TTP e TTIP: la nuova architettura neoliberale

di Vincenzo Paglione

Una delle risposte dei governi latinoamericani alla necessità di superare la divisione in Stati nazionali è stata quella dell’integrazione economica, la quale ha avuto le sue radici nel XIX secolo e diventata realmente perseguibile solo nel XX.

Le nuove proposte come UNASUR e ALBA con l’obiettivo di avviare un nuovo percorso dell’unità continentale nelle sue diverse varianti sub-regionali, provano ad essere contrastate dall’ennesimo Trattato di Libero Commercio (TPP e TTIP) proposto dagli Stati Uniti, mediante l’avviamento di accordi bilaterali e multilaterali con l’Asia e con molti paesi della regione.

Già negli anni ’90 del secolo scorso diversi paesi del subcontinente, avevano firmato degli accordi quadro con gli Stati Uniti i quali fecero approvare, sotto la guida dell’allora presidente Bill Clinton, l’ambizioso progetto di creare una vasta Area di Libero Commercio che si estendesse dall’Alaska alla Terra del Fuoco e da tutti conosciuta con la sua sigla ALCA. Questo progetto avrebbe assicurato agli Stati Uniti il controllo economico dell’intero continente.

Il Venezuela, insieme con altri paesi latinoamericani, non fu d’accordo con la proposta degli americani, facendo naufragare definitivamente il progetto dell’ALCA nel 2005.

Le nuove forme di aggregazione come l’ALBA e la CELAC, fortemente volute dall’allora presidente del Venezuela, Hugo Chávez Frías, hanno coinvolto i paesi dei governi che si richiamano apertamente al Socialismo del XXI secolo e alcune isole dei Caraibi (Venezuela, Cuba, Honduras, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Repubblica Dominicana, San Vicente y Granadinas, Antigua e Barbados).

Anche l’UNASUR, che è l’insieme del MERCOSUR e della CAN (Comunità Andina), voluto dal Brasile e appoggiato dal Venezuela, come contrapposizione alla logica operativa di ampliamento del NAFTA che si sarebbe dovuto concretizzare in ALCA, ha dovuto affrontare la vecchia tensione dialettica tra bolivarismo e monroismo, ovvero tra visione solidale latinoamericana e tentativo di egemonia nordamericano. L’UNASUR è il primo e vero tentativo geostrategico di articolazione del potere continentale e della sua integrazione economica e politica.

I messaggi rassicuranti proferiti da Washington con l’insediamento di Barack Obama nel 2009, sembravano aprire uno spiraglio di riavvicinamento della nuova amministrazione all’America latina. Tuttavia gli accordi multilaterali come quello Transpacifico di Associazione Economica (TTP) che nello spazio americano vedono gli USA, il Canada, il Messico, il Perù e il Cile tra i principali firmatari, stanno mettendo in seria difficoltà il dialogo politico e la cooperazione, così come la ridefinizione del Sud-Sud del mondo, secondo l’ottica bolivariana; soprattutto perché ancora deficitario di un programma politico ed economico condiviso, il che è volto a minacciare la loro esistenza nel lungo termine.

Inoltre con i trattati TTP e TTIP si amplificherà il potere delle multinazionali al punto da vedere limitata la sovranità degli Stati, il che consentirà a queste di intraprendere azioni legali ai governi nel caso in cui l’applicazione di un intervento legislativo determini una diminuzione dei loro profitti.

Per di più questi accordi, legittimati da norme opache prive di legittimità democratica e architettate per danneggiare i popoli e le persone, segnerebbero nella sfera commerciale l’abolizione delle barriere tariffarie e normative dei paesi coinvolti.

Se ci dovessimo soffermare su quanto sta accadendo nel subcontinente in questo momento, non passerebbe per inosservato il ritorno di un certo nazionalismo di matrice populista che vede nella mobilitazione delle masse, sollecitata dai governi di alcuni paesi che si appellano ai valori nazionali, al fine di predisporle a forme di resistenza contro l’invadenza di fattori esterni traumatizzanti e non. Un chiaro esempio sono le tensioni bilaterali nella frontiera tra la Colombia e il Venezuela e tra quest’ultimo paese e la Guiana. Ma si possono aggiungere anche il contenzioso tra Perù, Bolivia e Cile o il mutuo sospetto che intercorre tra il Cile e l’Argentina. Sono questi fin qui elencati, fattori che impediscono la costruzione di un’architettura di sicurezza d’insieme che minaccia il processo d’integrazione regionale.

Con frequenza ci si riferisce all’America latina come una regione dove i principali fattori culturali si collocano all’insegna della coerenza, nel senso di visione di destino condiviso, che per via di principio consentirebbe l’integrazione.

Ma l’America latina non è mai stata una regione omogenea, malgrado abbia avuto periodi di convergenza intorno ad alcuni temi come quelli concernenti il miglioramento delle politiche sociali o, per l’appunto, sulle proposte d’integrazione.

La frammentazione che si è generata nei paesi dell’America latina e i Caraibi ha prodotto degli effetti negativi nella regione. Ma forse il fattore che più ha alterato l’agenda regionale è stato la morte del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.

La sua scomparsa prematura solleva una serie d’inquietudini sul futuro del chavismo e del socialismo del XXI secolo che, unita alle difficoltà economiche del paese e ai problemi interni che attraversa, tende a contrastare con forza il potenziale anti-egemonico nella regione.

L’entrata del TTP sullo scacchiere internazionale consentirà agli USA (e all’UE come alleato subalterno) di consolidare un’estesa area d’influenza politica che includerebbe tutti i paesi aderenti con il fine di assediare gli attori emergenti (Russia e Cina) che minacciano la sua supremazia.

Quest’accordo multilaterale rafforzerà la posizione egemone degli USA, il che in termini pratici si traduce per i suoi partner nell’accettazione piena delle regole e delle norme imposte dal trattato, lasciando poche possibilità a una sua impugnazione.

In America latina i paesi che hanno aderito (Messico, Cile e Perù e, forse, si aggiungerà la Colombia) rivestiranno il ruolo di cavie per ristabilire nella regione un’area aperta d’ispirazione neoliberale per contrastare l’egemonia dei governi rivoluzionari e progressisti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Ecuador, Bolivia e Argentina.

Ma questo processo di egemonizzazione dello spazio internazionale, senza dubbio genererà dei conflitti tra i paesi firmatari, poiché il basso peso specifico delle parti è stato sempre fonte di asimmetrie e squilibri che hanno dato luogo a rapporti subalterni.

Ricordando che queste fin qui tracciate sono delle semplici annotazioni da cui far partire una ricerca più approfondita sulla dimensione delle dinamiche che sono diventate immensamente superiori a quelle fino ad ora conosciute (macroaree o aree continentali con attori non più obbedienti alle regole dei singoli stati-nazione), una strategia che non facilita certo l’arresto dei meccanismi di potere tra centro e periferia e di cui bisogna sempre più tenerne conto, si rende impellente che l’opinione pubblica sia al corrente delle conseguenze che implicherebbe una loro approvazione.

[articolo di Vincenzo Paglione per ALBAinformazione]

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