Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale

Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale: dentro la questione siriana

di Federico La Mattina – articolo tratto dal blog dell’Istituto Mediterraneo Studi Internazionali

Il conflitto siriano va contestualizzato all’interno della ‘guerra fredda’ per l’egemonia nel Golfo Persico (di fondamentale importanza geopolitica e geoenergetica) che vede opposte due potenze regionali con i loro alleati: Arabia Saudita e Iran. Tale conflitto pochi mesi dopo lo scoppio della rivolta ha subito un processo di internazionalizzazione: vi sono coinvolte le principali potenze regionali e mondiali e in Siria si sono riversati migliaia di miliziani jihadisti provenienti da decine di paesi diversi (attualmente l’autoproclamato califfato controlla una parte consistente del paese). L’incipit di un editoriale di “Limes” del 2013 fa proprio riferimento al fatto che in Siria «si combatte la prima guerra mondiale locale»[i] con il rischio che si possa trasformare in una «guerra mondiale mediorientale». Per tale ragione è impossibile analizzare il conflitto siriano e i risvolti geopolitici dell’ultimo periodo senza contestualizzarli all’interno delle complesse dinamiche mediorientali.

L’Arabia Saudita, interessata ad estendere la propria influenza politica e religiosa nella regione, punta a frantumare l’asse che unisce Iran, Siria, Hezbollah nel sud del Libano e il governo sciita irakeno; per tale ragione, congiuntamente con le altre monarchie del Golfo, ha sostenuto attivamente gruppi jihadisti per rovesciare il regime di Assad. La Turchia, vaneggiando ambizioni neo-ottomane, ha favorito indiscriminatamente l’ingresso di combattenti stranieri attraverso il confine turco-siriano. Le potenze occidentali – USA e Francia in testa –  hanno supportato i loro alleati regionali (è infatti noto, come ha puntualizzato lo stesso Kissinger, il legame spesso sottinteso che unisce Washington, Arabia Saudita e Israele[ii]), favorendo la destabilizzazione e la disintegrazione della Siria.

L’Arabia Saudita ha unito la storica alleanza con gli USA (basata sullo scambio petrolio/sicurezza) alla volontà di imporsi come leader del mondo islamico facendosi ‘garante’ manu miltari dello status quo nella regione, impegnandosi a frenare possibili contagi della cosiddetta “primavera araba” nella Penisola Arabica[iii]. In Bahrein (paese a maggioranza sciita) nel 2011 ha silenziato la nascitura ‘primavera’ mandando propri carri armati, timorosa di rivolgimenti politici ai propri confini; ha sostenuto nel 2013 il golpe in Egitto e ha recentemente assunto il ruolo guida della coalizione sunnita contro i ribelli Houthi (vicini all’Iran) in Yemen. Mentre in Siria e in Yemen ha agito in accordo con il Qatar (senza nascondere una certa rivalità[iv]), in Egitto e Libia le strade delle due petromonarchie si sono separate.

La formazione del cosiddetto califfato dell’IS è quindi diretta conseguenza del caos prodotto dalla guerra in Iraq (che ha incrementato lo scontro tra sunniti e sciiti) e del supporto più o meno diretto alla variegata galassia internazionale dei “ribelli”, finalizzato al rovesciamento del governo siriano (che ha visto unite in modalità differenti petromonarchie e potenze occidentali). Adesso l’IS, sfuggito di mano ai propri sponsor del Golfo, va sempre più configurandosi come un attore regionale potenzialmente destabilizzante a cui diversi gruppi si affiliano.

Gli Stati Uniti hanno preferito de facto una situazione di stallo senza vincitori né vinti nel conflitto che vede l’epicentro nel “Syraq”, piuttosto che favorire una vittoria schiacciante di una delle parti (più di due) in lotta. Una vittoria di Assad sarebbe innanzitutto una vittoria di Iran ed Hezbollah, acerrimi nemici dei principali alleati americani in Medio Oriente: sauditi e israeliani, già imbronciati per l’accordo sul nucleare iraniano. I molto blandi bombardamenti della coalizione a guida statunitense hanno infatti avuto al massimo il risultato di contenere l’IS, nulla di più.

Un filo rosso lega la crisi mediorientale a quella ucraina: il ritorno della Russia nello scenario internazionale avvenuto con la fermezza diplomatica mostrata da Putin nel conflitto siriano. Gli equilibri globali stanno mutando notevolmente: la straordinaria crescita della potenza cinese, la rinascita di una Russia rialzatasi dall’umiliazione subita negli anni di Eltsin (la storica francese Hélène Carrère d’Encausse ha parlato a tale proposito di «ritorno della potenza»[v]) e in generale l’ascesa dei Brics stanno configurando un assetto globale multipolare in cui l’egemonia statunitense è in fase declinante. In Medio Oriente la Russia si sta caratterizzando sempre più come un attore esterno di primo piano, capace di intessere relazioni diplomatiche costruttive con diversi Stati della regione e di incunearsi con un pragmatico realismo dove gli Stati Uniti perdono egemonia. L’Iran ha mostrato pieno supporto ai raid “anti-Isis” della Russia e il governo  irakeno, evidentemente deluso dall’inconcludente coalizione a guida americana, si è mostrato anch’esso favorevole all’azione russa. Lo stesso Egitto di al-Sisi si sta destreggiando tra l’alleanza con l’Arabia Saudita e il riavvicinamento con Mosca; il ministro degli esteri egiziano ha infatti espresso il proprio supporto all’operazione militare del Cremlino. D’altra parte l’Egitto di al-Sisi vede nella fratellanza musulmana il principale nemico interno e questa politica si rispecchia anche negli scenari libico (dove ha forti interessi egemonici) e siriano.

