Qual è il vero obiettivo della crociata contro il Venezuela?

di Vincenzo Paglione

La principale caratteristica di queste note sta a mio avviso nel fatto che sono la sintesi di un pensiero che si è andato maturando nel tempo. Ciò le rende un buon materiale grezzo per un’analisi teorica. Si tratta di una serie di considerazioni di cui vorrei imbastire una prima approssimazione d’insieme e lasciare al lettore l’onere di valutarle ed eventualmente di completarle e chiarirle. In primo luogo ogni analisi che esamini il processo di destabilizzazione che sta soffrendo il Venezuela rischia di essere approssimativa se non si esplicita chiaramente l’indagine teorica della genesi di questo confronto.

Va da subito considerato che il controllo dei mezzi di produzione e delle fonti energetiche è connesso alla nuova epoca policentrica caratterizzata da una imperante situazione di disordine e disorganizzazione sistemica, ovvero da una accentuazione della competizione intercapitalistica a livello mondiale. Al momento non vi è nulla che possa fare pensare alla possibilità di evitare una crescente situazione di disordine con pesanti riflessi nel resto della società latinoamericana e, di riflesso, mondiale.

In secondo luogo le spiegazioni deliranti che il giornalismo fornisce in merito a questa fase conflittuale che sta vivendo la società venezuelana, hanno la pretesa di  spacciarsi come un sapere rigoroso e coerente (che in realtà è solo contingente) di quanto accade, spingendo i lettori a valutare i loro articoli più per il campo di appartenenza che per le tesi che sostiene.

Un elemento, questo, da non trascurare per quanto concerne il consolidamento in corso del dominio reazionario del grande capitale dei paesi capitalistici più sviluppati, il quale ha mutato geneticamente buona parte dell’opinione pubblica e, in modo del tutto particolare, i ceti intellettuali che a questi fanno riferimento, i quali sono ben inseriti negli apparati politici e ideologici (di cui la sinistra non è rimasta immune, poiché rappresenta la migliore sponda politico-ideologica delle classi dominanti) che sono diventati pienamente funzionali al suddetto dominio.

Si può affermare che l’obiettivo della crociata “democratica” e “umanitaria” che, da qualche tempo a questa parte, si è scatenata nei confronti del Venezuela è quello della conquista geopolitica di quest’area strategica da parte degli Stati Uniti e in subordine dell’Europa. La posizione geografica che occupa questo paese nello scacchiere internazionale è da sempre considerata molto vantaggiosa e promettente.

La sua ubicazione geografica nel centro del continente americano ha rafforzato negli ultimi tempi il suo ruolo strategico a livello delle comunicazioni marittime tra il Nord e il Sud del continente. Difatti è la nazione più settentrionale dell’America meridionale, è quella che più si avvicina all’Europa e agli Stati Uniti per il fatto che si affaccia verso spazi marittimi e terrestri che la collocano simultaneamente in relazione con i grandi interessi geopolitici, economici e culturali dell’area caraibica, di quella atlantica, dell’America andina e della Guyana. Sono questi spazi marittimi d’intenso traffico interoceanico e intercontinentale che hanno reso possibile un cospicuo traffico di materie prime quali petrolio, ferro e alluminio, oltre a un grande flusso d’importazioni.

Questa sua preminente posizione nel bacino caraibico è rafforzata anche dal fatto che costituisce il percorso obbligato delle navi verso i porti venezuelani e il canale di Panamá, con la costa occidentale del Nord e del Sudamerica e i mercati dell’Estremo Oriente. Inoltre la conquista di quest’area ha anche un obiettivo di grande importanza geopolitica come può essere il controllo e l’appropriazione delle riserve petrolifere, idriche, biodiversità e minerali di cui il paese è ricco. Le preoccupazioni di Washington sono salite da quando il presidente del Venezuela, Chávez, insieme ai capi di stato dell’Ecuador, la Bolivia e l’Argentina hanno fatto i primi passi per l’avvio di un processo d’integrazione economica, politica e militare.

Ciò ha reso gli americani molto nervosi. I processi di destabilizzazione che si stanno producendo in questi paesi del subcontinente sono una diretta risposta a questo tipo di tensione e hanno come scopo riportarli sotto la sfera d’influenza americana, bloccando così l’intesa tra questi paesi i quali sono visti come principale minaccia delle elite tradizionali e del capitale multinazionale.

Gli agenti culturali, oggi schierati con la potenza egemonica unipolare, provano a mettere in discussione la sovranità del popolo venezuelano con la solita bandiera dei “diritti umani” e della “democrazia”, vere e proprie imposture concettuali che fanno da base ideologica alla strategia occidentale di conquista, distruzione e sottomissione di ogni area del mondo contraria ai propri piani egemonici.

La degenerazione che hanno subito queste due categorie universali fondate sul concetto di vittoria del cittadino sul potere e di governo genuinamente popolare basato su di una sovranità, ha conferito loro una forma di mitologia moralistica che si generalizza e si astrae dalla stessa realtà, celando la sostanza classista sottratta alla libera decisione sovrana.

Inoltre la capacità e la duttilità con la quale questo modo di pensare si è diffuso in campi e aspetti un tempo estranei ha fatto sì che assuma, a seconda dei casi, diverse sfumature. La sua generalizzazione si riscontra ormai anche all’interno di forze politiche e intellettuali non direttamente al servizio dell’imperialismo. Infatti una certa sinistra non è rimasta immune a questa disonesta teologia interventistica dei “diritti umani” e della “democrazia” – al punto da asserire e ribadire il rovesciamento dall’esterno e dall’interno del governo legittimo venezuelano, che gode dell’appoggio di una parte rilevante della popolazione- in difesa della tanto decantata “democrazia” e dei “diritti umani”.

Va comunque tenuto presente che la contrapposizione geopolitica in atto non si basa tanto sull’ideologia, come molti giornalisti e accademici vogliono far credere, ma si tratta essenzialmente di uno scontro di potere. È più che assodato che i continui interventi guidati a distanza dagli Stati Uniti sono dettati dalla necessità di conquistare le risorse energetiche del Venezuela. Si tratta, quindi, di una questione strategica, cioè il nocciolo della disputa è la possibilità che uno Stato di ordine inferiore, il Venezuela in questione, possa intraprendere una propria strada autonoma non aderente agli interessi strategici della metropoli occidentale.

Per questa ragione si rende decisiva da parte di tutte le forze antagoniste una presa di posizione ben determinata di fronte a queste manipolazioni strumentali, in quanto veri e propri meccanismi geopolitici per la dominazione politica, commerciale, finanziaria, culturale, ideologica, ambientale e legale che in questo momento vogliono far collassare lo Stato e la società venezuelana.

[Articolo scritto per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

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