Monedero: «I mass-media dominanti armi di disinformazione di massa»

di Tomás Forster – nodalcultura.am

Ago2015.- Diversamente dalla logica superficiale e immediata avvezza a dominare il mondo giornalistico, una conversazione con Juan Carlos Monedero presuppone dover affrontare un insieme di riflessioni che indagano sulle questioni di fondo concernenti la realtà sociale, economica, politica e culturale.

Lungi dalla digestione effimera, consumistica e condannata alla novità dalla stessa novità, i contributi di questo politologo madrileno non lasciano indenne il lettore, ma lo conducono verso un’inquietudine interna inevitabile che è il primo passo per far emergere in modo concreto l’anelito alla trasformazione dell’ordine ineguale ed escludente imposto dal capitalismo.

Conoscitore del retroscena storico che portò al consolidamento del modello neoliberale e attento ai processi di cambiamento che si sono aperti in America latina negli ultimi anni, Monedero rilascia in ogni risposta una combinazione di elementi che aprono nuove porte e percorsi al momento di voler comprendere tematiche così urgenti come quelle che concernono i problemi della sinistra europea nel XX secolo, gli attacchi inflitti al popolo greco dalla minoranza che governa l’Europa e la relazione che si stabilisce con la situazione spagnola, il ruolo dei mass media e la loro valorizzazione per quello che ha significato la Rivoluzione Bolivariana – esperienza che ha vissuto in prima persona come responsabile della Formazione del Centro Internacional Miranda di Caracas e che lo portò a condividere alcuni momenti con Hugo Chávez – per il resto della regione.

Professore in varie università del mondo e autore prolifico di saggi attraverso i quali cerca d’intervenire nei dibattiti contemporanei – l’ultimo di questi è Curso Urgente de Política para gente decente -. Monedero è uno dei quadri più importanti di Podemos, lo spazio politico che è sorto come alternativa al bipartitismo che governa la Spagna sin dai tempi del Patto della Moncloa. Alcune divergenze con la direzione lo hanno spinto ad abbandonare l’incarico di Segretario del Processo Costituente e Programma del partito, con lo scopo di, come lui stesso afferma, “recuperare libertà e trascinare il popolo dell’assemblea, orizzontale e deliberativo”. Su questo tema e gli altri che sono stati menzionati in precedenza, Monedero intrattiene un dialogo con Nodal Cultura.

Che tipo di analisi può fare sulla congiuntura che ha portato la sinistra europea a una sorta di vicolo cieco dopo la caduta del Muro di Berlino?

Il principale problema della sinistra europea è quello di non essersi fidata del popolo. La sinistra socialdemocratica, mediante il paternalismo del welfare, aveva delegato la politica a una partitocrazia che quando giunse la crisi mostrò di essere incapace di far valere i diritti sociali. Dalla vittoria di Chávez nel ’98 si è riconcettualizzato l’universo della sinistra, la quale si è messa a ripensare il soggetto della trasformazione che non è più il proletariato, ma ha anche rivisto il soggetto politico che non corrisponde più al partito tradizionale o a quello di qualche avanguardia. Di conseguenza tutto ciò ha fatto ripensare quale sia la forma più opportuna per conseguire le trasformazioni. Il punto d’inflessione ha a che fare con la fiducia che si ripone verso la gente e interrogare, interpellare il popolo quando il sistema ti vuole guidare verso vicoli senza uscita. Ha osato l’America latina con i processi costituenti, invece l’Europa, che si supponeva dotata di una maggiore esperienza democratica e una maggiore maturità politica, ha avuto profonde difficoltà per affrontare i processi costituenti reali sia in ogni paese sia nel suo insieme. L’America latina ha compreso che le sfide civilizzatrici hanno a che fare nell’avere fiducia nella cittadinanza.

Come spiega il nuovo capitolato d’appalto della Troika, con il governo tedesco in testa, verso il partito governante Syriza e il popolo greco?

Noi siamo convinti che gli attacchi verso la Grecia, un paese piccolo, che rappresenta il 2% del prodotto interno lordo europeo (PIL), abbiano come obiettivo lanciare un avvertimento ai paesi più grandi, in particolare alla Spagna. Per noi sin dall’inizio è stato evidente che la sorte della Grecia è stata impiegata in Spagna per cercare d’indebolire l’emergenza di un progetto alternativo come quello rappresentato da Podemos. Come accadde in Cile nel ’73, durante un momento di crisi del modello keynesiano, c’era un paese che attraverso il governo di Unidad Popular poneva le basi per un’alternativa all’incipiente modello neoliberale. In quel momento la decisione degli Stati Uniti di appoggiare il golpe di Stato contro Allende fu un’avvertenza per stroncare sul nascere eventuali progetti alternativi. Penso che con la Grecia stia accadendo la stessa cosa. In questo momento in Europa la disputa è tra due modelli: uno autoritario, che mette fine al proprio progetto europeo e un progetto democratico che chiama alla compartecipazione popolare.

