(VIDEO) Le conseguenze del TTIP

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IL VIDEO FINORA INEDITO CHE SVELA LE VERE CONSEGUENZE DEL TTIP: UNIAMOCI CONTRO LA SVENDITA DELLA DEMOCRAZIA!Il TTIP, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti che l’Ue sta per siglare con gli Usa, è un accordo criminale che smantellerà tutte le tutele su economia reale, ambiente e salute. In questo video finora inedito in Italia si svelano i pericolosi precedenti di questo trattato e le sue vere conseguenze nei confronti della nostra democrazia. È in atto la più grande operazione segreta di svendita dei diritti. Il M5S sta lottando con tutte le proprie forze contro l’approvazione del TTIP, ora anche in Germania e negli altri Stati i cittadini si stanno movimentando per impedire ai grandi gruppi economici e finanziari di dettare legge. I popoli europei devono unirsi per riaffermare l’Ue come comunità, facciamo controinformazione e massa critica per riprenderci la nostra sovranità!

L’eredità politica del presidente Chávez

maduro

di James Petras

da Latino-america

22-09-2015.- Hugo Chávez ha sempre pensato che la rivoluzione bolivariana fosse un continuo processo in due sensi – 1) la rivoluzione contemporanea come continuazione della storica lotta per la liberazione nazionale guidata da Simon Bolívar all’inizio del 19mo secolo; 2) la rivoluzione politica e nazionale cominciata con la sua elezione nel 1998 deve, necessariamente, avanzare verso una trasformazione socialista.

Chávez capì che il potere politico implicava molto più che vincere le elezioni ed entrare nel Palazzo Presidenziale; l’obiettivo politico strategico era di trasformare lo stato neo-coloniale, allo scopo far avanzare la rivoluzione nazionale per la liberazione, il che in Venezuela significava creare una nazione indipendente. In un paese petrolifero, la liberazione nazionale significava procedure al controllo totale dell’industria petrolifera e alla redistribuzione delle entrate alla maggioranza del popolo lavoratore. Per Chávez, la rivoluzione nazionalista era un passo necessario verso l’avanzamento della rivoluzione socialista. Per Chávez, la nazionalizzazione delle industrie strategiche era un passo verso la socializzazione dell’economia – la decentralizzazione del controllo nelle mani di consigli comunali. Per Chávez, o la rivoluzione avanzava dalla sfera politica ed economica verso una trasformazione sociale, culturale ed etica o avrebbe ristagnato, sarebbe tornata indietro e sarebbe stata sconfitta.

In ogni crisi maggiore, il golpe del 2002, la serrata del 2003, il referendum del 2004, la decade di minacce militari e sabotaggio da Washington e Bogota, Chávez ha risposto radicalizzando la rivoluzione, mobilitando le masse e internazionalizzando la rivoluzione.

A ogni congiuntura del confronto di classe, Chávez non è mai retrocesso; invece di fare compromessi con la borghesia, ha intensificato i suoi sforzi volti ad ampliare la coscienza nazionale e socialista tra le masse.

Chávez ha ingaggiato una lotta su due fronti: 1) contro il ‘nemico esterno’ – l’imperialismo USA, lo stato terrorista colombiano e la classe capitalista del Venezuela; 2) contro i nemici interni, quei leaders e funzionari dello stato bolivariano e della PSUV che erano parte dell’eredità rentista e indaffarati nella corruzione, nell’abuso di potere e che hanno fallito nel rispondere alle domande popolari. Chávez ha dichiarato guerra al burocratismo e alla conciliazione con i borghesi.

Chávez capì che la capacità di resistere i ‘nemici esterni’ dipendeva dai movimenti coscienti, organizzati, della massa. Chávez detestava i dirigenti burocratici, incompetenti e corrotti, che volevano impedire che la rivoluzione avanzasse. Questi funzionari che crcavano di soffocare l’avanzamento del potere popolare, di marginalizzare i consigli comunali, di concentrare il potere nelle mani di un’élite burocratica, allo scopo di negoziare un compromesso con l’imperialismo e la borghesia locale, che avrebbe lasciate le istituzioni basiche e i privilegi della società capitalista intatti.

L’eredità politica basilare di Chávez sta nel suo riconoscimento che la relazione dialettica tra i nemici esterni e interni della rivoluzione continua, richiedeva l’approfondimento della coscienza spirituale, culturale e politica attraverso la radicalizzazione della lotta di classe e dell’audace movimento delle masse.

Di fronte al sabotaggio capitalista dell’economia, Chávez dichiarò la necessità di nazionalizzare tutte le maggiori industrie. Di fronte alle truffe finanziarie da parte di funzionari privati e pubblici, Chávez ha richiesto la socializzazione del sistema bancario. Di fronte agli embargo imperiali, Chávez ha cercato nuovi alleati internazionali: ha approfondito i legami con i nazionalisti latino-americani, islamici, russi e cinesi.

Oggi il Venezuela fronteggia la sua crisi più grande dall’elezione di Chávez.
Il Presidente Maduro si trova di fronte opzioni – o seguire per la strada indicata da Chávez, la strada della rivoluzione continua, o cercare il sentiero della conciliazione, della resa e della sconfitta.

