Daniel Placeres, il deputato trasparente

di Geraldina Colotti – il manifesto

Uruguay. Intervista all’operaio-tupamaro, che ora è in parlamento, ma continua a lavorare in fabbrica

22ott2015.- «Dall’America latina all’Europa, pro­viamo a far cir­co­lare un’adrenalina comune, una nuova spinta al cam­bia­mento basata sugli ideali e sulla nostra sto­ria di rivo­lu­zione». La voce di Daniel Pla­ce­res, pacata e ferma, ben tra­dotta dalla gior­na­li­sta Nadia Ange­lucci, cat­tura l’attenzione dei pre­senti. Siamo nell’auletta par­la­men­tare dei gruppi messa a dispo­si­zione da Sel. L’ospite, accom­pa­gnato da una dele­ga­zione di movi­menti e asso­cia­zioni è il rap­pre­sen­tante nazio­nale del Movi­miento Par­ti­ci­pa­cion Popu­lar– Frente Amplio dell’Uruguay. E’ un ope­raio della fab­brica recu­pe­rata Envi­drio, che ha una gemella in Vene­zuela (Ven­Vi­drio). Fa il par­la­men­tare, ma con­ti­nua a lavo­rare in fabbrica.

Carlo De Ange­lis, della Coo­pe­ra­tiva sociale Agri­col­tura Capo­darco spiega il per­ché dell’incontro, ultima tappa di un viag­gio all’insegna della «coo­pe­ra­zione decen­trata inter­na­zio­nale»: con il cen­tro sociale La Strada, con il Cnca, con Action diritti, con Spin Time Labs e con l’Unione inqui­lini. Con l’Uruguay che ha por­tato alla pre­si­denza l’ex tupa­maro Pepe Mujica e che con­ti­nua a scom­met­tere su un modello inte­grato di par­te­ci­pa­zione popo­lare, il tema su tavolo è ghiotto: «uti­liz­zare la loro espe­rienza per aprire una rifles­sione sul rap­porto tra movi­menti sociali e poli­tici e sulla pos­si­bi­lità di un nuovo mutua­li­smo: per sanare la frat­tura che invece esi­ste in Ita­lia tra movi­menti sociali e poli­tici, fra spinte dal basso e rap­pre­sen­tanze isti­tu­zio­nali». Un tema par­ti­co­lar­mente sen­tito da Giu­lio Mar­con, indi­pen­dente di Sel, uno dei prin­ci­pali anfitrioni.

Pla­ce­res non si rispar­mia e per chia­rire il suo pen­siero, sven­tola la tes­sera da par­la­men­tare: «Que­sto car­tel­lino — dice — non deve diven­tare uno stru­mento di pri­vi­le­gio. Il par­la­mento deve aprirsi alla par­te­ci­pa­zione dei movi­menti e delle orga­niz­za­zioni popo­lari. Per molto tempo que­sto non è avve­nuto in Uru­guay, ma con la prima vit­to­ria del Frente amplio, nel 2004, i set­tori poli­tici hanno incor­po­rato le orga­niz­za­zioni sociali nelle deci­sioni. Il mes­sag­gio lan­ciato da Pepe Mujica, che è di tutti noi, è sem­plice: non vogliamo vivere come l’1% dei pri­vi­le­giati, ma come il 99% della popolazione».

Al ter­mine dell’incontro, Daniel Pla­ce­res ha con­ver­sato con il mani­fe­sto sulla situa­zione poli­tica in Uru­guay nella nuova geo­po­li­tica del con­ti­nente e nel con­te­sto inter­na­zio­nale.
Lei ha incon­trato i movi­menti per la casa, le asso­cia­zioni, i par­la­men­tari. Qual è il bilan­cio di que­sto viag­gio? Che idea si è fatta della situa­zione ita­liana?

E’ stato un viag­gio, breve, non ho la pre­sun­zione di avere un’idea esau­stiva. Però, per alcuni aspetti e fatte le debite pro­por­zioni, mi sem­bra che le domande emerse richia­mino quelle rima­ste ine­vase dalle nostre parti dopo la deva­sta­zione com­piuta dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste degli anni 80–90 e la crisi delle rap­pre­sen­tanze isti­tu­zio­nali tra­di­zio­nali. Non c’è uno spa­zio con­di­viso, un pro­gramma comune che dia sbocco alle richie­ste della popo­la­zione. Certo, l’Uruguay è un paese pic­colo, ma noi que­sto siamo riu­sciti a costruirlo. Il Frente Amplio è un movi­mento poli­clas­si­sta, che esi­ste dal 1971 ma che è andato affi­nando l’intesa fra le varie com­po­nenti, pur molto diverse: al nostro interno ci sono i comu­ni­sti, i socia­li­sti, i demo­cra­tici…

E come fate a tro­vare un accordo?