Qual è il ruolo che hanno i grandi mezzi di comunicazione nella lotta politica ed economica che sta attraversando l’Europa?

La restaurazione neoliberale possiede le caratteristiche di un New Deal conservatore. Per quanto concerne gli Stati Uniti ha implicato la disfatta del New Deal di Roosevelt e, in Europa, tutto quanto costruirono i Comitati Nazionali della Resistenza con la presentazione di articoli sociali e democratici che avevano incorporato nelle distinte costituzioni dopo il 1945. Siccome bisognava cambiare il contratto sociale, diventava necessario sostituire la narrazione e in questo senso diventava essenziale il ruolo dei mezzi di comunicazione. Quando il sistema dei partiti entra in crisi, viene sostituito il partito dei mezzi di comunicazione. Ciò è diventato molto chiaro nel caso dell’implosione dei partiti della Quarta Repubblica in Venezuela. Acción Democrática e Copei sono stati sostituiti dai mass media che si sono incaricati di costruire un nuovo soggetto che non è più quello partitico. I mass media creano le condizioni per far sì che l’opinione pubblica si pronunci in modo sfavorevole di fronte a un fatto, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. I mezzi di comunicazione dominanti costituiscono l’elemento centrale della destabilizzazione, sono armi di disinformazione di massa.

In lontananza come giudica il progetto politico che ha capeggiato Chávez in Venezuela?

Il Venezuela ha aperto un percorso che, a differenza dei processi tradizionali della sinistra, non è stato né violento e nemmeno insurrezionale, ma è stato ed è elettorale. Ha realizzato le trasformazioni attraverso dei processi costituenti con strumenti come i referendum e le consultazioni. Ciò obbliga quelli che rifiutano questo tipo di governo a collocarsi su posizioni autoritarie che cercano di mascherare con difficoltà. E quello che sembrava la realtà latinoamericana ora accade anche in Europa, appunto perché il neoliberismo finalmente mette in mostra la sua faccia più aggressiva. Il sistema capitalista si allinea dagli anelli più deboli: per molto tempo quegli anelli sono stati l’America latina, l’Africa, l’Asia; attualmente l’Europa è un anello debole perché non c’è più un’azione collettiva dai tempi del Maggio ’68. E perché ci siamo dimenticati che le lotte di ieri sono i diritti di oggi e le lotte di oggi sono i diritti di domani.

Che opinione si è fatta del processo latinoamericano nel suo insieme?

Penso che in America latina ci siano stati tre processi, tre agende politiche. Il proseguimento dell’agenda neoliberale e lì possiamo inserire il Messico, la Colombia, zigzagante in Perù e tesa in Cile. Più tardi c’è stata un’agenda post neoliberale che cercava di arginare gli eccessi neoliberali in termini di esclusione e povertà e secondo me lì ci inserirei l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay. E, in terzo luogo, c’è un’agenda post capitalista che in modo chiaro stabilisce che il problema si trova nel modello capitalista e sono riusciti a conseguire dei cambiamenti profondi nei loro paesi. Il problema risiede nel fatto che quest’agenda del post capitalismo, definita in termini teorici, in termini pratici è anch’essa una agenda post neoliberale, in altre parole non contesta il modello capitalista, perché è molto difficile farlo in una economia globale con tanti anni di dinamica consumista. Colpiresti le tue basi, perciò devi procedere per piccoli passi.

Quali aspetti pensa che si dovrebbero rivedere per quanto concerne la recente storia della sinistra?

