Cuba: giornate storiche, epoche storiche

10978489_10203124329939406_5158089211623053874_ndi Fernando Martínez Heredia – Cubadebate

20 agosto 2015.- A molti amici di “nostramerica” non è sfuggito l’articolo del politologo cubano Fernando Martínez Heredia di cui pubblico una parte nella mia traduzione. Chi si interroga sui rischi e le incognite derivanti dalla ripresa delle relazioni fra USA e Cuba, troverà qui un’eccellente analisi. (Alessandra Riccio)

[…] Da dicembre dell’anno scorso stiamo assistendo ad una nuova congiuntura politica. Due Stati divisi da una differenza abissale quanto a potere materiale, e che hanno vissuto per più di 56 anni in uno stato di guerra virtuale – perché il più potente applica permanentemente misure di guerra sull’altro -, si sono incontrati per negoziare la pace e sono riusciti a fare un primo passo, piccolo piccolo: ristabilire le relazioni diplomatiche. Il più potente le aveva rotte cinquantaquattro anni fa, quando era sicuro di sconfiggere il governo con un sistema diverso dall’invasione e dalla forza militare. Tutto il pianeta conosce di questa aggressione sistematica che va da allora fino ad oggi.

Ciascuno ha delle carte a suo favore. Per gli Stati Uniti, la necessità di Cuba di migliorare la sua posizione nei rapporti economici internazionali in un mondo in cui predomina ancora il capitalismo imperialista. La possibilità di contrattare e ottenere concessioni dal governo cubano in cambio dello smontaggio progressivo del suo sistema di aggressione permanente. La speranza di riuscire a dividerci fra i pratici e i sagaci, quelli che comprendono e i rabbiosi e ciechi, gli ostinati e gli antiquati. Il sogno che gli Stati Uniti incarnino l’ideale di “tecnologie” e consumi che potrebbero essere alla portata di una sorta di classe media che si comincia ad affacciare nello spettro nazionale cubano. Far balenare la speranza di migliorare la propria situazione ai settori meno consapevoli nell’ampia fascia di povertà che esiste. Esercitare la loro capacità di farci una guerra che non è di pensieri ma di induzione a non pensare, di un’idiotizzazione di massa. E, comunque, sempre una cosa che ha dichiarato a chiare lettere: la risorsa di utilizzare tutte le forme di sovversione del regime sociale cubano che siano alla sua portata.

Cuba è forte e ha molte carte a suo favore. La prima è l’immensa cultura socialista di liberazione nazionale e antimperialista accumulata, che è stata decisiva per vincere battaglie e guidare la resistenza negli ultimi decenni, essa regge la coscienza politica e morale della maggioranza, che non rinuncerebbe mai alla sovranità nazionale e alla giustizia sociale. La legittimità del mandato di Raúl Castro e il consenso sugli atti del governo da lui presieduto assicurano la fiducia e l’appoggio alla sua strategia e gli permettono di condurre i negoziati con rispetto assoluto dei principi e flessibilità tattica, La solidità del sistema statale, politico e di governo di Cuba, la potenza e qualità del suo sistema di difesa, il controllo degli elementi fondamentali dell’economia del paese, e le abitudini e le reazioni difensive, forniscono un insieme formidabile che è alla base delle posizioni cubane.

La storia degli atteggiamenti degli Stati Uniti contro l’indipendenza di Cuba nel secolo XIX, il crimine commesso contro la rivoluzione trionfante nel 1898 e la sua sfruttatrice e umiliante oppressione neocoloniale fino al 1958, e tutto quel che ha fatto e fa contro il nostro popolo dal 1959, tradiscono una condizione colpevole e spregevole che lo squalifica come parte della quale fidarsi durante un negoziato. Mi meraviglia davvero che dei funzionari nordamericani credano che far visita e mostrarsi simpatici sia sufficiente a far sì che i cubani si sentano riconosciuti e gratificati, una cosa che si spiega solo con la sottovalutazione di chi si sente imperiale e con il disprezzo che aveva già conosciuto José Martí.

Che Cuba abbia ragione nelle sue proteste contro gli Stati Uniti, è stato riconosciuto quasi universalmente per decenni da governi, parlamenti, istituzioni internazionali, organizzazioni sociali e politiche e dalle più svariate personalità. I negoziati non progrediranno davvero finché gli Stati Uniti non faranno dei passi unilaterali per cambiare la situazione illegale e criminale creata dai suoi continui atti in pregiudizio di Cuba. Restituire ai suoi cittadini parte dei diritti che gli hanno conculcato e facilitare a certi imprenditori di avere rapporti con Cuba non ha niente a che vedere con questi passi imprescindibili, né può sostituirli. Questa asimmetria favorisce Cuba. La compensazione di diritto per le nazionalizzazioni cubane degli anni sessanta darebbe un totale molto inferiore a quello degli indennizzi dovuti per la perdita di varie migliaia di vite e per i danni e le perdite occasionate a Cuba.

Eventi internazionali come quello di venerdì 14 agosto sono molto appariscenti e sommamente pubblicizzati. Ma il fatto decisivo per la politica internazionale di qualunque stato continuano ad essere i dati fondamentali della sua situazione e delle sue politiche interne. La vera questione è se il contenuto della fase cubana che si sta svolgendo negli ultimi anni sarà o non sarà post rivoluzionaria.

Nella post rivoluzione si retrocede, senza scampo, molto più di quello che le giudiziose persone addette hanno considerato all’inizio. Gli abbandoni, le concessioni, le divisioni e la rottura dei patti con le maggioranze preludiano a una nuova epoca in cui si organizza e si stabilisce una nuova dominazione, anche se si vede obbligata a riconoscere una parte delle conquiste dell’epoca precedente. Le rivoluzioni, al contrario, combinano iniziative audaci e salti in avanti con uscite laterali, pazienza e abnegazione, con un eroismo senza pari, astuzie tattiche con offensive incontenibili che liberano le qualità e le capacità della gente comune e creano nuove realtà e nuovi progetti. Sono l’impero della volontà cosciente che si trasforma in azione e sconfigge le strutture che ingabbiano gli esseri umani e i saperi imperanti. E quando arriva ad avere le dimensioni di un popolo, è invincibile.

Ben presto ci troveremo nel mezzo di una battaglia di simboli. La tranquilla e vergognosa esposizione di automobili “americane” durante la cerimonia di venerdì scorso pretendeva di cancellare tutta la grandezza cubana e di ridurre il paese alla nostalgia dei “bei tempi”, prima che imperassero la gentaglia e i castristi. L’attuale strategia degli Stati Uniti contro Cuba darà un buon numero di operazioni “dolci” e “intelligenti”, moderni fantocci della guerra del secolo XXI. E’ stata davvero positiva la dichiarazione che siamo disposti a mantenere relazioni diplomatiche anche se faranno parte di una nuova fase della politica diretta a sconfiggere e dominare Cuba. Oltre ad aver evitato di far ricorso all’ipocrisia che suole adornare certe uscite diplomatiche, è diretta più verso il nostro popolo che verso la controparte. Spazzar via le confusioni e sgonfiare le speranze puerili è uno dei compiti necessari. Nella misura in cui la maggioranza della popolazione parteciperà alla politica, in maniera sempre più attiva, essa stessa produrrà iniziative e genererà formule che annienteranno la pretesa nordamericana e i suoi commerci materiali e spirituali. Nelle rivoluzioni, il popolo è sempre decisivo.

[Trad. dal castigliano per nostramerica di Alessandra Riccio]

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