Si discute a fondo. All’inizio ognuno arriva con il pro­prio baga­glio, forte delle pro­prie gra­ni­ti­che con­vin­zioni. Molti non capi­vano per­ché un ope­raio dovesse discu­tere con un impren­di­tore — fosse anche uno di quelli che non vogliono sol­tanto sfrut­tare gli ope­rai. Ma poi tutti alla fine hanno capito che si deve cedere qual­cosa nel corso del con­fronto per par­te­ci­pare dav­vero alla gestione del paese e con­di­vi­derne costi e bene­fici. Alla fine, ci si mette d’accordo su alcuni punti del pro­gramma. E nes­suno può dero­gare, se non con­vo­cando un con­gresso che rimetta in discus­sione i punti da rive­dere.

E però le forze mode­rate cer­cano di far pas­sare misure neo­li­be­ri­ste sot­to­banco: come nel caso del Tisa, l’accordo per la libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi. Com’è andata?

Anche in quel caso, abbiamo dovuto fare una ple­na­ria. Durante il dibat­tito è emerso un orien­ta­mento pre­va­lente, con­tra­rio alla libe­ra­liz­za­zione dei ser­vizi, che ci avrebbe fatto tor­nare indie­tro dalle nostre prin­ci­pali con­qui­ste. Nei dieci anni di governi del Frente Amplio abbiamo avan­zato molto: per esem­pio nelle ener­gie alter­na­tive: a causa della crisi dell’Europa. Prima com­pra­vamo petro­lio per tra­sfor­marlo in ener­gia. Ave­vamo solo dighe e quando i fiumi si sec­ca­vano per la sic­cità, era­vamo dipen­denti dall’esterno. Ora il 40% della nostra ener­gia viene dall’eolico, dal foto­vol­taico, dal bio­di­sel… Passi avanti che certi parla-mentari non dicono per­ché vogliono appunto solo “parla-mentare”. E’ un pro­blema che vedo molto in Europa: ven­gono elette per­sone che diven­tano spe­cia­li­sti di leggi e isti­tu­zioni, ma che non sanno niente di fab­bri­che, di come si deve svi­lup­pare un’industria, come svi­lup­pare l’agricoltura, come fare in modo che un paese pro­duca e non debba sem­pre impor­tare. Comun­que, il nostro orien­ta­mento sul Tisa è stato por­tato al pre­si­dente Tabaré Vaz­quez, che avrebbe anche potuto non acco­glierlo e deci­dere diver­sa­mente. Invece ci ha dato ascolto, e il Tisa non è pas­sato, l’Uruguay è uscito dai nego­ziati. Ma c’è chi con­ti­nua a pen­sare che sarebbe posi­tivo par­te­ci­pare a que­sto tipo di accordi per­ché abbiamo biso­gno di ven­dere i nostri pro­dotti sugli altri mer­cati. L’Mpp non è mag­gio­ri­ta­rio nella coa­li­zione. E il dibat­tito è ancora aspro: per­ché quando in par­la­mento hai 50 depu­tati su 90, gli altri 40 con­tano. Soprat­tutto se pos­sono avere l’appoggio dei grandi media, com’è ancora in Uru­guay. I media, oggi, soprat­tutto la tele­vi­sione, rie­scono a san­ti­fi­care un demo­nio e vice­versa. Guar­date come distor­cono l’informazione sui governi pro­gres­si­sti dell’America latina: gli attac­chi for­sen­nati con­tro il governo di Nico­las Maduro, in Vene­zuela. Si san­ti­fica un gol­pi­sta come Leo­poldo Lopez, inter­fe­rendo nelle deci­sioni sovrane di un paese. Nes­suno dice che il Vene­zuela è l’unico paese al mondo ad aver svi­lup­pato un gigan­te­sco piano di costru­zione di case popo­lari, anche auto­ge­stito: oltre 700.000 in dieci anni.

Nel 2005, lei è stato inca­ri­cato da Hugo Cha­vez di dif­fon­dere l’esperienza di Envi­drio anche in Vene­zuela. Com’è andata e a che punto stanno le cose da voi per quanto riguarda le fab­bri­che recu­pe­rate?

Quel che non tutti sanno è che il primo incon­tro su que­sto tema è par­tito da Tabaré Vaz­quez e non da Pepe Mujica. Tabaré si è incon­trato con Cha­vez e hanno deciso di dare un forte impulso alle espe­rienze di auto­ge­stione. Noi ave­vamo recu­pe­rato la fab­brica Envi­drio. Insieme alla mia fami­glia ero andato a vivere nella fat­to­ria di Pepe per­ché non ave­vamo risorse. Era un periodo molto dif­fi­cile. L’Argentina ne sa qual­cosa. I padroni chiu­de­vano le fab­bri­che e ci lascia­vano in mezzo alla strada. Nel 2005, il governo ha riscat­tato molte imprese: soprat­tutto ha riscat­tato i mestieri. Allora, Tabaré ha creato per decreto un fondo di svi­luppo eco­no­mico costi­tuito con il 30% dei gua­da­gni della banca pub­blica. Poi, con Pepe, il decreto è diven­tato legge.

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