La sinistra si è caricata di tre enormi zavorre durante il XX secolo: la prima è la zavorra teorica, una buona porzione dei principi che hanno colpito la sinistra non ha più nessun valore, sono sbagliati. Per esempio pensare che il soggetto del cambiamento sia la classe operaia. Con questo non si vuole dire che la classe operaia non esista, ma che non si può rappresentare. E se non può rappresentare, difficilmente il soggetto della trasformazione potrà essere un partito politico che guida la classe operaia come un’avanguardia. D’altronde lo Stato forma parte della soluzione, ma anche del problema e la sinistra, che da sempre è stata statalista, ha perso di vista gli elementi che avevano ereditato dalla tradizione liberale. Il Manifesto Comunista afferma: “Una società socialista sarà una società dove la libertà individuale è la condizione della libertà di tutti”. Un altro elemento importante è quello della gestione che ha coinvolto sia la sinistra comunista autoritaria che la sinistra socialdemocratica paternalista. Il terzo problema risiede nel fatto che siamo stati sconfitti nella costruzione di un senso comune comunitario e che i valori individualisti e consumistici hanno trionfato. La ricostruzione delle alternative, come afferma Boaventura de Sousa Santos, “richiede un pensiero alternativo di alternative, altrimenti le alternative già conosciute riproporranno gli stessi errori di sempre”.

Lei ha scelto di uscire dalla direzione di Podemos ma rimane nelle file del partito. Perché ha fatto questa scelta?

Quando decidemmo di diventare partito politico, presentarci alle elezioni ed entrare nel sistema della rappresentazione, eravamo consapevoli che i rischi che correvamo erano molti. Man mano che ci inserivamo nell’ingranaggio diventavamo ostaggio della logica che davamo per scontato di voler combattere. Il gioco della rappresentanza possiede un problema che aveva già visto Marx con assoluta nitidezza quando definisce lo Stato Moderno nel Manifesto Comunista, chiamandolo Stato moderno Rappresentativo – Marx era davvero sveglio! Si rende conto che nell’idea della rappresentanza esiste un problema fondamentale ed è sempre quello che spiego nei confronti di Rousseau, cioè tu rappresenti il popolo che non è presente. E devi prescrivere dei vaccini affinché il gioco della rappresentanza non ti divori. Siccome eravamo consci di questi rischi, concordammo alcuni vaccini: limitazione dei mandati, limitazione degli stipendi, divieto di riproporsi – vale a dire che non ti metterai a trafficare per assicurare il tuo futuro di lavoro mentre ricopri una carica politica – e la base deve avere sempre la facoltà di revocare qualsiasi carica. Mettere in pratica questi quattro elementi di giorno in giorno non è molto facile perché viviamo in società urbane molto frammentate, scollegate, di modo che non è così semplice poter attivare questi meccanismi affinché funzionino. Sin dall’inizio all’interno di Podemos ci siamo articolati con un doppio vettore: un partito rappresentativo che voleva formar parte alle elezioni, mediatico e un partito popolare, dell’assemblea, orizzontale e deliberativo. Questo doppio asse l’abbiamo teso di più verso la parte rappresentativa e partitocratica, che è stata la ragione della mia disapprovazione nei confronti della direzione e il bisogno di richiamare l’attenzione poiché stavamo perdendo la base dell’assemblea e quella popolare.

La rabbia che è scoppiata il 15M bisogna mantenerla viva, non come una semplice rabbia, ma riconducendola verso posizioni di emancipazione sociale, di maggiore impegno democratico, di limitazione delle disparità, di rispetto ambientale, di rispetto delle differenze di genere. In altre parole è necessario avere una coscienza più ampia che costruisci non solo mediante il vettore rappresentativo, ma anche con quello del dibattito popolare. Questo è il luogo dove si compendia tutto quello che realizzi con la parte rappresentativa e genera un attivismo capace di mettere in moto trasformazioni sociali.

Quando ho deciso di uscire dalla direzione di Podemos ho voluto ricordare ai miei compagni di non dimenticare queste cose e, soprattutto, ho voluto recuperare maggiore libertà per trainare l’asse che avevamo abbandonato.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

1 Commento

  1. Ciro Brescia

     /  settembre 8, 2015

    Effettivamente un certo marxismo di vulgata ha diffuso l’idea che della classe operaia debbano essere considerati esclusivamente quei lavoratori del braccio in catena di montaggio, magari unti di olio e di grasso, ma in realtà non è questo l’aspetto che determina l’appartenenza alla classe; sono da considerarsi appartenenti alla classe operaia tutti quei lavoratori che determinano la produzione di plusvalore nel processo capitalistico, salariati delle aziende capitalistiche quindi, tutti coloro che sono soggetti all’estrazione di plusvalore nel processo di valorizzazione del capitale, non importando se siano ad una catena di montaggio di memoria fordista o dietro ad un computer, se producono plusvalore lavorando direttamente merci o anche servizi (materiali o “immateriali” che siano). Alla luce di questa accezione, che è quella corretta, la classe operaia riacquista la centralità che le corrisponde nella costruzione della rivoluzione proletaria (di nuova democrazia o direttamente socialista).

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