Intervista a Oscar Carrero del Comitato Vittime delle Guarimbas

di Clara Statello

Nel 2014 l’opposizione antichavista controrivoluzionaria scendeva per le strade del Venezuela a chiedere una presunta “libertà e democrazia”, dopo l’ennesima conferma elettorale del PSUV. Erano giorni di tensioni e violenze: immagini cruente sui media, sangue per le strade, presunti giovani e studenti che denunciavano “la repressione” e chiedevano un intervento esterno per porre fine alla “dittatura”.

Una enorme campagna pseudo-umanitaria denominata “SOS Venezuela” veniva lanciata su scala internazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica e spingere verso un cambiamento a Caracas. Secondo questi personaggi il socialismo si rivelava nuovamente un regime repressivo incapace di garantire il rispetto dei diritti umani. Diritti umani violati ovunque, anche adesso, come dimostrerebbe la condanna a 12 anni del leader dell’opposizione Leopoldo López, “perseguitato politico” per aver organizzato le proteste. Sorprendentemente questa condanna scuote l’animo dei parlamentari italiani del PD, notoriamente poco sensibili verso le vittime della repressione politica, che lanciano un accorato appello in difesa dei diritti umani del “prigioniero politico” López. 

É una storia molto toccante, soprattutto per un pubblico con una certa sensibilità progressista. Ma come la mettiamo se le vere vittime delle cosiddette manifestazioni democratiche arrivano in Italia e, anziché unirsi alla campagna in difesa dei diritti umani di Leopoldo López, lo accusano di essere il mandante delle violenze? Non vittima ma carnefice? 

Il Comitato Vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuo in questi giorni sta girando l’Italia per raccontare una realtà opposta a quella mostrata dagli spot strappalacrime di “SOS Venezuela”. La realtà delle vittime capovolge la campagna mediatica: non è il governo di Caracas ad aver violato i loro diritti umani, ma il proprio Leopoldo López, che indicano come loro carnefice.

Si scopre così che i disordini non erano proteste spontanee che scaturivano dalla naturale aspirazione dei “giovani studenti” ad emanciparsi da una “ottusa dittatura liberticida”, ma piuttosto la conseguenza di un piano di destabilizzazione chiamato “La Salida”, volto a far cadere il governo di Maduro anche con un intervento esterno, piano in cui López avrebbe un ruolo centrale. Un golpe come quello in Libia e Ucraina o quello tentato in Siria. Una strategia della destabilizzazione permanente, un golpe continuo in una guerra mondiale per tappe condotta dagli Usa e loro alleati, contro gli Stati non allineati.

Le vittime delle violenze in Venezuela spiegano che le rivolte non erano condotte da giovani studenti, ma paramilitari armati, spesso stranieri, provenienti per lo più dalla Colombia, ma anche di ritorno dal Maidan ucraino. Non erano proteste pacifiche e democratiche, ma sommosse violente contro il governo in cui il popolo diventava ostaggio dei guarimberos. Ci raccontano, infatti, di strade bloccate da barricate, controllate dai rivoltosi, dei cittadini che potevano spostarsi solo pagando loro un pedaggio.

I “manifestanti” quando non erano mercenari armati stranieri, appartenevano alla classe medio alta, che non vede certo di buon occhio le misure sociali adottate dai governi bolivariani. I loro obiettivi, infatti erano istituzioni pubbliche: distruggevano scuole, asili, ospedali, centri di salute, enti del turismo.

Costringevano negozi e supermercati a chiudere, per costringere il popolo alla fame. Organizzavano attentati con armi da fuoco, molotov, bombe artigianali, e altri ordigni utili nelle imboscate, come miguelitos e papitas, contro politici chavisti, funzionari, forze dell’ordine, ma anche semplici cittadini.

Come il caso di Oscar Germán Guerrero, che abbiamo intervistato a Ravenna, durante il III incontro della Rete “Caracas ChiAma”, vittima di un’imboscata mentre trasportava medicine all’ospedale pubblico. Nell’imboscata Germán ha perso la mano. Pubblichiamo di seguito la sua testimonianza.

Qui di seguito quanto ci ha dichiarato Oscar.

Buongiorno, il mio nome è Oscar Germán Guerrero, sono venezuelano di San Cristóbal, dello stato di Táchira. Sono il portavoce del Comitato Vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuo. Sono una vittima diretta.

Per nessuno è un segreto che lo stato Táchira è uno stato di frontiera con la Colombia, dove sono scoppiate le guarimbas, dove sono iniziate le guarimbas, dove sono state più forti, dove c’è stata più distruzione, più feriti e più morti. Dove hanno attaccato i CDI, i Centri Diagnostici Integrali.

In quei momenti noi ci siamo organizzati per prestare la nostra collaborazione al governatore Vielma Mora e a tutti i deputati del PSUV. Collaboravamo con un collettivo, che si chiama Luis Pablo Salina Ribas ed è partito da noi sostenere il governo e il presidente Hugo Rafael Chávez Frías. E noi ci siamo mobilitati. Quella domenica c’eravamo incontrati a casa mia. Uscimmo di mattina eravamo per liberare le strade dalle barricate e ci hanno chiesto di scortare delle medicine dirette all’ospedale, dove non lasciavano passare né auto, né camion, né ambulanze, niente. Io dissi di sì, di andare, perché sono un autista e so guidare un furgone. 

