra politica ed economica molto significativa, la cui conseguenza principale è sostituire delle relazioni internazionali basate sulla subordinazione agli Stati Uniti, con  relazioni di cooperazione, in cui le divergenze fra i vari paesi si risolvono, non per mezzo militare, ma attraverso tavoli di negoziazione. Ci sono due diverse visioni dei BRICS: alcuni lo considerano un organismo politico, altri economico. È molto difficile separare la politica dall’economia in alcune circostanze, ma chi si dice marxista sa che la politica senza l’economia non ha ragione di esistere. La politica è una sovrastruttura mentre la struttura è l’economia, ed è la struttura a determinare la sovrastruttura. Per questa ragione i BRICS giocano un ruolo molto importante nella democratizzazione delle relazioni internazionali nel mondo, soprattutto perché forniscono un’alternativa diversa a quella del FMI e della BM, che sono due istituzioni controllate totalmente dagli Stati Uniti al punto che, all’interno di queste istituzioni, la moneta che circola è il dollaro, imposto dagli USA. Mai è avvenuto un dibattito o una votazione per decidere quale  moneta utilizzare, il dollaro è stato imposto senza alcuna decisione democratica.

Già si sono viste le conseguenza della crisi del dollaro, che ha determinato una guerra tra valute che  dal 2008 sinora è stata mossa contro l’euro e la sterlina inglese. Figuriamoci se la stessa guerra venisse mossa all’America Latina, contro una moneta che non ha né la forza dell’euro né della sterlina inglese. Dinnanzi a questa situazione, quindi, è stata creata una banca di sviluppo e che adesso si vuole costituire per tutti i paesi dell’America Latina. Questo  apre a molte possibilità dal punto di vista economico, perché ci permetterà di non farci più manovrare attraverso le relazioni economiche e di attingere a prestiti a condizioni svantaggiose.

Qui abbiamo il triste esempio dell’Argentina, a cui il FMI aveva imposto durissime condizioni, privatizzazioni selvagge, in cambio dei prestiti.

La situazione che in Europa si sta delineando in Grecia, in Spagna e adesso in Inghilterra con Corbyn, si pone in opposizione al neoliberalismo perché, questa politica di austerità rafforza i settori privati e specialmente quello finanziario, a scapito della maggioranza della popolazione, che ha trascinato in una situazione di ingiustizia e crisi che tiene in stallo l’Europa, come prima aveva tenuto in stallo l’America Latina. Per questa ragione per noi i BRICS sono un’alternativa dal punto di vista economico, politico e di relazioni internazionali, che vogliamo si consolidi.

L’Italia ha sempre subito ingerenze analoghe a quelle del Venezuela e adesso soffre di una lunga crisi economica che si abbatte su lavoratori, famiglie e giovani qualificati costretti all’emigrazione. Che strada dovrebbe intraprendere il popolo italiano per uscire da questa situazione?

Qualunque strada il popolo italiano voglia seguire. In quanto ambasciatore della Repubblica Bolivariana non voglio certo interferire fornendo alcuna formula. Ma credo che tra il popolo italiano ci sia molto fermento e discussione tra i lavoratori e i giovani, categorie maggiormente colpite dalla crisi economica.

L’ideale sarebbe che il popolo italiano, e in particolare i settori più risoluti e progressisti, che hanno una visione politica alternativa, discutano e che discutano insieme, uniti, non dispersi e divisi. Che   definiscano una linea politica unica per tutti i settori progressisti. Non si può lottare da soli.

L’America latina è l’esempio di ciò: noi siamo stati divisi in molte nazioni. Siamo più di venti paesi. Essendoci state imposte le frontiere, è stata creata una linea nazionalista per impedire l’integrazione e dividerci. E tuttora siamo divisi.

Attualmente uno dei problemi della società venezuelana, che ostacola il suo progetto, deriva dall’essere divisa tra chi sostiene il socialismo e chi vi si oppone. Quelli che si oppongono al progetto socialista, però, non hanno alcun progetto alternativo per il Venezuela, nessun progetto, di nessuna natura. Semplicemente lo avversano. Si suppone che per essere contro qualcosa si debba avere una proposta alternativa, non che si contrasti qualcosa solo per contrastarlo. Questa è una trappola per l’opposizione venezuelana perché non avendo alcun progetto o proposta per il Paese, si capisce bene che l’unica cosa a cui l’opposizione ambisce è il potere solo per il potere stesso. Dicono di voler rimpiazzare il chavismo e il suo progetto, ma non hanno alcuna alternativa al chavismo e al suo progetto socialista. Vogliono solo dividere, è la tecnica del Machiavelli del divide et impera. Qui in Italia potete attingere dall’esperienza di Machiavelli e di Gramsci per costituire e sviluppare un progetto che permetta al popolo di costruire la propria società nel modo più felice e fortunato.

[Intervista realizzata da Clara Statello per ALBAinformazione]

 

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