Chávez ha identificato i cinque obiettivi storici interrelati del popolo venezuelano lungo il sentiero della rivoluzione. Ha stabilito il quadro nazionale, ha messo il socialismo nell’agenda a breve termine, ha promosso con successo l’unità sud-americana, ha partecipato alla creazione di un mondo poli-centrico e sollevato il tema del cambiamento climatico.

I progressi del Presidente Chávez sono in pericolo mortale oggi, a causa dei nemici interni ed esterni. La continuazione e realizzazione degli obiettivi storici di Chávez sarà nelle mani dei settori avanzati delle masse rivoluzionarie nei prossimi mesi.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Leonardo Boff e gli 80 anni di Fidel: confidenze

da nostramerica

Leonardo Boff faceva ancora parte dell’ordine francescano quando ha scritto questa breve “confidenza” in occasione degli 80 anni di Fidel Castro. Una testimonianza che aiuta a capire il rapporto fra Fidel e la religione.

Quello che pubblico ora scandalizzerà e irriterà coloro a cui non piace Cuba né Fidel Castro. La cosa non mi preoccupa. Se non riesci a vedere il luccichio della stella nella notte scura, la colpa non è della stella, è tua. Nel 1985 l’allora cardinale Joseph Ratzinger mi impose, a causa del mio libro Iglesia: carisma y poder, un “silenzio ossequioso”.

Accettai la sentenza, non feci più lezione, non scrissi e non parlai in pubblico. Mesi dopo ho avuto la sorpresa di un invito del Comandante Fidel Castro che mi chiedeva di passare 15 giorni con lui sull’isola, durante le sue vacanze. Ho accettato immediatamente perché mi si offriva l’opportunità di riprendere i dialoghi critici che insieme a Fray Betto avevamo intavolato varie volte in precedenza.

Mi sono diretto a Cuba. Mi sono presentato al Comandante che, davanti a me ha telefonato immediatamente al Nunzio Apostolico con cui aveva rapporti cordiali e gli ha detto: “Eminenza, c’è qui frate Boff, sarà mio ospite per 15 giorni. Siccome sono disciplinato, non permetterò che parli e che dia interviste, così osserverà quello che il Vaticano gli impone: un silenzio ossequioso. Vigilerò affinché sia rispettato”. E così fu.

Per 15 giorni in macchina, in aereo o in una imbarcazione, mi ha fatto vedere tutta l’isola. Insieme al viaggio, scorreva la conversazione, assai libera, su mille questioni di politica, di religione, di scienza, di marxismo, di rivoluzione e anche di critiche al deficit di democrazia. Le serate erano occupate da una lunga cena, seguita da conversazioni impegnative che potevano fino ad alba ormai fatta. Qualche volta fino alle 6 del mattino. Allora si alzava, si stiracchiava un po’ e diceva: ”adesso mi faccio una nuotata di una quarantina di minuti e poi vado a lavorare”. Io annotavo i contenuti e poi, cotto, andavo a dormire.

Alcuni punti di quella convivenza mi sembrano importanti. Primo, la persona di Fidel. E’ più grande della sua isola. Il suo marxismo è prima etico che politico: come rendere giustizia ai poveri? Poi la sua buona conoscenza della teologia della liberazione. Aveva letto una montagna di libri, tutti annotati con un elenco dei termini e dei dubbi che discuteva con me. Sono arrivato a dirgli: “Se il cardinale Ratzinger capisse la metà di quello che capisce lei della teologia della liberazione, il mio destino personale e quello della teologia della liberazione sarebbero assai diversi.

In questo contesto ha confessato: “Mi convinco ogni volta di più che nessuna rivoluzione latinoamericana sarà vera, popolare e trionfante se non incorpora l’elemento religioso”. Forse a causa di questa convinzione, ha obbligato me e frei Betto a dare successivi corsi di religione e di cristianesimo a tutta la seconda linea di Governo, e alcune volte con tutti i ministri presenti. Questi veri corsi sono stati decisivi per fare arrivare il Governo ad un dialogo e a una certa “riconciliazione” con la Chiesa Cattolica e con le altre religioni a Cuba.

Per finire, una sua confessione: “Sono stato interno in una scuola dei gesuiti per vari anni; mi hanno insegnato la disciplina ma non mi hanno insegnato a pensare. In carcere, leggendo Karl Marx, ho imparato a pensare. A causa della pressione statunitense mi sono dovuto avvicinare all’Unione Sovietica, ma se allora avessi avuto una teologia della liberazione, l’avrei certamente abbracciata e applicata a Cuba”. E ha aggiunto: “Se un giorno tornassi alla fede della mia infanzia, lo farei per mano di frei Betto e di frei Boff”. Abbiamo raggiunto momenti di tale sintonia che per poco non recitavamo il Padre Nostro insieme.

Io avevo riempito quattro grossi quaderni sui nostri dialoghi, ma a Rio de Janeiro mi hanno rubato la macchina e si sono portati via tutto. Il libro che avevo immaginato non sarà più possibile scriverlo ma conservo il ricordo di un’esperienza ineguagliabile di un capo di stato preoccupato della dignità e del futuro dei poveri.

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