L’attivismo diplomatico e il recente intervento militare della Russia nella questione siriana non si spiegano soltanto con la volontà di mantenere i residui dell’influenza sovietica nell’area mediterranea e mediorientale ma anche (soprattutto) con motivazioni strettamente legate all’unità della Federazione. La Russia teme un Medio Oriente caotico in cui organizzazioni jihadiste impazzano in territori ormai privi di statualità alle porte del Caucaso (in Siria affluiscono molti miliziani ceceni e il jihadismo di ritorno è un grave pericolo anche per la Russia).

Il Medio Oriente è un’area in deflagrazione in cui mire geopolitiche si uniscono a contrapposizioni politiche, settarie, tribali e territoriali. Le questioni geopolitiche e geoenergetiche prevalgono sul pur influente discorso settario (si pensi all’importanza strategica degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb). «Il conflitto attualmente in corso è tanto religioso quanto geopolitico» scrive Kissinger che ovviamente auspica un nuovo ordine regionale a guida americana[vi].

Quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente nel futuro? Gli USA hanno adottato un atteggiamento altalenante e contraddittorio nel corso delle cosiddette “primavere arabe” messo bene in luce da Roberto Iannuzzi in “Geopolitica del collasso”. Iannuzzi puntualizza correttamente come il Medio Oriente continuerà ad essere la fonte petrolifera principale del pianeta, affermando che l’atteggiamento contradditorio di Washington è «il risultato di un declino dell’influenza americana e della sua minore capacità di plasmare gli eventi» e che tale declino è una conseguenza sia «della crisi economica in cui versa l’America, sia dell’esito disastroso delle guerre dell’era Bush in Iraq e Afghanistan»[vii].

Dopo la conclusione della parentesi eltsiniana e di ciò che essa rappresentava sia in politica interna che in politica estera, una Russia nuovamente attiva nello scenario mediorientale ha colmato i vuoti lasciati dalla superpotenza statunitense. Dai recenti eventi siriani emerge una conferma del riavvicinamento tra Russia ed Egitto, un rinsaldamento dell’intesa (non priva di competizione per l’influenza nella regione) russo-iraniana e un allontanamento con la Turchia, che certamente non vede di buon occhio l’agenda mediorientale di Mosca. Al solido asse Mosca-Damasco-Teheran si aggiungono quindi inaspettate nuove buone relazioni con Egitto e Iraq. E’ bene sottolineare che Russia e Iran non hanno mai escluso una transizione politica (che escluda i gruppi terroristici) in Siria con il consenso di Assad. Il punto fondamentale, come fa notare Alberto Negri, è il mantenimento delle strutture militari e di intelligence[viii], necessarie a garantire stabilità al paese che altrimenti rischierebbe di scivolare in una riedizione dello scenario libico. Anche la Cina (in modo maggiormente defilato) sostiene la Russia, con cui ha rafforzato una partnership non troppo stabile ma certamente inedita e in via di consolidamento. Immutate restano le velleitarie ma ugualmente distruttive ambizioni neocoloniali dei franco-britannici, evidentemente non sazi del disastro libico ad essi largamente imputabile.

Il mutamento degli equilibri in Medio Oriente e le implicazioni che ne derivano a livello globale rappresentano i primi ‘smottamenti’ post-unipolari di un mondo in via di cambiamento.

Benvenuti nel ventunesimo secolo.

Note

[i] Vedi La perla di Lawrence, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 2/2013.

[ii] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Milano, Mondadori, 2015, p. 134.

[iii] Per una sintetica storia del regno saudita si veda F. Petroni, Alla radice delle ossessioni arabo-saudite, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2014.

[iv] Cfr. R. Soubrouillard, Il Qatar rientra nei ranghi, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2013.

[v] H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due mondi, Roma, Salerno editrice, 2011, p. 10.

[vi] H. Kissinger, Ordine Mondiale , op. cit. p. 145.

[vii] R. Iannuzzi, Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale, Roma, Castelvecchi, 2014, p. 264.

[viii] A. Negri, L’Iran potrebbe liquidare Assad, ma non gli alauiti, «Istituto per gli studi di politica internazionale», 06/10/2015.

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