Così ci dirigemmo verso l’ospedale, ma nella nostra corsa serale, verso le cinque di sera, di quella domenica del 23 febbraio 2014, ci hanno teso un’imboscata, spargendo l’olio in mezzo alla strada, ci hanno aggrediti con bombe, con i miguelitos, che sono tre piccoli pezzi di ferro saldati che si spargono sulla strada per far esplodere gli pneumatici dei mezzi in transito per fermarli.

Ci hanno colpito perché dicevano che il furgone era di uso ufficiale e quindi dovevano ucciderci perché eravamo chavisti. Io gli gridai che non lavoravamo per il governo ma che stavamo solo trasportando medicine per l’ospedale, medicine per tutti. Loro non capivano, sembravano delle belve. Hanno cominciato a tirarci bombe, oggetti contundenti, di tutto. A un certo punto qualcosa stava per colpirmi la faccia. Io ho messo la mia mano davanti, per proteggerla e così l’ho persa.

Sono rimasto 5 giorni in terapia intensiva all’ospedale centrale tra la vita e la morte. Dopo 5 giorni mi sono svegliato ero convinto di star bene. Poi è arrivato il dottore con i miei figli a dirmi che doveva parlarmi: mi ha detto che avevo perso la mano. All’ascoltare quella notizia sono svenuto per un altro paio di ore. Al mio risveglio i miei figli mi hanno consolato, mi hanno detto che io ero un guerriero e dovevo continuare a lottare.

E adesso sto qui, nella lotta per il Venezuela, per il nostro paese e per la verità, perché i mezzi di comunicazione e l’opposizione rovesciano la verità, mostrano noi come carnefici e come vittime i responsabili dei disordini, che fanno passare come “prigionieri politici”, come perseguitati.

Noi del Comitato Vittime delle guarimbas andiamo in giro per il mondo per testimoniare la verità su tutto ciò che è successo in Venezuela, affinché tutti sappiano quello che abbiamo sofferto e affinché cose di questo genere non accadano più. Quello che noi chiediamo a tutti i popoli di tutti i paesi è che ascoltino.

Diciamo la verità perché crediamo nella pace, nella libertà e chiediamo che ci sia giustizia, che non sia impunità, che non violino più i nostri diritti umani, perché loro utilizzano i diritti umani per uscire ad aggredire la gente e a uccidere durante le loro manifestazioni. Che non li utilizzino! Perché i diritti umani sono molti, però ce n’è uno fondamentale che è la nostra vita, il diritto alla vita di tutti noi. A noi hanno violato tutti i diritti: il diritto all’istruzione, all’alimentazione, alla libertà di camminare per strada. Chiediamo a che nessuno si faccia trascinare dagli appelli a creare disordini e violenza di questo tipo, che pensino perché quello che è successo a noi in Venezuela può succedere in qualsiasi altro paese e che nessuno si attenga a questi appelli.

Quale è stato il ruolo di Leopoldo López nelle Guarimbas?

Leopoldo López è stato il principale mandante intellettuale, è stato l’ideatore della cosiddetta “Salida”. E’ stato lui a incitare ai disordini e alla violenza che hanno portato la morte qui in Venezuela. È lui la principale causa degli 878 feriti che ci sono stati, dei 43 morti, delle devastazioni che ci sono state nel paese, delle famiglie che hanno perso tutto.
Leopoldo López incitò alla violenza e organizzò “La Salida” e non si è messo la mano sul cuore come essere umano, ha avuto bisogno che ci ammazzassero, per metterci gli uni contro gli altri.

Qui in Italia alcuni parlamentari del PD hanno pubblicato un documento per chiedere la liberazione di colui che definiscono “un combattente per la libertà”, cioè Leopoldo López. Sappiamo che anche in Spagna hanno espresso critiche al governo venezuelano per la carcerazione di López. Come considera queste pressioni esterne su questioni che concernono la politica interna di un paese sovrano?

Per nessuno è un segreto che è stato Leopoldo López a fare appello alla “Salida” in Venezuela, l’uscita di scena per via non democratica del presidente Maduro, che ha chiamato a manifestare nelle strade e a intraprendere il cammino della violenza e della distruzione, dei 43 morti e degli otre 800 feriti, che ci sono stati nello stato Táchira e in altre regioni del paese. Però noi non chiediamo vendetta, lo abbiamo sempre detto, noi chiediamo la pace, la verità e la giustizia. Per noi è molto doloroso, lui aveva l’obbligo di assumersi la responsabilità dei suoi atti e accettare il fatto che è responsabile di tutto questo disastro che ha scatenato in Venezuela.

Loro si definiscono prigionieri politici, ma non lo sono. Sono persone che hanno compiuto crimini e causato disastri in Venezuela. E questi politici degli altri paesi, come Spagna, Colombia, Messico, che dicono di difendere i diritti umani negli altri paesi, perché non parlano di diritti umani di noi vittime, ma parlano dei diritti umani di una sola persona, Leopoldo López? E dicono che in Venezuela non si rispettano i diritti umani e che il Venezuela è una dittatura. Leopoldo López sta in carcere ma sta bene, vive in una cella tutta per lui e con tutte le comodità. Se lo stesso fosse successo in Italia o in un altro paese gli avrebbero dato almeno 30 anni, non solo 13 anni, 9 mesi e dodici giorni, come è accaduto in Venezuela, e anche per questo siamo indignati.

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3 commenti

  1. Venezuela: la realtà vs la narrazione dei media italiani | AlessandroPaganiAlejo
  2. In America Latina la destra torna all’attaccoTribuno del Popolo
  3. In America Latina la destra torna all’attacco | IL PICCOLO D'ITALIA

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